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La scorta negata a Marco
Biagi |
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A V V E N I M E N T I I T A L I A N I |
Marco Biagi La scorta negata Una circolare del ministero dell’Interno del 15 settembre 2001 imponeva di tagliare il personale di
scorta << in misura non inferiore al 30%>> Le aspre polemiche
successive al 19 marzo non hanno poi messo completamente nella giusta luce
l’importanza della data. La circolare, sulla quale i servizi erano stati
certamente interpellati, con ogni probabilità era stata preparata prima delle
ferie estive. Ma subito dopo era avvenuta la svolta
epocale dell’11 settembre. Quattro giorni dopo il ministero riteneva di non
dover modificare il provvedimento, pur in una situazione nella quale era in
primo piano il timore di attacchi terroristici. Pur tuttavia, poiché il 70% delle scorte veniva confermata, era evidente un’opportuna selezione. Biagi era stato soggetto di un provvedimento specifico, a
seguito di precisa segnalazione del ministro precedente..
Le ragioni – a quanto pare degne di scarsa attenzione da parte delle autorità
locali a Milano, Modena, e Bologna – di non farlo più scortare non sono state
chiarite, e questo nonostante la specificità della situazione e il fatto che
gli interventi in materia di lavoro godevano della priorità del programma di
governo. La decisione appare ancora più strana, se si pensa che
Marco Biagi era stato oggetto di minacce
telefoniche per l’intera estate, altra anomalia, di cui si sapeva. Il 21
luglio il professore era stato avvertito – l’avrebbe
pagata! – dopo la pubblicazione di un articolo sul << Sole 24
Ore>>. Pochi giorni dopo l’uomo che lo minaccia
al telefono era perfettamente informato di quanto accadeva: << Ti hanno
lasciato solo – diceva – i tuoi angeli ti hanno lasciato>>. I presumibili, futuri attentatori, minacciandolo e
prevedendo 8 come avvenne) che il professore avrebbe richiesto il ripristino
della scorta, correvano il rischio che la scorta venisse
ripristinata, rendendo difficile, l’<<azione>> che progettavano. Il questore di Bologna, Romano Argerio,
in una memoria difensiva nell’inchiesta promossa dal ministero e citata dalla
stampa (24 luglio 2002), sostiene che, tutelato dalla scorta <<
probabilmente il professore sarebbe ancora vivo>>. Una probabilità molto elevata, se si pensa a una preparazione, si è detto, meno elaborata rispetto a
D’Antona. E’ vero
che il commando operava tra Modena e Bologna ( tanto, si disse, che dalla
prima città si avvertì che Marco Biagi prendeva un
treno diverso da quello inizialmente), ma una scorta avrebbe mutato il
quadro; invece di prendere la bicicletta alla stazione di Bologna e di
presentare un facile bersaglio, probabilmente la scorta l’avrebbe
accompagnato in macchina da Modena a Bologna, rendendo impossibile l’agguato,
perché, come precisarono i servizi, i neo brigatisti non erano ancora
attrezzati da poter affrontare lo scontro a fuoco, come poi si dimostrò negli
arresti del 24 ottobre del 2002. Che vi fosse qualcosa di poco
chiaro è confermato da un episodio successivo, che ha dell’incredibile. Il
ministro Scajola – molto criticato per un
provvedimento che pure poteva avere la sua motivazione, e anche perché il
ministro del Welfare il leghista Roberto Maroni
aveva parlato di un suo intervento – ma informale – a favore del ripristino
della scorta – colse l’occasione di un incontro coi giornalisti,( tra cui uno
del <<Corriere della Sera>> ed uno del <<Sole 24
Ore>>), per fornire la sua versione secondo la quale Biagi non era un uomo << chiave>> , se ne
poteva chiedere la conferma allo stesso Maroni. Biagi era << un rompiscatole>> che mirava al
rinnovo del contratto di consulenza del ministero ( 29 giugno 2002, il giorno
dopo scoppiò, per queste parole, uno scandalo che avrebbe indotto il ministro
alle dimissioni) Claudio Scajola non è un neofiti della politica arrivati in parlamento con Berlusconi. E’ un notabile democristiano di lunga
esperienza nella Liguria di Taviani, era stato
coordinatore nazionale di Forza Italia, e in seguito sarebbe
tornato al governo come Ministro per l’attuazione del programma. Quell’inopinata ed infelice battuta era espressione di
uno stato d’animo di chi percepiva qualcosa di poco chiaro nell’intera
vicenda che aveva preceduto l’omicidio, qualcosa di >> torbido>,
come aveva detto Bassolino dopo quello di D’Antona. Va ricordato che in quell’occasione,
un esperto come l’ex Presidente Cossiga avanzò
osservazioni lontane dal suo stile, sovente volutamente stravagante, egli
afferma su un corsivo con lo pseudonimo Franco Mauri
su <<Libero>>: << Sembra quasi che sollevando questo
polverone si siano volute inquinare le indagini e tenerle lontane da ambienti
di estrema sinistra. Dalle lettere del povero Biagi ho tratto l’impressione che egli sapeva poco di
politica e anche di sindacalismo. Da una parte si usano le accuse di Biagi nei confronti di Cofferati
per far passare in secondo piano il problema della mancata scorta. Dall’altra
parte si usa il problema per far dimenticare l’accusa a Cofferati
di essere il mandante morale delle minacce contro Biagi,
della cui figura il centro sinistra, specie quello
cattolico, si è impadronito come quello di un eroe civile della propria
parte. Fu lui, insieme al presidente della Confindustria,
l’ineffabile D’Amato, ad aver convinto Berlusconi,
che non sapeva e non credo neanche sappia di cosa si
tratta, a impuntarsi su una questione che la stessa gran parte dell’industria
italiana considera del tutto marginale>> 30 giugno 2002 Va ribadito, infine , che la
sensazione di ripetitività e di antiche ambiguità fu immediata. Romano Prodi, amico di Marco Biagi,
già in primo piano nei giorni di Moro per la famosa seduta
spiritica, amico anche
di Ruffili,
parla <<di una linea oscura che ci accompagna da tanti anni>> Fonte Piombo Rosso di Giorgio Galli Le minacce a Pietro Ichino,
io come Biagi Quattro giorni fa, nella notte tra giovedì e venerdì,
misteriosi hackers hanno oscurato
il sito della Facoltà nella quale lavoro inserendo la stella a cinque punte delle
Brigate Rosse. Due mesi fa sul muro della Facoltà era comparsa la stessa
sigla. Segnali? Avvisaglie da prendere in seria considerazione? Al momento
non diedi grande importanza alla cosa. Mi sentivo tranquillo, sicuro.
L'estate scorsa avevo perfino scritto al ministro Tommaso Padoa
Schioppa, dopo il suo appello al contenimento della
spesa pubblica, chiedendo di disporre la cessazione della mia protezione. Ma non mi vollero togliere la scorta. Il prefetto mi
chiamò per spiegarmi che l'allarme non era cessato... Gli
ultimi sviluppi sembrano confermarlo". |
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