Mikis Mantakas

 

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Il  luogo dell’uccisione di Mantakas in piazza Risorgimento a Roma

 

 

Trentennale della sua morte. La morte che scatenò gli anni di piombo

Ventotto febbraio 1975, trent'anni fa. A Roma, in piazza Risorgimento, c'è un ragazzo che si accascia a terra. Ha un proiettile in fronte. Si chiama Mikis Mantakas, iscritto al Fuan, studente greco fuorisede. Assieme ad altri giovani camerati, Mantakas è uscito da una porta posteriore della sezione del Msi di via Ottaviano e ora, con la cinghia dei pantaloni arrotolata sul pugno, sta andando all'assalto del gruppo di autonomi che li assediano con spranghe, molotov e bastoni. Ma trova sulla sua strada due coetanei che gli spianano contro le pistole. Sparano. Mantakas muore. Comincia così un'altra pagina buia di violenza politica. L'ennesimo anello della catena di eventi che porterà l'Italia dritta negli Anni di Piombo.
Una giornata da dimenticare, quel 28 febbraio 1975. O forse no: da ricordare anche nei minimi particolari. Si comincia male. Con un tafferuglio all'ingresso del Palazzo di Giustizia. E' cominciato da una settimana il processo per la strage di Primavalle (1973) e c'è Achille Lollo alla sbarra. I militanti del Msi hanno dato vita a manifestazioni dure fin dal primo giorno. Si lamentano aggressioni, danneggiamenti, botte. La risposta dell'ultrasinistra è scontata. Corteo non autorizzato da Primavalle fino a piazzale Clodio: primi incidenti con la polizia. Presidio davanti al tribunale: altri incidenti. C'è in prima fila a ostentare un'aria spavalda e aggressiva un certo Alvaro Lojacono, vent'anni, vestito alla moda del tempo con occhiali a specchio, cappello da marinaio e impermeabile bianco. Si accapiglia subito con uno di destra. Li dividono i carabinieri del maggiore Antonio Varisco, che è l'ufficiale responsabile dell'ordine pubblico a Palazzo di Giustizia, e che qualche anno dopo verrà ammazzato dalle Brigate Rosse.

 

All'ora di pranzo, terminata l'udienza, riprendono gli scontri. C'è l'assalto alla sezione del Msi di via Ottaviano. Nuovi tafferugli. La sortita dei giovani di destra. Il tiro al bersaglio in piazza Risorgimento. E' forse la prima volta che le pistole sparano in piazza. Un poliziotto di passaggio si butta coraggiosamente all'inseguimento dei due sparatori. Li rincorre. Riesce a catturarne uno, si chiama Fabrizio Panzieri, militante dell'Autonomia operaia. Qualche ora dopo, c'è già la prima perquisizione a casa del suo amico Lojacono. Lo hanno riconosciuto in diversi del Msi. Lui a casa non c'è; ai carabinieri apre la cameriera. Alvaro abita in un elegante appartamento a due passi da Campo dei Fiori con il padre, Geppo, noto economista che collabora all'Istituto per gli studi di programmazione economica, illustre iscritto del Pci dagli Anni Cinquanta.
Da quel momento, per un paio di anni, per Alvaro Lojacono è tutto un susseguirsi di indagini, processo, latitanza. Torna in circolazione solo dopo il marzo del 1977, quando il tribunale in primo grado lo assolve dall'accusa di omicidio. Nel frattempo è diventato un "eroe" del Movimento. E non solo: a sostegno del suo amico Fabrizio Panzieri, che è stato condannato a otto anni per concorso morale nell'omicidio, tre mostri sacri della sinistra, ovvero Vittorio Foa, Aldo Natoli e Antonio Landolfi, componenti del Comitato per la liberazione di Panzieri, si autodenunciano provocatoriamente. Un po' alla maniera del processo a Lollo, anche per Panzieri e Lojacono c'è stata una veemente campagna innocentista che ha mobilitato intellettuali e politici, soprattutto socialisti e pduppini.
Lojacono - si scoprirà poi - in quei due anni di latitanza non ha lasciato Roma. Tutt'altro. Assieme al suo più caro amico, Valerio Morucci, e tanti altri reduci dall'esperienza di Potere Operaio, ha cominciato la pratica della lotta armata. Prima il terrorismo minore delle Fac, Formazioni armate comuniste. Poi, nel 1977, il salto nella colonna romana delle Br. E qui c'è l'incredibile parabola, la doppia vita, l'esistenza parallela di Lojacono. Hanno raccontato diversi pentiti che Alvaro, nome di battaglia "Otello", partecipa all'assassinio del giudice Riccardo Palma (14 febbraio 1978), all'agguato di via Fani (16 marzo 1978), all'omicidio del giudice Girolamo Tartaglione (10 ottobre 1978). E' entrato da "irregolare" nella colonna specializzata in attentati a magistrati e poliziotti. Dipende da Adriana Faranda. Fa coppia fissa con il suo amico Alessio Casimirri. Pende dalle labbra di Morucci.

 

Intanto conduce l'apparente vita di sempre. Arriva il secondo grado del processo Mantakas: dibattimento dal 28 aprile al 31 maggio 1980. Il giovanotto è quasi sempre in aula. Se lo ricorda bene Filippo Mancuso, l'ex ministro della Giustizia, che oggi è un deputato di Forza Italia e all'epoca presiedeva la corte: "Sempre elegante, in abiti di velluto scuro da ragazzo di buona famiglia. Sfrontato. Sguardo duro. Ricordo anche il padre, affranto, sullo sfondo".
Al processo, a sorpresa, nonostante i dubbi dei testimoni d'accusa, militanti del Msi che erano con Mantakas a piazza Risorgimento e che ora ritrattano, lo condannano a sedici anni di carcere. Dice ancora Mancuso: "Lojacono non se l'aspettava proprio".
Fece ricorso in Cassazione e perciò rimase in libertà. Allo stesso tempo si diede da fare per sparire. Il padre bussò a tutte le porte finché non trovò aiuto da un vecchio amico, un parlamentare del Pci, che fece ottenere al figlio una buona accoglienza in Algeria. Oggi Lojacono ha la cittadinanza svizzera, non può essere estradato in Italia, ha scontato undici anni di carcere a Lugano per l'omicidio Tartaglione. Per la morte di Mantakas non ha fatto un giorno di carcere.

 

Il libro su Mantakas

 

"Un comitato per garantire un processo giusto" Landolfi: c'era sempre il sospetto che le imputazioni fossero affrettate

E poi fu costituito un Comitato garantista a favore di Panzieri... Ne facevamo parte Umberto Terracini, Aldo Natoli, Vittorio Foa e anch'io". L'ex senatore socialista Antonio Landolfi, che oggi guida la Fondazione Mancini, ricorda bene gli anni in cui la sinistra ufficiale, dal '68 fino al '76-77 guardò con condiscendenza agli extraparlamentari.
Era il 1977. Il giovane Fabrizio Panzieri affrontava il processo per l'omicidio Mantakas. Il suo amico Alvaro Lojacono era scappato dall'Italia. Non soltanto i "gruppettari", ma anche voi prendeste partito a favore. Lei era vicesegretario del Psi.
"Guardi, negli ambienti socialisti-garantisti, che erano la maggioranza all'epoca, si distingueva tra Panzieri e Lojacono. Non so per quale ragione precisa, ma insomma si riteneva generalmente che Panzieri fosse meno implicato in quel delitto. Che fosse un delitto non c'è dubbio: lì spararono. Ma bisogna riandare a quegli anni... La sezione Msi di via Ottaviano era considerata di "guida" dal punto di vista degli scontri. Al vicino liceo Mamiani, soprattutto. E così nacque il Comitato garantista".
Un Comitato per fare che cosa?

"Mah, quello che si faceva in quei casi. Non una solidarietà politica, ma appunto garantista. Si chiedeva il rispetto delle regole. Andammo a parlare con i giudici. Ci facemmo ricevere dal ministro di Grazia e Giustizia, Bonifacio, un democristiano che era stato presidente della Corte Costituzionale, un gentiluomo garantista anche lui".
Temevate forzature nel processo?
"In effetti a quell'epoca c'era sempre il sospetto che le imputazioni fossero affrettate. D'altronde in Italia parliamo sempre di processi indiziari... Insomma, cercavamo di accertarci che Panzieri avesse un giusto processo. E così fu. La Prima Repubblica era abbastanza corretta nelle sue forme giuridiche. Le forzature sono venute dopo".
Panzieri sì, Lojacono no. Perché questa scelta di persona? Avevate già avuto indicazioni di non esporvi sul nome di uno che aveva fatto il salto verso la lotta armata? O era una ennesima questione politico-familiare?
"No, quale famiglia. Ricordo che Panzieri aveva una sorella che insegnava alla scuola media e cercava di aiutare con il suo affetto questo fratello in carcere... Il padre di Lojacono, mai visto. Ho letto poi che si è dato da fare per aiutare il figlio e che avrebbe trovato l'appoggio di un parlamentare del Pci. Ma quale padre non avrebbe aiutato un figlio, anche il più degenere? Comunque noi ci battemmo soltanto per Panzieri. Su Lojacono c'era come un non-detto, una tacita intesa che era bene non interessarcene. Per noi era una battaglia di garantismo e basta. Dai tempi di Pinelli, i giornali di estrema sinistra, e non solo, erano pieni di una diffidenza pregiudiziale, a volte immotivata, e a volte no, contro lo Stato. Questo era il problema. E per questo motivo nacque il nostro Comitato".

Franco Grignetti 1 marzo 2005

 

Quel giorno Mikis

Sono quello che stava con Mantakas quando uccidere i fascisti non era reato.  Una lettera di Umberto Croppi al “Il Riformista”

Altro che opposti estremismi: dopo il ’72 era stato deciso di far fuori il Msi dalla vita politica.. Caro direttore, il mio nome è spesso associato (nella rete, sui testi) a quello di Mikis Mantakas, lo studente greco ucciso durante il processo per il rogo di Primavalle. Quella mattina lo portai io all'appuntamento con il suo assassino e io stesso, poche ore prima, fui oggetto di alcuni colpi andati a vuoto, nei pressi del tribunale di Roma. Ero a quei tempi dirigente del Fuan e del Fronte della gioventù, divenni in quell'anno membro del consiglio di facoltà di giurisprudenza e consigliere comunale. Ho poi seguito un cursus honorum che mi ha portato fino ai vertici del Msi, da cui sono uscito nel '91 seguendo altri percorsi politici. Ho abbandonato ogni impegno diretto in politica una decina di anni fa. ( leggi il seguito)

28 febbraio 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Link

 

 

I fratelli Mattei

La strage di Acca Larentia

La vendetta di Giusva Fioravanti

Il dossier Mantakas

Il Secolo d’Italia ricorda Mantakas

 

 

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