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Il caso dell’ex ministro Calogero Mannino |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Calogero
Mannino La condanna a 5 anni
e 4 mesi per concorso in associazione mafiosa dell'ex ministro e segretario della Dc
siciliana, Calogero Mannino, e che ribalta l'assoluzione di primo grado,
giunge dopo un procedimento durato poco più di 10 anni: era
infatti iniziato formalmente il 24 febbraio del 1994, quando a Mannino
era stato notificato un avviso di garanzia per concorso in associazione
mafiosa emesso dalla Procura della Repubblica di Palermo. Per quest'accusa
l'esponente politico, 64 anni, era stato arrestato esattamente un anno dopo,
il 13 febbraio del 1995, su ordine di custodia firmato dal gip di Palermo,
Alfredo Montalto, che aveva motivato il provvedimento con il pericolo di
depistaggi nelle indagini. L'uomo politico era stato rinchiuso nel carcere
romano di Rebibbia, ed era stato rinviato a giudizio il 28 ottobre
successivo. Il processo di primo grado si era aperto il 28 novembre del 1995,
assente l'imputato per ragioni di salute, ed era stato un dibattimento tra i
più lunghi mai celebrati per mafia a Palermo: più di 300 udienze, 400
testimoni citati, dei quali 250 dall'accusa e 150 dalla difesa, compreso l'ex
presidente della Repubblica Francesco Cossiga, 25 pentiti, da Tommaso
Buscetta a Gioacchino Pennino, da Giovanni Brusca a Angelo Siino, oltre 50 mila pagine di documenti e atti
processuali. A pochi
giorni dalla prima udienza, il 15 novembre 1995, Mannino aveva ottenuto gli
arresti domiciliari. Ma solo il 3 gennaio del 1997 era stato rimesso in
libertà, per scadenza dei termini di custodia cautelare, dopo nove mesi di
carcere e tredici di arresti domiciliari.
Le nuove
accuse che portarono all'arresto di Mannino derivavano da un'altra inchiesta,
aperta dalla Procura di Palermo dopo le dichiarazioni di altri pentiti.
Secondo gli inquirenti, l'ex ministro avrebbe avuto "rapporti
diretti" non solo con i capi di Cosa Nostra di Agrigento, ma anche con i
boss della 'Stidda', l'organizzazione criminale che
nel centro della Sicilia si contrappone alla mafia tradizionale. Tra gli
interlocutori mafiosi dell'ex ministro, i pm avevano indicato anche Angelo Siino, il 'ministro dei Lavori
Pubblici' di Totò Riina,
ora collaboratore di giustizia. Due gli episodi chiave
contestati dalla Procura: la partecipazione di Mannino alle nozze del boss
mafioso Leonardo Caruana, e una cena alla trattoria
"Mosè", con esponenti di Cosa Nostra tra i commensali. Al termine
della loro requisitoria il 28 aprile del 2001 i pubblici ministeri Vitttorio Teresi (poi pm anche
in appello) e Teresa Principato avevano chiesto la condanna di Mannino a
dieci anni di reclusione. Ma le tesi che non avevano convinto il Tribunale
presieduto da Leonardo Guarnotta, che il 5 luglio
del 2001, dopo dieci giorni di camera di consiglio nell'aula bunker di Pagliarelli, aveva assolto l'ex ministro con la formula
"perché il fatto non sussiste", la stessa utilizzata per Andreotti. La Procura aveva annunciato subito
ricorso e l'8 aprile dell'anno scorso si era aperto il processo di appello
davanti alla Corte presieduta da Salvatore Virga.
Dopo la relazione introduttiva svolta dal giudice Luciana Razete, il pg Vittorio Teresi aveva subito depositato i verbali di quattro
interrogatori in cui il pentito Antonino Giuffrè,
ex boss di Caccamo e braccio destro di Bernardo
Provenzano , faceva anche il nome di Mannino, e aveva
chiesto di riaprire il dibattimento per citarlo a deporre. E il 27 febbraio
in aula era stato sentito un altro nuovo testimone, il medico Salvatore
Aragona, indagato nell'inchiesta su mafia e politica che coinvolge il boss
del quartiere palermitano di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro,
anch'egli medico, e alcuni esponenti dell'Udc, tra i quali l'ex assessore
alla Salute del Comune di Palermo, Domenico Miceli. Aragona aveva riferito
sul contenuto di due suoi colloqui con Guttadauro,
intercettati il 9 e il 14 aprile del 2001 dagli inquirenti: in una
conversazione, il boss e il suo amico parlavano di Mannino come di una
persona che avrebbe potuto sostenere la candidatura di Miceli alle elezioni
regionali. Aragona, già condannato a cinque anni per
mafia, aveva poi incontrato Mannino. Il medico ha sostenuto che in
quell'occasione, su mandato di Guttadauro, gli
rimproverò anche l'appoggio da lui dato alla nomina di Giancarlo Caselli a
capo della Procura di Palermo, e che Mannino smentì. Ma in aula, dopo la
deposizione di Aragona, l'ex ministro aveva invece confermato di aver
sostenuto Caselli : "Confermo. Ho appoggiato la
nomina di Caselli, così come la gran parte dell'intera Democrazia Cristiana. Ma non l'ho fatto in cambio di un contratto, di qualcosa: in quel
momento storico, da poco era stato trucidato Paolo Borsellino, era necessario
tirare fuori dalle secche il palazzo di giustizia di Palermo", aveva
detto Mannino. Chiuso il
dibattimento, il 15 aprile scorso il pg Teresi aveva chiesto la condanna dell'esponente politico
a dieci anni di reclusione. La Corte presieduta da Salvatore Virga ha accolto solo in parte questa richiesta e a
Mannino ha inflitto cinque anni e quattro mesi riconoscendolo colpevole di
concorso esterno in associazione mafiosa fino al 1994. 11 maggio 2004 Calogero Mannino,
un onore da 7500 euro Un esempio tipico su come si amministra la
giustizia in Sicilia. I fatti prendono avvio nel 1997, allorché Umberto
Santino, fondatore e presidente del Centro siciliano di documentazione
“Giuseppe Impastato”, già consulente della Commissione Antimafia,
pubblica il libro “L’alleanza e il compromesso”, un’analisi, com’è detto nel
sottotitolo su “mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai nostri
giorni”, editore Rubbettino. Un paragrafo del libro, a pag. 142,
è intitolato “Un anonimo palermitano sul delitto Lima e la strage di Capaci”.
In esso si fa riferimento a un testo anonimo che circolava a Palermo dopo le
stragi del ’92 , secondo il quale Mattarella e
Mannino avrebbero deciso di ridimensionare la corrente siciliana di
Andreotti, accordandosi con Cosa Nostra. In particolare Mannino avrebbe
contattato Totò Riina e chiesto il sostegno elettorale dei corleonesi per alcuni candidati democristiani, offrendo
in cambio la possibilità, per i latitanti, di regolarizzare la propria
posizione, la garanzia di riprendere il controllo dei beni, la possibilità di
gestire i futuri grandi appalti in Sicilia. Gli omicidi, prima di Salvo Lima,
che non aveva fatto fede agli impegni promessi, e poi di Giovanni Falcone,
che aveva individuato alcuni passaggi di queste oscure trame, sarebbero stati
il corollario dello sciagurato accordo, che avrebbe visto coinvolti anche i
servizi segreti : “secondo l’anonimo, scrive
Santino, i servizi segreti sarebbero intervenuti a difesa del capitale mafioso,
la strage di Capaci non avrebbe avuto altro movente che l’azione di Falcone
contro il riciclaggio del denaro sporco. Le autorità
giudiziarie potrebbero scoprire ogni cosa se solo avessero la volontà e la
capacità di cercare”. La citazione di alcuni
passaggi di questa lettera, che non è pubblicata nel testo integrale, porta
Santino a concludere: “Come in ogni scritto anonimo menzogne e verità si
mescolano, e come in ogni scritto anonimo proveniente più o meno direttamente
da ambienti mafiosi o in qualche modo collegabili con essi, il testo contiene
messaggi che i destinatari del documento, specificamente indicati in un lungo
elenco, dovrebbero decodificare. Può essere un’indicazione di piste
valide oppure un’accorta operazione di depistaggio o tutte e due insieme”. Il libro si occupa ancora di Mannino a pag.
159, nel paragrafo “Una stella caduta: l’ex ministro Mannino”, che, dopo la
caduta di Lima diventa “l’uomo più potente della D.C. siciliana”, sino a
quando, il 13 febbraio del 1995 viene incriminato per concorso in associazione mafiosa e arrestato. Il suo processo ha
subito l’ultimo rinvio al prossimo aprile, qualche giorno fa, in attesa che
entrino in vigore i benefici della legge “Pecorella” sull’inappellabilità:
“Alla fine di questa storia, leggiamo sul “La Repubblica”
del 3 marzo 2006, il processo per mafia a Calogero Mannino verrà chiuso
presto e l’unico ad essere condannato sarà il sociologo Umberto Santino”. Ma torniamo ai fatti: nel 1998,
circa un anno dopo la pubblicazione del libro, Mannino cita in giudizio, per
diffamazione, Santino, sostenendo che egli faceva sue, nel libro, le denunce
dell’anonimo: il giudice unico del Tribunale di Palermo, il 15 maggio 2001
condanna Santino al pagamento di un risarcimento di 10 milioni più 5 milioni di
riparazione pecuniaria per avere “diffamato” Calogero Mannino. Santino presenta appello e,
quattro anni dopo, il 7 novembre 2005, con sentenza notificata il 1° febbraio
2006, la Sezione prima civile della Corte d’appello di Palermo rigetta il
ricorso condannando Santino al pagamento di 7.500 euro. La
sentenza non ha lasciato contento nessuno dei due contendenti, che si
riservano di presentare appello: Mannino, che forse intende appellarsi,
perché ha visto deprezzato il suo onore e ritenuta inammissibile la sua
richiesta di risarcimento di 100.000 euro più 25.000 come riparazione
pecuniaria, Santino perché ritiene che “questioni del genere in cui sono in
gioco la libertà di ricerca e d’informazione e l’onorabilità delle persone,
dovrebbero essere decise da appositi giurì d’onore e avere sanzioni diverse
dal risarcimento monetario. E’ davvero singolare che l’onore
venga considerato come un genere da supermercato. C’è da
chiedersi inoltre quale danno sia stato arrecato a personaggi che hanno
continuato la loro carriera politica o si apprestano a riprenderla,
nonostante il loro coinvolgimento in vicende giudiziarie concluse o in corso”.
E’ chiaro il riferimento al “ritorno in campo” di Mannino, che è candidato,
alle prossime elezioni nazionali nell’UDC, al numero due, dopo Cuffaro. La
sentenza riporta alcune motivazioni facilmente contestabili e non ci si può
esimere dal sospetto che dietro di essa ci sia stata l’intenzione di punire
“politicamente” Santino per la sua lunga attività di studioso “non di
regime”: vi si legge infatti: “non vi è agli atti
nessuna prova della notorietà del testo anonimo”; Santino è scambiato più
volte per “giornalista”, gli si addebita di non avere rispettato “il
principio di verità in assenza di una definitiva valutazione in sede penale
delle circostanze riportate” e si parla solo di “diritto di cronaca”. In
pratica la ricerca storica è scambiata per cronaca e il giudizio dello
storico, secondo il quale la lettera anonima comprendeva “verità e menzogne”
viene scambiato per una distorta opinione giornalistica. Va detto che il
testo venne a suo tempo mandato a 35 personaggi pubblici, era già stato
pubblicato integralmente su riviste come “Umanità nova (12 luglio 92),
“Antimafia,” n°2 del 1992 e sul libro di Galasso “La mafia politica” (1993): di questi Mannino ha
citato in giudizio solo Alfredo Galasso, al quale
ha chiesto due miliardi, e Umberto Santino. In un “Appello per la libertà di
stampa nella lotta contro la mafia”, sottoscritto da centinaia di giornalisti
e intellettuali e diffuso dopo le sentenze contro Santino, contro Claudio Riolo, (citato in giudizio da Musotto
e condannato a pagare 118 milioni) e contro Giovanni Impastato, condannato a
pagare 1.500 euro al legale di Badalamenti per avergli dato dell’ “imbecille”, (dopo che costui si era permesso di
infangare la memoria di suo fratello Peppino), leggiamo: “Questi fatti non
rappresentano casi isolati, ma si inquadrano in una preoccupante tendenza
generale alla limitazione del “diritto di manifestare liberamente il proprio
pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”
garantito dall’art. 21 della nostra Costituzione. Negli
ultimi anni, parallelamente a un preoccupante processo di concentrazione
della proprietà dei mezzi di comunicazione di massa, gli attacchi dei poteri
forti alla libertà d’informazione e di opinione si sono moltiplicati e ciò è
tanto più grave in quanto esponenti della prima e della seconda repubblica,
coinvolti a torto o a ragione in procedimenti penali, cercano di far pagare
il conto delle loro “sfortune” a chi esercita per professione o per impegno
antimafia il diritto di cronaca o di critica”. Non si
possono non citare a riguardo le 200 e più denunce
fatte dalla titolare della Distilleria Antonina
Bertolino nei confronti di Telejato, a causa dei
suoi servizi sull’inquinamento da questa causato. Le
principali organizzazioni della società civile (Arci, Libera), si sono
mobilitate in favore di Santino e chiedono l’approvazione di una nuova
legislazione in materia di diffamazione, onde eliminare una prassi “che vede
l’uso della giustizia civile come il terreno privilegiato per rivalse e
ritorsioni”. Chi vuole sostenere economicamente Santino, oltre che la
campagna per la libertà di stampa, può inviare il suo contributo al c.c 10690907 intestato al Centro Impastato, via Villa Sperlinga 15, 90144 Palermo. Salvo
Vitale da Antimafiaduemila Calogero Mannino assolto Dopo 14 anni dall'avviso di garanzia con la quale la Procura di Palermo ipotizzava nei suoi
confronti il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, per Calogero
Mannino, deputato Udc ed ex ministro democristiano è arrivata la seconda
assoluzione nel merito. La Corte d'appello di Palermo, infatti, dopo
l'annullamento da parte della Cassazione della
precedente sentenza di condanna, ha assolto Mannino dalle accuse
chiudendo, nel merito, la vicenda giudiziaria che nel febbraio del 1995 aveva
portato addirittura in carcere l'ex ministro. Secondo alcuni pentiti,
smentiti dall'assoluzione, Mannino sarebbe stato colluso con esponenti di
Cosa nostra e della 'Stidda'. A conclusione del processo di primo grado
Mannino era stato assolto dal tribunale di Palermo, ma in appello venne
condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione. La sentenza di condanna finì
davanti alle Sezioni Unite della Cassazione che la annullò rinviando il
procedimento davanti ad altra sezione della Corte d'appello di Palermo dopo
aver fissato i criteri da considerare nella valutazione del reato
di concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi l'assoluzione decisa dalla
corte d'appello nonostante la richiesta di condanna avanzata dalla procura
generale. Fra i primi a complimentarsi, telefonicamente,
con Mannino per l'assoluzione il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
ed il segretario Udc PierFerdinando Casini. Quest'ultimo ha poi detto che "l'assoluzione dell'onorevole
Mannino ripaga il nostro collega, la sua famiglia e tutta l'Unione di Centro
di tanti anni di ingiuste umiliazioni e amarezze. Lo stato di diritto
ha prevalso ma è il caso di dire: con troppo ritardo" Per il presidente
della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, quella di Mannino è "una assoluzione che fa bene alla Sicilia". Di
chiusura di una "capitolo amaro" parla il
senatore Udc, Salvatore Cuffaro. "Oggi - dice l'ex governatore della
Sicilia che, quando era ancora consigliere provinciale Dc si alzò in piedi,
durante una ormai famosa puntata del 'Maurizio
Costanzo Show' per difendere proprio Mannino raccogliendo bordate di fischi -
dopo lunghi anni di sofferenza per il mio amico Lillo Mannino, per la sua
famiglia e per quanti gli sono stati affettuosamente vicini e gli hanno
voluto bene, si chiude un capitolo amaro. Per me, che non ho mai dubitato
della sua onesta, della sua levatura morale e politica,un
giorno di gioia. Mannino - prosegue Cuffaro
-oggi vede riaffermata, dopo un lungo calvario, la sua figura di uomo
politico, di grande amministratore e di fedele uomo delle istituzioni".
Dell'innocenza di Mannino era convinto anche il senatore
Pd, Marco Follini."Che Mannino non avesse niente a che vedere con la
mafia è sempre stata per me una certezza umana e politica. Ora è anche una certezza giudiziaria". 22 ottobre
2008 |
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