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Banchieri, mafiosi e il Vaticano |
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A V V E N I M E N T I I T A L I A N I |
«Depositati in luogo sicuro vi sono
importanti documenti che vi riguardano, da rendere pubblici in caso di mia morte
violenta». Così risponde agli esponenti mafiosi che lo interrogano, il
banchiere rapito in una strada di Manhattan e condotto fino a Palermo per
rendere conto ai propri clienti di come ha gestito i fondi affidatigli. Si
tratta però, solo di un film a cavallo della cronaca: "Il pentito"
di Squittieri. La realtà ha riservato alla vicenda
Sindona un epilogo alquanto diverso. E del resto, quella che il banchiere
tiene a bada grazie al ricatto non è forse la mafia "perdente",
quella fazione della mafia sgominata dai concorrenti e costretta a ripararsi
nelle mani della giustizia?
Che Sindona abbia fatto
eliminare Ambrosoli perché così conveniva a lui direttamente è un'ipotesi
semplicemente pazzesca. Gliene potevano derivare solo maggiori danni. Nella
vicenda dell'omicidio del liquidatore della BPI, Sindona sembra un semplice
avamposto, il personaggio più esposto a subirne le conseguenze negative. Come
di fatto è avvenuto.
Ma vi è un altro episodio
che mostra la pericolosità della cultura dell'agnosticismo circa il fenomeno
mafioso: il caso Baffi-Sarcinelli, i due alti
esponenti della Banca d'Italia, accusati ingiustamente e costretti ad
abbandonare le loro cariche. Come logico corollario del processo per
l'omicidio Ambrosoli, è venuta la richiesta di un'indagine giudiziaria
sull'attacco alla Banca d'Italia, sulla trama che l'ha resa possibile. In
pratica, sul comportamento del giudice Alibrandi e
su chi vi era eventualmente dietro. Ma c'è un altro aspetto al quale occorre
prestare attenzione e cioè che - nonostante fosse emersa l'assoluta
inconsistenza delle accuse - tuttavia Baffi e Sarcinelli
hanno dovuto lasciare i propri posti. Una decisione che nulla ha a che vedere
con i protagonisti dell'attacco giudiziario agli uomini di via Nazionale, ma
che è maturata naturalmente. Un aspetto questo che nessuno si è mai dato la
briga di approfondire. Anche perché vi è poco da capire: i meccanismi di
potere funzionano così. da "I Siciliani
settimanale", 2 aprile 1986 Francesco
Pazienza, Calvi e Marcinkus Nel Calvi mi sembrava perciò un degno
interlocutore per venire a capo, in qualche modo, alla vicenda dei documenti compromettenti
su Marcinkus Era dal settembre 1978 che non
incontravo Calvi, dopo quella prima volta a
Washington, quindi non mi sembrava una mossa appropriata riapparire dal nulla
quasi tre anni dopo cercandolo per telefono nei suoi uffici di Milano.,
Probabilmente lui neppure ricordava chi fossi. Avevo perciò la necessità di
una presentazione, che naturalmente doveva provenire da una persona di una
certa autorevolezza.Quindi
una mattina, ai primi del 1981 chiesi a Flaminio Piccoli, segretario
nazionale della DC, se poteva usarmi la cortesia di fissarmi un appuntamento
con Calvi, nel corso del primo passaggio del banchiere a Roma. La mia intenzione era questa. Dopo
che in Svizzera, presso l’avvocato Duft di Zurigo,
ero riuscito a mettere le mani sui documenti compromettenti per Marcinkus che la fazione a lui opposta in Vaticano stava
cercando, ero di fronte a due possibilità. O consegnavo le carte scottanti al
generale Santovito, oppure le toglievo dal “mercato”
e le facevo recapitare al presidente dello IOR, direttamente o
indirettamente. Se avessi consegnato il dossier al
capo del SISMI, ero certo che lui l’avrebbe a sua volta le avrebbe girate al
principale avversario di Marcinkus, il cardinal Casaroli. E tale consegna sarebbe avvenuta attraverso
l’onorevole Andresti, protettore di Santovito, o
tramite il segretario di Casaroli. In questo caso,
il danno sarebbe stato enorme per Marcinkus, e
neanche il Papa non avrebbe potuto far niente. Avevo bisogno di trovare un canale
di comunicazione con lui. E Calvi, che notoriamente era considerato un
<< suo uomo>>, poteva essere la persona giusta. Mi ripromettevo
di consegnare a lui la documentazione in mio possesso, che tra l’altro era
solo una parte del fascicolo contro Marcinkus.
Potevo ripresentarmi a Calvi da solo, ma la cosa prendeva tutt’altro aspetto
se arrivavo a lui col viatico del segretario della DC. Piccoli accolse la mia richiesta
senza particolari problemi e mi combiò
l’appuntamento per il 10 marzo in un ufficio di via della Conciliazione che
apparteneva a un commercialista trentino amico suo.
Alle sei del pomeriggio di quel giorno arrivai puntuale al rendez-vous. Il
professionista mi accolse e mi introdusse in una stanza in cui il banchiere
mi stava aspettando da pochi minuti. Era la prima volta che mi ritrovavo
a quatt’occhi con il “ banchiere di Dio”, come lo
definiva la stampa anglosassone per le sue strette correlazioni con le
finanze e investimenti”spavaldi” del Vaticano. Sarò frivolo, ma mi sembrava che da
quel giorno del settembre A volte, durante la conversazione,
se ne usciva con espressioni di tale naivetè
che sembravano false e affettate. Ma in realtà no era così. In quei suoi
atteggiamenti era realmente sincero, anche se riuscire a comprenderlo era un
autentico rompicapo. Non pronunciava mai un concetto o
un’espressione chiara e diretta, mai una frase o una parola che non
fosse lontana anni luce da qualsiasi forma scurrile o anche sconveniente. Il
tutto sempre con un tono di voce che metteva a dura prova le facoltà uditive
dell’interlocutore. Visto che ero stato io ad aver
richiesto l’incontro, affrontai subito il problema che mi stava a cuore.
<< Presidente, si ricorda di me?>> gli dissi dopo avergli stretto
la mano. < Ci siamo visti e conosciuti a Washington, nel settembre 1978,
alla riunione del Fondo monetario Internazionale insieme con Scaglione e
Rinaldi>>. << Sinceramente non mi sarei rammentato di lei, se non
fossero usciti alcuni articoli di giornale nelle scorse settimane che hanno
pubblicato il suo nome e la sua fotografia parlando della visita di Flaminio
Piccoli negli Stati Uniti, e quindi leggendo questi articoli mi sono
ricordato di lei, e di averla conosciuta >>, rispose con grande
schiettezza. Aggiunse:<< Che fa a Roma? Se
non sbaglio, ricordo che durante il nostro fugace incontro precedente, mi
disse di abitare da lungo tempo a Parigi>> <<Presidente>>,
osservai, << da circa un anno sono un consulente dei servizi segreti
italiani, e mi sono trasferito a Roma. Ora però mi sono stufato e
probabilmente tornerò a Parigi, dove ho ancora il mio appartamento>> La storia dei servizi segreti
sembrò interessare molto Calvi. Raffreddai immediatamente la sua fantasia
dicendogli che d’interessante non c’era proprio nulla in quel genere di
lavoro. Dopo una mezz’ora di altri preamboli, entrai nel vivo della
conversazione spiegando con una certa durezza il motivo del nostro incontro e
perché fossi stato io a sollecitarlo: << Voglio informarla che
all’interno del Vaticano sono in corso alcune manovre che tendono a mettere
in grave difficoltà il suo amico e alleato Paul Marcinkus>>. Cercò di no far trasparire alcuna
particolare reazione. Mi chiese: << Come fa a sapere che Marcinkus è un mio amico o, come dice lei, un mio
alleato?>>. << Presidente>>,
risposi, << questo è un fatto che definirei di pubblica notorietà, per
lo meno per quanto riguarda gli ambienti finanziari italiani e
internazionali>>. L’incontro duro un paio di ore. Alla fine Calvi mi
chiese se poteva rivedermi a Milano entro pochi giorni. Non c’erano problemi,
fissammo per il giorno tredici, alle nove del mattino, nel suo ufficio al
Banco Ambrosiano. L’incontro successivo fu ancora più
chiarificatore. In quell’occasione mi domandò quello che non aveva avuto il
coraggio di chiedermi nell’appuntamento in via della Conciliazione: <<
che tipo d’interesse ha a svelarmi tutto ciò che in Vaticano le hanno chiesto
di fare contro Marcinkus e di riflesso contro di
me? >> Senza metafore gli risposi:
<< E’ molto semplice. Le informazioni in mio possesso mi fanno ritenere
che indebolire Marcinkus significi
indebolire Sua Santità, e soprattutto quanto il papa sta facendo contro
l’Unione Sovietica. La battaglia contro Marcinkus
altro non è che una battaglia contro il pontefice e la sua “politica”nei
confronti del blocco comunista. E poi mi creda, dottor Calvi, le sto
raccontando tutto questo poiché mi sono stancato di fare lo spook , cioè il fantasma, come si dice in termini anglosassoni.
Insomma, non mi diverto più in mezzo a tutti questi incapaci, mi manca il
mondo degli affari. Ogni bel gioco dura poco. Il mio lo considero finito e ho
deciso di tornarmene a Parigi.>>. Di fronte a queste parole, Calvi
rilanciò: << Senta dottor Pazienza, e se invece di tornarsene a Parigi
lei rimanesse qui in Italia? Penso che potrebbe lavorare come mio consulente
personale>>. Aggiunse: << Comunque, sarebbe opportuno che
riferisse direttamente anche a monsignor Marcinkus
quanto ha raccontato a me. Ma dovrà trovare da solo la maniera di
incontrarlo, poiché io non faciliterò questo contatto>>. Tutto questo mi parve un po’
bizzarro, tuttavia risposi:<< D’accordo. Troverò io il modo di
conoscerlo. E’ chiaro che gli riferirò anche di aver già illustrato a lei la
situazione. E, qualora ci dovessimo accordare sulle modalità della consulenza
che lei mi propone, riferirò a Marcinkus anche di
essere il consulente del dottor Roberto Calvi>>. <<Sono perfettamente
d’accordo>>, rispose il presidente del Banco Ambrosiano. Subito dopo trovammo un’intesa per
quanto riguardava il mio nuovo incarico professionale. Io non aveva mai fatto
l’impiegato di nessuno, e quindi, avrei operato sulla base di una <<
commissione>> calcolata su ogni operazione che fossi riuscito a
concludere per conto di Calvi e della sua banca. Per questo accordo non avevo
bisogno di alcun foglio scritto, ma solo ed esclusivamente della sua parola
d’onore. Potrà sembrare strano, ma in certi ambienti questo ha ancora un
valore. Prima di scambiarci i numeri di telefono e di telex, compresi quelli
riservati e personali, conclusi dicendogli:<< Da questo momento può
considerare automaticamente acquisito da lei e dalla sua banca tutto il
circuito di relazioni internazionale che ho allacciato in tutti questi anni
in giro per il mondo>>. Ci stringemmo la mano e ci salutammo.
Cominciava il gran ballo, si aprivano le danze. Francesco
Pazienza |
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