I Sant’Antonio sono (almeno) due. Ma a questo non pensarono
gli organizzatori di una conferenza in onore di S.Antonio
Abate. Che invitarono da Casa Professa un dottissimo gesuita,
un uomo illuminato e facondo, che come principiò a parlare pareva che il
piccolo salone dell’oratorio si riempisse delle sue parole come una serra di
fiori iridescenti. Solo il padre arciprete e il professor Navarra, con diverso stato d’animo (sgomento il primo,
divertito il secondo), si accorsero che il dottissimo,
per malinteso, enarrava i miracolosi avvenimenti
della vita di Sant’Antonio, sì, ma da Padova.
L’arciprete, la lunga tonaca trattenuta dalle mani ossute, scivolando lungo la
parete uscì dalla sala e corse in fretta nell’ufficio, dove scrisse un
imbarazzato biglietto che fece recapitare da un chierichetto direttamente
all’oratore. Questi, sul podio, veleggiava ormai verso l’approdo
finale della sua prolusione. E non si scompose.
Continuò a raccontare quanto prodigiosa fosse stata la vita del Santo, quanti
segni della grazia contenesse il suo cammino terreneo, e quanti miracoli egli continuasse a dispensare,
generosamente, dal regno di là. “Ebbene” - disse -
“questo e molto altro ancora, durante e oltre la sua terrena esistenza, ha
fatto e continua a fare Sant’Antonio da Padova. Ma è
nulla, in confronto a Sant’Antonio Abate!”
Ricordandomi di questo aneddoto, raccontatomi da mio
padre (autentico, pare, ma chissà dove e quando accaduto), aspetto che il
Maestro compia i consueti gesti apotropaici che già altre volte, in altri
contesti (erano le prove di uno spettacolo teatrale), gli avevo visto fare:
accende una sigaretta, sistema il pacchetto e il portacenere, un bicchiere e
una bottiglia lungo l’immaginaria linea di un fronte che attraversa il tavolo
del disimpegno condominiale in cui mi riceve, nella sua casa romana. Penso ai
due santi e che, fatalmente, anche noi finiremo a parlar d’altro.
Vivacqua: Ci aiuta a capire la mafia, la
letteratura?
Camilleri: Analizzare la mafia è compito degli
storici, dei sociologi, se hanno voglia di farlo. Non è compito di narratori o
romanzieri, che inevitabilmente finiscono coll’alterare
la realtà, per ricondurla a parametri narrativi e fantastici loro personali. Se sulla mafia possono esistere depistaggi,
probabilmente vengono dai narratori, i quali finiscono per innamorarsi dei loro
personaggi. Porto un esempio elementare: Piccola pretura, di
Giuseppe Guido Loschiavo (romanzo dal quale Pietro
Germi trasse il film In nome della legge), siciliano, magistrato, che ci
presenta con una certa simpatia il personaggio di Turi Passallacqua,
capo-mafia. Lo stesso avviene, in fondo, con Il giorno della civetta, di
Leonardo Sciascia: Don Mariano è un sottile
ragionatore, con una esperienza contadina di saggezza,
per cui, in un mondo che inesorabilmente si corrompe, si finisce per trovarci
anche dei lati positivi. Nella realtà, i mafiosi lati positivi
non ne hanno nessuno. Sono puri delinquenti, più o meno organizzati, più o meno
intelligenti, con sulle spalle morti e stragi. Questo
è il punto di partenza, per una serena valutazione del fenomeno: i mafiosi sono
dei pericolosi fuorilegge. Perché, poi, nei secoli trascorsi,
divennero fuorilegge, è un altro discorso. Come tutte
le trasgressioni del vivere comune - non parlo neanche della legge - anche la
mafia ha conosciuto una escaletion vertiginosa, per
cui un mafioso, a me personalmente (ché io posso parlare solo per esperienza
personale), 20 anni fa, avendogli chiesto perché si trasferisse in Canada, potè rispondermi, quasi fosse un prefetto, “perché questo
paese è diventato e diventerà sempre di più ingovernabile”. Neppure lui si
riconosceva più nelle mutate leggi della mafia.
V: “Il mafioso simpatico”: alcuni anni fa lo scrittore Sebastiano Vassalli
mosse ad un Leonardo Sciascia già morto un infamante
accusa di apologia.
C: Vassalli è, se così posso esprimermi, un perfetto
imbecille. Non ha, intanto, il minimo senso, nonché
della storia, della cronologia. Quando Sciascia scriveva di mafia, della mafia non si parlava nel
modo più assoluto. Avere tirato un sasso in piccionaia è un merito enorme di Sciascia, come è stato un enorme
rischio per Sciascia. Sciascia
comprese un aspetto importante del mafioso: la vanità. Aspetto
trascurato, che pure potrebbe far cadere molti merli nella rete, se gli
inquisitori non fossero piemontesi o veneziani o fiorentini. A Catania,
nel ’60, provavo l’adattamento teatrale de Il giorno della civetta (che io non
potei terminare per ragioni esclusivamente personali). Durante le prove dissi a Sciascia “Leonà, chisti n’ammazzanu”. “No”, rispose, “li vedrai tutti in prima fila”.
Aveva ragione. Vassalli è assolutamente nel torto. Non
si può accusare Sciascia di viltà. Lo
si può “accusare” di avere fatto letteratura, che non ha nulla a che
fare né col coraggio né colla viltà, ma con le ragioni narrative. Cosa che
Vassalli non sa. O finge di
non sapere.
V: Se non la letteratura, chi può aiutarci a capire? Ci sono le inchieste
giudiziarie, è vero, sebbene io creda che anche il giudice che indaga, anche il
processo vadano colti come una parzialità del
fenomeno.
C: Bisogna affidarsi agli studiosi, a chi non si limita allo studio del solo
processo penale, ma vada alla ricerca delle ragioni
profonde della mostruosa evoluzione della mafia. Non soltanto ai giudici
bisogna affidarsi. Quando Romano o Hesse
scrivevano i loro saggi sulla mafia, i grandi processi non si sognavano
neppure; la mafia era un blob, indefinita e indefinibile. Può e deve esistere una analisi a priori, corroborata, a posteriori, dalle
risultanze dei processi. Ma senza le analisi degli specialisti, dei
professionisti (usiamo questa espressione in un senso
diverso da quello che intendeva Sciascia, che la
riferiva solo ai giudici) non si va lontano. E’ una storia così complessa, così
sorprendente... Le porto un esempio. Nel 1875 il
parlamento italiano decide di fare un’inchiesta sulle condizioni socio-economiche della Sicilia. Anche
se non lo scrissero esplicitamente, fu la prima inchiesta dello stato unitario
sulla mafia.
V: La presero da lontano. Non menzionarono direttamente la Sicilia: “la Romagna e altre province”; sembra incredibile, ma
scrissero proprio così.
C: Si, fecero il giro largo. Di quell’inchiesta
parlamentare, è stato pubblicato, tanti anni fa, da Cappelli, il resoconto
stenografico parziale: 3000 pagine (che per me è stata una miniera: c’ho ricavato 4 libri). Cento anni dopo (non c’è più il
regno ma la repubblica) ritroviamo un’altra commissione parlamentare
d’inchiesta sulla mafia, i cui atti vengono
pubblicati, in 3 volumi, dalla Cooperativa degli scrittori. Ebbene, a parte
qualche trascurabile differenza di stile, risulta
assai difficile distinguere tra l’una e l’altra inchiesta: identiche le domande
dei commissari, identiche le risposte delle persone “sentite”. Questa è una
cosa agghiacciante, che io ho potuto costatare comparando gli atti delle due
inchieste: in 100 anni non si è mosso assolutamente nulla; la connivenza tra
certi poteri dello stato e la mafia c’era già nel 1875, c’era ancora un secolo
dopo. Sarebbe un bel campo di studio. I processi giudicano responsabilità di uomini; ma le radici sotterranee dei fenomeni... Le dirò
del caso della Bolla di componenda1, inviata dal Generale Casanova, in 12
copie, al presidente della commissione del 1875, affinché ciascun membro avesse
la sua. Ebbene, provi ad andare all’Archivio di stato:
non ne troverà nemmeno una copia. Fatte sparire. Già allora esistevano questi
incredibili addentellati fra mafia e potere.
V: Prima della svolta terroristica dei Corleonesi,
la mafia era avvertita come una delle tante articolazioni della società
siciliana; il mafioso aveva una visibilità sociale, e specialmente nei paesi,
che non scandalizzava quasi nessuno. Pur essendo
un’associazione criminale, la mafia poteva godere di una tranquillizzante
dimensione borghese.
C: La mafia, come tutte società di produzione e di sviluppo del capitale - ché questo è, la mafia - subisce delle modificazioni, anche
tecnologiche. Oggi è inutile che si contesti che un tempo la
mafia contadina ubbidiva a certe regole. Solo chi non conosce la mafia, può
sostenere che è sempre stata la stessa cosa. La mafia contadina osservava certe
regole, che noi possiamo anche contestare, ma erano le loro regole. Il mafioso,
nei paesi, era una specie di supplente, che non riceveva compenso dalla stato, in qualità di giudice conciliatore, o di
esecutore di opere di alta e bassa giustizia, ma se lo guadagnava, il suo stipendio,
sul campo (parlo, evidentemente, per paradosso). Il mafioso era quindi
tollerato, perché conteneva il disordine malavitoso entro certi limiti. Quando,
rarissimamente, si sparavano e si ammazzavano, la gente per bene e le forze
dell’ordine dicevano: “meno male, uno di meno; fatti
loro”. E “fatti loro” contiunuammo
a dirlo per anni, fin quando ci accorgemmo, dolorosamente, che erano anche
fatti nostri. Ma il risveglio è stato tardivo,
e duro, e sgradevole. In questo senso, esistevano rapporti tra mafia e stato.
Poi i rapporti si fecero più complessi, ma con la politica, che è altro discorso.
Nel 1943 avvenne il vero mutamento: con lo sbarco degli alleati
la mafia prese il potere in prima persona, mentre sotto il fascismo,
avendo preso le batoste dal prefetto di ferro, era, come dicono i massoni, in
sonno (si ricordi Sciasia, il quale sosteneva che,
paradossalmente, l’unica libertà goduta dai siciliani fu la libertà dalla
mafia, durante il ventennio). Nel ‘43, su 80 comuni della provincia di Palermo,
in ben 60 furono nominati sindaci, dall’Amgot, degli
uomini d’onore: da allora, il problema è consistito nel sottrarre alla mafia il
potere che le venne consegnato. Oggi la mafia è
strettamente legata alla politica, ma non solo alla politica (che è modo passatista
di intendere il problema): alle grandi banche, alle grandi industrie; di certo
non è più la mafia contadina di Totò Riina, ché quella ancora mafia contadina è, e come tale, in
liquidazione.
Nel ‘50, un mafioso di Girgenti, Cola Gentile, mi
disse “chi spara non è un mafioso, ché anche lei, che
è uno studente, con un revolver saprebbe sparare; mafioso è chi riesce a
convincere che una certa cosa è nell’interesse di tutti”. Era un altro
concetto.
V: Mi pare interessante la differenza, che lei vede, tra una fase in cui la
mafia teneva rapporti con lo stato, ed una successiva in cui in rapporti li ha
con la politica.
C: Si tratta di un’intuzione; non è cosa che possa
comprovare. Pensiamo ai primi del ‘900: le domande che
maggiormente inquietavano erano, allora, come fosse possibile che il tale
prefetto avesse accordato il porto d’armi al tale mafioso; come fosse accaduto
che il tale uomo d’onore fosse riuscito ad evitare il confino. Ci si stupiva,
insomma, dell’acquiescienza dello stato verso il potere
mafioso. Ebbene, tutto ciò avveniva per quelle ragioni
di supplenza di cui abbiamo parlato. Non sempre era possibile inviare i
bersaglieri, a repirmere nel sangue le rivolte, a disrtruggere, a bruciare le case, come ai tempi di C.A.
Dalla Chiesa, nonno. Generale che, sostiene Minghetti,
prima fucilava e poi si preoccupava di capire chi avesse
fucilato (e questo veniva detto tranquillamente in parlamento). Quella
era la repressione cieca e sorda, che beccava il contadino in armi, ma non chi
l’aveva messo in armi. Come nasce, questa benedetta unità d’Italia? Nasce da
un’idea, diciamolo, di colonizzazione delle regioni
meridionali, la cui annessione non avvenne con pari diritti e dignità al resto
del paese. Nel sud mandarono i migliori generali di cui disponevano; generali
come Casanova, che non finirò mai di amarlo, piemontese com’è, perché tentò, in
un anno e mezzo, di capire le ragioni storiche dei siciliani. Era mosso dal
desiderio, dall’ansia di sapere, di capire, anche se indossava una divisa da
generale. Ma mandarono anche il peggio
dell’amministrazione. I prefetti, i questori che vennero
spediti nel meridione, celavano più di uno scheletro nell’armadio - ché venire
nel sud era, allora come ora, una condizione svantaggiosa - smaniosi di rifarsi
una carriera, a prezzo di compromessi e concessioni; campo utile, vasto per chi
il potere vuole giocarselo in un certo modo. Nel ‘43 avvenne, come detto, che
la mafia si espose direttamente, nella gestione amministrativa della
ricostruzione, ed allora avvertì la necessità di avere dei rappresentanti
nazionali, debitamente eletti, democraticamente eletti, rendendosi conto che
quel potere non era assoluto, relativo piuttosto, modificabile dal Parlamento.
Se occoreva scendere in questo campo, si pensò, tanto
valeva che lo facessero dei rappresentanti del popolo, salvo che poi erano
eletti coi voti della mafia. Ai primi del ‘900 noi sappiamo di un solo deputato in odor di mafia,
quel Palazzolo che troviamo nel caso Notarbartolo. Negli scorsi
parlamenti, regionali e nazionali, i deputati saputi in odor di mafia erano una
decina, senza voler mancare di rispetto agli altri; e non dico sospettati di
collusione, come Mannino, dico decisamente mafiosi. Parlo, per non fare nomi,
di Tano Di Leo, che tutti sappiamo chi e cosa rappresentasse;
parlo di Bernardo Mattarella.
Sono stato esplicito? Oggi, la storia è ancora un’altra: la
linea non è più mafia-politica; oggi è mafia-grandi società-banche-politica:
ancora più cripto-mafia, assai più forte di prima.
V: Lei ha detto che la mafia dei corleonesi è
ancora mafia contadina, ormai in liquidazione, sostituita da una nuova e più
temibile mafia. La storia di questo fenomeno ci insegna
che la mafia è proteiforme, che posside la capacità
di digerire il proprio passato, eliminando le scorie e gli scarti della sua
produzione criminale. In quest’ottica, oggi il
pentito di mafia agisce come il fattore enzimatico essenziale di un processo
metabolico di rigenerazione della organizzazione,
dell’organismo mafioso. Sintomatico esempio, Agrigento: qui,
i pochi, per la verità, collaboranti, hanno consentitio
di smascherare mafiosi già catturati o morti, senza nulla sapere o voler dire
sui ranghi attivi delle cosche: chi comanda? quali
sono i nuovi equilibri? restano domande senza
risposta.
C: La giustizia colpisce per ciò che è stato, per un delitto compiuto, per un
ricatto, per un sequestro operati; cioè, la giustizia,
rispetto al presente è sempre un passo indietro. Quando
un pentito ci racconta la strage di Capaci, come avvenne, chi la decise, chi la
eseguì, nel frattempo le cose si sono sideralmente
modificate; tra il fatto e il suo resoconto, esiste già una distanza stellare.
Gli uomini che hanno preso parte a quello spaventoso gesto criminale, sono
uomini da bruciare e da lasciarsi bruciare. Questo è un aspetto che viene tralasciato, mentre dovremmo considerarlo, non fosse
che per l’esperienza dei grandi processi staliniani, laddove persone innocenti
si dichiarvanono colpevoli di cose mai commesse,
venivano fucilate e i loro fucilatori fucilati a loro volta, nel macabro
tentativo di cancellare il tremendo crimine che andava compiendosi. Nel caso
dei pentiti di mafia, si tratta di uomini colpevoli,
che confessano e accusano, perché sanno che il loro tempo si è fatto, e nelle
loro dichiarazioni c’è, probabilmente, un patteggiamento a priori con la
giustizia, ma anche con la loro parte. Di questo sono convinto. Ecco che la difficoltà della magistratura, e la sua intelligenza,
consiste nel capire fin dove arriva il patteggiamento, cosa dicono e cosa
tacciono costoro.
Quello che avviene è il segno di una radicale evoluzione all’interno della
mafia, di cui noi oggi ignoriamo assolutamente i termini. Ma se ci limitiamo -
ritorno al discorso di prima - a guardare il fenomeno esclusivamente attraverso
le categorie della giustizia, lo conosceremo, nei suoi termini, solo a
posteriori, fra 10 anni, quando ci sarà stata un’ulteriore
evoluzione, ché la mafia, a questo modo, può essere colpita solo nel tempo del
suo mutamento, del suo cangiamento, ma per ciò che è
stata, mai per ciò che è. Se le diamo il tempo di radicarsi all’interno di una
nuova e diversa struttura, e noi impieghiamo 10 anni
per conoscere quella struttura, conosciuta, sarà gia fatiscente, obsoleta, e
chiunque potrà pentirsi e raccontare qualunque cosa, che non avrà nessuna
incidenza.
V: Il pentitismo può dunque essere paragonato ad un
antibiotico che, mentre libera la società dalle decadenti colonie batteriche,
dalle vecchie infezioni, induce il generarsi di nuovi ceppi resistenti,
refrattari: una nuova leva di super-mafiosi?
C: Può anche darsi, chè noi,
lo ripeto, non conosciamo affatto questo mutamento. Quando lei parla di
“antibiotico”, coglie esattamente il problema: le mosche sono diventate
resistenti al ddt, ma ce ne accorgiamo
dopo averne sparse migliaia di tonnellate. Esiste il problema della gestione
dei pentiti, che è enorme, ma compensato dall’utilità di poter colpire gli
autori di omicidi, di massacri. Non sono altrettanto
persuaso che il pentito sia utile per aiutarci a capire lo sviluppo,
l’evoluzione della mafia; può storicizzare, ma nel momento in cui lo cogliamo
nelle sue rivelazioni, egli è gia out, fuori dal
gioco, e nulla potrà dire di ciò che è accaduto il giorno dopo. La mafia è un
tale fenomeno... perché non la si considera una
società a geometria variabile? forse adoperando
geometrie non euclidee, è possibile coglierne gli
sviluppi, le mutazioni. Ma questo non è compito dei
magistrati. Dello studioso.
V: Superato lo sbalordimento iniziale (ché
sbalorditi lo siamo stati tutti, apprendendo che dei mafiosi “parlavano”), qual’è oggi il più diffuso stato d’animo dei siciliani, nei
confronti dei pentiti?
C: I siciliani, per un residuo del loro carattere originale, considerano il pentiti degli squallidi delatori (ma ricordiamoci che il
117, il numero dell Finanza per denunciare gli
evasori fiscali, ha fatto insorgere tutta l’Italia). Si consideri che,
generalmente il pentito è un gregario, un manovale del crimine organizzato, un
assassino puro e semplice che fa orrore ai suoi stessi compagni (come Brusca,
che finge di pentirsi), cosa che avvalora di più la miserabilità di questi
individui. Il siciliano apprezzerebbe il suicidio in carcere. Verso chi “parla”, il siciliano avrà sempre, per lo meno, un
atteggiamento critico. Ma non è l’opinione pubblica che conta: conta,
con cinismo, quanto ci rendono i pentiti, ai fini
della giustizia. Esiste, come dicevo, un problema di gestione di quello che è
diventato un fenomeno di massa. Per manovrare questa gente, occorrono uomini
dello stesso stampo. Può apparire blasfemo, ciò che dico. Me ne
assumo ogni responsabilità: per gestire i pentiti ci vogliono uomini
come Falcone e Borsellino, i quali riuscivano, misteriosamente, a girare una
corda nel loro cervello, ed entrarvano in sintonia coi
mafiosi, come fossero essi stessi mafiosi. Solo che, se Dio
vuole, erano da questa parte della barricata. Ma
sono rarissimi, e micidiali per la mafia; tant’è vero
che sono stati fatti fuori. L’intelligenza mafiosa ha capito perfettamente che
il vero pericolo veniva da questi omologhi rovesciati, i soli che abbiano mai
ottenuto delle vere confessioni, che abbiano saputo istaurare un difficilissimo
dialogo. Sembra paradossale, ma è tutt’altro che
offensivo, è anzi un omaggio che io rendo alla loro intelligenza, alla loro
sensibilità. Penso, e lo dico da uomo, allo sconvolgimento che si deve provare
a raccogliere la confidenza di un mafioso, di un assassino, di uno dell’altro
fronte, senza essere un prete, senza avere, cioè, la
risorsa del perdono: “non ti affido a Dio, ti mando in galera”. Io ho ammirato
queste persone, al di fuori della loro leggenda, che vorrei non ci fosse, perché il mito ci allontana da uomini che facevano,
che sapevano fare il loro lavoro. Sono rari: difficile sostituirli. Non si possono mandare 25 giovani sostituti procuratori a gestire migliaia
di pentiti, perché l’inganno, la confusione, e anche la malafede, sono
possibili in ogni momento.
V: Ritorniamo all’evoluzione della mafia. In che senso la
mafia di un tempo era un'altra cosa?
C: Negli anni trenta, si aggirava per la nostra campagna, a Porto Empedocle, un
pastore, un mafioso vero, i cui figli ebbero poi
grosso nome nella mafia dell’agrigentino. Il suo giro
d’affari, come si direbbe oggi, non era quello che noi possiamo
immaginare, ché quella era una mafia povera. Dalla mia casa in paese alla
campagna c’erano alcuni chilometri di spaventosa trazzera,
e, quando di notte non c’era un po’ di luna, il buio era veramente
impressionante. Mia madre, all’imbrunire percorreva quel tragitto, sempre con
un certo patema di cuore, Una sera, all’altezza del cimitero, appena fuori il
paese, s’imbattè nel pastore, che, essendo zoppo e
senza un occhio, perso per una coltellata, non era certo un’apparizione
consolante. “Signura” disse a mia madre, “sula si nni va p’a campagna, a st’ura di notti?”
e l’accompagnò. “Mai”, mi raccontò poi mia madre, “mi sentii tantò sicura, come la notte in cui feci la strada con quell’assassino”.
Un altro episodio. Nel ‘43, mi trovavo ad Augusta, dove
prestavo servizio presso la base navale. La notte tra il 9 e il 10
luglio, verso le due, mentre spalavo i morti dalle case sdirrupate
dai bombardamenti, un compagno mi avvisò: “sbarcaru”. Non ci stetti a pensare:
uscii dalla base, buttai la fascia che avevo al braccio con su scritto CREM,
Corpo Reale Equipaggi Marittimi - per il resto ero in borghese - feci il
periplo della Sicilia e in sei giorni, mentre gli americani dilagavano, arrivai
alla linea di fermo su Serradifalco, dove i tedeschi
della Hermann Goering si
difendevano. Riuscii a passare, in un modo o nell’altro, e ad arrivare al mio
paese. Pochi giorni più tardi, in piena emergenza e con la scarsità di ogni genere di risorse che c’era, io ed un mio zio
andammo in campagna per la raccolta delle patate. Avevamo, per questo, addrugato uomini e donne. Ricordo che era
una notte luminosissima di luna. Sentimmo un tramestio, ci affacciammo
cautamente: ci stavano derubando del raccolto. Erano diversi uomini, muniti
dell’occorrente, asini e tutto. Scendemmo, io impugnando una pistola, una S.W. a 5 colpi, dei tempi di Tommy
Mix (fortunatamente non sparai, ché mi sarebbe esplosa
in mano), mio zio un vecchio fucile. Ci appostammo: mio zio sparò un colpo.
Niente! Quelli parvero non udirlo neppure. Solo uno, il
capo ciurma, che ci voltava le spalle, rimestò in una bisaccia, ne cavò una
bomba a mano e ce la tirò contro. Noi andammo via, e loro proseguirono.
All’alba, ’ndringhiti e ’ndranghiti, arrivò il mafioso con le sue pecore. Ci vide
pallidi: “chi successi”? E
mio zio, “i patati n’arrubbaru”.
Il pastore sbiancò: “a mia!” disse; e l’esclamazione
significava, “hanno fatto questo, in un territtorio
controllato da me!” Lasciò le pecore e sparì. Alcuni giorni dopo, a Porto
Empedocle, bussarono alla porta di casa mia. Aprì mia madre: due uomini in
ginocchio. “Signura”, disse uno, “qua sotto ci sono
le patate”.
V: Tra quella mafia è questa di oggi, dunque,
sarebbe vano cercare una continuità?
C: Ed anche sbagliato; come vano e sbagliato è cercare una continuità tra i Brusca i Bagarella i Riina e quelli che ancora non conosciamo: non una
continuità, bensì una trasformazione del tipo Dr. Jekill
e signor Hyde.
Giandomenico Vivacqua