Parla poco, Totò Rima. Ma
quando parla lascia il segno. O meglio, lo lascerebbe
se qualcuno riportasse le sue dichiarazioni. L'ultima volta che parlò, nel '94,
fu per difendere Andreotti dai pentiti e dalle toghe
rosse, e per mettere in guardia il governo Berlusconi
da «Caselli, Violante e Arlacchi»,
tutti fottuti «comunisti». Poi un lungo
silenzio. Fino a due mesi fa quando, davanti alla Corte d'assise di Firenze che
lo sta processando per la fallita strage del novembre 1993 allo stadio Olimpico
di Roma, il boss dei boss è tornato a parlare. Riina
non è un pentito, è un irriducibile.
Ma uno strano irriducibile, che
lancia messaggi, come se avesse qualcosa da dire se qualcuno lo volesse
ascoltare. In una
precedente udienza aveva alluso alla «trattativa» tra Stato e mafia che avrebbe
portato al suo arresto nel 1993: confermando una voce ricorrente sulla sua
«consegna» da parte dell'ala provenzaniana di Cosa
nostra, ostile alla strategia stragista del 92-'93 e
favorevole alla «convivenza» fra Stato e Antistato. I1 10 marzo di quest'anno, Riina ha allargato il
discorso (pubblicato integralmente dalla rivista Antimafia 2000): «Signor presidente, la verità è che io forse allo Stato servo
per parafulmine, perchè tutto quello che succede in
Italia... si imputa a Riina... Riina
sta bene per tutte le pietanze, per tutte le protesse (sic) ». Fin qui è la
solita lamentazione - nemmeno troppo originale - sul «non poteva non sapere» e
sui «teoremi» dei pentiti. Poi però Rima parla del «processo Falcone», cioè per la strage di Capaci. Ed entra nello speci=tco, facendo riferimento a
un misterioso «aereo nel cielo nel mentre che scoppiava la bomba. Questo aereo
non si può trovare di chi è, allora quindi si condanna Riina».
Allusione sibillina, che andrebbe approfondita. Poi
passa a parlare della strage di via D'Amelio che costò
la vita a Paolo Borsellino e alla sua scorta: «Lì sul monte Pellegrino c'è
l'hotel, e nell'hotel ci sono i servizi segreti e quando succede che scoppia la
bomba i servizi segreti scompaiono, però non vengono
mai citati perchè si condanna a Riina,
perchè l'Italia così è combinata...».
L"'hotel" sul monte Pellegrino è il castello di Utveggio, che domina Palermo dall'alto e su cui ha a lungo
indagato il vicequestore Gioacchino Genchi,
consulente della Procura di Caltanissetta nei
processi per le stragi e di quella di Palermo per il processo Dell'Utri (e tanti altri). In quel castello aveva sede il Cerisde, una filiale coperta del Sisde.
Di solito, la domenica, quegli uffici erano deserti. Ma
la domenica 19 luglio '92, curiosamente, erano in piena attività, tant'è che risulta dai tabulati che qualcuno c'era e
telefonava. A chi? Appena iniziarono le indagini per
appurarlo, la base fu frettolosamente abbandonata. E
il Sisde, interpellato, negò che vi lavorassero uomini
dei servizi sotto copertura. Genchi ha trovato tracce
di contatti telefonici fra i centralini del Cerisde e
i killer di Borsellino e, al processo di Caltanissetta,
s'è detto convinto che qualcuno ostacolò le indagini
su quegli inquietanti contatti.
Teoremi? Dietrologie? Nemmeno per sogno. Nella sentenza
della Corte d'assise nissena che a fine 2002 ha
inflitto 13 ergastoli ai presunti carnefici di Borsellino, si cita la
«deposizione importante e inquietante» di Genchi. Il
vicequestore aveva indagato fin da subito col capo della
Mobile Arnaldo La Barbera sui rapporti tra mafia e 007, ipotizzando
addirittura che dal castello Utveggio fosse stato
premuto il telecomando che fece esplodere l'autobomba in via d'Amelio. Voleva
battere fino in fondo quella pista. Ma - scrivono i giudici - questa «esigenza
fu ostacolata dai vertici dell'ammi nistrazione, cioè dal Viminale, che dispose un «inatteso trasferimento del dottor
La Barbera al ministero nell'ottobre del 1992». La Corte sollecita nuove
indagini sui possibili «supporti esterni» all'attentato, perché le «carenze investigative sono state non casuali». Forse Riina potrebbe fornire qualche particolare, e comunque meriterebbe di essere sentito dagli inquirenti. Anche su un altro agghiacciante mistero di quegli anni: la
trattativa fra il Ros dei Carabinieri e l'ex sindaco
mafioso di Palermo Vito Ciancimino, poi deceduto. Il boss parla anche di questo: «Il
figlio di Ciancimino non è stato mai citato, mai
sentito», eppure «era in contatto con il colonnello dei carabinieri e l'allievo
di quelli che mi hanno arrestato... Perchè questo Ciancimino che collaborava con 'sto
colonnello non ci viene a dire il perchè cinque, sei
giorni prima l'onorevole Mancino (allora ministro dell'Interno, ndr) ci dice "Riina in
questi giorni viene arrestato": ma a Mancino chi ce lo disse, cinque
giorni prima che io venissi arrestato? Allora ci sono dei signori che mi hanno
venduto?».
Argomenti che varrebbe la pena approfondire, come quel
fugace accenno al proiettile di mortaio fatto trovare nel giardino di Boboli, a Firenze, quasi a preannunciare
la strage di Via dei Georgofili («Brusca dice che
alle Boboli fece mettere un proiettile, Riina non sapeva niente»). Se ancora
esistono una Procura di Palermo, di Caltanissetta e
di Firenze, una Procura nazionale antimafia e una commissione parlamentare
Antimafia, siamo sicuri che si stanno già attivando per interrogare Rima e
saperne di più. Semprechè scoprire la verità
sulle cinque stragi del '92-'93 (21 morti e una quarantina di feriti) interessi
ancora qualcuno. Seniprechè la lotta al terrorismo
non valga soltanto per l'Iraq, dove il terrorismo non c'era.
Ma anche per l'Italia, dove il terrorismo c'era e c'è.
E si chiama mafia.
Marco Travaglio