Se uno infila una cimice in casa di un delinquente, i discorsi che si aspetta sono quelli di un delinquente. Il delinquente è ossessionato dalla polizia ("gli sbirri", "la madama"), dai giudici (quei "cornuti" che si ostinano a indagare, a processare, se il caso a condannare), dai pentiti e dai testimoni (quegli "infami" che parlano invece di farsi i fatti loro e pensare alla salute). Teme intercettazioni e pedinamenti, ma soprattutto la galera.

 

 

Chiede all'avvocato se il giudice è buono o no, avvicinabile o no, corruttibile o no. In alternativa, domanda se c'è speranza in una insufficienza di prove, una prescrizione, una bella attenuante, magari un'amnistia, un condono, un indulto, una depenalizzazione, o alla peggio una seminfermità mentale (la "semi"). Insomma, fa il suo mestiere di delinquente. Da qualche anno, ascoltando i dibattiti parlamentari o i consigli dei ministri, si sentono gli stessi discorsi. Alla Camera, al Senato e al Governo serpeggiano gli stessi timori e le stesse ossessioni. Lì, infatti, si sono trasferiti in massa plotoni di inquisiti, imputati, pregiudicati, seguiti amorevolmente dai loro avvocati. Così quei discorsi, che un tempo si ascoltavano nei covi della criminalità più o meno organizzata, si son trasferiti nelle aule parlamentari.
L'altro giorno, a Planet, chi scrive ha partecipato a un raro dibattito sul processo Dell'Utri. Per la prima volta, dai tempi della tv "criminosa" di Biagi, Santoro e Luttazzi, si è potuto discutere dei fatti che sono costati la condanna a 9 anni per mafia al senatore, fondatore di Forza Italia, amico intimo del presidente del Consiglio e del presidente della Camera, membro del Consiglio d'Europa per volontà del presidente del Senato ragionier Marcello Pera, nonchè custode della Biblioteca di Palazzo Madama per volontà del presidente del Senato ragionier Marcello Pera. C'erano i suoi avvocati Enzo ed Enrico Trantino, c'era il vicepresidente del Senato Memmo Contestabile, c'era Nando Dalla Chiesa che gli altri chiamavano "Della Chiesa" come se il suo cognome fosse a loro ignoto. Trantino figlio ha subito detto che Dalla Chiesa "ha fatto fortuna con gli avvocati", alludendo elegantemente al fatto che il figlio del generale ucciso dalla mafia si è costituito parte civile, con la sua famiglia, contro gli assassini del padre.Ecco: a chi è abituato a difendere mafiosi, la parte civile (cioè la famiglia della vittima) non è molto gradita. Dalla Chiesa ha precisato di non aver voluto una lira di risarcimento dalla mafia. Ma,per i Trantini, "ha fatto fortuna". Gli hanno solo ammazzato il padre, si ritenga fortunato.
Poi s'è parlato di Dell'Utri. "Non c'è un solo incontro con boss mafiosi", dicevano i Trantini. E le nozze del boss Jimmy Fauci a Londra? E l'amicizia con Cinà e Mangano? E l'utilizzo del boss Virga per il recupero crediti di Publitalia? E gl'inviti al boss Aragona nella sua biblioteca milanese? E la cena di compleanno del boss Calderone, nel 1976, al ristorante "Le colline pistoiesi" con i boss Nino e Gaetano Grado, oltre al solito Mangano? "Quella sera - replicano i Trantini - non si parlò di mafia". Dunque, se un boss non parla di mafia, non è un boss. Ed è giusto frequentarlo, specie per i compleanni. Il Dell'Utri che emerge dall'amorevole ritratto dei Trantini è "un uomo che si disinteressa del suo processo, come se non lo riguardasse. Lui, durante il processo, leggeva i classici della letteratura". Che ci faceva, allora, il 31 dicembre '98, sul litorale di Rimini in casa del mafioso falso pentito Pino Chiofalo (che poi ha patteggiato la pena rivelando che Dell'Utri gli aveva promesso di "farlo ricco" se l'avesse aiutato a screditare i pentiti che lo accusavano)? Mistero. Trantino padre, quello di Telekom Serbia, testuale: "Dell'Utri era rapito dagli ossa di seppie...". Si riferiva, probabilmente, a "Ossi di seppia" di Eugenio Montale. A quel punto entra in scena Contestabile, lo stesso che la sera prima ha bloccato l'attore Carlo Rivolta che voleva leggere un comunicato ("Legge il comunicato, lo stronzo"), e poi ha dovuto impersonare Socrate in tandem con Dell'Utri. Il vicepresidente del Senato (il vice del ragionier Pera, per capirsi) parla dell' "assoluzione di Berlusconi". "Prescrizione", lo corregge chi scrive. E lui, testuale: "Assolto, prescritto... Mio padre era magistrato, mio nonno pure, e il padre del mio bisnonno anche. Per l'amor di Dio, Travaglia, non venire a spiegarmi la differenza, perché nessuno meglio di me sa che non c'è". Poi aggiunge che "non si può rinunciare alla prescrizione" (falso: si può eccome). E conclude, anzi confessa: "A Milano Berlusconi l'hanno assolto perché è presidente del Consiglio, è stata una sentenza politica". Dunque, par di capire, era colpevole.

 

Marco Travaglio  21 dicembre 2004

 

 

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