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Avvenimenti Italiani La scheda La Scheda Leggi anche Un articolo di
Riccardo Riccardo Orioles
del giugno 1983 – Le i indagini del giudice Palermo Riina, Andreotti e le elezioni Il silenzio
assoluto sulla mafia Come si uccide
il metodo Falcone |
La mafia si può vincere, a patto
che... Intervista a Nicola Tranfaglia
di F. Silvestri e S. Caselli Perché dopo
l’esito di alcuni recenti processi corriamo il
rischio di una convivenza con Cosa Nostra? E quali
sono le responsabilità della politica sullo stato attuale della lotta alla
mafia? Le risposte di un autorevole studioso Mafia, politica, affari. Su
questa triade si sono sviluppate le complesse inchieste della Procura di
Palermo — Andreotti, Contrada, Dell’Utri — nella seconda metà degli Anni Novanta. Mafia, politica e affari (Laterza) è
però anche il titolo di un volume, che insieme al più recente La sentenza Andreotti (Garzanti) lo storico Nicola Tranfaglia ha recentemente mandato in libreria. Vi
si possono trovare i principali documenti sulla recente attività antimafia —
dalle sentenze sui principali casi giudiziari alle relazioni della
Commissione Antimafia, dalle analisi degli organismi internazionali a quelle
degli organismi di contrasto italiani — il tutto
ampiamente presentato e inserito nella prospettiva storica del decennio
appena concluso. Ordinario di Storia Contemporanea all’Università
di Torino, Nicola Tranfaglia è uno dei più
autorevoli studiosi dei rapporti tra poteri, palesi e occulti, nella società
italiana dell’ultimo cinquantennio. A lui abbiamo chiesto di commentare,
partendo dai suoi ultimi lavori, la situazione italiana all’indomani delle
elezioni politiche. Professor Tranfaglia, la sentenza che assolve Andreotti
ha ritenuto le accuse "non sufficientemente provate", ma molti
fatti, soprattutto alcune "frequentazioni indecenti", sono stati
confermati. Com’è possibile che, mentre i giudici venivano
accusati di aver agito sulla base di astratti teoremi, queste provate
responsabilità politiche siano passate sotto silenzio? Forse nessuno ha letto
la sentenza? O i motivi sono altri? Sul significato della sentenza, e sulle reazioni ad essa seguite, vorrei dire, prima di tutto, che in Italia
il sistema dei mezzi di comunicazione — giornali, televisioni, radio — non ha
letto correttamente la sentenza. Probabilmente non l’ha proprio letta o, se
l’ha letta, non l’ha capita. Perché l’assoluzione — di fatto per
insufficienza di prove — è stata interpretata praticamente
da tutti i giornali come assoluzione di Andreotti
anche dalle provate responsabilità politiche e storiche. Io insisto su questo
punto perché si tratta di molti decenni della storia italiana, non è soltanto
un problema di qualche anno fa. Il processo, in pratica, rivede una parte
rilevante della storia italiana dagli Anni Sessanta ad oggi, un quarantennio.
Il sistema dei mezzi di comunicazione ha fatto un’operazione ben precisa e
noi, in quanto osservatori, dobbiamo coglierne la
ragione. La risposta, a mio avviso, è che c’era un grande
desiderio da parte delle proprietà di questi media — proprietà pubblica della
Rai, proprietà private dei grandi giornali — di assolvere definitivamente Andreotti, cioè di poter tornare a considerarlo come un
"padre della patria". E questo, secondo me, senza tenere in alcun conto quello che potevano dire lettori e spettatori. È stata una decisione, diciamo, di vertice, presa dalle
proprietà e dalle direzioni dei mezzi di comunicazione per il desiderio di
riavere Andreotti tra i protagonisti della vita
pubblica. Si è trattato di un’operazione politicamente molto discutibile, sia
perché non è stato portato a conoscenza dei lettori e degli
"spettatori" il reale significato della sentenza, sia perché si
sono subordinate all’obiettivo di riavere Andreotti
tra i protagonisti della vita politica italiana le
questioni che la sentenza aveva sollevato. Quindi sul caso Andreotti si è palesato una sorta di "nuovo
compromesso storico" fra linee politiche ed
editoriali che in teoria dovrebbero essere alternative? A me pare che ci sia stato effettivamente un accordo fra i
due schieramenti politici. C’é uno schieramento che si sente in qualche modo
dalla stessa parte di Andreotti,
cioè il centrodestra. C’è poi lo schieramento di centrosinistra che, secondo me facendo molto male, ha creduto che difendere Andreotti e non attaccarlo potesse costituire un elemento
per spingerlo, con i suoi seguaci, a venire dalla sua parte. Si è in qualche
modo anteposta un’ipotetica convenienza politica e di breve periodo a quello
che è un problema fondamentale della politica italiana, cioè
la lotta contro la mafia. Io di questo, posso dire, ho percepito alcuni
segnali significativi: primo, l’atteggiamento di
alcuni editori che, dichiarandosi a favore dell’impegno antimafia, non
volevano pubblicare il mio libro sulla sentenza, poi il fatto che importanti
uomini politici, che sempre avevano partecipato ai dibattiti e alle
presentazioni, questa volta non hanno voluto esserci. Alla luce degli
ultimi avvenimenti, per il reato di associazione
mafiosa c’è semplicemente una diversa valutazione dei fatti a seconda del
"livello" dell’imputato o sta definitivamente tramontando la
giurisprudenza inaugurata dal maxiprocesso? Stiamo parlando naturalmente di una situazione, come
sempre nel campo della giustizia, che presenta sentenze di vario grado, quindi
è difficile dedurne un quadro sicuro. Però i segni,
negli ultimi quattro o cinque anni, vanno in una direzione molto chiara:
smontare la giurisprudenza che si è creata in Italia tra il 1987 e il
1992—93, una giurisprudenza accettata anche dalla Cassazione, che nel ’92
aveva confermato le condanne del maxiprocesso. Era la linea indicata da
Falcone all’inizio degli Anni Ottanta e, ancora prima, da Cesare Terranova,
anch’egli ammazzato da Cosa Nostra, e cioè che non
si poteva perseguire Cosa Nostra e le altre organizzazioni mafiose se si
giudicavano i singoli reati e i singoli delitti senza una visione d’insieme.
Adesso assistiamo a processi — parlo non soltanto del caso Andreotti, ma anche del caso Lima, del caso Contrada — in
cui si è ritornati al modo di giudicare precedente al maxiprocesso: ogni
fatto è assolutamente individuale e non ci può essere collegamento nel
giudizio. Gli imputati vanno giudicati separatamente e
separatamente per ciascun fatto. Un simile tipo di giustizia non condannerà mai le trame di Cosa Nostra e tanto meno riuscirà
a smantellare i legami tra Cosa Nostra e le entità politiche. Questo è ancora
più preoccupante se si considera che la questione della mafia, a parte le
polemiche circa il libro su Berlusconi, è stata del
tutto assente da questa campagna elettorale… Nella nuova edizione di Mafia, politica e affari c’è
un’introduzione apposita per la seconda parte, la
storia del decennio appena trascorso, intitolata "Verso una nuova
coabitazione con la mafia". Quindi è chiarissimo il mio giudizio: ho la
netta sensazione che l’attenzione dell’opinione pubblica, ma anche delle
forze politiche sia stata aperta solo tra il ’92 e
il ’94. Dopo il ’94 le cose sono cambiate. Da storico,
rileggendo le varie fasi della lotta alla mafia durante la storia
repubblicana, non le sembra che ci siano, come dire, dei cicli… I cicli si spiegano in un solo modo, cioè
col fatto che chi possiede il potere politico e quello economico, quando
arriva a un certo punto della lotta alla mafia, torna indietro. Io sono
convinto che se si recidessero i legami tra Cosa
Nostra e quelle parti di potere politico ed economico che la sostengono, cioè
se si arrivasse al nucleo del potere mafioso, per la mafia non ci sarebbe
scampo. La mafia non è invincibile. La mafia è invincibile se ci sono forze
così influenti da indurre lo Stato a fermarsi. E’ sempre successo così. Però, ripeto, i cicli sono l’espressione chiarissima del
fatto che all’interno delle classi dirigenti, quando si sta per arrivare alla
vittoria, si torna indietro per degli interessi. Interessi che attengono,
secondo me, al governo del Mezzogiorno ma anche a forti interessi finanziari,
perché quello che si dice poco è che Cosa Nostra e le varie associazioni
mafiose oggi sono delle potenze finanziarie di cui bisogna tenere conto.
L’altro punto è l’esistenza di un dominio politico. Ci sono soluzioni
politiche che a Cosa Nostra non piacciono e le organizzazioni mafiose sono
utilizzate per difendere un certo assetto politico. Ma questo non vizia alla base il
dibattito politico nel nostro Paese? Alla fine si coglie anche un po’ di
rassegnazione tra la gente: destra e sinistra fanno
la stessa cosa. Esiste una via d’uscita? Beh, intanto diciamo una cosa: noi, finora, non abbiamo
avuto governi di destra o di sinistra, abbiamo avuto un’alternanza di coalizioni di centrodestra e di centrosinistra. Posso
ricordare un episodio. Ho partecipato nel 1998, in Veneto, a
un dibattito sulla mafia con un ministro del governo D’Alema.
E quando ho detto che ero molto preoccupato per l’atteggiamento del governo
di centrosinistra rispetto alla lotta alla mafia, il ministro in carica mi ha
detto: "Hai ragione, ma anche nella nostra coalizione
ci sono gruppi e persone che non sono d’accordo su una lotta troppo dura alla
mafia". Questo è quanto mi è stato detto da un ministro. Evidentemente,
le alternative presenti, centrodestra e
centrosinistra, non sono in grado, né l’una né l’altra, seppur con diversi
gradi, di lottare a fondo contro la mafia. Probabilmente ritengono che non
sia essenziale. Come se il risanamento civile e politico del Paese sia possibile senza vincere questa battaglia. Quindi la "nuova convivenza con la
mafia" è una sorta di strategia di Stato? Lo "Stato" così inteso è una nostra astrazione.
In realtà lo Stato è costituito da chi, di volta in volta, domina e controlla
le istituzioni. Quello che possiamo dire è che il centrosinistra ha fallito
la sua lotta contro la mafia, almeno questo centrosinistra. Lo dico
apertamente, pur essendo un sostenitore della coalizione.
Questo è un punto cruciale della storia politica italiana: abbiamo assistito,
nel ’92 e nel ’93, alla crisi fortissima di tutti i partiti e ad una crisi
molto grave del sistema politico. Non c’è stata né la costruzione di un nuovo
sistema, in quanto siamo ancora in una situazione di
mezzo maggioritario e mezzo proporzionale, né una ricostituzione dei partiti
in agonia tra il ’92 e il ’93, che sono anzi diventati sedi di piccoli
apparati e di oligarchie lontane dalla società. Allora è chiaro che in una
situazione di questo genere, al di là delle formule
politiche, non abbiamo delle coalizioni capaci di rappresentare le forze
migliori della società e non c’è da meravigliarsi che certe cose non vengano
fatte o che non si conduca una lotta a fondo per la moralità nella politica o
per una "politica morale". Si tratta di apparati
che si dividono il potere, non certo di espressioni della società nel suo
complesso. Bisognerebbe tornare al ‘92—93, perché da allora non si è affatto
ricostruita una politica all’altezza del ruolo italiano in Europa e nel
mondo. La crisi politica della Prima Repubblica è ancora aperta. Il discorso mafia
non può però essere disgiunto dal discorso Mezzogiorno. Le politiche
economiche e sicuritarie di questi anni non hanno
creato una coscienza nuova nel Mezzogiorno, anche perché forse la mafia non
si batte con l’esercito, si batte a livello culturale… Si batte a livello culturale, ma
in regioni come quelle del nostro Mezzogiorno la battaglia si può fare se
cambiano le caratteristiche economico-sociali di quella società. E per cambiarle è necessaria una politica di sviluppo
realmente innovativa, cosa che in questi anni è mancata. Però, tornando sul piano della
battaglia culturale, c’è un altro punto: i partiti della sinistra, e anche
quelli del centro legati alla sinistra, non si sono mostrati diversi dai
partiti della destra nel considerare assolutamente non rilevante il rapporto
tra politica e cultura. Questo è un dato nuovo per la storia della sinistra.
La sinistra, non solo nel cinquantennio repubblicano, ma anche durante il
fascismo, è stata sempre molto attenta al rapporto con la cultura. Invece devo dire che le attuali formazioni politiche, sia
del centro che della sinistra, agiscono come se questo problema non ci fosse.
E questo è molto preoccupante, perché il rischio è
che la vittoria del centrodestra non sia soltanto una vittoria politica, ma
sia un’affermazione del berlusconismo… Sarebbe
interessante capire se questo modello è adattabile agli schemi mentali dei
mafiosi, come lo fu per esempio quella forma di keynesismo
delle opere pubbliche tipica degli Anni Sessanta-Settanta... Per quel che abbiamo visto finora, ci sono
nella politica del centrodestra alcuni propositi che possono oggettivamente
essere graditi alle associazioni mafiose: da una parte le grandi opere,
dall’altra l’allentamento della repressione giudiziaria con la separazione
delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. C’è poi la mancanza di una
reale alternativa culturale ai modelli del successo
e della ricchezza: poche regole e possibilità di "muoversi
liberamente". Un altro elemento è la concezione "punitiva"
dello Stato, tipicamente italiana e incorporata anche dalla sinistra. Il
nostro Stato è strutturato secondo vecchi modelli burocratici, ancora legati
ad un periodo prettamente agrario, che hanno al loro interno una concezione
punitiva della loro funzione. I cittadini italiani, anche quelli non di
destra, percepiscono negativamente questo rapporto Stato-cittadini.
L’elemento della modernizzazione dello Stato è centrale e la sinistra lo ha
affrontato solo per un aspetto, con l’operato del
ministro Bassanini sulla semplificazione
amministrativa. Questo punto, su cui la sinistra non ha riflettuto, è
fondamentale per capire la vittoria della destra. La destra non ha presentato
un’alternativa chiara, però ha fatto immaginare a
una parte non piccola degli italiani che con loro sarebbe finita quest’autorità punitiva dello Stato. Una
caratteristica, questa, che è stata attribuita alla sinistra, non perché sia
sua, ma perché ha dovuto per tanti decenni farsi carico di questo problema.
Visto che da altre parti non si difendeva lo Stato,
bisognava che qualcuno lo facesse. Negli ultimi tempi
si è assistito a numerosi tentativi, più o meno autorevoli,
di revisionismo su alcuni fatti e periodi storici, questo riguarda
anche la storia della mafia? Il revisionismo in Italia ha assunto alcune
caratteristiche molto curiose rispetto ad altri Paesi. Da noi revisionismo
non significa nuove ricerche o nuovi documenti su un determinato problema, ma
significa articoli di giornale o raccolte di articoli,
come l’ultimo libro di Paolo Mieli, ad esempio, in cui si affrontano in poche
pagine problemi enormi e si dice semplicemente, senza nuove ricerche e senza
nuovi documenti, che quello che hanno scritto gli storici non vale. Finora
sulla mafia non sono usciti libri di questo tenore, salvo quel ridicolo libro
di Jannuzzi sul processo Andreotti
che è fondato sul nulla. Una nuova epoca di revisionismo è comunque
probabile. Da molti anni, come professore, faccio corsi sulla storia della
mafia e ho seguito alcune tesi di laurea per osservare, ad esempio,
l’atteggiamento dei giornali dagli Anni Sessanta fino agli Ottanta. Ebbene, è
emerso che la maggior parte dei giornali — il "Giornale di Sicilia"
ad esempio — parlavano della mafia dandone chiaramente un’immagine positiva. Che questo possa riprodursi fra alcuni anni non lo escludo. È possibile che avvenga. Per ora, per
quanto riguarda le ricerche storiche, tutti quelli che si sono occupati di associazioni mafiose, seppur con tesi differenti, sono
d’accordo su alcuni presupposti di fondo: che la mafia non si capisce se si
pensa che sia soltanto un fenomeno di criminalità organizzata; che la lotta
alla mafia non ha successo se si fonda soltanto sulla repressione
giudiziaria; che i rapporti tra mafia e politica sono una costante della
storia italiana. Fino ad ora, da Salvatore Lupo a Paolo Prezzino,
fino al sottoscritto, siamo stati sempre d’accordo su questi
presupposti. Se in futuro ci saranno studi in grado
di metterli in discussione, ne discuteremo. Però, ripeto, il revisionismo
italiano è stato finora sempre di questo tenore: posso citare il libro curato
da Galli Della Loggia e altri per il Mulino, Miti e storia
dell’Italia unita, in cui ci sono qualcosa come ventisette saggi, di quattro
o cinque pagine ciascuno, in cui si attribuiscono alla storiografia di
sinistra delle cose che non ha mai detto per poi smontarle. C’è un articolo
di Galli Della Loggia, ripreso anche da Mieli, in cui si dice che la sinistra
non ha fatto una valida storia del brigantaggio perché considerava i briganti
degli eroi. Cosa che in realtà nella storiografia italiana non si trova assolutamente, anche perché il lavoro più importante
sul brigantaggio, quello di Molfese, è stato fatto
sugli atti della commissione parlamentare d’inchiesta. S’inventa un idolo
polemico e poi su quello si reagisce. Ma senza nuove
ricerche e senza nuovi documenti, che senso ha parlare di revisionismo? Si
tratta solo di pubblicistica politica. Da:Narconafie |