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Intervista a Nicola Tranfaglia di F. Silvestri e S. Caselli

Perché dopo l’esito di alcuni recenti processi corriamo il rischio di una convivenza con Cosa Nostra? E quali sono le responsabilità della politica sullo stato attuale della lotta alla mafia? Le risposte di un autorevole studioso

Mafia, politica, affari. Su questa triade si sono sviluppate le complesse inchieste della Procura di Palermo — Andreotti, Contrada, Dell’Utri — nella seconda metà degli Anni Novanta. Mafia, politica e affari (Laterza) è però anche il titolo di un volume, che insieme al più recente La sentenza Andreotti (Garzanti) lo storico Nicola Tranfaglia ha recentemente mandato in libreria. Vi si possono trovare i principali documenti sulla recente attività antimafia — dalle sentenze sui principali casi giudiziari alle relazioni della Commissione Antimafia, dalle analisi degli organismi internazionali a quelle degli organismi di contrasto italiani — il tutto ampiamente presentato e inserito nella prospettiva storica del decennio appena concluso. Ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Torino, Nicola Tranfaglia è uno dei più autorevoli studiosi dei rapporti tra poteri, palesi e occulti, nella società italiana dell’ultimo cinquantennio. A lui abbiamo chiesto di commentare, partendo dai suoi ultimi lavori, la situazione italiana all’indomani delle elezioni politiche.

Professor Tranfaglia, la sentenza che assolve Andreotti ha ritenuto le accuse "non sufficientemente provate", ma molti fatti, soprattutto alcune "frequentazioni indecenti", sono stati confermati. Com’è possibile che, mentre i giudici venivano accusati di aver agito sulla base di astratti teoremi, queste provate responsabilità politiche siano passate sotto silenzio? Forse nessuno ha letto la sentenza? O i motivi sono altri?

Sul significato della sentenza, e sulle reazioni ad essa seguite, vorrei dire, prima di tutto, che in Italia il sistema dei mezzi di comunicazione — giornali, televisioni, radio — non ha letto correttamente la sentenza. Probabilmente non l’ha proprio letta o, se l’ha letta, non l’ha capita. Perché l’assoluzione — di fatto per insufficienza di prove — è stata interpretata praticamente da tutti i giornali come assoluzione di Andreotti anche dalle provate responsabilità politiche e storiche. Io insisto su questo punto perché si tratta di molti decenni della storia italiana, non è soltanto un problema di qualche anno fa. Il processo, in pratica, rivede una parte rilevante della storia italiana dagli Anni Sessanta ad oggi, un quarantennio. Il sistema dei mezzi di comunicazione ha fatto un’operazione ben precisa e noi, in quanto osservatori, dobbiamo coglierne la ragione. La risposta, a mio avviso, è che c’era un grande desiderio da parte delle proprietà di questi media — proprietà pubblica della Rai, proprietà private dei grandi giornali — di assolvere definitivamente Andreotti, cioè di poter tornare a considerarlo come un "padre della patria". E questo, secondo me, senza tenere in alcun conto quello che potevano dire lettori e spettatori. È stata una decisione, diciamo, di vertice, presa dalle proprietà e dalle direzioni dei mezzi di comunicazione per il desiderio di riavere Andreotti tra i protagonisti della vita pubblica. Si è trattato di un’operazione politicamente molto discutibile, sia perché non è stato portato a conoscenza dei lettori e degli "spettatori" il reale significato della sentenza, sia perché si sono subordinate all’obiettivo di riavere Andreotti tra i protagonisti della vita politica italiana le questioni che la sentenza aveva sollevato.

Quindi sul caso Andreotti si è palesato una sorta di "nuovo compromesso storico" fra linee politiche ed editoriali che in teoria dovrebbero essere alternative?

A me pare che ci sia stato effettivamente un accordo fra i due schieramenti politici. C’é uno schieramento che si sente in qualche modo dalla stessa parte di Andreotti, cioè il centrodestra. C’è poi lo schieramento di centrosinistra che, secondo me facendo molto male, ha creduto che difendere Andreotti e non attaccarlo potesse costituire un elemento per spingerlo, con i suoi seguaci, a venire dalla sua parte. Si è in qualche modo anteposta un’ipotetica convenienza politica e di breve periodo a quello che è un problema fondamentale della politica italiana, cioè la lotta contro la mafia. Io di questo, posso dire, ho percepito alcuni segnali significativi: primo, l’atteggiamento di alcuni editori che, dichiarandosi a favore dell’impegno antimafia, non volevano pubblicare il mio libro sulla sentenza, poi il fatto che importanti uomini politici, che sempre avevano partecipato ai dibattiti e alle presentazioni, questa volta non hanno voluto esserci.

Alla luce degli ultimi avvenimenti, per il reato di associazione mafiosa c’è semplicemente una diversa valutazione dei fatti a seconda del "livello" dell’imputato o sta definitivamente tramontando la giurisprudenza inaugurata dal maxiprocesso?

Stiamo parlando naturalmente di una situazione, come sempre nel campo della giustizia, che presenta sentenze di vario grado, quindi è difficile dedurne un quadro sicuro. Però i segni, negli ultimi quattro o cinque anni, vanno in una direzione molto chiara: smontare la giurisprudenza che si è creata in Italia tra il 1987 e il 1992—93, una giurisprudenza accettata anche dalla Cassazione, che nel ’92 aveva confermato le condanne del maxiprocesso. Era la linea indicata da Falcone all’inizio degli Anni Ottanta e, ancora prima, da Cesare Terranova, anch’egli ammazzato da Cosa Nostra, e cioè che non si poteva perseguire Cosa Nostra e le altre organizzazioni mafiose se si giudicavano i singoli reati e i singoli delitti senza una visione d’insieme. Adesso assistiamo a processi — parlo non soltanto del caso Andreotti, ma anche del caso Lima, del caso Contrada — in cui si è ritornati al modo di giudicare precedente al maxiprocesso: ogni fatto è assolutamente individuale e non ci può essere collegamento nel giudizio. Gli imputati vanno giudicati separatamente e separatamente per ciascun fatto. Un simile tipo di giustizia non condannerà mai le trame di Cosa Nostra e tanto meno riuscirà a smantellare i legami tra Cosa Nostra e le entità politiche.

Questo è ancora più preoccupante se si considera che la questione della mafia, a parte le polemiche circa il libro su Berlusconi, è stata del tutto assente da questa campagna elettorale…

Nella nuova edizione di Mafia, politica e affari c’è un’introduzione apposita per la seconda parte, la storia del decennio appena trascorso, intitolata "Verso una nuova coabitazione con la mafia". Quindi è chiarissimo il mio giudizio: ho la netta sensazione che l’attenzione dell’opinione pubblica, ma anche delle forze politiche sia stata aperta solo tra il ’92 e il ’94. Dopo il ’94 le cose sono cambiate.

Da storico, rileggendo le varie fasi della lotta alla mafia durante la storia repubblicana, non le sembra che ci siano, come dire, dei cicli…

I cicli si spiegano in un solo modo, cioè col fatto che chi possiede il potere politico e quello economico, quando arriva a un certo punto della lotta alla mafia, torna indietro. Io sono convinto che se si recidessero i legami tra Cosa Nostra e quelle parti di potere politico ed economico che la sostengono, cioè se si arrivasse al nucleo del potere mafioso, per la mafia non ci sarebbe scampo. La mafia non è invincibile. La mafia è invincibile se ci sono forze così influenti da indurre lo Stato a fermarsi. E’ sempre successo così. Però, ripeto, i cicli sono l’espressione chiarissima del fatto che all’interno delle classi dirigenti, quando si sta per arrivare alla vittoria, si torna indietro per degli interessi. Interessi che attengono, secondo me, al governo del Mezzogiorno ma anche a forti interessi finanziari, perché quello che si dice poco è che Cosa Nostra e le varie associazioni mafiose oggi sono delle potenze finanziarie di cui bisogna tenere conto. L’altro punto è l’esistenza di un dominio politico. Ci sono soluzioni politiche che a Cosa Nostra non piacciono e le organizzazioni mafiose sono utilizzate per difendere un certo assetto politico.

Ma questo non vizia alla base il dibattito politico nel nostro Paese? Alla fine si coglie anche un po’ di rassegnazione tra la gente: destra e sinistra fanno la stessa cosa. Esiste una via d’uscita?

Beh, intanto diciamo una cosa: noi, finora, non abbiamo avuto governi di destra o di sinistra, abbiamo avuto un’alternanza di coalizioni di centrodestra e di centrosinistra. Posso ricordare un episodio. Ho partecipato nel 1998, in Veneto, a un dibattito sulla mafia con un ministro del governo D’Alema. E quando ho detto che ero molto preoccupato per l’atteggiamento del governo di centrosinistra rispetto alla lotta alla mafia, il ministro in carica mi ha detto: "Hai ragione, ma anche nella nostra coalizione ci sono gruppi e persone che non sono d’accordo su una lotta troppo dura alla mafia". Questo è quanto mi è stato detto da un ministro. Evidentemente, le alternative presenti, centrodestra e centrosinistra, non sono in grado, né l’una né l’altra, seppur con diversi gradi, di lottare a fondo contro la mafia. Probabilmente ritengono che non sia essenziale. Come se il risanamento civile e politico del Paese sia possibile senza vincere questa battaglia.

Quindi la "nuova convivenza con la mafia" è una sorta di strategia di Stato?

Lo "Stato" così inteso è una nostra astrazione. In realtà lo Stato è costituito da chi, di volta in volta, domina e controlla le istituzioni. Quello che possiamo dire è che il centrosinistra ha fallito la sua lotta contro la mafia, almeno questo centrosinistra. Lo dico apertamente, pur essendo un sostenitore della coalizione. Questo è un punto cruciale della storia politica italiana: abbiamo assistito, nel ’92 e nel ’93, alla crisi fortissima di tutti i partiti e ad una crisi molto grave del sistema politico. Non c’è stata né la costruzione di un nuovo sistema, in quanto siamo ancora in una situazione di mezzo maggioritario e mezzo proporzionale, né una ricostituzione dei partiti in agonia tra il ’92 e il ’93, che sono anzi diventati sedi di piccoli apparati e di oligarchie lontane dalla società. Allora è chiaro che in una situazione di questo genere, al di là delle formule politiche, non abbiamo delle coalizioni capaci di rappresentare le forze migliori della società e non c’è da meravigliarsi che certe cose non vengano fatte o che non si conduca una lotta a fondo per la moralità nella politica o per una "politica morale". Si tratta di apparati che si dividono il potere, non certo di espressioni della società nel suo complesso. Bisognerebbe tornare al ‘92—93, perché da allora non si è affatto ricostruita una politica all’altezza del ruolo italiano in Europa e nel mondo. La crisi politica della Prima Repubblica è ancora aperta.

Il discorso mafia non può però essere disgiunto dal discorso Mezzogiorno. Le politiche economiche e sicuritarie di questi anni non hanno creato una coscienza nuova nel Mezzogiorno, anche perché forse la mafia non si batte con l’esercito, si batte a livello culturale

Si batte a livello culturale, ma in regioni come quelle del nostro Mezzogiorno la battaglia si può fare se cambiano le caratteristiche economico-sociali di quella società. E per cambiarle è necessaria una politica di sviluppo realmente innovativa, cosa che in questi anni è mancata.

Però, tornando sul piano della battaglia culturale, c’è un altro punto: i partiti della sinistra, e anche quelli del centro legati alla sinistra, non si sono mostrati diversi dai partiti della destra nel considerare assolutamente non rilevante il rapporto tra politica e cultura. Questo è un dato nuovo per la storia della sinistra. La sinistra, non solo nel cinquantennio repubblicano, ma anche durante il fascismo, è stata sempre molto attenta al rapporto con la cultura. Invece devo dire che le attuali formazioni politiche, sia del centro che della sinistra, agiscono come se questo problema non ci fosse. E questo è molto preoccupante, perché il rischio è che la vittoria del centrodestra non sia soltanto una vittoria politica, ma sia un’affermazione del berlusconismo

Sarebbe interessante capire se questo modello è adattabile agli schemi mentali dei mafiosi, come lo fu per esempio quella forma di keynesismo delle opere pubbliche tipica degli Anni Sessanta-Settanta...

Per quel che abbiamo visto finora, ci sono nella politica del centrodestra alcuni propositi che possono oggettivamente essere graditi alle associazioni mafiose: da una parte le grandi opere, dall’altra l’allentamento della repressione giudiziaria con la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. C’è poi la mancanza di una reale alternativa culturale ai modelli del successo e della ricchezza: poche regole e possibilità di "muoversi liberamente". Un altro elemento è la concezione "punitiva" dello Stato, tipicamente italiana e incorporata anche dalla sinistra. Il nostro Stato è strutturato secondo vecchi modelli burocratici, ancora legati ad un periodo prettamente agrario, che hanno al loro interno una concezione punitiva della loro funzione. I cittadini italiani, anche quelli non di destra, percepiscono negativamente questo rapporto Stato-cittadini. L’elemento della modernizzazione dello Stato è centrale e la sinistra lo ha affrontato solo per un aspetto, con l’operato del ministro Bassanini sulla semplificazione amministrativa. Questo punto, su cui la sinistra non ha riflettuto, è fondamentale per capire la vittoria della destra. La destra non ha presentato un’alternativa chiara, però ha fatto immaginare a una parte non piccola degli italiani che con loro sarebbe finita quest’autorità punitiva dello Stato. Una caratteristica, questa, che è stata attribuita alla sinistra, non perché sia sua, ma perché ha dovuto per tanti decenni farsi carico di questo problema. Visto che da altre parti non si difendeva lo Stato, bisognava che qualcuno lo facesse.

Negli ultimi tempi si è assistito a numerosi tentativi, più o meno autorevoli, di revisionismo su alcuni fatti e periodi storici, questo riguarda anche la storia della mafia?

Il revisionismo in Italia ha assunto alcune caratteristiche molto curiose rispetto ad altri Paesi. Da noi revisionismo non significa nuove ricerche o nuovi documenti su un determinato problema, ma significa articoli di giornale o raccolte di articoli, come l’ultimo libro di Paolo Mieli, ad esempio, in cui si affrontano in poche pagine problemi enormi e si dice semplicemente, senza nuove ricerche e senza nuovi documenti, che quello che hanno scritto gli storici non vale. Finora sulla mafia non sono usciti libri di questo tenore, salvo quel ridicolo libro di Jannuzzi sul processo Andreotti che è fondato sul nulla. Una nuova epoca di revisionismo è comunque probabile. Da molti anni, come professore, faccio corsi sulla storia della mafia e ho seguito alcune tesi di laurea per osservare, ad esempio, l’atteggiamento dei giornali dagli Anni Sessanta fino agli Ottanta. Ebbene, è emerso che la maggior parte dei giornali — il "Giornale di Sicilia" ad esempio — parlavano della mafia dandone chiaramente un’immagine positiva. Che questo possa riprodursi fra alcuni anni non lo escludo. È possibile che avvenga. Per ora, per quanto riguarda le ricerche storiche, tutti quelli che si sono occupati di associazioni mafiose, seppur con tesi differenti, sono d’accordo su alcuni presupposti di fondo: che la mafia non si capisce se si pensa che sia soltanto un fenomeno di criminalità organizzata; che la lotta alla mafia non ha successo se si fonda soltanto sulla repressione giudiziaria; che i rapporti tra mafia e politica sono una costante della storia italiana. Fino ad ora, da Salvatore Lupo a Paolo Prezzino, fino al sottoscritto, siamo stati sempre d’accordo su questi presupposti. Se in futuro ci saranno studi in grado di metterli in discussione, ne discuteremo. Però, ripeto, il revisionismo italiano è stato finora sempre di questo tenore: posso citare il libro curato da Galli Della Loggia e altri per il Mulino, Miti e storia dell’Italia unita, in cui ci sono qualcosa come ventisette saggi, di quattro o cinque pagine ciascuno, in cui si attribuiscono alla storiografia di sinistra delle cose che non ha mai detto per poi smontarle. C’è un articolo di Galli Della Loggia, ripreso anche da Mieli, in cui si dice che la sinistra non ha fatto una valida storia del brigantaggio perché considerava i briganti degli eroi. Cosa che in realtà nella storiografia italiana non si trova assolutamente, anche perché il lavoro più importante sul brigantaggio, quello di Molfese, è stato fatto sugli atti della commissione parlamentare d’inchiesta. S’inventa un idolo polemico e poi su quello si reagisce. Ma senza nuove ricerche e senza nuovi documenti, che senso ha parlare di revisionismo? Si tratta solo di pubblicistica politica.

Da:Narconafie