Lascia allibiti l'attentato che è costato la vita al giudice Falcone, a sua moglie e agli
uomini della scorta. Incute sgomento e paura. Ancora sangue in Sicilia, ancora
morti, ancora mistero sugli esecutori e i mandanti i quali avevano comunque perfetta cognizione dei movimenti delle loro
vittime e sono stati in grado di programmarne la strage con cronometrica
esattezza.
All'apertura della campagna elettorale fu ucciso a Palermo
Salvo Lima; prima che si concluda l'elezione
presidenziale è stato falciato Falcone: è terribile questa scansione che
intreccia gli atti della malavita con le scadenze della politica, inquinando e
avvelenando l'intera vita pubblica di questo disgraziato paese. Falcone era il
simbolo della lotta contro la mafia. La bomba fatta esplodere contro di lui
riveste una gravità addirittura superiore all'assassinio del generale Dalla
Chiesa; per la coincidenza con fatti politici di grande
rilievo, vien fatto di paragonarla al rapimento di
Aldo Moro, consumatosi nel momento stesso in cui si presentava in Parlamento il
primo governo sostenuto dal partito comunista. Saranno coincidenze fortuite ma
danno molto gravemente da pensare su un viluppo di questioni mai veramente
rischiarato dalla luce della verità.
Noi ci troviamo ora, nello stesso tempo, di fronte a tre
emergenze: quella criminale, quella finanziaria e quella istituzionale.
Mai la vita di questo paese era arrivata, dal 1945 in poi, ad un punto così
drammatico e cruciale. Mai come ora è necessario che la rappresentanza politica
dia segno di estrema responsabilità e faccia prevalere
gli interessi dello Stato su quelli delle parti e delle fazioni. Entro oggi il
Parlamento deve eleggere il presidente della Repubblica. Possibilmente entro
domani il nuovo eletto deve designare il nuovo capo del governo.
Si tratterà d'un governo d'emergenza, impegnato a ripristinare la legalità
nelle regioni dove il crimine impera, a tamponare le falle d'un bilancio
sconvolto da una dissipazione durata decenni, a riformare la legge elettorale
affinché cessi l'indecente balletto d'una rappresentanza nazionale che sembra
ormai la veste di Arlecchino. Non c'è più tempo per i
giochi e i veleni d'una nomenklatura sconfitta dai
suoi stessi errori e dalle sue corruttele prima ancora che dal voto degli
elettori. Non c'è più tempo per gli sgambetti, le mosse e le contromosse di
quanti avrebbero dovuto da tempo andarsene sotto il
peso delle sconfitte e del giudizio negativo della nazione.
L'assassinio di Falcone non priva soltanto lo Stato d'un servitore efficiente e
fedele, ma sottolinea
l'impotenza degli apparati preventivi e repressivi e richiede una svolta
radicale nella politica giudiziaria e nel controllo del territorio: temi sui
quali il nuovo governo, assistito e delegato dal Parlamento, dovrà agire con la
massima fermezza, urgenza e responsabilità. Si possono fare molte supposizioni
su questa orribile strage, ma una cosa balza agli
occhi in modo evidente: Falcone non era più, e da tempo, un giudice che stesse
conducendo processi specifici contro questa o quella cosca, questo o quel boss
mafioso.
Non si è trattato dunque d'un omicidio "preventivo" che avesse lo
scopo di impedire qualche intervento specifico di giustizia o di vendicarne uno
appena compiuto. Falcone era l'espressione d'una
politica contro il crimine organizzato, la mente che più lucidamente l'aveva
pensata e stava cercando di attuarla. Questo si è dunque
voluto colpire. Ma forse, se è lecito congetturare di fronte a così
oscuri e incomprensibili avvenimenti, si è mirato contemporaneamente anche a
più alti e complessi obiettivi: obiettivi di destabilizzazione, di
disarticolazione istituzionale, di abbattimento delle
istituzioni democratiche e repubblicane. Non formuliamo alla leggera questa terribile
ipotesi. Non si organizza un attentato di questo genere in un momento di questo
genere solo perché un magistrato ha pestato i piedi di un boss mafioso. Altre
motivazioni debbono avere spinto i mandanti e armato
la mano degli esecutori.
La prima risposta va data da Montecitorio. Non un
giorno di più può durare la ricerca del nuovo capo dello Stato. I mille
rappresentanti del popolo votino oggi stesso quel nome e lo votino, se
possibile, all'unanimità perché quel nome, fin da oggi, deve rappresentare,
difendere e ricostruire una nazione colpita, insanguinata e ormai condotta a
dubitare di se stessa e del suo destino.
Eugenio Scalari 24 maggio 1992