Girodivite intervista R.Orioles, uno storico giornalista de "I
siciliani", il giornale che più di venti anni fa cominciava a denunciare e
contrastare la mafia in Sicilia. Con lui abbiamo parlato, in una lunga
discussione amichevole, di giornalismo, mafia, "I siciliani" e
"La catena di Sanlibero".
Riccardo Orioles,
punto di riferimento nel panorama delle firme giornalistiche in Sicilia. Un giornalista
che, con Pippo Fava, ha fondato e sostenuto il giornale "I
siciliani", uno dei primi giornali che hanno avuto il merito di aver
denunciato la normalità delle attività illecite di cosa nostra in Sicilia.
Cavalieri, massoneria, mafia e politica i temi principali di
un giornalismo che si proponeva rigoroso nelle inchieste e nel mestiere di
comunicare. Fare il giornalista non bastava nella redazione de "I siciliani",
bisognava essere poliedrici; scrivere, correggere, impaginare, stampare,
sapersi sostenere l’un l’altro, tutto serviva alla
causa comune di portare alla luce ciò che la mafia per anni aveva fatto al
buio. Fava, a un anno dalla nascita del giornale,
viene ucciso dalla mafia. Il contraccolpo psicologico della perdita del
direttore è molto forte; ma è più forte la scintilla che scatta negli animi dei
giornalisti de "I siciliani", la missione adesso è lavorare più di
prima per mettere alle strette la mafia e i responsabili dell’omicidio di Fava.
Orioles è il punto di riferimento più forte nella
redazione del dopo Fava; guida un gruppo che si contraddistinguerà negli anni
per l’unità e per la qualità delle inchieste svolte. In seguito Orioles è stato tra i fondatori del settimanale
"Avvenimenti", ed ha formato al giornalismo d’inchiesta e di impegno civile moltissimi giovani. Attualmente
svolge la sua attività giornalistica scrivendo e diffondendo una e-zine in rete.
Cosa è il giornalismo? Come
si lega alle nuove tecnologie ed internet?
Il giornalismo nasce perché qualcuno ha voglia di dire
qualcosa, in seguito diventa strumento di dibattito aspro e il giornalista
diventa militante. Si inizia senza chiedere denaro al
fruitore del giornale poi pian piano ci si accorge che il lettore è disponibile
a spendere una piccolissima somma di denaro per leggere tutte le ultime novità
. In questa maniera si allarga il pubblico e cresce il giornale. La prima
motivazione che spinge il giornalismo è politica, dire delle cose senza però
rimetterci dei soldi. Il passo successivo è l’imprenditoria giornalistica come
la conosciamo adesso.
Siamo in un momento storico in cui le comunicazioni sono
sensibilmente più veloci rispetto al passato. Nei giornali spesso troviamo notizie
che già conosciamo perché le abbiamo sentite in TV o letto su internet. Questi due media negli ultimi tempi stanno riscuotendo un
forte successo e ottenendo molta credibilità. Ma ciò
ha il suo lato negativo; nei nuovi media chiunque può comunicare alla maniera
del giornalista e può essere paragonato ad un professionista per il lavoro
comunicativo che svolge. Questo meccanismo sta aiutando ad eliminare l’intera
categoria professionistica perché in questa ottica il
mestiere del giornalista può essere svolto da chiunque perché tutti possono
avere i mezzi e gli strumenti del giornalista professionista. Un ragazzo
giornalista in tv o sul web è sostituibile con un altro che può ricoprire la
stessa mansione. Una volta il giornalista era insostituibile; ogni giornalista
possedeva individualmente delle conoscenze e delle relazioni con persone che lo
portavano ad essere al posto giusto nel momento giusto. Il fatto che tutti
possiedono gli strumenti per comunicare getta ombre su
un altro fondamentale aspetto del giornalismo: la credibilità. Non tutto quello
che sentiamo o leggiamo è vero, eppure non dovrebbe
essere così. In quest’ottica c’è bisogno che qualcuno
garantisca la credibilità di tutto ciò che noi
leggiamo su un cartaceo, sentiamo alla tv e leggiamo sul web. C’è bisogno di
formalizzare il giuramento di Ippocrate,
che dia la sicurezza che i giornalisti comunicano notizie vere e accertate.
Come si inserisce
l’impegno politico nel giornalismo? Qual è la sua esperienza a proposito?
Io sono un giornalista compagno e sono un buon compagno
perché sono un giornalista. Non ha importanza se sei di destra o di sinistra,
se sei un compagno hai degli obblighi verso la gente. Per esempio, se sei
inviato in Medioriente non
puoi stare tutto il tempo in albergo e prendere le notizie dalla televisione;
devi scendere in strada e parlare con la gente. Essere compagno vuol dire
rispettare le persone e parlare alla stessa maniera sia con il venditore che
con il generale.
L’impegno politico è una lente deformante per
descrivere delle notizie?
Io penso esattamente il contrario, la tua
visione dei fatti influisce sul tuo impegno politico. Io sono per
l’obiettività, bisogna indagare sui dati senza pregiudizi politici.
Quali sono le differenze tra il giornalismo
italiano e quello delle altre nazioni?
Il nostro giornalismo è particolare rispetto alle altre
nazioni. Da noi c’è la peculiarità del pastone (ora chiamato raffinatamente
"editoriale") che riassume e critica i fatti del giorno in un solo
articolo. Altre peculiarità sono un buon livello di scrittura talvolta
prolisso, e una buona impaginazione grafica. Un
difetto è che spesso queste peculiarità portano il prodotto giornale a
diventare pesante e acquoso. Un esempio può essere il confronto con un giornale
francese: si presenta più piccolo, più aggiornato, accattivante nei contenuti e di conseguenza più letto. È differente anche
e soprattutto la filosofia del lettore medio: in Francia se il giornale scrive
stupidaggini il lettore protesta, si incazza e non lo acquista più, in Italia e soprattutto in
Sicilia il lettore è già incazzato prima di
acquistare il giornale. Ecco perché le entrate di lettorato sono lontane dai
costi industriali.
Qual è il lettorato italiano e quali sono le differenza con il lettorato siciliano/catanese?
Il lettorato italiano non è paragonabile a nessuno altro genere di lettorato europeo. Soprattutto nei
giornali, l’italiano non è abituato ad acquistare un quotidiano o dei
periodici. Le due regioni italiane in cui il lettorato è superiore alla media
sono la Sardegna e la Liguria. A Catania il lettorato è più o meno nazionale;
la differenza è che i libri vengono acquistati molto
di più rispetto ai quotidiani che vengono generalmente trascurati.
Come riescono a
sostenersi economicamente gli editori siciliani?
In Italia l’ultima tendenza per coprire i costi industriali
è quella di vendere insieme al giornale un inserto, in pratica tu acquisti una
videocassetta, un dvd e il giornale ti viene regalato. In Sicilia gli editori questo meccanismo
l’hanno scoperto quaranta anni fa. Non vendono al lettore individualmente un
inserto, bensì inventano una collana di inserti che
vendono esclusivamente agli enti pubblici e privati. Producono delle
pubblicazioni su un qualsiasi tema (es. la storia della Sicilia, l’eruzione
dell’Etna, ecc) di tiratura limitata (es. 2000 copie) che poi vendono alla
modica cifra di 100 €. In questa maniera il giornale viene
utilizzato come strumento di pressione per convincere l’acquisto forzato di
tali inserti. È scontato che gli enti comprino un numero considerevole di
questi inserti, le entrate di questo meccanismo extra-industriale finanziano il
giornale. Ovviamente chi compra più prodotti ha più peso politico... Un altro
cattivo costume è che di solito vengono aboliti i
contratti ai giornalisti ; il giornalista lo si fa pagare allo stato perché
figura come addetto stampa del comune.
Questi sono tutti stratagemmi che uno dei più potenti
editori siciliani si è dovuto inventare per fare
quadrare i bilanci. Purtroppo la conseguenza di questo malcostume è che il
giornale non riesce a crescere culturalmente; il quotidiano viene
usato solo come scarso contenitore di cronaca nera e sport, e non propone lo
strumento importantissimo del dibattito culturale.
I giornalisti a Catania sembrano pochi...
Esatto, praticamente i giornalisti
veri sono dieci. Non per bravura si intende, ma perché
solo dieci scrivono, vengono pagati e i soldi ottenuti dalla vendita del
giornale finanziano la vita del periodico mettendo in moto il ciclo
industriale. Ciò vuol dire che a Catania non esiste una struttura di
comunicazione, per crearla c’è bisogno di un processo che richiede anni per
essere attuato. L’ultima volta che a Catania esisteva una struttura
comunicativa è stata quando c’erano "I siciliani".
In cosa consisteva la struttura di
comunicazione de "I siciliani"?
La struttura si era venuta a creare grazie alla nostra
tecnica e al nostro mestiere. Eravamo un punto di riferimento per la
comunicazione nel territorio siciliano. Ma per esserlo
dovemmo sudare parecchio. Ognuno dei redattori dei siciliani era un azienda. Una azienda di
comunicazione. Mi spiego meglio, per il direttore noi non ci dovevamo limitare
a fare i cronisti, al tempo stesso dovevamo essere
tipografi, impaginatori e tastieristi. Fava all’inizio ci obbligo
a seguire dei corsi di computer (i vecchi terminali di qualche decennio fa) in
maniera illegale perché vietato dal sindacato (per un giornalista era
inconcepibile l’uso dei terminali, uno dei lavori manuali più bassi). Quel
tempo impiegato per imparare il computer non era tempo perso, capimmo in
seguito che era un mezzo di libertà che ci stavamo conquistando, un domani
ognuno di noi avrebbe potuto fare un giornale da solo.
Quando si pensa al giornale "I
siciliani" ci si collega subito alle inchieste sulla mafia...
Inchiesta per i primi periodi di vita del giornale è una
parola un po’ esagerata. Adesso guardando indietro possiamo dire che abbiamo
fatto inchiesta sulla mafia. All’inizio dell’esperienza eravamo quattro "carusi" ignoranti che sapevano poco di mafia e che
piano piano sono riusciti a
scoprire tutti i collegamenti tra le famiglie mafiose siciliane e catanesi.
Come funziona la mafia in Sicilia?
La mafia in Sicilia è un fatto politico, è uno strumento di oppressione e di controllo sociale. Secondo me la mafia è
la nostra forma di fascismo, non ideologicamente si intende.
Ad esempio il fascismo, in nome di qualcuno, riesce a fare il prezzo di un bene
perché taglia le gambe ai commercianti concorrenti. La mafia utilizza gli
stessi strumenti oppressivi, in più stabilisce delle regole di protezione: chi
vuole essere protetto e vuole avere il negozio al riparo da eventuali rapine,
deve pagare una certa somma ogni tanto, il famoso pizzo. Inoltre le famiglie
hanno "l’esclusiva" per la vendita di droga e affini, uno dei
principali metodi di sostentamento della mafia.
Come inizia la sua esperienza ne "i siciliani"?
Ero un ragazzo compagno proveniente dall’esperienza
sessantottina. Un giorno Nino Recupero mi informò che l’ordine dei giornalisti in Sicilia stava
organizzando un concorso per praticanti. Era un concorso che dava ai ragazzi la
possibilità di emergere, accasarsi presso un giornale e di essere pagati
dall’ordine anziché dalla testata. Io lo vinsi. Mi dovevo fare assumere a
"l’ora" di Palermo, ma, appena mi dissero che Fava stava organizzando
un giornale, non dovetti neppure scegliere. Ero affascinato
da Giuseppe Fava, prima ancora di conoscerlo, avevo letto molti suoi
testi. Ricordo il primo incontro; io ero tutto fighetto
e vanitoso, volevo fare esteri ma lui mi assegnò la cronaca nera. Perché ci rimasi? Era difficile non rimanere affascinati dal
suo modo di parlare. Cominciai a lavorare con lui al "Giornale del
sud". Dopo un periodo di apprendimento cominciai
a divertirmi nello scrivere nera. Ma spesso,
soprattutto agli inizi, riuscivo inconsapevolmente a cacciarmi nei guai. Un
giorno venne un uomo in redazione che voleva denunciare il
fatto che ad un incrocio tre energuemeni lo
avevano picchiato. Io gli risposi che una semplice lettera di denuncia non
bastava: volevo fare una inchiesta. Mi feci dare i nominativi e cominciai una campagna contro questi tizi. I
miei colleghi mi guardavano intimoriti: senza saperlo mi ero messo contro i
"falchi", i poliziotti in borghese, io non sapevo nemmeno la loro
esistenza. Un’altra volta senza volerlo riuscii a denunciare un giro enorme di
cocaina e mafia prendendo spunto da un piccolo episodio di cronaca. Dopo tanti
anni venni a sapere che mi avrebbero dovuto uccidere per quella storia; meno
male che il mafioso era stato ucciso a sua volta...
In seguito il Giornale del sud cambiò proprietario
e Fava non fu più il direttore. Noi per protesta occupammo il giornale,
ma poi capimmo che avremmo potuto fare le stesse cose senza chiamarci
"Giornale del sud". Dopo un po’ di tempo fondammo una cooperativa
(dal nome "Radar") e ci trasferimmo in corso delle province a
Catania, per un paio di anni imparammo le tecniche
tipografiche perdendo tempo e soldi. Avevamo fatto in quel
periodo dei piccoli giornali (tra cui Walkie-talkie, giornale in inglese per
gli americani di sigonella, fu il primo giornale in
Italia a parlare di Santapaola, peccato che era letto
da tre persone...) Nel novembre dell’82, Fava ci ordinò di fare i
siciliani. Iniziammo nel dicembre, esattamente la vigilia di
Natale, era l’inizio di uno dei migliori giornali nel suo genere. Sul
primo numero comparve la prima intervista a Falcone e un primo abbozzo di inchiesta sulla storia dei cavalieri a Catania.
La cosa caratterizzante del giornale era che non
raccontavamo avvenimenti eccezionali: la nostra bravura consisteva nel
fotografare la quotidianità degli avvenimenti nel territorio siciliano. È un
lavoro abbastanza difficile, ma è molto importante capire per un giornalista quale è la linea di confine tra la normalità e
l’eccezionalità delle notizie. Descrivere la normalità degli accadimenti non
fece altro che sottolineare la routine mafiosa e tutti
i collegamenti politici che aveva la mafia. Un’altra cosa molto bella de
"I siciliani" fu il coinvolgimento dei ragazzi delle scuole, nacque
così "I siciliani giovani" da cui scaturirono dei lavori molto belli.
Su tutto la lezione più importante che il giornale ha lasciato è che si
possono fare cose enormi essendo un gruppo di persone semplici, come lo eravamo
noi redattori. Nella vita non esistono quelli bravi, esistono quelli che hanno
il coraggio o la fortuna di farsi avanti. Noi eravamo bravi e tecnici, sapevamo
che nessuno poteva aggirarci; ci eravamo dati delle
regole per confortarci a vicenda, ad esempio, nessuna inchiesta era
individuale, ma era firmata da almeno due persone, ciò per un motivo di
sicurezza in quanto se la mafia uccideva un redattore, ce ne era un altro che
poteva continuare l’inchiesta.
Quali furono le sue emozioni in giorno
dell’omicidio di Pippo Fava?
Fu un giorno di follia. Coesistevano dentro di me due
reazioni, una professionale giornalistica (organizzare, intervistare, scrivere)
e una emotiva, ero triste, affranto e con un enorme
paura. Tutti fummo presi dallo sconforto ed entrammo
in una spirale di follia; per quanto mi riguarda ancora oggi non so se ho
superato quella condizione. L’omicidio di Fava ebbe anche un contraccolpo
professionale su tutti noi della redazione; mettemmo all’opera ciò che il
direttore ci aveva insegnato, fummo in grado di fare il giornale, come dicevo
tutto il tempo perso anni prima davanti ai terminali non era stato tempo
sprecato. Diventammo più professionali nelle inchieste, dopo quello
che era successo non era ammessa nessuna sbavatura. Il gruppo rispose
all’emergenza rafforzandosi sotto tutti i punti di vista, dovevamo stare uniti
e fare un culo così a tutti
quelli che si mettevano contro di noi.
Cosa accadde in seguito...
Dopo Fava non abbiamo avuto più un
direttore. Io ebbi una piccola parte di gestione del gruppo perché ero un po’
più esperto degli altri. Ma non c’erano primedonne
nella redazione, nessun singolo avrebbe potuto fare un lavoro di quel genere.
Tutto quello che era sfornato dai siciliani era esclusivamente il frutto di un
lavoro corale. Purtroppo come ogni storia, arrivò pure la fine di quella esperienza, "I siciliani" finirono di
uscire nel 1986. Poi ci fu un periodo di pausa in cui mi dedicai al progetto
"Avvenimenti", un altro giornale. Tornai ne
1991 e con la collaborazione di Claudio Fava volevo ricostruire e fare
rinascere "I siciliani". Ingenuamente ero dell’idea che il giornale potesse avere un respiro nazionale. In quella
edizione però ci furono dei problemi legati soprattutto all’entrata in
politica di Claudio, la sua scesa in campo non faceva altro che gettare ombre
di partito sul nostro lavoro e alla lunga condizionò il giornale. E pensare che Claudio non voleva diventare un politico...
Lei scrive e cura "La Catena di Sanlibero" una delle più seguite E-zine
italiane. Come è nata l’idea?
La "Catena di San Libero" e’ una
e-zine gratuita, indipendente e senza fini di lucro.
Non ha collegamenti di alcun genere con partiti,
lobby, gruppi di pressione o altro. È nata esclusivamente come mezzo di espressione di un giornalista che ha ancora voglia di
comunicare e di impostare dibattiti. Siamo in un momento storico in cui le
possibilità comunicative sono tantissime. Comunicare con una
qualsiasi parte del mondo non aiuta però lo scambio culturale. Bene, la
Catena si vuole porre come mezzo di crescita culturale, è un confronto tra
persone diverse e un dibattito su alcuni temi proposti da me. Penso che sia una grande possibilità che internet ci offre.
Ricevo numerose lettere da tutto il mondo, molte persone mi scrivono quello che
pensano, e anche se non condividono il mio punto di vista è molto bello aver
scatenato e suscitato una reazione nei lettori. Di norma il giornalista
dovrebbe fare questo...
Tempo fa lei fu promotore di un
progetto per la nascita di un giornale a Catania. La sua idea era di unire
tutte le piccole testate (tra cui girodivite) che
bene stavano lavorando sul web...
Esatto. Catania vive un periodo in cui è pronta secondo me a
dare una svolta all’informazione giornalistica. Due anni fa
secondo me il terreno era pronto per partire con un nuovo giornale. Si
chiamava "NZU" ed era il risultato dell’unione di tutte le piccole
testate indipendenti sul web, che stavano facendo cose egregie nell’ambito
della controinformazione. Io non volevo alcun ruolo
particolare nel progetto, volevo coagulare il gruppo redazionale e farlo
crescere insieme. Il progetto non andò a buon fine, probabilmente perché alcuni
ragazzi non erano ancora maturi per un grande lavoro
di gruppo e di squadra. Penso comunque ancora che
Catania stia aspettando una nuova struttura comunicativa; bisogna aspettare la
generazione giusta.
di Luca Salici 12 maggio 2004