La
sua cattura è stata la sua definitiva vittoria. Adesso la mafia davvero non
esiste. E’ scomparsa, morta, sepolta, sommersa. E per capirlo basta guardare Bernardo Provenzano, osservarne
la faccia, i vestiti che gli cascano addosso, la seconda dentiera accanto al letto
Basta rivedere le immagini trasmesse sui telegiornali sulla
fine della sua latitanza. Telecamere che, come in un serial americano,
indugiano sulla scena del delitto, il suo ultimo covo; un ovile sgarrupato , alcune Bibbie aperte a
caso per leggere i brani sottolineati dal latitante e un mucchio di cestelli
per la ricotta. Segno evidente che chi è stato preso lì deve
essere finito in manette per produzione e vendita abusiva di formaggi.
Poi particolari a raffica sulle sue abitudini alimentari; miele, cicoria,
pecorino. Ecco il menù del capo di Cosa Nostra, anzi del presunto capo della presunta Cosa Nostra, perché è chiaro che un vecchietto del
genere, un uomo che le Tv raccontano così, non può essere stato capo di niente
e che anzi niente era la sua organizzazione. Infine, per qualche giorno, i
soliti titoli: “ E’ caccia ai protettori del boss”, ai “ nomi insospettabili”,
“ ai complici”.
Già, i complici. Alcuni di loro sfilano
sullo schermo, complimentandosi con le forze dell’ordine, proprio nei servizi
dedicati a Provenzano, altri compaiono subito
dopo, o subito dopo, o subito prima, parlando del bilancio dello Stato o dei
risultati delle elezioni. Sempre che si possa essere complici di qualcosa che
non c’è .Perchè davvero Cosa Nostra senza la politica, senza le coperture
istituzionali, senza il controllo ferreo del voto e delle gare di appalto, è solo un’arcaica banda di assassini ed estorsori destinata a essere cancellata dal tempo e dalla
storia. Qui sta la vittoria di Provenzano, Essere
riuscito, con la complicità di tutti, politici, media ,
istituzioni, a farlo dimenticare.
Per la gioia del sistema dei partiti che, negli ultimi
quindici anni, dopo le stragi, dopo il sangue di Falcone e Borsellino, ha totalmente rinunciato a selezionare le proprie classi
dirigenti anche in base al rischio – mafia: da allora non è mai accaduto che un
politico venisse espulso dal suo movimento perché ritenuto in rapporti con Cosa
Nostra, Perché succeda devono esserci le manette e, sempre più spesso, neanche
quelle. Quando i giornali (pochi) e i cittadini scoprono, con ritardo di anni rispetto agli uomini del Palazzo, i nomi dei
parlamentari, deputati regionali,ministri, assessori, sindaci che frequentano o
hanno frequentato non occasionalmente boss e condannati per fatti di mafia, la
reazione dei loro colleghi è zero. O meglio una c’è ;
si grida al complotto.
Il principio di elementare prudenza
che porta, nelle democrazie mature, a escludere ed emarginare chi ha amicizie
discutibili, chi tiene comportamenti non trasparenti, in Italia non scatta mai.
Eppure rappresentare gli elettori non è un semplice
diritto: è un onore, ma anche un onere. Il garantismo deve valere nelle aule di
tribunale, dove l’imputato va condannato solo se è colpevole al
di là di ogni ragionevole dubbio. In politica invece deve prevalere il
buon senso. Tra chi è specchiato e chi ha addosso una
macchia, candido solo il primo, non il secondo. Dire di un amministratore
locale o nazionale: << però l’hanno votato >> non ha senso. La
scelta andava fatta prima, nei partiti, nelle sezioni, nelle segreterie. E lo
ha ancor meno adesso, da quando è in vigore una legge
elettorale liberticida che impedisce ai cittadini di scegliere i propri
politici e li obbliga a fare una croce esclusivamente sul simbolo di un
partito.
Spiegava già nel 1989, Paolo Borsellino: << Vi è stata
una delega totale inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze
dell’ordine a occuparsi esse solo del problema della
mafia (….). E c’è un equivoco di fondo: si dice che
quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di
avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone
accertare le prove, non l’ha condannato, ergo quell’uomo
è onesto….e no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un
accertamento giudiziale. Può dire, be’ ci sono
sospetti, sospetti gravi, ma io non ho le prove e la certezza giuridica per dire che quest’uomo è un mafioso.
Però i consigli comunali, regionali e
provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze
sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali
inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Ci si è nascosti dietro lo
schema della sentenza, cioè quest’uomo
non è mai stato condannato, quindi non è mafioso, quindi è un uomo
onesto!>>.
Ma la politica, oggi più di prima,
rivendica il suo primato. I partiti in emorragia costante d’iscritti, non
tollerano “intrusioni” da parte dei giudici o dai media.
Quando nel 2005 “Report”, la trasmissione di Milena Gambanelli, interrompe anni di omertà
televisiva sulla mafia, ricordando che esiste ancora, che ha legami importante,
che controlla il territorio, tutto il centro destra insorge e chiede che una puntata riparatrice:
non perchè ci fosse qualcosa di falso o di non dimostrato ( in questo caso la
giornalista ne avrebbe risposto al tribunale), ma semplicemente perché,
spiegano i parlamentari indossando la
giacca da caporedattore RAI,
Dodici mesi prima, una replica di “Blu notte” di Carlo Lucarelli, dedicata all’omicidio di Giovanni Falcone, era
stata fatta saltare all’ultimo momento. Dopo poche settimane si sarebbero tenute le elezioni amministrative non rispettava
la par condicio.
Totò Riina era in carcere e no
lo lasciavano uscire. Provengano avrebbe partecipato
volentieri, ma era troppo impegnato a cucinare ricotte.
Si, perché è quella l’unica immagine del vecchio Padrino che è
bene rimanga negli occhi degli italiani. L’immagine di una mafia antica, un po’
animale, che un tempo uccideva anche personaggi importanti evidentemente solo
per il gusto di uccidere.
Di tutto il resto, dei rapporti politici trasversali di
Provengano, del cassiere del suo clan, pupillo del presidente della Regione (
UCD) e di un
ministro UDEUR del governo Prodi, dei capimafia di Corleone
da sempre amministratori dei beni di un importante deputato azzurro, del loro
collega di Enna, abituato a baciare sulle guance e
discutere di affari con un onorevole DS, mai cacciato e anzi promosso, e meglio
non parlare. Condannato in primo grado Marcello Dell’Utri
per tentata estorsione insieme al boss di Trapani, Vincenzo Virga,
e Bruno Vespa si dedica al delitto di Cogne e al pigiama della sig.ra Franzoni. L’attuale senatore UDC ex ministro Calogero
Mannino si vede appioppare cinque anni e quattro mesi in appello ( verdetto poi
annullato con rinvio) e a “Porta a Porta” discute di calcio scommesse con
Maurizio Mosca e Aldo Biscardi.
Non è un caso. Se uno sa certe cose poi magari
si mette delle strane idee in testa, Magari comincia a riflettere forse, pensa,
sono tutti innocenti,forse non hanno commesso reati, forse non avevano capito
chi avevano di fronte. Ma se non sanno nemmeno
distinguere un mafioso da un attivista di partito, perché bisogna permettere
loro di amministrare la cosa pubblica?
Oggi le analisi della Confcommercio
dicono che l’organizzazione capeggiata fino all’11
aprile 2006, dal latitante coleonese raccoglie il
pizzo dal 70 per cento delle attività commerciali in Sicilia ( 80 nella sola
Palermo). L’Euripes spiega che il fatturato
complessivo delle tre mafie ( Cosa Nostra, camorra e ndrangheta) nel
Ma un dato narra meglio di ogni
altra indagine quello che sta accadendo: nella più moderna clinica di tutta l’isola,
di Lirio Abbate e Peter Gomez