“I mafiosi non siamo noi. Noi siamo Cosa
Nostra. I veri mafiosi sono quelli con la giacca e la cravatta, i colletti
bianchi. Quelli sono i veri mafiosi. Noi siamo generali, soldati, assassini.
Abbiamo anche un cuore, e nel mio caso, io mi sono pentito veramente.
Perché si ricordi, dottore Bongiovanni,
che Cosa Nostra è come la gramigna, non muore mai.
Ma i mafiosi non siamo noi, sono quelli che ci hanno
alimentato e permesso di sopravvivere da 200 anni”.
Queste
parole me le disse durante un’intervista del novembre
2001 Salvatore Cancemi, l’ex capo del mandamento di
Porta Nuova, amico fraterno di Raffaele Ganci assieme al quale ogni settimana
si sedeva di fianco a Riina con cui discuteva gli
affari di Cosa Nostra.
Con l’operazione Gotha gli inquirenti hanno assestato un colpo importantissimo
all’organizzazione, gli assetti interni ai mandamenti più importanti di Palermo
sono mutati e soprattutto si è evitata una pericolosa guerra di mafia, con
omicidi e assassinii. In realtà, come abbiamo visto,
passa il tempo, ma le cose non cambiano granché: i vecchi boss escono dal
carcere e tornano a comandare.
Il procuratore nazionale antimafia Grasso con grande entusiasmo ha dichiarato
che “la mafia è in ginocchio”.
Seppur comprendiamo la sua soddisfazione non riusciamo a condividerne
l’analisi, per quanto ottimisti sul fatto che un
giorno Cosa Nostra potrà essere sconfitta. Semplicemente perché i veri mafiosi,
per dirla con Cancemi, sono liberi e comandano, molti
sono sconosciuti, altri no. E non ci riferiamo a
Matteo Messina Denaro e a Salvatore Lo Piccolo, i
probabili capi di Cosa Nostra oggi in sostituzione del vecchio Bernardo Provenzano. Ma ai mafiosi che coprono, alimentano e che a volte hanno
utilizzato Cosa Nostra come braccio violento.
Facciamo qualche esempio. Uno di questi mafiosi, seppur ancora presunto, perché
il suo processo è in corso, è Salvatore Cuffaro, neo
rieletto Presidente della Regione Sicilia, un altro, sempre presunto, è
Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado a
nove anni di reclusione dal presidente Leonardo Guarnotta
per concorso esterno in associazione mafiosa, e poi c’è Michele Aiello, il più ricco contribuente di Sicilia, anch’egli
sotto processo, e chissà quanti altri medici, imprenditori e forse persino
qualche magistrato (sicuramente ce ne sono stati nel passato), oggi come 250
anni fa, come alla fine della Seconda Guerra Mondiale, come ai tempi della
guerra fredda…
Che dire poi di un Silvio Berlusconi
che non ha mai voluto rispondere sulle centinaia di miliardi che sono misteriosamente
giunti nei conti delle sue banche, così come non ha mai spiegato perché negli
anni Settanta si incontrò con Stefano Bontade,
l’allora capo di Cosa Nostra.
E poi ancora quei certi politici, quella certa massoneria, quei certi servizi
deviati che coprono e aiutano i mafiosi che coprono e aiutano Cosa Nostra.
Tornano alla mente
Davvero crediamo che non ci sia più un Andreotti che
protegge Cosa Nostra?
Sarà un caso che uomini d’onore della potentissima famiglia americana degli Inzerillo chiedano e ottengano, con la benedizione delle
storiche famiglie newyorkesi, che i propri pupilli
rientrino a Palermo? I vecchi boss, i Rotolo e i Cinà possono anche lamentarsi, ma di fatto non resta loro
che accettarlo, perché anche Bernardo Provenzano è d’accordo.
La mafia non è in ginocchio, lo è forse una corrente molto forte
dell’associazione criminale Cosa Nostra. La mafia è viva e vegeta, sarà in ginocchio quando conosceremo i mandanti esterni delle
stragi, i nomi e i cognomi di chi ancora oggi protegge non solo Cosa Nostra, ma
anche la ‘Ndrangheta,
In una parola, quando sarà smascherato il vero volto di quel potere che basa la
sua esistenza sulla dominazione e sulla violenza.
Giorgio Bongiovanni