Per tre volte la mafia ha distrutto il suo pub. Ma lui non è mai venuto a patti con chi lo vessava, denunciando i clan. Vive sotto scorta, e lancia un appello agli altri commercianti: non cedete ai ricatti, restate nella legalità

 

«La paura aiuta, aiuta tantissimo. Ne ho avuta tanta. Ora ne ho un po' di meno ma c'è sempre e ti serve. Ti serve la paura e ti serve la rabbia. Sono cose che ti servono perché comunque ti danno la motivazione giusta per trovare poi la forza necessaria per resistere e reagire». Già, perché Bruno Piazzese non molla. Quarant'anni, siracusano, ama la Sicilia e il suo lavoro. «Questa è la mia terra, qui ho i miei affetti, devo rimanere, devo lavorare». Ma Cosa nostra non glielo permette. Nel 2000 apre un pub sull'isoletta di Ortigia, la parte storica e bellissima della sua città. Ma in questi cinque anni è riuscito a lavorare solo per 36 mesi. La mafia gli ha distrutto il locale per tre volte (una quarta l'ordigno non ha preso fuoco). Perché non aveva voluto pagare il pizzo, perché aveva denunciato i suoi estortori, li aveva fatti arrestare e condannare. E lui tre volte è ripartito. «Può sembrare scontato o retorico parlare di libertà, però nessuno si può permettere di privarti della tua libertà, in primo luogo quella di lavorare». E, non contento, è diventato prima responsabile dell'associazione antiracket della città e poi coordinatore di quelle della provincia. Perché, spiega, «capisco che è l'unico modo per cercare di ristabilire le condizioni affinché ognuno possa fare ciò che gli piace».
Ci racconta la sua esperienza passeggiando per le vie di Palermo. Siracusa è lontana ma il rischio è dovunque e così la scorta che gli è stata assegnata da tre anni non lo perde di vista. Tutt'altro che discreta, con la mano appoggiata alla pistola infilata ben in vista alla cintura. E proprio questa presenza è il ricordo che più lo rattrista. «Il primo giorno che ho avuto la scorta sono uscito di casa, mi sono girato e ho visto mia madre che piangeva». Ha un attimo di commozione. «Era cambiata la mia vita. Il pub lo ricostruisci, questi anni blindati no». Ma Bruno non molla. Non paga e invita anche gli altri a non farlo. «Denunciare sempre, perché è l'unica via che consente di uscire dall'incubo di sottostare al racket dell'estorsione. Io ho esperienze dirette di altri imprenditori che per anni hanno pagato ed è terribile. La situazione è molto peggiore di quella che posso vivere io, pur nei limiti di una vita da scortato. È terribile vivere col fiato del racket alle spalle. "Stasera prepara venti milioni se no ti ammazziamo i bambini", e prima ancora che il bambino vada a scuola sanno già quale sia la scuola nuova dove va».
Ricorda Bruno il primo «approccio». «Mi hanno imposto i videopoker, poi quando hanno visto che non li facevo funzionare mi hanno detto che li portavano via ma in cambio dovevo dare tre milioni e mezzo di lire al mese. Me lo venne a dire direttamente il capoclan, Alessio Attanasio». Non ha paura a fare i nomi di quelli che, grazie alla sua denuncia, sono finiti in galera. «Mi chiedeva i soldi facendomi capire che lui era uno che contava a Siracusa. Minacce dirette no. Quelle sono arrivate quando ho fatto capire che non avrei mai pagato e che se non fossero andati via li avrei denunciati. E così ho fatto».
Il 5 febbraio 2002 i primi sei arresti. Quattordici giorni dopo il primo attentato fallito: la benzina non prende fuoco. Ma il dramma è solo rinviato. Il 19 marzo il locale viene completamente distrutto da un incendio devastante. Lavoro fermo per nove mesi, ma grazie ai fondi previsti dalla legge antiracket Bruno riesce a riaprire il 5 dicembre del 2002. «Nel frattempo viene posizionato un sistema di controllo con telecamere collegate direttamente con la sala operativa della questura». Ma le minacce non si fermano. Telefonate, buste con proiettili. E dopo due mesi una sorpresa. «Mi accorgo - ricorda amaramente Bruno - che vengono tolte le telecamere. Mi spiegano che costano 500mila lire al giorno per cui lo Stato non può permettersi di tenerle per tanto tempo». Intanto il 26 luglio i suoi estortori vengono condannati a pene che vanno dai quattro ai sei anni. La risposta della mafia non si fa attendere. Il 26 agosto un altro incendio distrugge il locale.
Ma Bruno non molla. A giugno 2004 riapre il pub. E l'8 ottobre realizza un video nel quale invita gli altri imprenditori a seguire il suo esempio. È troppo per i boss. Dodici giorni dopo un terzo incendio distrugge nuovamente il locale. «Questa volta il messaggio non è diretto a Bruno Piazzese, ma agli altri: "Non seguite la sua strada. Se no vi facciamo fare la sua fine"». Messaggio preventivo. «A me non importa di diventare un simbolo, però se è vero che lo sono diventato le istituzioni devono ridare credibilità a questo simbolo».
Bruno ragiona pensando ai colleghi. «Il commerciante può denunciare solo se ha fiducia nelle istituzioni». Invece, «siamo in una sorta di impasse. Da una parte c'è lo Stato che dice che l'unico modo per combattere la mafia è la collaborazione dei cittadini. Dall'altro la società civile che pensa che la lotta alla mafia è di esclusiva competenza dello Stato. Questo non porta a niente». Lui la strada l'ha imboccata da tempo e non intende cambiare. «Mi rivolgo ai miei colleghi imprenditori: seguite la legalità anche nella conduzione dell'azienda, date segnali forti. Più vado avanti e più mi rendo conto che in questa nostra Sicilia il problema si deve affrontare da lontano, facendo ognuno il proprio dovere».

di Antonio Maria Mira

 

pagina precedente