Esiste ancora in Italia la libertà di opinione
e di critica, soprattutto quando viene esercitata nei confronti dei
rappresentanti del potere politico? La domanda non e' frutto di faziosità:
preoccupanti indizi spingono a porsela, ed hanno convinto alcune associazioni
ed organi di stampa (Arci, Centro di documentazione "Giuseppe
Impastato", Centro sociale "San Francesco Saverio", Il
Manifesto, Libera, Mezzocielo, Micromega, Narcomafie, Palermo anno uno,
Promemoria Palermo, Scuola di formazione etico-politica "Giovanni
falcone", Segno, Uisp) , a promuovere un appello per la libertà di stampa
nella lotta contro la mafia.
I fatti: siamo alla fine del 1994, ed inizia a Caltanissetta
davanti al GUP il processo contro i presunti responsabili della strage di
Capaci, nella quale persero la vita Giovanni Falcone, la compagna Francesca
Morvillo, e tre agenti della scorta, Rocco Di Cillo, Antonio Montanari e Vito
Schifani. Presidente del Consiglio dell'epoca è l'on. Silvio Berlusconi, imprenditore
milanese a capo di un impero economico fondato sulle televisioni, che aveva
vinto le elezioni del marzo precedente alla testa di un nuovo raggruppamento,
"Forza Italia", presentato come alternativo ai tradizionali partiti.
Il suo governo (un'alleanza con la Lega di Umberto Bossi, Allenza Nazionale, e
partiti cattolici sorti dalle ceneri della DC), si pose ben presto in urto, a
causa del coinvolgimento, ritenuto pretestuoso e motivato da ostilità politica,
del suo presidente in inchieste sulla corruzione, con i magistrati, autori
principali di quella rivoluzione che aveva portato alla fine del vecchio quadro
politico, travolto dalle inchieste di Tangentopoli, ma anche dalla denuncia
dello stretto intreccio fra mafia e politica, e dall'indignazione dell'opinione
pubblica dopo gli attentati nel quale avevano perso la vita i giudici Falcone e
Borsellino.
Nella maggioranza e nel governo fu lasciato ampio spazio ad un garantismo
estremo, e secondo alcuni tendenzioso, con proposte di revisione in senso
restrittivo della legislazione sui pentiti, con minimizzazioni sulla gravità
del fenomeno mafioso (lo stesso on. Berlusconi sostenne che di mafia si parlava
troppo, e ciò ledeva il buon nome dell'Italia), con proposte di sospensione del
regime carcerario duro per i mafiosi (il famoso art. 41 bis) e di riforma della
custodia cautelare. Il ministro di Grazia e Giustizia, il liberale Alfredo
Biondi, improntò la sua azione di governo ad un'astiosa polemica contro i
magistrati, piuttosto che al sostegno delle loro inchieste in materia di
corruzione e di criminalità organizzata. La commissione parlamentare antimafia,
sotto la guida dell'on. Tiziana Parenti, ex magistrato di Milano in forte
polemica con i suoi ex colleghi, perse l'incisività che aveva avuto nella precedente
legislatura.
In questo, all'apertura del processo per la strage di Capaci, la Provincia di
Palermo non si costituì parte civile, a differenza dei Comuni di Palermo e di
Capaci, della Regione Sicilia e del Governo nazionale. Era peraltro presente al
processo il suo presidente, l'avvocato Francesco Musotto, un ex socialista
passato a Forza Italia, ma in qualità di avvocato difensore di uno degli
imputati, il costruttore Salvatore Sbeglia. La cosa suscitò, come naturale,
sconcerto nel fronte antimafia e aspre polemiche, che raggiunsero la stampa
nazionale ed il parlamento italiano, nel quale cento deputati di diverse forze
politiche firmarono un appello alla Provincia perché si costituisse parte
civile. Infine la Provincia deliberò la costituzione, ma solo nel febbraio 1995
(il processo era iniziato il 19 settembre precedente, e la fase preliminare si
era chiusa, dopo quattro udienze, senza che la Provincia fosse presente), ma fu
rappresentata dal vice presidente: il suo presidente infatti decise di non
rinunciare alla veste di avvocato difensore, tant'e' che anche nelle altre
occasioni nelle quali l'Amministrazione provinciale deliberò di costituirsi
parte civile (processo di Via d'Amelio relativo all'attentato al giudice
Borsellino, processo per l'omicidio dell'imprenditore Libero Grassi, processo
per l'omicidio del giudice Saetta e del figlio) egli scelse, pur essendo
presente, di non partecipare alle votazioni.
Questo atteggiamento fu oggetto di un articolo pubblicato nel numero di
novembre 1994 di "Narcomafie", diretto da don Luigi Ciotti, a firma
di Claudio Riolo, docente dell'università di Palermo, intitolato Lo strano caso
del dottor Musotto e di Mister Hyde (nell'occhiello si leggeva:
Mafia&diritto. Palermo: la provincia contro sé stessa nel processo Falcone.
L'articolo esprimeva una critica vivace ma, a mio parere, fondata su dati di
fatto assolutamente incontrovertibili, all'atteggiamento del presidente della
provincia di Palermo. Questo veniva considerato prova di un'incompatibilità tra
la sua professione di avvocato, che l'avvocato Musotto dichiarava di voler
continuare a svolgere, e la sua carica pubblica, e veniva collegato ad
un'analisi degli equilibri fra mafia e politica dopo la fine della "prima
repubblica". L'analisi, condotta secondo uno schema ipotetico tipico delle
analisi sociali, non conteneva né alcuna accusa a Musotto di essere colluso con
la mafia, né espressioni personali che potessero apparire ad un lettore lesive
dell'onore del presidente della Provincia. Tale infatti non si può considerare
l'ironia utilizzata nella prima parte dell'articolo, nella quale l'avvocato
veniva paragonato al personaggio di Stevenson grazie alla duplicità dei ruoli
che aveva deciso di ricoprire: secondo Riolo, dopo la costituzione di parte
civile, sia pure tardiva, della Provincia di Palermo, "il
Musotto-presidente, sia pure rappresentato dal facente funzioni, si scinderà
quotidianamente dal Musotto-avvocato che continuerà a difendere il costruttore
Sbeglia, ed entrambi parteciperanno al processo per la strage di Capaci su
fronti opposti". Né poteva suonare diffamatoria la qualificazione di
Musotto come "goffo emulo locale" del presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi che andava "in giro per il mondo minimizzando la gravità e la
forza del fenomeno mafioso": la qualificazione di emulo di Berlusconi non
poteva certo essere considerata offensiva da un membro di quel
movimento-partito che proprio sull'ammirazione e l'emulazione del suo capo
indiscusso ha fondato una parte non indifferente della propria capacità
attrattiva. Quanto alla "goffaggine", forse Musotto, ed altri con
lui, non sono d'accordo, ed egli si ente un degno emulo dell'onorevole
Berlusconi, ma il giudizio rientrava comunque in quel campo di valutazione
soggettiva che un commentatore politico deve pur avere, se non vuole ridursi ad
un passa-veline: che Musotto non riuscisse a riprodurre degnamente a livello
locale l'abilità dell'onorevole Berlusconi era certamente un'opinione personale
del prof. Riolo, ma quale grave offesa all'onorabilità del prof. Musotto essa
ha rappresentato? Sarebbe come dire che un commentatore che scrivesse oggi, ad
esempio, che il vicepresidente del Consiglio onorevole Fini non gli sembra
altrettanto abile del presidente, onorevole Berlusconi, possa essere querelato dal
primo per diffamazione (o dal secondo se l'opinione fosse invece quella
opposta, e Fini fosse ritenuto più sagace politico di Berlusconi).
L'avvocato Musotto invece si ritenne diffamato, e nell'aprile del 1995, a
distanza di cinque mesi dalla comparsa dell'articolo, citò l'autore in sede
civile, chiedendogli 700 milioni di risarcimento. "Narcomafie" e
"Il Manifesto" reagirono ripubblicando il testo dell'articolo a firma
di 28 esponenti del mondo politico e culturale (fra essi Luciana Castellina,
Franco Cazzola, Luigi Ciotti, Giuseppe Di Lello, Pietro Folena, Alfredo
Galasso, Tano Grasso, Giuseppina La Torra, Luigi Manconi, Alfio Mastropaolo,
Massimo Morisi, Umberto Santino, Massimo Scalia, Nichi Vendola).
A tutt'oggi non risulta che l'avvocato Musotto abbia querelato o citato in
giudizio anche i 28 cofirmatari, nessuno dei quali ha ricevuto finora un avviso
in tal senso: viceversa è andato avanti il procedimento civile contro il prof.
Riolo, che nel marzo del 2000 è stato condannato dal giudice unico della prima
sezione civile bis del Tribunale di Palermo, avvocato Vincenzo Di Filpo, a
pagare come risarcimento danni all'avvocato Musotto 70 milioni, oltre agli
interessi legali ed alla pena pecuniaria di 10 milioni e le spese di giudizio.
Complessivamente il docente universitario deve sborsare 118 milioni
La sentenza, depositata nel novembre del 2000, in realtà non mi pare motivi in
cosa sia consistita la diffamazione: dopo aver giustamente sostenuto che il
diritto di critica sancito dall'articolo 21 della Costituzione è
"un'espressione di opinione non rigorosamente obiettiva in quanto fondata
su interpretazione, necessariamente soggettiva, di fatti e comportamenti",
si limita a citare ampi stralci dell'articolo di Riolo, giudicando che questo ha
superato il limite dell'esercizio del diritto di critica per avere trasceso
"ad attacchi personali, diretti a colpire, su un piano individuale e senza
elementi di prova, la figura morale del soggetto criticato". Discutibile
appare poi l'affermazione che a causa della"pubblicità data alla vicenda,
anche a seguito del giudizio civile iniziato dal Musotto, con la
ripubblicazione dell'articolo del Riolo sul "Manifesto" del 3.5.1995,
con la notizia ripresa da quotidiani a grande diffusione parlamentare e con
l'interrogazione parlamentare dell'on. Manconi, appare ancora più chiaro come
il Riolo tenda maliziosamente a legittimare nel lettore il convincimento della
sussistenza di gravi elementi di responsabilità a carico dell'attore",
cioè dell'avvocato Musotto. Come dire: criticate pure, ma solo in luoghi
privati: se invece che fra amici, magari attorno ad una tavola imbandita e dopo
abbondanti libagioni (che possono sempre costituire un'attenuante per essersi
lasciati andare ad espressioni colorite), le critiche vengono esposte su organi
di stampa, non sia mai poi nazionali, questo può configurare un intento
persecutorio verso il politico criticato.
A me sembra invece che il diritto di critica deve trovare limiti solo nella
falsità degli argomenti utilizzati, o in offese assolutamente gratuite sul
piano personale: se fosse stato falso che Musotto aveva deciso di difendere un
imputato al processo per la strage di Capaci, o che la Provincia di Palermo
aveva tardato a costituirsi parte civile, questo sì sarebbe stato un elemento
di calunnia e diffamazione. Ma data l'assoluta esattezza dei fatti dai quali
traeva spunto l'articolo di Riolo, le conclusioni che egli ne traeva, che cioè
la mancata costituzione di parte civile potesse essere letta dalla mafia come
un segnale di disponibilità nei suoi confronti da parte delle istituzioni,
rientravano nel novero di quelle ipotesi plausibili che sostanziano il diritto
di critica. Contro la sentenza il Riolo ha proposto appello, ma intanto ha
cominciato a vedersi trattenute in busta paga le quote di rateizzazione della
somma dovuta.
La vicenda mi sembra tristemente esemplare di un uso delle richieste di
risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa che rischia di risultare
lesivo della libertà di critica, e di quella di stampa tout court. Non si
tratta infatti di un caso isolato: sempre il Tribunale di Palermo ha condannato
Umberto Santino, presidente del centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato", a risarcire 20 milioni all'ex ministro
democristiano Calogero Mannino: la colpa di Santino è stata quella di aver
riportato in un suo libro un testo anonimo che circolava per Palermo (ed era
peraltro già stato integralmente pubblicato da altri), per analizzarlo secondo
i canoni dell'analisi politico-sociale, prendendone le distanze e cercando di
inserirlo in un contesto di strategia mafiosa. E altri esponenti del movimento
antimafia, fra i quali la vedova di Pio La Torre e Alfredo Galasso, sono stati
citati sempre dall'ex ministro.
Queste vicende mettono in discussione un principio centrale in uno stato
democratico, la libertà di stampa e di opinione, ed hanno perciò spinto le
associazioni elencate all'inizio di questo articolo a diffondere un appello,
ritenendo che le ripetute richieste di risarcimenti avanzate verso giornalisti,
studiosi od opinionisti, abbiano come effetto non "la legittima tutela
dell'onorabilità della persona, ma l'instaurazione di un clima d'intimidazione
nei confronti di chiunque intenda far conoscere, commentare o studiare il
persistente fenomeno della contiguità tra politica, mafia e affari". I
promotori dell'appello chiedono "una nuova regolamentazione legislativa in
materia di 'diffamazione', che ristabilisca un giusto equilibrio tra diritto di
cronaca e di critica e tutela della persona, e che uniformi procedimento penale
e procedimento civile per impedirne un uso distorto e strumentale", e
propongono "la costituzione di un fondo di solidarietà tramite la
sottoscrizione del presente appello (ad ogni firma corrisponderà la
sottoscrizione di una quota minima di centomila lire"; il fondo sarà
utilizzato, a cominciare dalle due condanne citate, per difendere la libertà di
informazione, di opinione e di ricerca limitatamente all'ambito della lotta
contro la mafia".
P. S.
L'autore del presente articolo e' un docente universitario privo di patrimoni
che potrebbero supportarlo in un'eventuale richiesta di risarcimento danni per
diffamazione. Sostiene quindi di avere esercitato un semplice diritto di
cronaca riportando, nella maniera più oggettiva possibile, la vicenda in
questione. Se tuttavia qualcuna delle poche opinioni che non ha potuto fare a
meno di esprimere dovessero essere ritenute da una o più delle persone citate
nel testo lesive della propria onorabilità, è disposto a fare pubblica e
preliminare ammenda, per evitare una citazione in giudizio che la situazione
delle sue finanze non gli consentirebbe di affrontare. E, a pieno discarico da
qualsiasi sua responsabilità penale e civile, è disposto a riconoscere la
fondatezza del dubbio sull'esistenza della mafia, che gli pare rilanciato con
convinzione da alcune recenti sentenze di assoluzione di politici che pochi
procuratori poco obiettivi ritenevano collusi: dopo tutto, chi può veramente
dimostrare che la mafia esiste davvero, o è qualcosa di diverso da normale
delinquenza? Lo sostengono soltanto, nell'ordine: i comunisti, magistrati che
chiaramente prediligono l'inchiostro rosso, e infine pochi scalcinati studiosi.
Le oneste persone non possono che diffidarne.
* Paolo Pezzino è docente di Storia Contemporanea presso la facoltà di Lettere
e Filosofia dell'Università di Pisa