La maglietta blu pendeva dal filo dell'alta
tensione della ferrovia, sotto il binario divelto la
buca dell'esplosione era profonda mezzo metro. I brandelli di carne erano
sparsi per circa centocinquanta metri. Trovarono così quel che rimaneva di
Peppino Impastato, due chilometri dalla stazione di Cinisi
ed era quasi l'alba.
Nella guerra fra i Barbera e i Greco - medioevo mafioso,
anni sessanta - Cinisi sta per i Greco. Cinisi: cioè i due o trecento
delle famiglie che contano, quelli che hanno le terre, o il potere, o il
rispetto. Per tutti gli altri, non rimane che stare a guardare: voltarsi da
un'altra parte quando c'è lo sparato, in piazza per il lavoro all'alba, baciolemani a voscenza, e mai
parlare di chi comanda. C'è qualche eccezione: un corrispondente saltuario
dell'Ora, qualche iscritto al sindacato, un paio di militanti comunisti, un
giornaletto - «L'Idea Socialista» -; tutto qui.
A distribuire il giornale, nell'estate del sessantasette, c'è un ragazzo di
diciassette anni, Peppino Impastato. In paese, il ragazzo è conosciuto più che
altro come nipote di don Cesare Manzella, uno dei
vecchi uomini di panza. Ma
pare che sia la pecora nera della famiglia: legge libri strani, fa discorsi che
non si dovrebbero fare. Ma è un ragazzo, col tempo si
calmerà.
Il giornaletto, si capisce, dura poco: i pezzi grossi del
paese denunciano «quei quattro straccioni» in tribunale, e alla fine arriva
l'invito: o chiudete o finisce male. Si chiude. Peppino però non s'è
ancora messa la testa a posto, e un bel giorno sopra una porta scrostata compare una targa rossa fiammante: «Circolo Che Guevara». Sono una ventina, braccianti edili e un paio di
studenti, e anche a Cinisi è il Sessantotto. Dopo
qualche mese, il Circolo confluisce in uno dei gruppi extraparlamentari di
allora, «marxista-leninista».
Strana faccenda il sessantotto in un paese di mafia. Da qualche parte
nel mondo ci sono Mao, Karl
Marx, Marcuse. Qui a Cinisi
c'è don Tano Badalamenti. O
stai zitto o al massimo parli di cose strane e lontane; oppure parli di don
Tano Badalamenti e dei suoi amici. Questa è la scelta
a Cinisi. E per Peppino è
una scelta chiara. «Berranno i cavalli mongoli alle fontane di Roma?» fa il
cartello dei fascisti. E la risposta dei «rossi», poco marcuse
e tanta fame, è «no, l'acqua buona è solo nel villino
del sindaco». «Organizzammo una protesta a Terrasini,
che allora soffriva della mancanza d'acqua, con la partecipazione di Bastiano,
netturbino»... E avanti che la rivoluzione è vicina.
Il sessantotto della mafia, invece, a Cinisi e
dintorni consiste nella costruzione della Cuccagna di
Punta Raisi. Una faccenda semplice, si prende un
pezzo di terra pieno di rocce, di montagne e di vento, ma espropriabile con
quattro soldi, e ci si fa una pista d'aeroporto. Non sarà granché per
atterrarci, ma in compenso è ottimo per farci gli
appalti e per vendere i terreni attorno, trasformati in lotti per edilizia
turistica, alla gente della Palermo-bene. Favorevoli,
le Famiglie. Contrari, i contadini della zona. Facile capire
chi vince la guerra, dopo mesi di manifestazioni, occupazioni e scontri, sempre
con Peppino in prima fila.
Passano i diciassette anni del ragazzo dai discorsi strani,
adesso Peppino è un Capo-dei-Comunisti, un aizzapopolo, uno da fargliela pagare. A suo padre gliel'hanno già detto, del resto, di stare attento a suo figlio:
ma ormai è troppo tardi per le nerbate, è finito il rispetto, ora Peppino vola.
«Manifestazioni a Cinisi contro il progetto per la
terza pista di Punta Raisi»,
«Scontenti i proprietari dei terreni», «Cominciati e subito sospesi i lavori
per la terza pista», «Lasceranno solo con la forza i
terreni espropriati per la pista», «Denunciati cinque
giovani a Cinisi», «DOMENICA SERA A
ClNISI: COMIZI0 DI LOTTA CONTINUA!».
Inutile adesso ricostruire la storia di tutti quegli anni, accompagnare Peppino
davanti ai cantieri edili e sulla pista dell'aeroporto e dentro la sede
dei lottacontinua e nei cortei, e poi all'università
a Palermo e su a fare il militare. Tanto, sono decine di sconfitte e nessuna
vittoria. Ma se lo facessimo, ci accorgeremmo che ora
è molto difficile trovare qualcuno che non sia un compagno accanto a lui nella
piazza, a Cinisi. Non è più un ragazzo, ed è segnato.
Voce di Peppino: «E così, siamo nei paraggi del
Municipio di Mafiopoli! E' riunita la commissione
edilizia. All'ordine del giorno, l'approvazione del Progetto
Z-11. Il grande capo, Tano Seduto, si aggira
come uno sparviero nella piazza...». Adesso l'aizzapopolo
ha trovato una nuova diavoleria, è riuscito a metter su una radio, tre
scalzacani e quattro ferrivecchi, anche la radio ci mancava!
L'aizzapopolo, fra l'altro, ora si crede furbo e per
non farsi denunciare un'altra volta le sue storie anziché a Cinisi
le mette in una città chiamata, guarda un po', Mafiopoli:
corso Umberto diventa corso Luciano Liggio, il sindaco Gero Di Stefano diventa Geronimo Stefanini, il tecnico comunale l'ingegner Marpionese, e don Tano Badalamenti,
con un sogghigno, Tano Seduto. Fra crepitii e scariche, per venti chilometri
all'intorno la gente, la sera, si diverte a
riconoscere i protagonisti di «onda pazza, trasmissione satiro-schizo-politica
sui problemi locali». «Qui radio Aut: onda pazza!».
«Parola di Tano Seduto, grande capo di Mafiopoli! Ci sarà un porticciolo bellissimo, già in
costruzione, da dove le nostre merci potranno partire indisturbate... Potremo
sistemare le nostre veloci canoe che portano al di là del
mare la sabbia bianca... Le nostre canoe cariche di EROI-che merci... Potremo
FUMARE in pace il calumet, con tabacco BIANCO...».
Non era una storia che poteva durare. E non è durata.
Non sappiamo dove e quando sia stato celebrato esattamente il processo contro
Peppino (il processo vero, intendiamo; quello per Violazione di rispetto) ma
che esso abbia avuto luogo, non abbiamo dubbi. La mafia usa dibattere «prima»
la morte degli avversari più pericolosi, valutare i pro e i contro. «Pro», ce
n'erano tanti. Il figlio di Impastato, il nipote di
don Manzella buonanima, non è più un caruso. E anche quando, ormai il
gioco troppo grande è. Lasciamo andare le storie del municipio, gli appalti, i
palazzi. Lasciamo andare gli amici offesi, che pure ragione hanno. Lasciamo
andare manuàli e zappaterra che stanno
alzando la testa peggio del quarantasei. Ma da Punta Raisi l'eroina per l'America parte. E
stu cornuto questo dice alla radio. A Punta Raisi l'eroina, a Terrasini le
armi via mare. E prima o poi qualche sbirro finisce
che lo prende sul serio. Difficile è, ma non si può mai sapere. «Contro»: e
quali contro? Chi se ne deve accorgere, di uno stracciato di meno? La questura?
Gli onorevoli? I giornali?
«Ultrà di sinistra dilaniato dalla sua bomba sul binario» (Corriere della Sera), «Attentatore dilaniato da una bomba» (L'Avanti), «E' saltato in aria da solo» (Cronaca Vera), «Probabilmente stava preparando un attentato» (Il
Popolo), «estremista», «esaltato», «kamikaze»: no, i giornali no.
Sulla morte di Impastato, la tesi favorevole alla
mafia - suicidio, attentato mancato - trova immediatamente d'accordo quasi
tutta la stampa italiana (di quella siciliana, con l'eccezione dell'«Ora» di
Palermo, è meglio tacere: per carità di regione). Le indagini ufficiali,
d'altra parte, tardano parecchio a prendere la strada giusta: l'ipotesi del
delitto di mafia viene presa in considerazione dopo
diversi giorni; una manifestazione di studenti contro l'attribuzione di
terrorismo all'ucciso, a Palermo, viene caricata dalla polizia. Ci vorranno
anni per arrivare all'individuazione «ufficiale» di un esecutore materiale, e
di un mandante: don Tano Badalamenti. Quanto al
messaggio contenuto nell'omicidio, e nel modo di compierlo, con l'uomo stordito
o legato, e poi fatto saltare in aria con la dinamite,
il suo significato era già estremamente chiaro fin dal primo momento, almeno a Cinisi: fatevi i fatti vostri.
«Era uscito dalla radio per tornare a casa sua». «Ci rivediamo
alle nove, ha detto». «Domenica, al comizio, aveva ripetuto i soliti nomi».
Riccardo Orioles – maggio 1983