La mafia del salotto buono, gli intellettuali e la questione morale. Alla siciliana

 

Se la Sicilia fosse afona alle voci orgoglio & dignità, allora potremmo farcene una ragione. Tutti. Siciliani e continentali, uomini di buon senso e uomini di poca fiducia. Ma dall’isola e nell’isola, storicamente, si sono sviluppate e levate nicchie e sacche di vitalità, di resistenza, d’impegno. Lo ammette persino un ministro che si chiama Roberto Calderoli. Eppure, ciclicamente, i conti non tornano lo stesso. E non occorre avere il Dna di sudisti o i neuroni dei nordisti. La verità è che in Sicilia siamo al semi-collasso. O se preferite, allo stato pre-comatoso. Che si traduce in una sciarada grigia, una lunga e micidiale linea d’ombra, dove s’addensano deficit di democrazia, eccesso di silenzi, strapotere della mafia. Il dramma è che a volte, non servono neanche gli esempi. Quelli di sangue, voglio dire, sulla pelle degli altri. Da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino agli agenti di scorta. E poi, ancora prima e per molti, tanti, troppi anni: poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti, commercianti. L’elenco è lungo, lasciamo perdere per favore, altrimenti si rischia il travaso di bile. Così, in tale contesto, può anche accadere che un j’accuse durissimo e civilissimo come quello di Manfredi Borsellino, il figlio del magistrato assassinato il 19 luglio del 1992, corra il rischio di passare sotto silenzio. Forse è così, perché a leggere sui giornali o ascoltare alla Tv quei soliti piagnistei sulla mafia e i mafiosi, la coscienza civile e la soglia d’attenzione da alzare, in molti, all’ombra di salotti damascati e fiumi (sporchi) di denaro, storcono il muso. “Basta con la mafia, i siciliani non sono tutti mafiosi!”, urlano in molti a squarciagola, come Totò Cuffaro, il governatore viceré che vuole “rifondare la Sicilia degli onesti”. Siamo a Palermo, per capirci, dove con le mezze parole, i sorrisi pieni e qualche abbraccio, si può fare di tutto e di più. Per i vivi e per i morti. Aiutare i primi (a veleggiare alla grande) e seppellire due volte i secondi, cancellandoli per sempre. Dalla storia.   

Ma Manfredi Borsellino non dimentica. Non può farlo. L’ennesima occasione per coltivare lo struggente bisogno di memoria personale (e collettiva) è il prezioso dibattito organizzato dalla rivista “Segno”. Tema del forum: “La mafia del salotto buono, gli intellettuali e la questione morale”. Manfredi non ama tanto i giri di parole. Denuncia: “C’è una parte del ceto borghese acculturato che convive con la mafia, oppure si pone a metà strada tra la contiguità e la connivenza. E sta attento solo a evitare la compromissione morale”. Alla fine, aggiunge: “Bisogna prendere le distanze da questo sistema”. E’ la condanna che sconta un certa borghesia medio-alta alla siciliana: non saper tracciare una linea netta di demarcazione tra salotti bassi e alta finanza, classe intellettuale e intellettuali classificati, voglia di affari e affari che fanno voglia. E’ come la catena di Sant’Antonio applicata al malaffare. Si conosce l’inizio ma non la fine. Sempre.  Dello stesso tenore anche se da una prospettiva diversa, è l’analisi di Claudio Fava. Anche lui ha pagato il suo personale e durissimo prezzo a Cosa Nostra: suo padre, giornalista di razza, è stato assassinato. Manfredi e Claudio, due ragazzi siciliani, figli di vittime della mafia. Due fra tanti, due che non si rassegnano. E lottano. Si incazzano. Denunciano. Claudio, riflettendo sulla sconfitta del centro-sinistra a Catania a favore di Umberto Scapagnini, il neurofarmacologo che dona la giovinezza a Silvio B. e vorrebbe rianimare la Casa delle Libertà, scrive: “Siamo invecchiati, nel senso che siamo rimasti tra noi, come un circolo de civili che ad ogni campagna rispolvera i vice, gli ex, i reduci”. Due realtà speculari, a tratti antitetiche, a volte sinergiche: i salotti e i circoli civili. Qualche giorno fa, c’è voluto un commento fuori dal coro, pubblicato dall’edizione siciliana di Repubblica, a firma del capo-redattore Rai a “Primo Piano” Onofrio Dispenza, a dare la sveglia alla società civile di Palermo e dintorni, sempre più imbalsamata e distante.

Riflette, con un filo di rabbia e d’indignazione, Dispensa: “Quel che occorre è rimboccarsi le maniche. E chissà che, rimboccandosi le maniche, e spalancando le persiane dei circoli, non si riesca a scacciare l’aria stantia che gioca contro il rinnovamento di quella politica che serve ai magistrati a non vanificare fatica e lutti”. L’approccio di Dispenza è condiviso pienamente da Vincenzo Consolo, altro autorevole intellettuale che in gioventù lasciò la Sicilia, senza mai perdere di vista l’evoluzione della linea della palma sciasciana. Negli anni è cresciuta, risalendo l’Italia dal meridione, a tappe di malaffare e corruzione. Consolo, che da poco ha firmato la prefazione al volume di Tano Grasso e Vincenzo Vasile sul racket delle estorsioni (Edizioni l’Unità), ancora una volta, sembra spaesato, addolorato: “Lo scorso gennaio, a Palermo, all’assemblea su commercio e racket delle estorsioni, tranne magistrati, forze dell’ordine e giornalisti, non c’era nessuno.

Una vergogna. Non si può accettare in silenzio, il silenzio strisciante di Cosa Nostra. Che prelude ad affari illeciti, crimini impuniti e dolore seminato da qualche parte”. Ecco perché occorre rimboccarsi le maniche. Sul serio. Ma oggi per favore, non domani.

 

Massimiliano Melilli - da Articolo 21

 

 

 

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