Tra i tanti misteri che riguardano la mafia
ce n’è uno che sembra particolarmente oscuro. Perché
quella mafia che oggi sembra scomparsa soltanto perché non uccide più in
pubblico, esce allo scoperto con proclami nelle carceri, scioperi di protesta e
striscioni allo stadio?
Quella stessa mafia che solo fino a pochi anni
fa sfidava lo stato direttamente a colpi di stragi e di bombe? La mafia che
oggi fa affari con gli appalti di stato è la stessa
che vuole l’abolizione del 41 bis e che rapporti ha con quella che metteva le
bombe? Cosa è successo in questi anni?
Per cercare di capirlo, forse, bisogna tornare indietro fino ad un momento
preciso. 30 gennaio 1992. Il giorno della rivoluzione. Quel
giorno la Prima Sezione della Corte di Cassazione, pronuncia la sentenza che
chiude il maxiprocesso con 19 ergastoli e 2665 anni di carcere. Le
rivelazioni di Tommaso Buscetta e degli altri
collaboratori di giustizia sulla struttura e i delitti di Cosa Nostra, su cui
si basavano i processi, diventano verità giudiziaria.
E’ una rivoluzione, una vera e propria rivoluzione, per Cosa Nostra. C’erano
stati altri tempi, nella lotta alla mafia. Tempi in cui i
grandi processi di mafia finiscono tutti lontano da Palermo, per legittima
suspicione e poi si chiudono quasi tutti con assoluzioni generali per
insufficienza di prove, e qualche provvedimento di soggiorno obbligato.
In cui i sostituti procuratori si rifiutano di firmare ordini di custodia e se
li deve firmare il capo della Procura di Palermo in persona, Gaetano Costa, che infatti viene ammazzato per lo sgarbo poco dopo, come viene
ammazzato anche Rocco Chinnici, il capo dell’ufficio
Istruzione di Palermo.
Poi, le cose, piano piano cominciano
a cambiare. A sostituire Chinnici a capo dell’Ufficio
Istruzione, arriva un altro magistrato che si chiama Antonino Caponnetto, che si chiude nel suo ufficio, in Tribunale, ne esce solo per andare a dormire in una stanza nella
caserma della Guardia di Finanza. Ha un’idea sviluppata sulle esperienze fatte
da Giancarlo Caselli nella lotta al terrorismo. Se le
indagini le conduce un magistrato solo, è possibile intimidirlo o ammazzarlo.
Quindi, per ragioni di sicurezza, di continuità, di scambio di
idee e di informazioni, il magistrato che fa le indagini deve lavorare
assieme ad altri. Il pool di magistrati che si occupano di
combattere la mafia a Palermo e in Sicilia nasce il 16 novembre del 1983.
Ne fanno parte Leonardo Guarnotta,
Giuseppe Di Lello, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, che a Palermo, è
già una leggenda.
Le cose cominciano a cambiare. Nel 1982, dopo l’omicidio del Prefetto di
Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, era stato introdotto il 416 bis, l’articolo
che punisce l’associazione di stampo mafioso. Prima essere mafioso non era un
reato, bisognava rapire, uccidere, intimidire, mettere le bombe, ma essere
semplicemente mafioso non era un problema, non più di tanto. Le cose cominciano
a cambiare. Arrivano i pentiti. Agli inizi degli anni 80 c’era stata la seconda
guerra di mafia, quello che viene chiamato il «golpe
dei Corleonesi». La «Mafia vincente», la cosca di
Totò Riina, la più feroce e la più preparata dal
punto di vista militare, elimina tutti gli avversari e si impadronisce
del comando di Cosa Nostra. Molti boss della parte «perdente» si «pentono», accettano di collaborare con la giustizia per
salvarsi la pelle. Il più grosso, il più importante di tutti, è Tommaso Buscetta, il «boss dei due mondi».
Il maxiprocesso a Cosa Nostra si apre a Palermo il 10 febbraio 1986. 474
imputati. Tra questi anche esponenti politici come i cugini Nino
e Ignazio Salvo, e Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo dei tempi della speculazione edilizia. Il
processo si conclude il 16 dicembre 1987 con 19
ergastoli e 2665 anni di carcere ai vertici di Cosa Nostra, ma qualche anno
dopo in appello si ridimensionano le condanne e le testimonianze dei «pentiti».
E c’è anche l’omicidio di un altro giudice, Antonino Scopelliti,
che avrebbe dovuto sostenere l’accusa presso la
Cassazione, ucciso il 9 agosto 1991. Ma poi si arriva
a quel giorno, il 30 gennaio 1992, quando la Cassazione conferma gli ergastoli
del maxi processo. Il giorno della rivoluzione.
La mafia è in difficoltà. Dopo i primi arresti, dopo le prime condanne del maxi
processo, Totò Riina aveva
detto ai suoi di stare calmi, che si sarebbe aggiustato tutto, come sempre, con
qualche cavillo, una sentenza della Cassazione, le maxi assoluzioni per
insufficienza di prove di una volta. La controffensiva è decisa, e come al solito, quando si tratta dei Corleonesi,
feroce e spietata. Vendette trasversali. Una vera e propria
strage di parenti, amici e collaboratori dei boss che hanno deciso di parlare.
Ma c’è un altro conto da regolare, ed è quello con la
politica. Cosa Nostra, la Mafia, non sarebbe quello che è diventata
senza un rapporto con la politica. Non sarebbe entrata nel gioco degli appalti,
non sarebbe riuscita a far rimuovere ed allontanare i suoi nemici, non avrebbe goduto di tutte quelle impunità che per anni hanno
ostacolato e addormentato l’azione dello Stato contro la Criminalità Organizzata.
Il rapporto tra mafia e politica che fin dal dopoguerra, fino
dai tempi del bandito Giuliano, è sembrato immutabile, adesso, dopo la
rivoluzione del maxi processo, sembra in crisi. Forse, come ha detto qualcuno,
perché è caduto il Muro di Berlino e per mantenere l’Italia sotto controllo,
Cosa Nostra non serve più. Forse, come ha detto qualcun altro, la rivoluzione
di Mani Pulite che si compirà nel ’92, ha talmente indebolito la politica che
questa non riesce a coprire più i mafiosi. O forse, in
questa guerra di Stato e Mafia, alcuni uomini dello Stato hanno finalmente
deciso di reagire davvero. Allora bisogna dare un segnale più forte. Alla corleonese.
12 marzo1992. Viene ucciso l’eurodeputato Dc Salvo Lima, definito anche in atti giudiziari uno dei
principali referenti politici di Cosa Nostra. Sei mesi dopo, il 17 settembre, è
la volta di Ignazio Salvo, che con il cugino Nino, morto di cancro qualche anno prima, era stato uno dei
principali referenti politici della mafia in Sicilia, già condannato al maxi
processo. Procedere alla corleonese. Che significa anche togliere di mezzo i nemici.
Il 23 maggio 1992 sull’autostrada che dall’aeroporto di punta Raisi va a Palermo, all’altezza di Capaci, viene ucciso da una bomba assieme alla moglie a tre agenti
della scorta. Ma c’è un altro magistrato che fa paura
alla mafia. Oltre che un collega, Paolo Borsellino è un amico di Giovanni
Falcone. Sono cresciuti nello stesso quartiere, quello della Kalsa. Paolo Borsellino ha fretta, come se sapesse di non
avere tempo. Lo dice a tutti, ho fretta, devo fare in fretta… ma perché così in
fretta? Paolo Borsellino sta indagando sulla morte di Giovanni Falcone, ha
ripreso in mano il rapporto su mafia e appalti scritto
dai carabinieri del Ros del colonnello Mori e del
capitano De Donno, sta lavorando tanto, sta lavorando tantissimo perché deve
fare in fretta. Quando parla di sé, è la sorella Rita
a ricordarlo, non dice se mi ammazzeranno. Dice quando mi ammazzeranno. Lo
uccidono il 19 luglio 1992, poco prima delle cinque del pomeriggio, con un’auto
bomba parcheggiata in via D’Amelio, dove abita la
madre del magistrato. Con lui muoiono anche cinque agenti della sua scorta.
Perché questa strage, a soli 57 giorni da quella di
Capaci? I corleonesi devono sapere che provocherà una
reazione forte. E infatti c’è la reazione della gente
di Palermo, della Sicilia e di tutta l’Italia. Arrivano i soldati a presidiare
gli obbiettivi sensibili e soprattutto, viene
convertito rapidamente in legge il 41 bis, che in casi di eccezionale gravità,
come la lotta alla mafia, «sospende le normali regole di trattamento per i
detenuti» e stabilisce il «carcere duro» per i mafiosi.
Intanto, però, succede qualcosa di strano. Tra gli inizi di giugno e l’inizio di agosto del ’92 ci sono alcuni incontri tra uomini dello
Stato, alti ufficiali del Ros, il Reparto Operativo
Speciale dei carabinieri, e uomini vicini alla mafia, come don Vito Ciancimino. I carabinieri dicono di voler tendere una
trappola per arrivare alla cattura di latitanti. Totò Riina,
invece, vuole «trattare». E per portare avanti quella
che ritiene una trattativa Totò Riina ha il suo
metodo. Il metodo corleonese di trattare gli affari.
Il 17 ottobre del 1992, un proiettile da mortaio viene
nascosto nel giardino de’ Boboli,
a Firenze. Poi qualcuno telefona all’Ansa per rivendicarlo, facendo riferimento
alla situazione carceraria dei mafiosi. E’ un segnale, un segnale che vorrebbe
essere preciso, ma chi telefona non riesce a spiegarsi bene, non sa farsi
capire, la rivendicazione cade nel nulla e il proiettile verrà
ritrovato addirittura molto tempo dopo. Intanto il 14 gennaio 1993, i
carabinieri del capitano Ultimo scovano e arrestano Totò Riina.
Ma Cosa Nostra si ferma. Il bastone del comando passa
a Bernardo Provenzano. Al suo fianco, Bernardo Provenzano ha Leoluca Bagarella,
che la pensa come Totò Riina sulla guerra da fare
allo Stato. La mafia non si ferma. E alza il
tiro.
14 maggio 1993, bomba in via Fauro,
a Roma, trenta feriti. 27 maggio ’93, bomba in via De’ Georgofili, a Firenze, cinque
morti, e 35 feriti. 27 luglio ’93, via Palestro,
Milano, cinque morti. Un segnale che sembra anche essere
diretto in un altro senso. Ad un altro interlocutore. La Chiesa. Agli
inizi di maggio, papa Giovanni Paolo II visita la Sicilia Occidentale e attacca
violentemente la mafia. La risposta di Cosa Nostra non si fa attendere. Nel
quartiere Brancaccio, a Palermo, c’è un prete molto attivo e molto popolare che
si chiama don Pino Puglisi. Viene
ucciso il 15 settembre 1993. 28 luglio ’93, bomba sotto il portico della Chiesa
del Velabro, a Roma. Stessa notte, bomba in Piazza
San Giovanni in Laterano. E
non finisce qui. Se è possibile, c’è anche di peggio.
Alla fine di maggio del ’93, la mafia fa piazzare una Lancia Thema imbottita di esplosivo e
frammenti di tondino di ferro vicino allo Stadio Olimpico, davanti alla caserma
dei Carabinieri, pronta ad esplodere alla fine di una importante partita.
Sarebbe stata una strage, che non avviene soltanto perché il telecomando non
funziona.
Stragi, bombe, massacri. Ma cosa vuole Cosa Nostra? La
Mafia vuole le revisione delle sentenze di condanna
come quelle del maxi processo, la restituzione dei beni confiscati con la legge
Rognoni-La Torre, la cancellazione della legge sui pentiti, e soprattutto del
41 bis. Perché in carcere col 41 bis si vive male e si resta così isolati da
non poter comandare e decadere praticamente dal ruolo
di capo. Cominciano a collaborare addirittura i corleonesi.
Ma Cosa Nostra cerca anche un’altra cosa. Cerca di
riallacciare quel rapporto con la politica che si è interrotto e che le è
necessario per sopravvivere ed espandersi. Cerca un interlocutore politico.
Il rapporto con la politica è sempre stato un’ossessione per Cosa Nostra. Ne
parla anche il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré
nelle sue più recenti dichiarazioni. Una cosa «poco bella», di cui però non si «poteva fare a meno». Poco bella perché l’uomo politico,
dice Giuffré, è «viscido» si prende i voti di Cosa
Nostra e quando viene eletto si dimentica delle
promesse. Anzi, quando sente su di sé l’attenzione dello
Stato, si spaventa e per farsi credere pulito comincia ad impegnarsi nella
lotta alla Mafia. La «miserabilitudine»
dell’uomo politico, così la chiama Giuffré. Sarebbe
meglio fare da soli, come Leoluca Bagarella
che ispira Sicilia Libera, che nasce a Palermo e a Catania nell’ottobre del
’93, e che assieme a tante persone ignare ed oneste, vede la presenza diretta
di Cosa Nostra. Ma Bernardo Provenzano, ha altre idee. Alla partecipazione diretta
preferisce il «collateralismo politico», preferisce un interlocutore esterno che sappia venire
incontro alle esigenze della mafia, come è sempre successo. Un
interlocutore da cercare con tutti i mezzi, anche con le stragi.
Poi, all’improvviso, tutto finisce. Dal luglio del ’93, o dal gennaio del ’94
se consideriamo anche il fallito attentato allo Stadio Olimpico, di bombe non
ce ne sono più. Perché? Perché Cosa Nostra ha capito che la strategia stragista non
funziona, anzi, è addirittura suicida perché inasprisce la risposta dello
Stato? O perché ha ottenuto il suo scopo? C’è una
frase, molto ambigua, pronunciata da Totò Riina prima
di essere arrestato. «Si sono fatti sotto», dice. A chi si riferisce? Ai
contatti avuti con i carabinieri del Ros che volevano
catturarlo e che lui ha frainteso? O a qualcun altro?
Qualunque cosa sia successo, per quanto riguarda la
mafia non accade più niente. Niente più bombe e niente più omicidi eccellenti.
La Mafia sembra essere diventata «invisibile>.
Fino ad oggi. Da quasi tutte le carceri italiane dove si
trovano detenuti sottoposti al 41 bis arrivano lettere e petizioni che
annunciano proteste e scioperi della fame. Si rivolgono soprattutto agli
«avvocati delle regioni meridionali (…) che ora siedono negli scranni
parlamentari». C’è anche uno striscione, esibito allo stadio
di Palermo durante una partita: «uniti contro il 41 bis: Berlusconi
ha dimenticato la Sicilia». E’ strana questa mafia che passa dalle
stragi alle petizioni espresse con preciso linguaggio giuridico. Una mafia che chiede sconti, oppure, come sostiene qualcuno, che
«presenta il conto». Sono proteste che quando vengono dagli uomini di
Cosa Nostra, anche se in carcere, preoccupano. Dalla Digos,
arrivano informative preoccupanti, che indicano tra i possibili obbiettivi di una eventuale «reazione» sette parlamentari
eletti in Forza Italia e Alleanza Nazionale. E dal colonnello
Mori, che dirige il Siside, arriva
l’indicazione che un possibile obbiettivo in questo senso potrebbe essere
Marcello Dell’Utri.
Ma resta aperto un altro giallo. Gli omicidi dei primi anni ’90, quelli di
Salvo Lima, di Ignazio Salvo, erano omicidi di
vendetta. La strage di Capaci, con la morte di Falcone, anche quella rispondeva
a logiche di vendetta ma soprattutto di prevenzione, per togliere di mezzo un
uomo dello Stato che era troppo pericoloso. Le stragi del ’92, sono «stragi
estorsive» ricatti per portare avanti quella che i corleonesi ritenevano una trattativa. Ma quella di via D’Amelio? Un tentativo di alzare la tensione della
trattativa che si è rivelato un errore strategico? Un’azione preventiva, per
far fuori un altro uomo dello Stato che poteva essere pericoloso? Oppure cosa? Perché doveva lavorare
in fretta Paolo Borsellino? Perché doveva essere ucciso
subito?
Per gentile concessione dell’autore.
Articolo pubblicato ANTIMAFIADuemila Numero di maggio 2003