La vedova di Vito Schifani (capo scorta di Falcone) torna a chiedere
giustizia. Tano Grasso: lo Stato è senza alibi. E dal
palco l’urlo di Rosaria contro la mafia.
Trentasei giorni dopo lo shock, l' emozione,
il dolore, Tano Grasso non ha più il volto rigato di lacrime. L' uomo che ha
guidato la rivolta dei commercianti di Capo d' Orlando
cammina tra la folla con un' espressione diversa, inquieta, indurita. Sì, è un
giorno bello, di sole, di speranza, di solidarietà, "ma non basta l' indignazione della gente comune per sconfiggere la mafia.
Gli atti concreti li deve fare lo Stato. E lo Stato non è sceso tutto in guerra, solo una parte delle
istituzioni risponde, per ora, alla sfida...". Davanti alla magnolia di via Notarbartolo, davanti alla
casa di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, Tano
Grasso si ferma, interrompe il discorso, resta in silenzio. Gli italiani
perbene ci sono, stanno facendo l' impossibile per
testimoniare la loro rabbia. Eccoli lì, con i loro striscioni, gli slogan scanditi ad alta voce, i
mazzi di fiori, i messaggi scritti a mano. C' è anche il banchetto delle
sottoscrizioni, piccolo, discreto, messo di fronte all' ingresso.
Sopra, un' urna di cartone, dove versare l' altro
"pizzo", l' altra "tangente", quella "per non
dimenticare". Più fiori, più messaggi, più calore di trentasei giorni fa.
La suocera di Falcone è in casa, di sicuro sente gli applausi, non esce. E' il
portiere che raccoglie quei pezzi di carta abbandonati a centinaia sulla
magnolia della speranza e glieli porta ogni giorno, chiusi in grandi sacchi.
Questa è Palermo, questa è la gente che reagisce. "Città incredibile -
dice Tano Grasso -. Sa produrre il massimo dell' indignazione,
ma anche, purtroppo, il massimo della rassegnazione". Sarà in grado lo
Stato di sostenere fino in fondo le forze della protesta? Il corteo si muove,
Grasso riprende a parlare: "La legge anti-racket è ancora lettera morta.
La vararono, a cadavere caldo, subito dopo la morte di Libero Grassi. Sono
passati nove mesi e sulla Gazzetta Ufficiale non è stato ancora pubblicato il
regolamento. Queste sono le cose da fare...". Il leader dei commercianti
onesti ammette a malincuore: "Sto riflettendo se continuare ad accettare
la scorta. Non voglio dare nessun alibi a questo Stato". "Giustizia,
giustizia", invoca dal microfono Rosaria, la madonna che fece piangere l' Italia, la vedova di Vito Schifani,
uno dei ragazzi della scorta. E' stata, ed è, il volto della sofferenza, della
ferita aperta. Trentasei giorni dopo, anche Rosaria
cerca di inghiottire le lacrime. Prima di parlare alla folla, che le dedicherà l' applauso più lungo, Rosaria se ne sta pallida, in un
angolo, lo sguardo assente. Assicura con un filo di voce: "La mia voglia
di lottare non è cambiata, non ho paura di nulla, anche se fisicamente sono
stanca, sfinita". Sembra quasi svenire, Rosaria. Il
sole, il caldo, ricordi che tornano. La spingono
dolcemente al microfono, non ha un discorso pronto. Il suo intervento
non era previsto. Dice: "Ringrazio l' Italia di
essere qui. Credo in Dio, nella giustizia ultraterrena. Ma
credo anche nella giustizia terrena. Io la voglio, la
pretendo, la mia giustizia. Non potrò più morire se non l' avrò, la mia
giustizia...". Pensiero rivolto alla morte, non alla vita. Riaffiorano le
lacrime. La piccola vedova si allontana dal palco, travolta dai singhiozzi,
protetta da un amorevole cordone di vigili del fuoco, inseguita dalle telecamere.
Migliaia di facce osservano, anche i familiari delle vittime di
Ustica e Bologna. In mezzo ai cittadini onesti, volti noti. Ecco Leoluca
Orlando che insiste ' cerchiamo i mandanti'
, ecco il presidente delle Acli Giovanni Bianchi,
ecco Lucio Magri, Pietro Folena (Pds),
Marina Noè, presidente dei giovani industriali
siciliani, Nicolò Amato, direttore generale degli istituti di pena, Giuseppe Ayala, l' amico di Falcone. C' è anche padre Pintacuda, il volto teso: "Sono sconvolto - dice - nel
giorno dei centomila, il giudice Antonio Di Pietro viene
attaccato. Lo accusano, proprio lui, di aver violato la giustizia". Ondate
di disagio, di malumore, di rabbia, che si mescolano all' emozione,
al sollievo per questa grande prova della gente. Nitto
Morello, dell' Associazione Commercianti Sant' Agata, denuncia ai microfoni l' ennesima beffa:
"Un nostro associato ha avuto il negozio distrutto, settecento milioni di
danni. Riaprirà fra dieci giorni, ma nessuna compagnia nazionale lo vuole assicurare. Questo significa lasciarci soli".
Avrà la forza, questa classe politica, di lottare e vincere contro la mafia? Il
cardinale Pappalardo scende lentamente dal palco e
fende la folla: "La classe politica - dice - è sotto pressione, la stanno
stimolando alla lotta". Dunque, c' è bisogno
degli italiani qualunque, della loro pressione. Roberto Scarpinato, sostituto
procuratore della direzione distrettuale antimafia e segretario palermitano di
"Magistratura Democratica", si lascia andare alla speranza. Sotto di
lui, migliaia di cittadini. "Dodici anni fa, ai funerali del procuratore
Costa - ricorda - c' eravamo solo noi giudici e i poliziotti. Oggi qui ci sono
centomila persone. E' una rivoluzione culturale enorme. Un
segnale politico, non solo di solidarietà. La gente dice basta all' intreccio fra mafia e politica". Trentasei giorni
dopo, l' emotività lascia il posto alla
determinazione. Giuseppina La Torre, vedova di Pio, cammina con gli altri,
nelle mani uno striscione rosso che dice: "Pio La Torre vive". Sembra
serena, orgogliosa di questa "rabbia" nuova che sale e vendica "l' ultimo delitto di Stato, permesso dallo Stato" e
anche morti più antiche. Improvvisamente, qualcuno dal corteo
scandisce uno slogan: "Pio La Torre ci ha insegnato: fuori la mafia dallo
Stato". La vedova ha un sussulto, gli occhi le si
riempiono di lacrime, stacca le mani dallo striscione, rallenta la
marcia, di colpo affaticata. Spiega, quasi a giustificarsi: "Sono passati
dieci anni da quel giorno, ma il dolore per una morte violenta non finisce
mai".
Alessandra Longo 28 giugno 1992 – “La Repubblica”