Quando diciamo «ex» mafia,
non intendiamo mancare di rispetto a nessuno o sminuire il peso specifico di
questo centro che insieme a Caccamo e Altavilla Milicia, Giovanni Falcone definiva - da autentico
intenditore - «
Una volta tanto, caso rarissimo in Sicilia,
l’opinione pubblica era arrivata prima del blitz, del tintinnio delle manette,
degli ordini di cattura, e delle confessioni dei pentiti, sentenziando nel
maggio scorso, nel segreto dell’urna, che la banda mafiosa dei Rinella e quelli
di Forza Italia, dovevano essere mandati a casa. Da tre giorni, la
magistratura, ha provveduto a spostarli da casa loro
alla casa circondariale. Stiamo parlando di Trabia,
meno di una quarantina di chilometri da Palermo, novemila abitanti che si
triplicano d’estate con i villeggianti, adagiata su una piccola collina che
degrada sul mare, dove un piccolo terremoto giudiziario decapita una ex mafia e una ex classe dirigente.
Quando diciamo «ex» mafia, non intendiamo
mancare di rispetto a nessuno o sminuire il peso specifico di questo centro che
insieme a Caccamo e Altavilla Milicia,
Giovanni Falcone definiva - da autentico intenditore - «
Intendiamo solo dire che, per una
di quelle curiose lezioni che ogni tanto
Vi racconteremo del nuovo sindaco, di una maggioranza di
cittadini silenti, ma in grado di intendere e di volere, di illustri
casati ormai ridotti a larve araldiche, di lottizzatori che ancora no, non si
rassegnano a considerarsi «ex» anche loro. Ma sappiate anche che a inizio anni ’80, sulle montagne di Caccamo,
a due passi da qui, venne catturato Michele Greco, il «Papa» di Cosa Nostra,
poi sostituito da Totò Riina.
Che il boss Milano aveva a Trabia la sua casetta sul mare, e quando rientravano i
pescherecci, acquistava dalla sua terrazza, con un semplice cenno della mano -
che significava: «Tutto questo pesce è mio» - ,
l’intero pescato della giornata..
Che a Trabia, il boss Gerlando Alberti, e il clan dei chimici marsigliesi Bousquet, Rannem e Bozzi, raffinavano vagonate di oppio grezzo prima di ritrovarsi
all’Ucciardone.
Ma oggi? Il tabaccaio del corso
principale, a due passi dalla Chiesa Madre intitolata a Santa Petronilla, dice che una buona parte degli arrestati li conosceva: «Perché erano fumatori». E chi fuma si sa, mafioso o non
mafioso, prima o poi in tabaccheria ci deve entrare.
Aggiunge che è rimasto sorpreso, ma che ci fosse la
mafia lo sapeva, e lo ha sempre saputo. I trabiesi,
forse per effetto della vicinanza del mare che alla lunga schiarisce le idee,
sono una particolare specie di siciliani: all’indomani del blitz non negano che
Cosa Nostra da queste parti abbia sempre goduto di buona salute, né,
soprattutto, tirano fuori la solita cantilena su giornali e televisione che rovinano l’immagine di un «paese per bene».
Passano dalla casa alla cella: l’ex sindaco
per un decennio, sino al 2002, Giuseppe Di Vittorio (Forza Italia),
democristiano legato a Salvo Lima, ai tempi della prima repubblica; Giovanni Ciaccio, capo dell’ufficio tecnico del Comune, messo in
quel posto dalla mafia; Diego Rinella, il figlio d’arte dei Rinella, visto che
è fratello di Totuccio già condannato all’ergastolo,
capo mandamento di Caccamo; un terzetto di
imprenditori del movimento terra e delle cave, Salvatore Buttitta,
considerato uomo di Bernardo Provenzano,
Innocenzo Ponziano, e Salvatore
Sergio Lari, procuratore aggiunto a Palermo e titolare
dell’indagine, spiega che tutto parte nel 2001 e le
intercettazioni ambientali in un capannone portano alla sconcertante
conclusione che i rappresentanti più significativi della giunta comunale dell’epoca
si riunivano alla periferia del paese al riparo da occhi indiscreti. Che
portano alla sconcertante conclusione che i boss consideravano Nino Mormino, avvocato fra i più
in voga, parlamentare, nonché vice presidente della
commissione giustizia della Camera, «cosa loro» (la posizione di Mormino, però, venne archiviata dalla Procura, con la
motivazione che non è mai stata trovata la prova che il penalista avesse
scambiato voti con favori).
Insomma, per questo è «ex» mafia, per questo è «ex» classe politica. Il loro momento d’oro l’avevano già
goduto. Superati, bruciati, accantonati dalla Storia che, per quel curioso
paradosso di cui dicevamo prima, spesso sembra anticipare i nuovi grandi
scenari partendo da questo, più o meno significativo,
ombelico del mondo. Alle comunali del maggio 2005, con uno scarto di sette
punti, il centro sinistra elegge sindaco Salvatore Piazza della Margherita,
avvocato, 67 anni, una vita spesa nella DC dei Mattarella,
i giovani leoni che a fine anni 70, iniziarono una personalissima battaglia
contro limiani, ciancimiani,
andreottiani, quando per farlo, dall’interno dello
scudo crociato di Sicilia, di coraggio ne occorrevano
dosi robuste. Piazza mi dice che questi non sono boss.
Li chiama «bossolotti».
Spiega che sta ereditando ancora oggi l’assenza di un piano
regolatore. Che su novemila abitanti, in 2666 hanno
presentato domanda di sanatoria edilizia. Che esiste ancora il partito dei
«lottizzatori», rimasti orfani di «ex» mafia e «ex» politica, i quali, con
cavilli da legulei, vorrebbero mettere le mani sugli
ultimi brandelli di collina e non disdegnerebbero una colatina
di cemento sino al mare. Già il mare. E qui la nobiltà, e qui
l’araldica.
Non si avverte più neanche l’ombra del vecchio principe
Raimondo Lanza, signore e padrone di Trabia, paese che sino al 1643 altro non
era che un «borgo» di Termini Imerese. Ma proprio in quell’anno, Ottavio
II Lanza di Trabia,
illustre antenato del principe, con alcune casse di monete d’oro e quantitativi
industriali di biscotti, strappò ai termitani, per Trabia, l’ambito titolo di «comune». Povero Raimondo Lanza.
Del vecchio principe restano davvero poche tracce: un
meraviglioso castello in riva al mare oggi ridotto in rovina, una tonnara,
inglobata e trasformata in albergo, il suo stemma che ormai si vede solo
controluce, sulla fontana della piazza principale di Trabia,
dove una volta si abbeveravano i cavalli. Ci fu un tempo, in Sicilia, in cui la
mafia divorò, boccone dopo boccone, la nobiltà e le
sue grandi proprietà.
Oggi è tutto «ex». Tranne... Tranne
quest’opinione pubblica, silente ma raziocinante, che,
in quel di Trabia, ha saputo dare un calcio al
passato.