«Emme esse e cerini». «A me muratti morbide, per piacere». «Ce le
avrebbe cento lire?» «Ah, eccoli
che ricominciano». Le sirene vengono su velocissime, le solite tre alfette - le prime
della giornata - sfrecciano nel sole. Le sentiamo fuggire giù per via Libertà verso il Palazzo. Il tizio col cappello duro e
gli occhiali prende le muratti,
conta il suo resto, «Tanto - fa - fra poco è carnevale» e se ne va.
Tutti sorridono cortesemente e siamo a Palermo, una
qualunque tabaccheria di Palermo due giorni prima del processo. Il processo, il Processo, il processo del secolo, il maxiprocesso
alla mafia. Prendiamo anche noi le nostre sigarette ed usciamo nel sole,
sorridendo. C'è un tizio che cerca di posteggiare la sua Volvo
e quattro ragazzi - più avanti - che avendo marinato la scuola se ne vanno
verso la villa. In quel momento, improvvisamente, ci accorgiamo di stare ancora
sorridendo. E' il civile sorriso di circostanza dei palermitani perbene, quando
si sentono le sirene e qualcuno dice eccoli qua di
nuovo. E' un sorriso che ha seppellito parecchia gente, qui a Palermo e
dintorni.
A Palermo e dintorni, in un pomeriggio qualunque - diciamo una settimana prima
del processo - sono accadute le seguenti cose. A Ballarò,
i soliti dieci arresti per un giro di droga. Sei minorenni e quattro disperati
di cui uno, Mauceri Nunzio,
già ricercato per altri reati, una, Longo Sebastiana,
separata dal marito e senza mezzi di sostentamento e gli altri due, Capizzi Rosario e Pacella
Antonio, ordinari balordi di vent'anni. I ragazzini
sono sei, hanno fra i tredici e i quindici anni e ora sono tutti al Malaspina. Servivano a contattare
i tossicodipendenti e portarli al posto giusto. La banda aveva un covo, un
casolare abbandonato, in cui «sono state rinvenute sessantotto dosi di eroina, una pistola-giocattolo ed alcune autoradio». La pistola-giocattolo in mancanza di quelle vere, che costano
assai. Le autoradio procurate dai clienti, in mancanza di contante.
A Petralia hanno preso un imprenditore edile, tale Messineo, che pagava i dipendenti con centomila falsi; gli
operai se ne sono accorti il giorno della spesa. A Termini invece Calinda Anna - anni trentadue, senza fissa dimora - è stata
beccata nel vicolo accanto alla boutique che aveva appena ripulito. Bottino, un
paio di jeans; quando l'hanno presa se li era appena
infilati. «C'era freddo e non avevo soldi», quarantacinque giorni di
reclusione. A Carini, Antonia N. è riuscita a liberarsi,
a calci e pugni, del tipo che l'aveva abbordata in periferia. E' saltata giù
dalla centoventisette scassata e si è messa a correre verso la caserma dei
carabinieri; il tizio, un manovale sui trentacinque, è stato arrestato poco
dopo. A Palazzo delle Aquile, sotto il comune, solita
manifestazione degli edili disoccupati. In via General De Maria, da Migliore,
rapina di balordi andata male; uno l'ha catturato un poliziotto in borghese,
l'altro s'è preso una revolverata alla nuca (Beretta
nove lungo, «nel corso della colluttazione»); Vincenzo e Cosimo Plicato, venticinque e vent'anni,
due fratelli; il padre era un vecchio lupo della mala, faceva i mitra in casa.
Un'altra ventina di rapine in serata, per lo più non
denunciate; bottino medio, duecentomila lire. Gl'inviati
dei giornali ritengono che si tratti di un piano della mafia per destabilizzare
la città.
La mafia, in realtà, lavora per "ristabilizzare"
Palermo. Per farla tornare la vecchia ordinata macelleria, in
cui si vive e si muore e si ammazza ordinatamente, nella normalità. Non
è la stessa cosa, per la mafia, lavorare in una città in cui la gente comincia
a trovare anormale la vita quotidiana, con o senza morti
ammazzati. Un processo è semplicemente un processo, dice la mafia, roba
di gabbie, arringhe e avvocati, non il pretesto per parlare di cose di cui non
bisogna parlare. Così, la mafia si muove. Si muovono i giornalisti della mafia,
coi soldi di Costanzo stampano freneticamente gli
appelli a non processare Palermo. Si muovono gli avvocati della
mafia, i soldi dell'eroina pagano delle bellissime arringhe. Si muovono
i sindacalisti della mafia, fra gli operai di Cassina
distribuiscono i cartelli di "viva Ciancimino"
(per la virtuosa indignazione dei vari Montanelli:
che pure, tecnicamente, avrebbero tutti i diritti - nella loro qualità di soci
dei Rendo - d'impugnare a loro volta un cartello e mettersi alla testa del
corteo).
Nel linguaggio dei tribunali, tutto questo si chiama "chiedere la
legittima suspicione", ed è precisamente l'obiettivo con cui gli avvocati
della mafia hanno deciso d'incominciare il processo. Per
contorno - con l'autorevole avallo d'illustri professori, come in piena
inaugurazione d'anno accademico, il preside di Giurisprudenza Tranchina - fritto misto
di «clima intollerabile», «accuse diffamatorie» e «garantismo violato».
In realtà in nessun altro processo, in tutta la storia della giustizia
italiana, le garanzie processuali sono state così smaccatamente e
selvaggiamente violate. Non nei confronti degli imputati mafiosi, i quali dispongono di tutti i mezzi utilizzabili (dall'esperto in
tritolo al principe del foro) per cercare di sfuggire alla galera; ma nei
confronti dei giudici, e degli assassinati. I giudici sono stati condannati
senza processo - rei di complicità con la giustizia - a
un feroce ergastolo blindato; per qualcuno di loro, come il giudice Carlo
Palermo, la sentenza è stata graziosamente commutata dalle Supreme Autorità
dello stato in condanna al confino. Quanto ai morti, essi hanno - teoricamente
- ogni facoltà di parlare; con due, tuttavia, marginali limitazioni.
La prima è che essendo essi - come persino il "Giornale di Sicilia" e
l'onorevole Lima riconoscono - tecnicamente morti non possono purtroppo farlo
di persona. La seconda è che, non avendo essi trafficato in eroina, né rubato
sugli appalti, i loro familiari non dispongono delle
centinaia di milioni che occorrerebbero per costituirsi parte civile e parlare
in loro nome. Tutto ciò era ben noto alle autorità palermitane, agli avvocati
palermitani, ed in particolare agli esponenti dell'Ordine palermitano degli
avvocati, sempre pronti a mobilitarsi per gli imprescindibili diritti
costituzionali dei miliardari mafiosi, ma in questo caso chiusi nel più
indifferente silenzio. E' interessante notare come, mentre dieci cartelli in
mano a dieci galoppini di Cassina bastano per parlare
di operai palermitani mafiosi, se azzardi un giudizio
sugli avvocati palermitani, ti arrivano da tutte le parti grida di «tutt'erba un fascio» e «non generalizzare».
Mah. Fortuna che ci sono gli avvocati di Bergamo e qualche giovane palermitano.
Il Coordinamento Antimafia, intanto, per presentarsi come parte civile ha
trovato due avvocati di Cosenza...
Questa del coordinamento è una delle tante maniere con cui la minoranza
antimafiosa tenta di dar battaglia sul processo. Sono trenta o quaranta
militanti - cattolici di quartiere, comunisti, un po' di sinistra sparsa - e da
quattro anni contendono alla mafia la città. Hanno a favore quelli che credono
in gesùcristo (ce ne sono persino a Palermo), i
comunisti di base e qualcuno di vertice, gli operai dei cantieri, i magistrati
superstiti e ragazzini. Hanno contro la maggioranza dei politici, quasi tutte
le banche e gli imprenditori, il Giornale di Sicilia e la paura di essere
ammazzati. Anche per loro il processo è il momento della
verità. Non è un momento facile, e non ci sono arrivati tutti.
Ad alcuni, che avevano resistito per anni, sono saltati i nervi: crisi, accuse
reciproche, fughe nel giornale di Costanzo. Altri si sono semplicemente
stancati. Altri ancora - i cattolici delle Acli, la
sinistra "postmoderna" - sono, come si dice, in fase di riflessione, cioè non si sa bene dove. Persino il Cardinale, che una
volta appassionatamente denunciava la sua Sagunto
tradita, ora è passato a una più moderna filologia: «Sagunto non è Palermo, allora ha sbagliato anche l'autore
del brano» e in fondo «ne uccide più l'aborto della mafia». Qualcuno parla già
di cardinali pentiti. Ma poi non ha importanza.
Sono state delle persone comuni a tenere in piedi il Coordinamento Antimafia in
tutti questi anni, e a tenerlo in piedi anche ora. I notabili, gl'intellettuali e i cardinali di Santa Romana Chiesa (o
anche delle altre chiese) possono permettersi il lusso di cambiare opinione. Le
persone comuni no.
Le persone comuni, d'altra parte, qualche piccola soddisfazione se la sono pur presa. Questo non è ancora il Processo, non ci
facciamo illusioni: ma intanto è già un processo, un processo ai mafiosi, nella
loro città, davanti a tutti. Un precedente.
Per il terzo livello c'è ancora da aspettare. Non sono mancate, già ora,
autorevoli pressioni per chiudere definitivamente la questione; in questo
senso, la sentenza istruttoria rappresenta un compromesso fra l'esigenza dei
giudici di continuare le indagini fino ai livelli superiori e le spinte dei politici verso l'insabbiamento dell'intero
processo. Così, se per i Salvo e Ciancimino una
verità processuale s'è fatta strada, sui politici e gl'imprenditori
- palermitani e catanesi - segnalati da Dalla Chiesa
le indagini restano ancora aperte. Del resto sono in buone mani.
Ci sono dei posti, a Palermo, dove nessuno sa niente del processo, e non gliene
importa niente. Percepiscono solo, e vagamente, qualcosa che fa paura a quelli
che girano con la Bmw e l'eroina, e più poliziotti
del solito a girare nei ghetti. Non sanno niente di Lima e di Rendo, non hanno
mai sentito parlare di Ciancimino - tranne per un voto messo giù in fretta, in cambio di qualche
migliaio di lire - e di tutta la faccenda conoscono solo l'anello terminale,
costituito dal tizio che spaccia la roba all'angolo o da quello che
materialmente li ammazza. Uno di questi posti è allo Zen. C'è una sola bottega
nel quartiere e ci trovi di tutto, dal detersivo alle siringhe. Fuori della
bottega c'è lo spacciatore di turno, non fa niente per nascondersi e non per
strafottenza, ma semplicemente perché non ha più i riflessi per farlo. Oggi è
ancora vivo, e vivi sono sei o sette ragazzi che gli si sono avvicinati questa
sera: non sperano di più dalla vita. Qui il processo c'è già stato, non si sa
bene quando, la sentenza - ogni giorno - è di condanna a questa vita per tutti.
Qui, quando decideranno di partecipare al Processo, lo faranno - se lo faranno
- con altri mezzi, quelli che gli ha insegnato
Palermo. Nel frattempo tocca agli altri lottare. Anche per loro.
C'è qualcosa nell'aria, in questi giorni, a cui la gente non osa dare un nome.
Credo che sia il ricordo di via Pipitone
Federico, o delle bambine ammazzate a Trapani. Il risveglio, alla fine, del
mostro. La gente, qui, non ama parlare di queste cose («eccoli
qui di nuovo...»), ma sa benissimo di che cosa si tratta. Avverte confusamente
e senza alcuna simpatia, che coloro che lottano hanno
varcato una soglia. Nessuno sa cosa scatterà oltre quella soglia, ma qualcosa di orrendo. In tempi normali puoi salvarti facendoti i fatti
tuoi, ma questi sono diventati tempi in cui la Cosa può
colpirti lo stesso, qualunque cosa ti faccia. Questo pensa la gente. Oggi non
lo perdonano agli antimafiosi. Domani non lo perdoneranno ai mafiosi. Nel
frattempo qualcuno deve andare avanti.
C'è un angolo di via Libertà dove ci sono dei fiori.
Alcuni fiori per terra e un «buon onomastico Biagio». Biagio però l'ha
ammazzato una volante della polizia davanti alla scuola, la volante correva forte perché era di scorta e così aveva più
possibilità di scampare ai mitra antiblindati, e così Biagio è morto in quel
modo idiota. Quelli del Meli, poiché non sono notabili
né cardinali, hanno avuto la forza di ragionare e hanno capito che la colpa,
anche lì, è della Cosa.
Biagio non sarebbe morto se la volante avesse potuto
andare a passo normale. La volante poteva andare a passo normale solo se non ci
fossero stati i kalashnikov
in agguato. Non ci sarebbero stati i kalashnikov se i
Greco fossero stati in galera. I Greco sarebbero stati in galera se i politici
non li avessero protetti. I politici non li avrebbero protetti se la gente li avesse mandati via prima. Non vogliamo i politici che
proteggono i Greco, non vogliamo i Greco, non vogliamo i kalashnikov,
non vogliamo volanti folli per le strade: perciò continuiamo a lottare, e forse
un giorno o l'altro ce la faremo.
Però Biagio non c'è più lo stesso. Ricordiamoci -
almeno - dei suoi fiori.