Ho rivisto Giovanni Falcone dopo la strage di
Capaci, in un filmato di repertorio. Lui più giovane, con la
barba ancora scura e ispida e le mani in tasca, e lo sguardo che non diceva,
che non rivelava mai. Andava a compiere un rito triste, il sopralluogo per
un amico ucciso. L'amico quella volta era il commissario Beppe Montana,
assassinato sul molo di Porticello dai mafiosi a cui
dava la caccia, in una sera di luglio palermitano (un'altra brutta estate,
l'estate dell'85).
Non era arrivato da solo, Falcone. Dietro di lui, in fila
indiana sotto la luce livida dei riflettori, c'erano il vicequestore Ninni Cassarà e il giudice Paolo Borsellino. Nessuno di loro esibiva tensione, nessuno di loro mostrava collera. Eppure
la intuivi, in quei pochi secondi di filmato, nei passi svelti e rigidi, e
nelle mani in tasca che immaginavi contratte, indurite
nei pugni. La rabbia dentro, solida come un macigno, solitaria come un tumore:
era il prezzo di quel rigore, di quella dignità esteriore. Faceva parte del
gioco.
Fu quella volta che Cassarà lo disse. Lo soffiò d'un fiato a Borsellino, in un angolo del molo, e fu l'unico
gesto d'impazienza che si concesse. Fu una frase breve eppure pareva - in
quegli istanti, in quel luogo - un pensiero incredibilmente lungo. Disse: dobbiamo
convincerci che siamo dei cadaveri che camminano. Cassarà
sapeva d'essere il prossimo sulla lista. Fu lui a cadere, una settimana dopo
Montana. Poi è toccata a Falcone. Poi a Borsellino. Rivedo quei pochi secondi
di filmato, le tre sagome che si muovono, la durezza dei loro passi, normali e
impacciati, e adesso che sono morti mi sembra di riuscire a percepire la
densità dei loro pensieri. Al centro, lo so, vi era sempre un presagio. Ecco,
la consapevolezza di quel presagio, la sua età ormai adulta: all'Addaura non avevano aggiunto nulla.
Qualcuno ha tradito. Lo disse quella sera Francesca Morvillo,
la moglie di Falcone. Lo disse al telefono ad Alfredo Galasso
che aveva chiamato da Roma per capire cosa stesse
accadendo a Palermo. L'Addaura, la
dinamite, la sensazione che fosse impossibile violare con tanta facilità
le maglie della sorveglianza, la cintura di sicurezza che proteggeva notte e
giorno il giudice Falcone soprattutto nella sua casa al mare.
Una
talpa, riaffiorava il vecchio terribile sospetto. Che non
fosse più solo una guerra ma qualcosa di più infame, di più lacerante.
Una sfida disperata, senza regole, senza onori, senza ruoli. Una
talpa, il tradimento: un informatore, un amico dalla doppia anima, qualcuno con
cui forse si erano divisi corridoi e orari d'ufficio e abitudini e persino
rischi. Il giudice Giovanni Falcone era stato educato anche a questo estremo sospetto. Lo avevano costretto, dopo avergli
fatto morire troppi amici intorno: traditi, venduti ai sicari. Beppe Montana,
Ninni Cassarà, il commissario Giuliano.
S'era abituato alla diffidenza. Ne aveva fatto una
risorsa di sopravvivenza, un abito mentale. Diffidare per
poter rimediare agli sgambetti, alle infinite bugie, agli sguardi obliqui, alle
parole oblique. Palermo non amava Falcone. Lo rispettava, apprezzava il
suo coraggio, lodava la sua caparbia intelligenza, commiserava il suo destino
d'uomo blindato, temeva per la sua vita (e avrebbe pianto, un giorno, ai suoi
funerali): ma non lo amava. Non amava il rigore morale del giudice, la durezza
dei suoi principi, quel senso dello stato che per Falcone era il principio di ogni scelta. Aveva letto Mazzini, quand'era ancora uno
studente: la vita è missione, il dovere la sua legge suprema. Gli era bastato.
Palermo invece era altro, è altro. Una città di anime arabe, di antiche regole e antiche eccezioni. Una città abituata a trasgredire e a premiare i furbi, raramente
gli onesti.
Falcone non era un furbo. Era onesto: d'una onestà
civile, chiusa, antica, da sussidiario delle elementari. Onesto fino al
martirio, fino al candore. Non s'aspettava - ad esempio - che sul suo lavoro,
su quegli anni di pasti rapidi e di vite blindate e di matrimoni spezzati,
sull'estate trascorsa all'Asinara a scrivere l'istruttoria per il maxiprocesso
e su tutti gli altri giorni consumati a ricostruire frammenti di giustizia,
frammenti di verità, non si aspettava che sulla sua
vita, sulle sue scelte si imbastisse improvvisamente quella dura campagna: come
definirla? Lui, educatamente, da vecchio gentiluomo
palermitano, diceva semplicemente: vogliono delegittimarmi. Era altro, era di più: ferire, umiliare. Il
ritornello idiota sui professionisti dell'antimafia, i giudici sceriffi dalle
facili carriere, il fastidio per quelle sirene della scorta e le lettere
al direttore e tutto il resto. No, non s'aspettava che a quel coro da cortile,
aizzato - e questo era comprensibile - dalle penne del Giornale di Sicilia e
del foglio di Montanelli, si unissero, per ingenuità,
per senile ansia di protagonismo, uomini di pensiero acuto come Leonardo Sciascia.
Non si aspettava che al Consiglio Superiore della Magistratura si scatenasse,
sulla sua candidatura, uno scontro livido, durissimo. Con una sola dichiarata
intenzione, impedire che Falcone diventasse il capo dell'ufficio istruzione di
Palermo e che il pool alzasse il tiro ancora di più: su coloro
che avevano chiesto, su coloro che avevano avuto. Alla fine, a corto
d'argomenti e di dignità, il Csm (quattordici voti
contro dieci) aveva preferito a Falcone e ai suoi quindici anni di esperienza nella trincea palermitana la quieta anzianità
del giudice Antonino Meli, un magistrato che aveva istruito il suo ultimo
processo penale nel 1949, a Varese.
Non si aspettava, Falcone, che il primo atto del giudice Meli sarebbe poi stato
quello di smantellare, formalmente e fisicamente, il pool antimafia. O meglio: se l'aspettava, ma non in quel modo, con un paio
di circolari dell'ufficio, burocraticamente e alla svelta. Non si aspettava
d'essere costretto a lunghe anticamere, assieme ai commessi, assieme ai
segretari, per essere ricevuto dal suo nuovo capo.
Non si aspettava soprattutto che qualcuno dei suoi amici gli voltasse le spalle
e lo piantasse lì, per calcolo, per presunzione, per invidie mai confessate. Quando il Csm
s'era finalmente riunito per definire la querelle fra lui e Meli, Falcone aveva
annotato su un foglietto i nomi dei giudici che avrebbero appoggiato la sua
candidatura per affinità o semplicemente per amicizia. Quel pezzo di carta
lo conservò a lungo, come una reliquia della propria ingenuità, un certificato
d'amarezza. Il primo sulla lista dei suoi amici, il primo a schierarsi poi per
Meli, era stato Vincenzo Geraci.
Un giorno li ho visti insieme. Un giorno che ero
andato a trovare Falcone, ed erano ancora anni non sospetti,
duri ma limpidi, gli amici da una parte, i nemici dall'altra. Andai a trovarlo,
e fu una delle poche occasioni in cui ci incontrammo
(non sono stato un suo biografo né un vecchio amico. Né
un cronista a caccia d'esclusive. Furono sempre incontri brevi, densi, di cui
conservare memoria anzitutto per me). Lo avevo cercato, quella volta, sapendo
che non avrei dovuto farlo, che la ragione di quell'incontro
era una forzatura, una mia improbabile richiesta. Volevo che sottraesse ai
giudici di Catania l'inchiesta sulla morte di mio padre. Sapevo che non era
possibile, ma avevo comunque bisogno di lanciare un
segnale, di violare l'ottusa solitudine in cui era stata relegata la mia città:
la mafia non esiste, i comitati civici, l'operosità dei nostri imprenditori, la
lungimiranza dei nostri amministratori. Giuseppe Fava? Un episodio spiacevole,
un incidente. Mafia? Non qui, non per questo delitto, non per Fava.
«Davanti al mondo testimonio che mai pressione o intimidazione c'è stata a
Catania, in questa parte della Sicilia, in questa città immune dal cancro che
mi dite. Polveroni, chissà da chi ispirati». Erano state, dopo la morte di mio
padre, le uniche parole offerte ai giornalisti dal sindaco Munzone,
un ascaro democristiano, un fedelissimo di Nino
Drago. Era tale l'ansia di negare ogni evidenza che la
conferenza stampa fu convocata due ore dopo i funerali: Munzone
si presentò con la fascia tricolore ancora annodata al petto, la faccia sudata,
il respiro ansimante di chi deve recitare una parte poco convincente:
«Mafia a Catania? Sul mio onore di primo cittadino, sull'onore dei nostri
figli...».
Questo, ed altro, ero andato a raccontare a Giovanni Falcone. La collusione dei giudici, la complicità dei politici, la viltà dei
cronisti: quel patto di mafia che legava alcuni Palazzi alle cosche mafiose e
che Giuseppe Fava per la prima volta aveva denunciato. Un patto infame che a Catania era ancora regola, governo, legge.
Coloro su cui Falcone indagava a Palermo, nella mia città continuavano ad essere benemeriti della società, della politica, del
lavoro. Perfino la giustizia s'era trasformata in ossequio. E
la nostra forza cominciava a vacillare.
Era uno sfogo, non una denuncia. Una richiesta di complicità,
non d'aiuto. Falcone mi aveva ascoltato senza una parola, senza una
domanda. Ogni tanto s'allontanava dalla scrivania e mi osservava con gli occhi
socchiusi e lo sguardo affilato d'un presbite. Voleva
solo mettermi a fuoco, inquadrarmi nel contesto che
gli era familiare, la sua stanza, il suo perimetro inesorabilmente chiuso,
quella penombra gonfia di carte e di calendari dell'Arma. Alla
fine, ma solo alla fine, mi aveva sorriso: sapeva, sapeva tutto su Catania: la
collusione dei giudici, la complicità dei politici, la viltà dei cronisti.
Ed anche quel tentativo maldestro di dimenticare Fava,
di esorcizzare Fava.
Mafiosi,
onorevoli, cavalieri: mi aveva stupito la docilità con cui le parole gli
venivano dietro. Parole e nomi, nomi e cognomi, senza inutili
pudori, senza oscure diplomazie (non in quell'occasione,
almeno; non fra noi). Poi era entrato nel suo ufficio Geraci. Senza bussare, come si usa fra
vecchi amici. S'era fermato sulla porta, il corpo proteso nel movimento,
il gesto spezzato a metà. Aveva fatto per andar via ma Falcone lo aveva fermato
con un cenno, lo aveva invitato a entrare, a sedersi
con noi. M'aveva colpito, in quell'invito, la
spontaneità, l'improvvisa allegria - cameratesca, facile - che non avrei mai
immaginato in Falcone. C'eravamo detti ancora poche parole,
poche cose, poi io ero andato via. E m'era
rimasta dentro la sensazione d'una storia forte, giusta: quel gruppo, pensavo,
quella squadra, quegli uomini, il pool. La dignità con cui rischiano
la vita, la semplicità con cui si cercano e si ritrovano. Uno come Falcone, mi
ero detto, un duro, uno tutto d'un pezzo: poi entra
nella stanza il suo amico Geraci...
L'esplosivo
era stato stipato in una canaletta per lo scolo delle
acque, sul ciglio dell'autostrada. Cinquantacinque centimetri
di diametro, duecento chili di tritolo ricoperti di terra per rendere ancora
più micidiale l'esplosione. Il tipo di miscela, il posizionamento
dell'ordigno, i tempi ridotti d'esecuzione: è un atto di guerra, eseguito con
collaudata perizia militare. Gli assassini sono rimasti tutto il giorno appostati sulla collina di Capaci, sotto lo
sperone di rocce bianche che incide il profilo di Montagna Grande. Hanno
tagliato i rami degli ulivi, per poter vedere meglio da lassù quei cento metri di autostrada. Hanno fumato cinquanta sigarette, due
pacchetti di Merit. Hanno atteso con pazienza e a
lungo (e altri, con loro) quell'istante prezioso, il
dito che sfiora il pulsante, l'impulso che viaggia, che raggiunge l'asfalto,
che accende il tritolo. Per alcune ore sono rimasti lassù, a fumare, a parlare.
Di Falcone, degli sbirri che lo accompagnavano, degli istanti
- pochi, rapidi - che avrebbero avuto a disposizione per far saltare in aria
l'autostrada. Avranno ripassato mentalmente decine di
volte quella breve successione di gesti, avranno immaginato cento volte
il tuono del tritolo. Ma avranno parlato anche
d'altro, in quelle ore. Le loro vite. Le loro case, le
loro donne. I loro figli, forse. Pensieri feroci e pensieri normali, insieme. Fino a quando non riusciremo a penetrare in quei pensieri, a
svelare l'alchimia che tiene insieme ferocia e normalità: Falcone, questo ha
cercato di fare. Per quindici anni. Dal giorno in cui raccolse
l'eredità del giudice Costa e processò Rosario Spatola, un lattaio trasformato
da Vito Ciancimino nel più potente palazzinaro di Cosa Nostra.
Alla fine della sua corsa, di tutti i suoi pensieri, mi è rimasta dentro
l'immagine del padre, il vecchio padre di Falcone che si vantava di non aver
mai preso una tazzina di caffè al bar. I rigidi principi di quel genitore, quest'adolescenza un po' polverosa che immagino di lunghi
silenzi, di lunghe attese. E poi Falcone che diventa Falcone.
Falcone che fa il giudice per capire, prima che per giudicare.
Falcone che chiede e offre rispetto, anche agli assassini.
E che alla fine va incontro al suo destino, serenamente.
Penso a suo padre, chimico in un laboratorio, e a questo figlio magistrato,
entrambi ruvidi e antichi: è un pensiero rassicurante, come d'una
continuità che esiste e che sa nutrirsi di molti mestieri, di molte esistenze.
Ecco: la normalità del giudice Giovanni Falcone. Ciò che va
recuperato, e che va difeso.
Claudio Fava maggio
1994