Per parlare dei cavalieri di Catania e capire
cosa essi effettivamente siano, protagonisti, comparse
o semplicemente innocui e spaventati spettatori della grande tragedia mafiosa
che sta facendo vacillare la Nazione, bisogna prima avere perfettamente chiara
la struttura della mafia negli anni ottanta, nei suoi tre livelli: gli
uccisori, i pensatori, i politici. E per meglio
intendere tutto bisogna prima capire ed identificare le prede della mafia nel
nostro tempo. Una breve storia, terribile e però mai annoiante,
poiché continuamente vedremo balzare innanzi, come su un'immensa ribalta, tutti
i personaggi. Ognuno a recitare se stesso (Pirandello
è qui di casa) nel gioco delle parti.
Negli
anni ottanta le prede della mafia si dividono in due categorie perfettamente
separate che trovano punti di contatto soltanto in alcune fatali complicità
organizzative. L'una categoria raggruppa tutte le tradizionali vocazioni
criminali volte al taglieggiamento dell'economia, i cosiddetti
"racket", che controllano quasi tutte le attività economiche di una grande città: i mercati generali; le concessionarie di
prodotti industriali, auto, elettrodomestici, televisori; negozi, teatri,
alberghi, night; e su ogni attività impongono una taglia, una specie di tassa
che l'operatore economico è costretto a pagare se non vuole correre il rischio
di veder bruciare la propria azienda, o vedersi sciancato da alcune
revolverate. In taluni casi d'essere ucciso.
Si tratta di un giro di centinaia o migliaia di miliardi, però frantumati e dispersi in un'infinità di rivoli e canali. Un apparato
mafioso che lentamente, inesorabilmente ha risalito la penisola, inquinando
anche le grandi città del nord, oramai da anni anch'esse violentate da
sparatorie, stragi, violenze dalle quali emergono sempre volti e nomi di
criminali emigrati dalla Sicilia, da Napoli, dalla Calabria. E' la mafia
cosiddetta dei manovali, senza vertici, continuamente sconvolta da una
battaglia interna per il predominio in un quartiere o un settore.
Basta che un racket tenti di invadere il territorio di un altro, o cerchi di
imporre estorsioni in un diverso settore economico, e lo scontro è fatale.
Sempre mortale. Dura sei mesi, un anno, una fiamma di odio
che insanguina un quartiere, a volte percorre anche il territorio della nazione
da una grande città all'altra, Catania, Napoli, Milano, Torino laddove i racket
in lotta cercano disperatamente alleanze e armi, spesso tra consanguinei,
amici, parenti, fratelli. Una caratteristica di questa mafia è infatti la presenza costante della famiglia, cioè il
rapporto di parentela fra molti membri dello stesso clan. Un giudice milanese
ebbe a dire, forse senza nemmeno voler essere cinico: «Una buona famiglia
meridionale all'antica, in cui sono ancora molto forti i sentimenti
tradizionali della famiglia, può costruire un racket
mafioso di tutto rispetto. E' più temuta!». Questo spiega anche talune
agghiaccianti efferatezze dello scontro, vittime legate piedi e collo con un
filo elettrico in modo che lo sventurato lentamente si
autostrangoli, organi genitali resecati e infilati in
bocca, teste mozzate e depositate dinnanzi all'uscio di casa. Una crudeltà che scaturisce dall'odio definitivo di chi ha visto
cadere per mano avversa il padre, il figlio, il fratello. Lo scontro non
ha possibilità di pace, di armistizio, nemmeno di
compromesso e spesso dura mortalmente fino al fatale annientamento del clan
avverso, dovunque abbia trovato scampo lo sconfitto o il superstite. La vendetta
lo perseguiterà fino nella più profonda cella di carcere.
E' la mafia che miete la quasi totalità delle vittime, centinaia, forse
migliaia ogni anno in tutte le città della Sicilia e dell'Italia. Quasi tutte le vittime sono anch'esse creature criminali, o loro
complici, talvolta anche avvocati, medici, funzionari, insospettabili burocrati
o professionisti che in un modo o nell'altro si sono lasciati adescare e
sottomettere da un racket mafioso. Al momento in cui quel racket entra
in guerra cadono anche le loro teste. E' una mafia che
sembra animata da una tragica vocazione al suicidio e tuttavia continuamente si
rinnova, una specie di fetido tenia oramai intanato nel ventre della Nazione, dove si ingrassa,
ininterrottamente divora se stesso e ricresce. Sociologicamente
sarebbe forse più esatto definirlo gangsterismo ma, come ora vedremo, esso è
però, mortalmente, indissolubilmente legato, proprio in un rapporto fra
manovalanza e ingegneria, al grande fenomeno mafioso.
E qui c'è il salto di qualità, diremmo di cultura
criminale, fra le prede mafiose tradizionali di base, mercati, estorsioni,
sequestri di persona e le nuove grandi prede che caratterizzano gli anni
ottanta ed hanno fatto della mafia una autentica tragedia politica nazionale.
Esse sono essenzialmente due: il denaro pubblico e la droga. Il distacco è
vertiginoso. E' come se un grande corpo, un grande
animale, lo stato italiano, mai morto e continuamente in agonia, fosse divorato
ancora da vivo.
In basso c'è un brulicare orrendo di vermi insanguinati, in alto un rapace con
il profilo misterioso e terribile dei mostri di Bosch,
e gli artigli piantati nel cuore della vittima. Non riesco a trovare un
paragone più amabile ed egualmente preciso.
La droga anzitutto. essa costituisce uno degli affari mondiali,
come il petrolio o il mercato delle armi. La valutazione globale
degli interessi che la droga coinvolge si può fare solo nell'ordine di decine
di migliaia di miliardi. La contaminazione del vizio oramai è
intercontinentale, dall'Asia all'Africa, dall'Europa alle due Americhe. I
guadagni sono incalcolabili.Si calcola che ci siano
al mondo circa cento milioni di persone, molte ormai tossicodipendenti, che
fanno quotidianamente uso della droga, spendendo ciascuno in media (ma la
valutazione forse è troppo esigua) circa diecimila lire al
giorno. Sono mille miliardi. Quasi quattrocentomila miliardi all'anno.
Una cifra che fa paura. Molto più
alta del bilancio di una grande nazione industriale. I guadagni sono
anch'essi incalcolabili. Secondo gli studi attuali un
quantitativo di cocaina, acquistata alle fonti di produzione per poco più di un
milione, dopo la raffinazione può valere sul mercato da due a tre miliardi,
secondo la purezza del prodotto.
E non basta la semplice e pur stupefacente valutazione economica per capire
appieno la imponenza del fenomeno droga su scala
mondiale, un evento quotidiano che minaccia di deformare la società
contemporanea. Ogni anno centomila esseri umani, per lo più giovani o
addirittura adolescenti e ragazzi, muoiono per causa della droga; almeno nove o
dieci milioni diventano irrecuperabili alla vita sociale, sia per la loro
definitiva incapacità intellettuale o inettitudine fisica al lavoro, sia per la
loro costante pericolosità, cioè la disponibilità a
qualsiasi proposta criminale. Milioni di famiglie vengono
praticamente distrutte poiché quasi sempre, accanto alla pietosa tragedia del
ragazzo drogato, c'è la infelicità di un intero gruppo umano, i genitori, i
fratelli, la moglie, per i quali il recupero - spesso impossibile - del
congiunto diventa una costante di dolore e di disperazione.
La droga ha ammorbato oramai anche alcune istituzioni fondamentali della nostra
società, la scuola, lo sport, le carceri, gli ospedali, che si stanno
trasformando in un luogo di autentico contagio. Punti
fermi della grande struttura civile collettiva vengono
così destabilizzati, ed è tutta la struttura che comincia a vacillare. La
stessa lotta quotidiana a livello internazionale contro la
droga, esige un prezzo che diventa sempre più insostenibile; milioni di
giornate lavorative perdute, migliaia di uomini, magistrati, studiosi,
poliziotti, medici, mobilitati costantemente per arginare l'avanzata della
droga; migliaia di miliardi spesi, talvolta sperperati, per tenere in vita
ospedali, centri di emergenza, istituti e cliniche di recupero umano e sociale.
E su tutto questo oceano, sporco e insanguinato di
denaro, che scorre ininterrottamente da un continente all'altro, l'ombra
invulnerabile della mafia.
Da dieci anni la mafia tiene nel pugno l'immenso affare. Dapprima nelle
capitali del mercato, che erano soprattutto Beirut, Il
Cairo, Istambul, la grande plaga del Medioriente, Marsiglia, New York, e ora definitivamente
anche in Sicilia. L'isola è nel cuore del Mediterraneo e quindi passaggio obbligato
per il cinquanta per cento dei traffici dell'area afroasiatica
verso le grandi nazioni dell'occidente. Per qualche tempo in Sicilia la mafia
si è limitata a controllare questo passaggio, garantendo punti di approdo e reimbarco, sicurezza e rapidità in qualsiasi
operazione ed esigendo in cambio una tangente. La Fiat
fabbrica automobili e le affida ai concessionari: ebbene la mafia pretende una
tangente dai concessionari perché possano svolgere il loro lavoro senza rischi,
ma la mafia non si sogna di sostituirsi alla Fiat per fabbricare automobili.
Per anni, incredibilmente, la mafia si comportò allo stesso modo per la droga. Guardava, osservava, valutava, studiava, proteggeva,
copriva, incassava la sua tangente, faceva i conti, cercava di capire perfettamente
l'ingranaggio. Forse c'era una residua repugnanza
morale (siamo in Sicilia dove ogni paradosso psicologico è possibile) verso un
affare che era portatore di morte e di dolore per un'infinità di esseri umani, soprattutto giovani. Ma
anche senza complicità mafiosa la droga avrebbe viaggiato lo stesso per tutta
la terra. E alla fine i calcoli furono perfetti e abbaglianti, e l'ultima repugnanza venne vinta. La mafia
assunse in proprio il traffico, anche in Sicilia, e lo fece alla sua maniera,
eliminando qualsiasi concorrenza e aggiudicandosi tutto il ciclo completo di
mercato: la ricerca alle fonti di produzione, la creazione di stabilimenti
segreti per la raffinazione della droga e la spedizione nelle grandi capitali
dell'occidente. In quell'attimo compì un salto di
cultura criminale che avrebbe fatto tremare l'Italia.
Migliaia, decine di migliaia di miliardi, una montagna, un fiume travolgente,
una tempesta, un mare di denaro che arriva da tutte le parti, che si rinnova e
cresce continuamente. Via via perfezionandosi negli
anni, mettendo radici sempre più profonde, integrando gradatamente e infine
totalmente anche camorra napoletana e 'ndrangheta calabrese, coinvolgendo
definitivamente una massa di uomini sempre più vasta,
la mafia ha creato una struttura criminale che, per le sue proporzioni e per il
suo distacco da quella che è la logica comune, appare quasi un congegno da
fantascienza. In verità molte componenti di questa
struttura si sono determinate quasi per forza di cose, per la concatenazione fatale
di un gioco d'interessi, ma c'è voluta indubbiamente una grande capacità di
fantasia per intuire questa forza delle cose e questa concatenazione
d'interessi e costruirle insieme in un perfetto mosaico. Va detto che la mafia
del nostro tempo ha genio. Negarlo sarebbe diminuire il merito di Domineddio.
Questa struttura ha tre livelli, indipendenti,
talvolta quasi sconosciuti l'uno all'altro, eppure completamente fusi in un
identico fenomeno. Cominciamo dal basso. Il livello più propriamente criminale:
gli specialisti dell'assassinio. Centinaia di migliaia di miliardi, abbiamo
detto. Per gestire valori economici così imponenti, legati all'impunità della
produzione e del traffico di migliaia di tonnellate di
droga è indispensabile un controllo costante e totale del territorio di
traffico. Non ci deve essere un ostacolo, un rischio, una trappola. E'
necessaria quindi una folla di complicità dovunque, in ogni settore della
società, criminali comuni, impiegati del fisco, piccoli armatori marittimi,
dipendenti delle linee aeree, funzionari dello Stato, probabilmente anche
funzionari di polizia, magistrati, ufficiali di finanza, amministratori di enti locali, sindaci, assessori. Tutti costoro stanno al
livello che abbiamo detto della manovalanza criminale, ognuno pagato e
ricattato per suo conto, all'interno di un gruppo che garantisce il dominio di
un piccolo territorio o quartiere della città.
Solo alcuni di loro gestiscono la droga, ognuno però con piccoli compiti,
avvolti, protetti, nascosti dal clan, ed ogni clan a sua volta con la funzione
soltanto di garantire il territorio. Ogni tanto taluno di questi gruppi si
scontra con un altro per il predominio su un territorio e allora accade
l'ecatombe, trenta, quaranta assassinii finché un
gruppo viene sterminato e la supremazia criminale
affermata. La strage terrificante fra i clan catanesi
dei Santapaola e dei Ferlito,
conclusa con l'assassinio di Alfio Ferlito,
assieme a i tre carabinieri che lo accompagnavano nel trasferimento dal carcere
di Enna a quello di Trapani, rappresenta una delle
battaglie più feroci per aggiudicarsi la supremazia in una grande area
metropolitana. Gli spettacolari assassinii di Stefano
Bontade e di Gaetano Inzerillo
a Palermo, epilogo spettacolare di una catena di cinquanta omicidi, sono stati un altro momento di questa lotta che ha visto la
sanguinosa vittoria del clan dei Greco e dei Marchese.
Ma anche i vincenti, i padroni del clan, sono poco più di subappaltatori
dell'immenso palinsesto mafioso: governano l'impresa criminale su una zona,
conoscono alcune segrete strade della corruzione, sono ammessi in alcune
anticamere del potere. La loro autentica forza è la
capacità di uccidere, disporre di trenta, quaranta individui che sanno
maneggiare tutte le armi più micidiali e all'occorrenza poter contare sulla
loro devozione e infallibilità. Capimastri, non di più! Governano la loro parte
di cantiere ma non sono mai entrati nella stanza dei progetti.
Molto più in alto dei cosiddetti uccisori c'è il livello dei pensatori, con la
lontananza, il distacco di autorità che può esserci
tra una fanteria alla quale è affidato soltanto il compito di conquistare,
uccidere, presidiare, morire, e le stanze imperscrutabili dello stato maggiore
dove si elabora la grande strategia mafiosa. Scopo unico e massimo di questa
strategia è la riclicazione del denaro continuamente
prodotto dall'operazione droga, cioè la fase ultima e
più delicata, quella appunto che esige una capacità tecnica e finanziaria. Si
tratta infatti di centinaia e migliaia di miliardi
che, per essere immessi nel mercato economico e diventare quindi usufruibili,
debbono passare attraverso una serie di operazioni legali che li assorbano e
magicamente li riproducano come ricchezza. Ci vuole talento,
ci vuole fantasia, competenza tecnica. Non a caso abbiamo parlato di un
salto di cultura mafiosa.
Gli strumenti essenziali sono due: le banche e le grandi imprese economiche.
Anzitutto le banche: ricevono il denaro, lo fanno proprio, lo celano, lo
amministrano, conservano, proteggono reimpiegano
(cento miliardi provenienti dalla droga, alle cui spalle sono decine di persone
miseramente morte o uccise, migliaia di infelicità
umane, possono essere impiegati per la costruzione di un grattacielo, un ponte,
una diga, un'autostrada). Le banche gestite e controllate dallo Stato
difficilmente potrebbero (ma non è detto che non
possano) poiché c'è sempre il rischio di un funzionario di vertice che indaga,
spia, riferisce, protesta, accusa. Le banche private. Talune banche private,
ovviamente. Non a caso Sindona aveva la vocazione di
creare banche, ne aveva l'estro, la fantasia. Il
giorno in cui dovesse decidere di raccontare finalmente tutta la verità, molti
imperi finanziari vacillerebbero. E in realtà Sindona, invecchiato, gracile, stanco, terrorizzato,
preferisce starsene in un tiepido carcere americano. All'aria aperta, in
libertà, non avrebbe certamente più di un giorno di vita! Per decifrare
perfettamente la tragedia mafiosa sarebbe interessante sapere appunto quante
banche e quali banche con il suo vertiginoso talento, per cui
riusciva a sconvolgere persino gli altri burocrati della Banca d'Italia,
Michele Sindona, piccolo ragioniere di provincia,
riuscì in meno di quindici anni a creare in tutta Italia e soprattutto in
Sicilia. Banche che fiorivano, si moltiplicavano, esplodevano letteralmente
nelle grandi città e nei centri di periferia dove per gestire gli affari
economici, i micragnosi affari della piccola borghesia commerciale e agricola sarebbe stata già d'avanzo una agenzia del Banco di Sicilia.
Banche invece che spalancavano i loro battenti: «Eccomi qua, io sono la nuova
banca! A disposizione!», tutto l'apparato già pronto, direttori, impiegati,
casseforti, banchi di metallo, sistemi elettronici, computerizzazione,
vetri antiproiettile, uscieri, gorilla con la divisa di sceriffo e la Smith Wesson, epiche cerimonie
inaugurali con intervento di parlamentari, sottosegretari, ministri, questori, prefetti, «Taglia il nastro la gentile signora di sua
eccellenza», fiori, applausi, banchetto, champagne, capitali già depositati
nelle casseforti.
Quante di queste banche furono inventate da Sindona,
con i capitali di Sindona e che Sindona
riceveva da imperscrutabili fonti? Un incauto giudice milanese dette incarico a un famoso commercialista, l'avvocato Ambrosoli,
di venire a Palermo per indagare, capire. Era un professionista principe, ma
molto ingenuo. Praticamente lo condannarono a morte.
Prima ancora che potesse venire in Sicilia gli fecero
la pelle. Da allora non ha tentato più nessuno.
In verità c'era stato un primo lontanissimo botto che avrebbe dovuto far
trasalire la nazione e invece parve soprattutto cosa
da ridere: quando un cocciuto magistrato palermitano scoprì che il senatore
democristiano Verzotto, per anni segretario regionale del partito e presidente
dell'Ente minerario siciliano aveva versato centinaia di milioni di fondi neri
e diversi miliardi dello stesso ente minerario presso la filiale di una delle
banche di Sindona e ne percepiva clandestinamente gli
interessi. Che la vicenda inducesse più all'ironia che allo
spavento, dipese probabilmente dalla sagoma del protagonista, il nominato
senatore Verzotto. Alto, imponente, ridente, capelli grigi, taglio
impeccabile del vestito, grande sigaro in bocca,
cappotto di pelo di cammello svolazzante sulle spalle, sembrava anche
visivamente il personaggio perfetto per una pochade politica più che per una
tragedia mafiosa. Invece fin da allora si sarebbe dovuto intuire da quali altre
e ben più profonde oscurità arrivavano i capitali per le banche di Sindona e dei suoi alleati, e come esse
servissero soprattutto alla riciclazione di una massa
enorme di denaro che non si sarebbe potuta altrimenti impiegare. Lo spiraglio
aperto da un giudice coraggioso e tenace avrebbe dovuto spalancare la strada e
invece esso venne precipitosamente sbarrato.
Incredibilmente nemmeno ai vertici della Banca di Stato, che dovrebbe
controllare tutto il movimento del denaro sul territorio nazionale, valutandone
origini e destinazioni, venne presa alcuna iniziativa
d'inchiesta sulle banche che stavano proliferando nel Sud.
Nemmeno il governo del tempo e i ministri finanziari batterono ciglio. Tutti
arretrarono di qualche passo per prendere le distanze, a spintoni e calci venne fatto avanzare il solo tuonitonante
Verzotto, il quale infatti rimase solo alla ribalta, perché l'opinione pubblica
potesse farci in conclusione una bella risata di scherno.
Verzotto veniva dalla scuola di Enrico Mattei, il più sottile cervello politico italiano del
dopoguerra, ma non gli rassomigliava in niente; quanto quello era ansimante,
frettoloso, sciatto, ruvido ma geniale, tanto Verzotto era invece calmo, quasi
regale, elegante, cortese e, probabilmente, anche un po' minchione. Per la
magniloquenza del suo tratto era uno di quei personaggi capaci di procurare grandi
catastrofi con perfetta noncuranza e senza probabilmente rendersene conto.
Tuttavia dal suo esilio di Beirut, dove ebbe l'agilità di scappare una
settimana prima dell'ordine di cattura, disse una cosa significativa:
«Come potete pensare che io vada a sporcarmi le mani per un semplice affare di
poche centinaia di milioni di interessi, quando in una
banca si possono manovrare invece interessi per centinaia di miliardi!». Tutti
pensarono alla malinconica battuta di uno sconfitto. Del senatore Verzotto si
sono perdute le tracce.
Anzitutto banche, dunque! Talune banche, naturalmente. Che
noi non conosciamo e che però il potere politico e i vertici finanziari dello
Stato dovrebbero ben conoscere. Ma le banche possono ricevere il denaro
nero, sotterrarlo nei propri forzieri, nasconderlo, mimetizzarlo, far perdere
le tracce della sua provenienza, cioè reinvestirlo e
così purificarlo, ma non possono certo condurre in proprio le operazioni
tecniche di investimento. Qualcuno deve farlo. Accanto alle
banche ecco dunque le grandi imprese industriali e commerciali che,
opportunamente, saggiamente, prudentemente, garbatamente, silenziosamente,
amabilmente finanziate, possono riuscire ad impiegare quei capitali,
trasformandole in opere di sicuro valore economico. E
non è detto che non siano opere di mirabile importanza e perfezione civile: un
moderno ospedale, un carcere modello, una città giardino, un complesso
sportivo, persino una nuova chiesa.
E qui sul palcoscenico avanzano, quasi a passo di
danza, i quattro cavalieri catanesi. Dopo quello che è accaduto, vien facile
perfino la citazione: i quattro cavalieri dell'apocalisse. L'Italia è uno stano
paese in cui si sperimentano bizzarre onorificenze, per le quali cavaliere del
lavoro invece di essere un bracciante, anche analfabeta, che per trent'anni si è spaccata la vita in una miniera tedesca pur
di riuscire a costruirsi una casa a Palma di Montechiaro,
è invece un appaltatore che riesce a trovare fantasia e modo di moltiplicare la
sua ricchezza. Tutto questo in un paese dove la gestione e la moltiplicazione
della ricchezza, la grande fortuna economica o
finanziaria, per struttura stessa della società politica, deve fatalmente
passare attraverso un compromesso costante con il potere, con i partiti che
sostanzialmente amministrano la nazione, con gli uomini politici o gli
altissimi burocrati ai quali i partiti delegano praticamente tale funzione, lo
spirito di nuove leggi e decreti, la scelta delle opere pubbliche, la
assegnazione degli appalti.. Chi afferma il contrario è candidamente fuori dal
mondo oppure è un amabile imbecille.
A questo punto della storia dunque avanzano sul palcoscenico i quattro
cavalieri di Catania, loro avanti di un passo e dietro una piccola folla di aspiranti cavalieri di ogni provincia del Sud, affabulatori, consiglieri, soci in affari, subappaltatori.
Chi sono i quattro cavalieri di Catania? E' una
domanda importante ed anche spettacolare poiché i quattro personaggi sembrano
disegnati apposta per costruire spettacolo.
Profondamente dissimili l'uno dall'altro, nell'aspetto fisico e nel carattere,
Costanzo massiccio e sprezzante, Rendo improvvisamente amabile e
improvvisamente collerico, Finocchiaro soave,
silenzioso e apparentemente timido, Graci piccolino e
indefettibilmente gentile con qualsiasi interlocutore,
vestono però tutti alla stessa maniera, almeno nelle apparizioni ufficiali,
abito grigio o blu anni cinquanta, cravatta, polsini, di quella
eleganza senza moda propria dell'industriale self-made-man .
Tutti e quattro hanno imprese, aziende, interessi in tutte le direzioni,
industrie, agricoltura, edilizia, costruzioni. Non si sa di loro chi sia il più ricco, a giudicare dalle tasse che paga sarebbe
Rendo, ma altri dicono invece sia Costanzo, il più prepotente, l'unico che
abbia osato pretendere e ottenere un gigantesco appalto a Palermo; altri ancora
indicano Graci, proprietario di una banca che, per
capitali, è il terzo istituto di credito della regione. La ricchezza di Finocchiaro non è valutabile. Molti ancora si chiedono: ma
chi è questo Finocchiaro.
Costanzo costruisce di tutto. Case popolari, palazzi, villaggi turistici (la
Perla Jonica, sulla costa di Catania, ha nel suo
centro un palazzo dei congressi che non esiste nemmeno a Roma, i partecipanti
al congresso nazionale dei magistrati in cui era appunto all'ordine del giorno
la lotta contro la mafia, improvvisamente si accorsero di essere riuniti in uno
dei templi del potere di Costanzo). Costanzo
costruisce anche autostrade, ponti, gallerie, dighe; e possiede anche le
industrie necessarie a produrre tutto quello che serve alle costruzioni:
travature metalliche, macchine, tondini di ferro, precompressi in cemento, infissi in alluminio, tegole, attrezzature
sanitarie. Un impero economico autonomo che non deve chiedere
niente a nessuno. Poche aziende in Europa reggono il confronto per
completezza di struttura. Ha un buon pacchetto di azioni
in una delle più diffuse emittenti televisive private. E' anche presidente e
maggiore azionista della Banca popolare. Rendo ha interessi più diversificati, diremmo più moderni, almeno culturalmente la
sua azienda sembra un gradino più in alto. Anche lui
costruisce case, palazzi, ponti, autostrade, dighe, ma possiede anche aziende
agricole modello che guardano con estrema attenzione agli sviluppi del mercato
europeo e alle ultime innovazioni tecniche. Ha un suo piccolo fiore
all'occhiello, una fondazione culturale che destina fondi alla ricerca
scientifica a livello universitario. Quanto meno ha capito
che i soldi non possono servire solo a produrre altri soldi. La sede della holding è il ritratto stesso dell'azienda, una serie
di palazzi d'acciaio, alluminio e metallo, l'uno legato all'altro, sulle cime
di una collina alle spalle di Catania, una immensa sagoma grigia e azzurra,
come i tre palazzi della RAI di via Mazzini, incastrati insieme, e circondati
da un immenso giardino al quale si accede soltanto per un ingresso sorvegliato
da uomini armati. Sembra il passaggio di un confine. Anche Rendo naturalmente
ha la sua televisione privata con la quale garbatamente interviene nella informazione della pubblica opinione. Ricordiamoci che
Andropov, l'uomo nuovo del Cremlino
successore di Breznev, è riuscito ad arrivare al
vertice dell'impero sovietico poiché, mentre era a capo dei servizi segreti
inventò l'ufficio di disinformazione, specializzato nel confondere la realtà.
Si tratta di una scienza ammessa al massimo livello politico.
L'impero di Graci non ha sede. Cuore e cervello
motore di tutte le iniziative è probabilmente la Banca
agricola etnea, di sua proprietà. Per il resto Graci
è pressoché invisibile. Amico di Gullotti e Lauricella, vive gran parte del suo tempo a Roma, dove
studia, coordina, dirige. Fra tutti è quello che ha la più vasta copia di interessi, cantieri di costruzione in ogni parte
dell'isola e dell'Italia, aziende agricole, villaggi turistici, immense
estensioni di terra dappertutto. Negli ultimi tempi la sua predilezione sono i grandi alberghi di fama internazionale: il suo più
recente acquisto l'hotel Timeo, sulla collina di
Taormina, a ridosso del Teatro Greco, uno degli alberghi più belli del
Mediterraneo, arredato in stile inglese primo novecento. Pare abbia acquistato dal duca di Misterbianco
(sembra una storia del Gattopardo, raccontata cento anni dopo) il famoso lido
dei Ciclopi, il più prezioso giardino equatoriale, ricco di piante esotiche che
non hanno eguali in Europa e che per quarant'anni
nessuno ha osato sottrarre alla sua destinazione balneare. Di tutti i cavalieri
del lavoro Graci, che fino a qualche anno fa era sconosciuto a Catania, è il più riservato, raramente
compare di persona. Possiede anche lui la maggioranza azionaria di un'emittente
privata e di un giornale quotidiano, ma il suo nome non figura nei rispettivi
consigli di amministrazione. Narrano anche della sua
generosità. Ogni tanto organizza per i suoi amici mitiche partite di caccia in
uno dei suoi feudi siciliani! Possiede anche una favolosa cantina di vini
pregiati ai quali sono ammessi soltanto amici di
vertice.
Finocchiaro sembra il cavaliere meno forte. L'ultimo
arrivato dei quattro al rango di massima potenza. Costruisce soltanto, e quasi sempre solo palazzi. Ha però una sua regola:
efficiente, preciso, puntuale, rapido, i suoi appalti sono sempre stati
terminati a tempo di record. In meno di due anni ha costruito il nuovo palazzo
della Posta ferrovia, un gigantesco edificio moderno sul lungomare di Catania,
accanto alla stazione, e la nuova pretura, altro massiccio edificio incastrato
proprio nel cuore della città, a cento metri dal palazzo di Giustizia.
Poiché la pretura di Catania convoglia quotidianamente gli interessi di
migliaia di persone, non appena il nuovo edificio entrerà in funzione, il
traffico di tutta quella zona essenziale della vita cittadina, resterà
probabilmente paralizzato. Esempio di come possa essere
nefanda un'opera pubblica pur perfettamente realizzata. Finocchiaro infine è anche il più lezioso. La sede della
sua impresa sorge sulla litoranea fra Catania e i Ciclopi, in uno dei tratti
più splendidi della riviera, una grande villa, in
verità bellissima, sovrastata e circondata dal verde e da una serie di piscine
intercomunicanti, sicché, una levissima massa d'acqua
si muove ininterrottamente dalle terrazze ai patii. La gente passa, guarda e
s'incanta.
Questi, almeno dal punto di vista dello spettacolo, i quattro
cavalieri di Catania. Ma chi sono in verità?
Perseguiti dalla magistratura con mandati di cattura e ordini di comparizione,
alcuni sospettati di gigantesche frodi fiscali e addirittura di
associazione a delinquere, assediati dalla guardia di Finanza che sta
frugando fra tutti loro conti, rifiutati dalla pubblica opinione, soprattutto
dai più poveri e sfortunati i quali non riescono mai ad amare le fortune troppo
rapide e sprezzanti, ed al momento in cui le vedono crollare hanno un trasalimento
di felicità e un grido: "lo sapevo!", i quattro cavalieri sono
nell'occhio del ciclone, in mezzo al quale sta immobile e sanguinoso
l'assassinio del prefetto Dalla Chiesa, la più feroce e tragica sfida portata
dalla mafia all'intera nazione.
Chi sono dunque i quattro cavalieri? Quale il loro
ruolo in questo autentico tempo di apocalisse? Già il
fatto che questi quattro personaggi si siano riuniti insieme per discutere e
decidere il destino futuro dell'imprenditoria e quindi praticamente
dell'economia di mezza Sicilia, e stiano lì segretamente, due più due quattro,
seduti l'uno in faccia all'altro, a valutare, soppesare, scartare, annettere,
distribuire, in una sala che è facile immaginare di vetro e metallo,
inaccessibile a tutti, nel cuore segreto dell'impero Rendo, con decine di
uomini armati dislocati ad ogni ingresso del palazzo; e che al termine del
convegno uno di loro, Costanzo, il più plateale, chiaramente tuttavia portavoce
di tutti e infatti mai smentito, dichiari spavaldamente: «Abbiamo deciso di
aggiudicarci tutte le operazioni e gli appalti più importanti, quelli per
decine o centinaia di miliardi, lasciando agli altri solo i piccoli affari a
due o tre miliardi, tanto perché possano campare anche loro!»; e che tutti e
quattro siano giudiziariamente accusati di evasioni per decine e forse centinaia di miliardi, tutto
denaro pubblico, quindi appartenente anche al maestro elementare, all'operaio,
al piccolo artigiano, al contadino, al manovale, all'impiegato di gruppo C,
all'emigrante, poveri innumeri italiani che sputano
sangue per sopravvivere e spesso maledettamente nemmeno ci riescono; e che
taluni di loro siano stati amici del bancarottiere Michele Sindona,
o del boss Santapaola ricercato per l'assassinio di
Dalla Chiesa, o del clan Ferlito il cui capo venne
trucidato insieme a tre poveri carabinieri di scorta: ebbene tutto questo non
corrisponde all'immagine, secondo costituzione, di cavalieri della Repubblica.
Ma non è questo il punto. Il quesito è un altro, ben più duro e drammatico: i
quattro cavalieri, o taluno di loro, e chi per loro, stanno in quel massimo e
misterioso livello che fa la storia della mafia? A questa domanda si possono
dare tre risposte secondo tre diverse prospettive: quello che appare, quello
che la gente pensa, e quello che probabilmente è. Quello che appare è ciò che
abbiamo descritto, cioè di quattro potenti di colpo
sospinti nel cuore di una tempesta politica, inquisiti fiscalmente e giudiziariamente per possibili gravi delitti. Solo il
magistrato potrà dire una verità che può essere tutto e il contrario di tutto.
Quello che la gente pensa è più brutale e cioè che i
cavalieri di Catania, o taluno di loro, partecipano alla grande impresa mafiosa
e furono loro ad impartire l'ordine di uccidere Dalla Chiesa, appena il generale
osò chiedere allo Stato gli strumenti legali per rovistare nei loro imperi
economici. Ma quello che pensa la gente (e che anche
tutti i grandi giornali, con perigliose acrobazie di linguaggio, hanno dovuto
riferire) non può avere alcun valore giuridico e nemmeno morale, poiché può
nascere da pensieri spesso mediocri, rancori sociali, invidie umane. Non ci
sono prove e quindi fino ad oggi non esiste!
Infine quello che probabilmente è: cioè di quattro
personaggi i quali, con superiore astuzia, temerarietà, saggezza,
intraprendenza, hanno saputo perfettamente capire i vuoti e i pieni della
struttura sociale italiana del nostro tempo e della classe politica che la
governa, ad essere più rapidi e decisi nel trarne i vantaggi. Enrico Mattei era maestro in questa arte.
Anche Agnelli deve essere più rapido e deciso dei
concorrenti. Il rapporto con la mafia è stato agnostico: noi facciamo i nostri
affari, voi fate i vostri! Noi vogliamo costruire strade, palazzi, ponti,
dighe, essere proprietari di banche e aziende agricole, ottenere gli appalti
delle grandi opere pubbliche. Questo è affar nostro.
Voi volete gestire la droga! Affar vostro! E pretendete anche i subappalti per i lavori di scavo e
trasporto! Che sia! Però non
vogliamo bombe nei nostri cantieri, né persecuzioni criminali, nemmeno
estorsioni, nemmeno che i nostri figli, parenti, amici possano essere rapiti o
sequestrati.
Se così è, tutto questo non è morale, ma non è nemmeno
reato! E purtroppo non è nemmeno una vera risposta in un momento storico
terribile in cui la tragedia mafiosa non abbisogna di ipotesi
ma di verità definitive anche se agghiaccianti. Esiste
infatti una realtà innegabile: perché la mafia possa amministrare le sue
migliaia di miliardi, debbono pur esserci imprese private ed istituti pubblici,
uomini d'affari o di politici capaci di garantire l'impiego e la purificazione
di quell'ininterrotto fiume di denaro. La Nazione ha
finalmente il diritto di identificarli! E la Sicilia il
diritto di non essere data in olocausto alla incapacità dello Stato (o peggio)
di identificarli. Esiste oltretutto una realtà che è anche un fatto morale e
politico di cui bisogna onestamente parlare. Da decenni, forse da secoli la
società siciliana non ha avuto una imprenditoria
capace di esprimere le sue esigenze e metterle al passo con la tecnica e la
civiltà. Venivano tutti dal Nord, prendevano il denaro e il territorio,
costruivano e se ne andavano. Spesso costruivano male.
Talvolta le loro opere erano autentiche rapine o devastazioni o truffe. Il
saccheggio del golfo di Augusta e l'avvelenamento di
centomila abitanti di quel territorio con gli scarichi petrolchimici
costituirono una di queste imprese. I giganteschi ruderi industriali nel golfo
di Termini Imerese, stabilimenti che non hanno mai
funzionato e che hanno divorato montagne di miliardi della Regione,
rappresentano un'altra impresa. In tutto quello che è stato costruito in
Sicilia, i siciliani sono stati al più subappaltatori
(se possibile anche mafiosi) o soltanto miserabile manodopera. Erano poveri,
ignoranti, disponibili, costavano poco, non si ribellavano mai. I colossi
petrolchimici della Rasiom furono costruiti con
migliaia di pecorai e braccianti trasformati in manovali. La Sicilia è stata
sempre una terra tecnodipendente. Improvvisamente,
nell'ultimo ventennio sono emersi questi cavalieri del lavoro (non soltanto
questi quattro), rapaci, temerari, prepotenti, aggressivi, qualcuno anche
grossolano e ignorante, però dotati di fantasia, di straordinarie capacità
industriali e tecniche, e di talento, precisione, velocità. Hanno realizzato
opere pubbliche a tempo di record, hanno creato aziende e tecnici di altissima specializzazione, incorporato in questa grande
macchina di lavoro decine di migliaia di altri siciliani, e la loro
intraprendenza si spinge ormai su tutto il territorio nazionale, in Europa, in
Africa, nel Sudamerica. La loro concorrenza è
spietata. Molte grandi aziende del Nord non solo hanno perduto il loro
tradizionale feudo meridionale, ma si vedono insidiati nel loro stesso
territorio. Bene, la tragedia mafiosa certamente ha offerto la possibilità di
una controffensiva su tutto il fronte, una specie di santa inquisizione. Il
tentativo di ristabilire un rapporto di colonizzazione
è chiaro.
Allora a questo punto il discorso è già perfetto. Se tutti i cavalieri di
Catania e di Sicilia, tutta l'imprenditoria dell'isola fa parte della struttura
mafiosa che la si sradichi e distrugga con tutti i
mezzi della giustizia. Se solo alcuni di loro sono dentro la mafia, allora
bisogna colpire soltanto loro, implacabilmente, eliminandoli dalla società, e
rilasciando così agli altri, ai superstiti, una possibilità politica e morale
di continuare l'opera di evoluzione tecnica che per
molti versi stava trasformando la Sicilia. Colpire tutti, anche gli innocenti,
equivale a non colpire nessuno lasciando quindi i mafiosi nel loro ruolo;
significa egualmente il trionfo della mafia. La mafia che finalmente si identifica con lo Stato! Ed è
qui che entra in gioco l'ultimo livello della struttura, l'imperscrutabile vertice
che finora ha paralizzato la giustizia. Riguardiamola questa struttura. In
basso la sterminata folla di manovali che si contendono il sottobosco del
potere criminale, tutte le infinite cose dalle quali può
nascere la ricchezza: i mercati, le concessioni, i subappalti, le estorsioni,
una moltitudine confusa e terribile che appesta e insanguina quasi tutte le
funzioni della società, sottomettendo le provincie,
le città, i quartieri. Più in alto, molto più in alto, i due
livelli paralleli, i grandi, insospettabili finanzieri ed operatori che
gestiscono migliaia di miliardi della droga; le banche ricevono, nascondono e
riciclano la massa infame e infinita di denaro; le grandi holding siciliane,
romane, milanesi che assorbono quel denaro e lo trasformano in ammirabili
operazioni pubbliche e private. Manca l'ultimo livello, il più alto di
tutti, senza il quale gli altri non avrebbero possibilità di esistere. Il
potere politico! Vi racconto una piccola atroce storia per capire quale possa essere talvolta la posizione del potere politico
dentro una vicenda mafiosa, una storia vecchia di alcuni anni fa e che oggi non
avrebbe senso e che tuttavia in un certo modo interpreta tutt'oggi
il senso politico della mafia. Nel paese di Camporeale,
provincia di Palermo, nel cuore della Sicilia, assediato da tutta la mafia
della provincia palermitana, c'era un sindaco democristiano, un democristiano
onesto, di nome Pasquale Almerico, il quale essendo anche segretario comunale
della DC, rifiutò la tessera di iscrizione al partito
ad un patriarca mafioso, chiamato Vanni Sacco ed a tutti i suoi amici, clienti,
alleati e complici. Quattrocento persone. Quattrocento tessere. Sarebbe stato
un trionfo politico del partito, in una zona fino allora feudo di liberali e
monarchici, ma il sindaco Almerico sapeva che quei
quattrocento nuovi tesserati si sarebbero impadroniti della maggioranza ed
avrebbero saccheggiato il Comune. Con un gesto di temeraria dignità, rifiutò le
tessere.
Respinti dal sindaco, i mafiosi ripresentarono allora la domanda alla
segreteria provinciale della DC, retta in quel tempo dall'ancora giovane
Giovanni Gioia, il quale impose al sindaco Almerico di accogliere quelle
quattrocento richieste di iscrizione, ma il sindaco
Almerico, che era medico di paese, un galantuomo che credeva nella DC come
ideale di governo politico, ed era infine anche un uomo con i coglioni, rispose ancora di no.
Allora i postulanti gli fecero semplicemente sapere che, se non avesse ceduto,
lo avrebbero ucciso, e il sindaco Almerico, medico galantuomo, sempre convinto
che la Dc fosse soprattutto un ideale, rifiutò
ancora. La segreteria provinciale s'incazzò, sospese
dal partito il sindaco Almerico e concesse quelle quattrocento tessere. Il
sindaco Pasquale Almerico cominciò a vivere in attesa
della morte. Scrisse un memoriale indirizzato alla segreteria provinciale e
nazionale del partito denunciando quello che accadeva e indicando persino i
nomi dei suoi probabili assassini. E continuò a vivere
nell'attesa della morte. Solo, abbandonato da tutti. Nessuno gli dette retta,
lo ritennero un pazzo visionario che voleva continuare a comandare da solo la
città emarginando forze politiche nuove e moderne.
Talvolta lo accompagnavano per strada alcuni amici armati per proteggerlo. Poi
anche gli amici scomparvero. Una sera di ottobre
mentre Pasquale Almerico usciva dal municipio, si spensero tutte le luci di Camporeale e da tre punti opposti della piazza si cominciò
a sparare contro quella povera ombra solitaria. Cinquantadue proiettili di
mitra, due scariche di lupara. Il sindaco Pasquale
Almerico venne divelto, sfigurato, ucciso e i mafiosi
divennero i padroni di Camporeale. Pasquale Almerico,
per anni, anche negli ambienti ufficiali del partito venne
considerato un pazzo alla memoria.
E' una storia oramai lontana e dimenticata, nella quale erano in gioco soltanto
quattrocento voti di preferenza: una piccola storia però perfetta come un
teorema poiché spiega come può il potere politico gestire la vicenda mafiosa e
starci da protagonista. E come ancora oggi, negli anni ottanta, al vertice di ogni livello di mafia stia immobile e inalterabile una
parte del potere politico. Il potere politico che è misterioso sempre e mai
perfettamente identificabile, spesso nemmeno perseguibile dalla giustizia, che
ha nelle mani tutti gli strumenti, positivi e negativi
della potenza: dovrebbe proteggere ecologicamente un territorio e invece lo
abbandona alla morte chimica o alla speculazione selvaggia; già da dieci anni
avrebbe dovuto abolire il segreto bancario e non lo ha mai fatto; dovrebbe
emarginare gli uomini corrotti, ignoranti, violenti e viceversa li induce
talvolta in Parlamento e gli affida gli uffici ministeriali onnipotenti;
dovrebbe garantire la regolarità dei concorsi pubblici e invece assedia le
commissioni d'esami con raccomandazioni e violenze morali; dovrebbe costruire
una diga in quella provincia e invece costruisce un villaggio turistico in
un'altra; dovrebbe smantellare determinati uffici di Procura e invece li
abbandona nelle mani di giudici inerti, paurosi, o peggio. Il potere politico
che nasconde, protegge, mimetizza, informa, contratta, archivia. Il potere
politico che stabilisce la spesa di miliardi per opere pubbliche, determina
l'ubicazione e consistenza delle opere, ne affida gli
appalti. Il presidente della Regione Pier Santi Mattarella,
anche lui democristiano onesto, venne ucciso perché
aveva deciso di spendere onestamente i mille miliardi della legge speciale per
il risanamento di Palermo. Quasi certamente fra coloro che
assistettero commossi ai funerali, espressero sincere condoglianze, e
baciarono la mano della vedova, c'erano i suoi assassini. Probabilmente gli
stessi che avevano seguito dolorosamente i funerali
del vicequestore Boris Giuliano, del giudice istruttore Cesare Terranova, del
procuratore della Repubblica Gaetano Costa, del segretario comunista Pio La
Torre. Tutti e quattro assassinati perché stavano già
scoprendo i punti di sutura tra politica e mafia.
Anche il generale Dalla Chiesa aveva capito. Era uno
sbirro nel senso eccellente della parola. Non dimentichiamo che aveva presentato domanda di iscrizione alla loggia P2. La
domanda non era stata accettata poiché Gelli aveva
fiutato l'infido e cercato di prender tempo. E lo stesso Dalla Chiesa ebbe poi
a giustificarsi affermando di aver compiuto quella oscura
mossa personale per scoprire alcune verità politiche all'interno della loggia
massonica segreta. Quanto potesse essere sincero lo
seppe soltanto lui. Certo era un uomo che da tempo
aveva intuito la connessione fra potere politico, ricchezza e violenza. La
lunga e atroce lotta contro le Br gli aveva fornito
preziosi elementi di prova, ed altri ne aveva
acquisiti in centinaia di interrogatori. Si stava disegnando una sua mappa
dell'occulto. Quando arrivò a Palermo con la carica di
superprefetto, i vertici criminali sapevano perfettamente di avere di fronte
l'avversario più duro e cosciente. Rispetto agli altri che erano caduti prima
di lui, egli aveva in più un prestigio mitico, ma soprattutto stava per avere
in pugno gli strumenti giuridici, le armi decisive per condurre la lotta fino
in fondo: quei superpoteri che incredibilmente (un giorno bisognerà pur
riscriverla perfettamente questa storia) lo Stato continuava a negargli e che
tuttavia alla fine avrebbe dovuto concedergli.
Dalla Chiesa commise un solo errore. Di vanità. In fondo egli restava un
militare e quindi soprattutto un retore. Gli piaceva trasformare qualsiasi
lotta in guerra aperta, con tutte le vanaglorie del combattimento: bandiere,
tamburi, proclami, applausi, dimostrazioni d'amore popolare. Tutto
questo contro un avversario che era sempre sottoterra, un gelido, sinistro
groviglio di serpenti che potevano essere dovunque, in ogni momento sotto i
suoi piedi, che potevano sedere accanto a lui sul palco di una festa nazionale,
stringergli la mano, fargli auguri e congratulazioni. Seguire
poi tristemente il suo funerale, come poi certamente accadde. La guerra
contro un tale nemico è oscura e senza gloria, e
infinitamente più terribile di ogni altra. Non si può vincere con una serie di
scaramucce, poiché i serpenti restano ovunque, muoino
e si moltiplicano, ma bisogna vincerla una volta sola, una sola battaglia,
preparata con paziente perfezione in ogni dettaglio.
Invece il generale Dalla Chiesa faceva discorsi, rilasciava interviste,
invocava, accusava, era l'unico personaggio italiano che poteva chiedere ed
ottenere i poteri speciali, e quindi anche la facoltà di indagine
nelle banche e nei patrimoni privati, e lo fece sapere a tutti: praticamente
come se dicesse a tutti, gridasse: «So chi siete, da un momento all'altro vi
strapperò la maschera! Fate presto a uccidermi o non
avrete tempo!».
E come tutti i retori era anche ingenuo. Avrebbe
dovuto preparare la battaglia, chiuso in un bunker, protetto da cento
carabinieri e da ogni diavoleria elettronica, e invece viaggiava
su una macchinetta con la giovane moglie accanto e solo un povero agente di
scorta. Proprio questo poveraccio avrebbe dovuto rifiutarsi: «Generale, io così
con lei non viaggio!» Ma Dalla Chiesa era un mito! Infatti
lo uccisero con una facilità irrisoria, a colpo sicuro, (se è vero quello che
finora ha detto la magistratura) con due rozzi killer, proprio manovali della
mafia fatti venire da un'altra provincia della Sicilia e addirittura dalla
Calabria.
Dalla Chiesa morì, ma il suo colpo tremendo lo aveva già vibrato, forse proprio
con la sua ingenua retorica, indicando con discorsi e proclami a tutta la
Nazione, clamorosamente, quello che tanti altri, anche ministri, anche
altissimi ufficiali e magistrati sapevano e però non dicevano, cioè dov'era il
groviglio di serpenti, e quali dunque i mezzi per portarli allo scoperto e
schiacciarli.
Giuseppe Fava
- Gennaio 1983
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