Pubblichiamo
la prefazione che Falcone scrive, nel settembre del 1991, per Estorti &
riciclati, il "libro bianco" della Confesercenti,
pubblicato da Franco Angeli che ringraziamo per l’autorizzazione.
La commozione e lo sdegno per l’efferata uccisione di Libero
Grassi si rinnovano e si esaltano leggendo questo Libro bianco alla cui
realizzazione egli aveva apportato il suo contributo
appassionato. Era stato giustamente definito, il Grassi,
come un "imprenditore che non ha avuto paura", ma è sconfortante
dover constatare che solo il suo sacrificio ha imposto all’attenzione di tutti,
oltre alla grandezza del suo impegno civile, la gravità di una situazione da
cui alla fine egli è stato travolto.
Non si tratta di fare il solito richiamo letterario alla
beatitudine dei paesi che non hanno bisogno di eroi,
ma piuttosto di dover prendere tristemente atto che ancora né le istituzioni né
la società si sono rese conto fino in fondo della gravità crescente del
fenomeno della criminalità organizzata e della sua potenzialità
destabilizzante. Se occorreva la morte di Libero
Grassi perché si rinnovasse, nella società e nello Stato, una parvenza di
reazione alla mafia, peraltro non del tutto scevra da contingenti calcoli di
lotta politica, non è retorico né provocatorio chiedersi quanti altri
coraggiosi imprenditori e uomini delle istituzioni dovranno essere uccisi perché
i problemi della criminalità organizzata siano finalmente affrontati in modo
degno di un paese civile Si suole affermare che questo stato di cose è la
diretta conseguenza del perverso intreccio tra politica e mafia che rende
timida e incerta l’azione repressiva dello Stato, ma tale assunto, pur avendo
un fondamento di verità, è riduttivo e rischia perfino di banalizzare questioni
di particolare complessità e gravità.
E così, mentre la risposta
istituzionale è ancora largamente insufficiente, la società civile continua ad
avere una visione oleografica e distorta del fenomeno mafioso, identificandolo
con qualsiasi fenomeno di criminalità organizzata o, peggio, ritenendolo
appannaggio esclusivo delle popolazioni meridionali, accomunate in un giudizio
complessivo largamente negativo.
Se questo è il quadro realistico della situazione, è ben
comprensibile l’amaro giudizio negativo dei familiari del
Grassi, contenuto nel breve comunicato emesso dopo la sua uccisione, nei
confronti non solo dello Stato, ma anche della società e di quella siciliana in
particolare. Ancora una volta dalla famiglia Grassi viene una lezione di
serietà e di onestà intellettuale poiché finalmente
sono stati messi da parte i soliti discorsi roboanti e privi di contenuti e si
è messo il dito nella piaga: uno Stato certamente inefficiente, ma anche una
criminalità mafiosa non estranea alla società siciliana. Dopo tanta antimafia
di maniera c’era veramente bisogno di valutazioni realistiche e prive di
retorica. E proprio a questa linea di rigore e
concretezza nella valutazione dei problemi concreti e nell’indicazione
realistica di possibili soluzioni sono ispirati questo libro e l’intervento di
Libero Grassi. Si è compreso che la causa principale dell’attuale pericolosità
delle organizzazioni criminali risiede nell’enorme
disponibilità di danaro di provenienza illecita e si sono affrontati due degli
aspetti più importanti di tale tema, che coinvolgono direttamente la libera
esplicazione delle attività imprenditoriali: il racket delle estorsioni e il
riciclaggio del denaro sporco.
Le
due questioni sono più interconnesse di quanto potrebbe sembrare a prima vista,
poiché l’attuale intensificata pressione delle organizzazioni criminali sulle
categorie degli imprenditori trova attendibile spiegazione non soltanto nella maggiore
ferocia delle prime, ma anche nella necessità di reinvestimento
di ingenti quantità di danaro di provenienza illecita.
In altri termini, l’immissione della dirty
money nei circuiti del mercato lecito passa anche attraverso l’utilizzo di imprese appartenenti a onesti imprenditori; e ciò si
realizza costringendo questi ultimi non tanto a pagare il tradizionale
"pizzo", ma a soggiacere a richieste ben più penetranti che non di
rado si risolvono in una conduzione associata delle imprese con la drammatica
prospettiva di una futura totale estromissione dell’imprenditore onesto. Si
comprende meglio allora il perché di tante uccisioni di imprenditori:
un’ingerenza mafiosa nelle attività imprenditoriali ben più grave delle solite
richieste di "pizzo". Queste, infatti, normalmente provocano attentati
e danneggiamenti di cose, ma ben di rado l’uccisione della vittima per non far
venir meno una fonte di reddito.
A scanso di equivoci va ribadito
che il tradizionale "pizzo" non solo è praticato su larga scala in
molte regioni del nostro paese, ma si va progressivamente estendendo a zone
fino a pochi anni addietro ritenute indenni da fenomeni del genere; tuttavia
l’intensificata pressione sulle categorie imprenditoriali e il preoccupante
aumento delle uccisioni di imprenditori trovano spiegazioni, almeno in parte,
in richieste estorsive di natura parzialmente diversa e più gravi rispetto a
quelle tradizionali, finora ritenute equiparabili, in alcune parti del paese,
ai costi dì produzione.
Si dovrebbe evitare, poi, di cadere nell’errore di valutare allo stesso modo tutte le richieste di "pizzo",
accomunandole in un giudizio di non straordinaria pericolosità criminale.
Non c’è dubbio che alcune richieste di pizzo provengono da
piccole organizzazioni criminali e sono dirette all’acquisizione dei mezzi finanziari
per l’ingresso in attività illecite ben più lucrose; in questo caso si può
concordare con il giudizio di non eccessiva pericolosità di tali manifestazioni
di criminalità, che potrebbero essere non
difficilmente contenibili.
Il discorso cambia completamente, invece, quando si è in presenza di grosse organizzazioni criminali che
gestiscono un racket delle estorsioni di grandi dimensioni e che, in tal modo,
riescono anche a interferire in settori estesi del mercato legale. Il discorso
è ancora più grave quando il cosiddetto pizzo è gestito da organizzazioni verticistiche e unitarie, che controllano in maniera
capillare estese zone del territorio. In quest’ultimo caso il pagamento del "pizzo" è il
riconoscimento tangibile dell’autorità dell’organizzazione criminosa nel
territorio e, in questo senso, costituisce una sorta di tassa a favore
dell’organizzazione che lo controlla.
Così stando le cose, si può comprendere appieno il gravis simo disvalore,
per un’organizzazione come "Cosa nostra", di un atteggiamento come
quello di Libero Grassi che non solo non aveva chinato la testa alle richieste
estorsive, ma addirittura aveva collaborato all’individuazione degli
"esattori" e si era pubblicamente vantato di ciò, incitando gli altri
imprenditori a seguire il suo esempio. In breve, ciò significava un incitamento
alla rivolta contro l’organizzazione mafiosa e doveva essere esemplarmente
punito.
Solo se ci si rende conto di ciò si
può comprendere allora l’altissimo rischio che comportano atteggiamenti
coraggiosi come quelli di Libero Grassi e l’assurdità quindi di certe pretese
istituzionali, se dirette soltanto a provocare generiche reazioni degli
imprenditori senza collegamenti con strategie di contrasto da parte degli
organismi di polizia. Grassi era ben consapevole dei rischi che correva e per
ovviarli era favorevole a una risposta collettiva
delle associazioni di categoria, come ad esempio assicurazioni collettive
("così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino, si può
rispondere picche. E subito dopo l’incendio
ricominciare da capo").
Credo che sia proprio questa la strada da seguire e di ciò
vanno convincendosi le forze politiche e imprenditoriali, tanto che si tenta
adesso una manovra legislativa che prevede, piuttosto che il ricorso a forme assicurative,
la creazione di un fondo di solidarietà che incentivi
la resistenza alle pretese estorsive. Sarebbe necessario, inoltre, affidare,
mediante un’opportuna estensione del segreto professionale, alle associazioni
di categoria la gestione delle notizie riguardanti le
estorsioni ai singoli imprenditori, così evitando che gli stessi possano essere
costretti a correre i rischi derivanti dalle denunce e consentendo, però, agli
organismi di polizia di poter venire a conoscenza di quei dati sulle estorsioni
indispensabili per una efficiente opera di prevenzione e repressione.
Se questi sono soltanto accenni a tematiche
che richiedono un ben diverso approfondimento, si deve, però, osservare che al
centro di qualsiasi manovra antiracket deve esservi un intervento coordinato ed
efficace delle associazioni di categoria e degli organismi di polizia e non un
mero e inutile appello alla "resistenza civile" degli imprenditori
senza un contemporaneo ed effettivo impegno delle istituzioni. Se poi si passa ai
problemi del riciclaggio ci si rende conto che la
situazione è non meno grave di quella del racket delle estorsioni.
I media hanno riferito recentemente che,
secondo il presidente della Unioncamere, l’economia
criminale ha raggiunto in Italia il livello del 12 per cento del Prodotto
interno lordo; in pratica, una lira su otto proverrebbe in Italia da fonte
illecita e il provento delle attività illecite sarebbe superiore a quello dell’Iri e della Fiat messe insieme. Ovviamente non tutto è
riferibile ad attività di pertinenza della criminalità organizzata ma ciò, a
mio avviso, rende la situazione ancora più inquietante poiché significa che la
criminalità organizzata è inserita in un sistema di illegalità
diffusa. L’autorevolezza della sede da cui provengono
questi dati dovrebbe far comprendere l’urgenza di intervenire. Certamente non
ci si illude che in poco tempo le strutture
istituzionali saranno in grado di funzionare efficacemente in questo settore ma
occorre ribadire che l’azione repressiva è assolutamente necessaria.
Finora si è assistito a una
singolare schizofrenia legislativa. Da un lato, si sono continuate a introdurre norme che sembrano favorire o che addirittura
impongono le indagini patrimoniali e bancarie; dall’altro, non si è tenuto
conto della necessità di migliorare la professionalità delle strutture
organizzative chiamate ad applicare dette norme e soprattutto di un sistema
processuale penale che nel suo complesso non sembra consentire indagini di tal
fatta. Si ricordi, in particolare, che i termini per il compimento delle
indagini preliminari (sei mesi) sono scarsamente compatibili con la complessità
e la lunghezza degli accertamenti di tipo patrimoniale e bancario.
Non vi è dubbio che il termine suddetto è prorogabile da
parte del giudice per le indagini preliminari; ma la proroga comporta la
necessità di informare il soggetto indagato delle indagini che si stanno
compiendo nei suoi confronti. Non può non essere rilevata la singolarità dello
scollamento esistente tra una normativa di natura sostanziale, apparentemente
sempre più rigorosa contro il riciclaggio del danaro
di provenienza illecita e un sistema processuale che praticamente impedisce
indagini di tal fatta mentre le strutture organizzative, sia sotto il profilo
della professionalità sia sotto quello dei mezzi materiali necessari, sono
certamente inadeguate.
Probabilmente stiamo vivendo nel nostro paese, per quanto
riguarda la lotta alla criminalità organizzata, un periodo di crisi, poiché,
nonostante le organizzazioni criminali siano divenute ormai
qualcosa di profondamente diverso e più grave rispetto al passato, non
abbiamo ancora adottato idonee strategie di contrasto mentre nuove normative,
non accompagnate da strutture organizzative in grado di applicarle e di farle
rispettare, corrono il rischio di lasciare il tempo che trovano.
Nel recente passato, pur di fronte a
una normativa sostanziale largamente più imperfetta dell’attuale, sono state
compiute indagini bancarie e patrimoniali dì notevole efficacia, che hanno
portato all’acquisizione di prove significative contro membri delle
organizzazioni mafiose e alla confisca di ingenti patrimoni di provenienza
illecita. Sembra strano, allora, che di fronte all’aggravarsi del fenomeno
della criminalità organizzata nel nostro paese anziché potenziare le strutture
organizzative ed elevare la professionalità degli investigatori, ci si limiti
pressoché esclusivamente a tentare di modificare gli strumenti legislativi;
operazione, questa, che non risolve nulla senza un contemporaneo miglioramento
degli strumenti processuali e soprattutto della capacità di intervento
delle strutture investigative.
Si è discusso a lungo e si continua a discutere
sull’opportunità di una banca dati per tutto il sistema bancario che possa
consentire l’individuazione delle operazioni sospette; ma si dovrebbe pure
cominciare a discutere delle strutture necessarie per l’elaborazione di questa enorme massa di dati e per il compimento delle
necessarie, conseguenti, indagini, altrimenti, mentre continueremo a discutere
sul modo migliore di combattere il riciclaggio, correremo il rischio di
apparire come coloro che vogliono gattopardianamente
modificare tutto perché tutto resti come prima.
Giovanni
Falcone – settembre 1991- pubblicato su rassegna sindacale l’8 giugno 92
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