"L'Italia oggi è distratta sull'antimafia": intervista
con Roberto Faenza.
Il film inizia con un atroce combattimento di
cani, al quale assistono anche i bambini di Brancaccio - una iniziazione
alla violenza - e si conclude con uno degli imputati che spiega al giudice:
"Perché l'abbiamo ucciso?
Quel prete prendeva i ragazzi dalla strada
...ci martellava con la sua parola...ci rompeva le scatole". Nel
mezzo c'è l'ultimo atto della vita di don Giuseppe Puglisi, figlio di Brancaccio, maestro dei bambini
del quartiere e parroco fino all'uccisione, addì 15
settembre 1993. Il film è quello realizzato da Roberto Faenza nei mesi scorsi
tra i vicoli di Ballarò e una chiesa di Bagheria. In occasione dell'undicesimo anniversario del
delitto, che Palermo ricorda oggi, il regista torna a fare sentire la sua voce:
"Mi sono accostato a questo personaggio da non credente e ho colto non il
sacerdote ma la straordinaria lezione di un uomo. Una lezione
di libertà, di una persona capace di lavorare a fondo nell'animo dei bambini.
E di liberarli dal dominio della mafia. Sono trascorsi
undici anni e il suo insegnamento è forse più attuale oggi che allora". Il
film ha finalmente una data d'uscita nelle sale, il 21 gennaio 2005, e un nuovo
titolo: "Dritto sulle righe storte". "Il riferimento - spiega il
regista - è ad una frase che mi ha riportato il suo viceparroco, Gregorio
Porcaro, e che Puglisi pronuncia all'inizio:
"Signore, tu che scrivi dritto sulle righe storte, mostrami
il cammino. Non lasciarmi solo, ti prego"". Prodotto interamente dalla
Jean Vigo (della moglie di Faenza, Elda Ferri), il
film è stato acquistato dalla Rai per il successivo
passaggio in tv: "Hanno visto dieci minuti e hanno accettato senza
chiedere altro", racconta il regista.
Faenza , sarà il solito film sulla
mafia, sul modello della "Piovra"?
"Io direi quasi che non sarà un film sulla mafia. I protagonisti sono i
bambini. Ne abbiamo scelto un centinaio nei quartieri
degradati di Palermo, con i loro occhi, con la loro intelligenza. Vorrei far
conoscere la loro dignità ai bambini di Roma o di Milano, quelli che fanno i
capricci per una caramella".
Lei crede che in Italia ci sia ancora interesse per questi
temi? Molti osservatori dicono che per Palermo, per la mafia si sono spente le
luci della ribalta nazionale...
"So di fare un film controcorrente, in un clima di grande
acquiescenza, di superficialità: per capirlo basta dare uno sguardo ai
programmi della televisione. Potrei dire che è un film sull'assenza dello Stato
e della società civile. Puglisi si trova isolato, in un
clima di incomprensione. Oggi lo stesso succede a chi
cerca di mantenere alta la tensione - penso ad esempio al mondo del
volontariato -, a chi cerca di innescare un motore di resistenza contro la
politica ridotta al nulla".
Durante le riprese, e subito dopo, non sono mancati scontri e polemiche. In sostanza lei e la "Jean Vigo" avete sopportato
da soli il peso del progetto...
"Adesso ci conforta l'apprezzamento della Rai. Per il resto, anche senza
un gruppo forte alle spalle, abbiamo creduto nel progetto e l'abbiamo
realizzato. Senza voler formulare un paragone che è troppo elevato, direi che
il nostro lavoro - così come quello di Puglisi - è
andato avanti senza compromessi col potere, senza aiuti imbarazzanti. È vero,
ci siamo trovati isolati e ancora non ho capito il perché. Non me l'aspettavo,
dopo il successo di "Prendimi l'anima". Qualcuno mi ha detto che
dietro il delitto si sono mossi personaggi molto forti, che ancora oggi contano
a Palermo. Sicuramente il nostro film ha dato fastidio".
Luca Zingaretti dal commissario Montalbano ai panni di un sacerdote: secondo lei come si è
calato nel personaggio-Puglisi?
"Zingaretti si è
dimostrato un grande attore, con una enorme capacità di identificazione col
personaggio. Ha studiato, ha letto tutto quanto è stato scritto. Il risultato è
paragonabile a quel che ha fatto Marcello Mastroianni
per il mio film su Pereira".
Anche nel suo "Prendimi l'anima"
l'asilo di Sabina si basa sulla "liberazione" dei bambini. È il filo
conduttore con l'azione di Puglisi a Brancaccio?
"In qualche modo sì. Puglisi capisce che a
Brancaccio può ripartire dai bambini. E ha questa
straordinaria capacità di entrare in contatto con loro e di strapparli al mondo
della violenza mafiosa. Il suo è un insegnamento di libertà. Ho detto di essere
un non credente, ma mi sembra che il modello Puglisi
sia molto importante per la Chiesa cattolica, ovunque. Ogni sacerdote deve
avere un ruolo forte nel sociale, nella realtà della sua parrocchia".
C'è chi ha detto "la verità vi farà liberi"...
"Chi era?"
Sono parole di Gesù
Cristo.
"Bellissime. Le terrò a mente. Potrebbe essere un titolo alternativo per il mio
film".
Francesco Deliziosi 15 settembre 2004