Sarà
così magnanimo, il senatore Andreotti, da rendere
onore ai pazzi? Non sembra. Ma almeno, potrebbe
ricordarli come simpatiche figure eccentriche, benché sicuramente nemiche del
progresso. Primo pazzo fu Cesare Terranova, giudice, comunista, che pensava di
aver trovato i vertici della mafia. Bum bum,
nel 1979. Secondo pazzo Gaetano Costa, giudice
comunista, che aveva immaginato (pensate un po') che
la mafia trafficasse droga. Bum bum,
nel 1980. Terzo pazzo, Rocco Chinnici, giudice comunista che aveva immaginato
addirittura l'esistenza di Cosa Nostra. Bum bum, bum (autobomba), nel 1983. E poi vennero gli altri due, che non erano comunisti, che
addirittura li fecero arrestare e condannare, i capi mafiosi. Giovanni Falcone:
boooom!, (giù
un'autostrada), maggio 1992. Paolo Borsellino: booom!, (giù un palazzo), luglio 1992. Strana gente, piena di
problemi. Ma si potrebbe almeno ricordare le loro scorte.
Poi venne Gian Carlo
Caselli, che portò a giudizio Giulio Andreotti.
Veramente pazzo: come poteva immaginare di arrivare alla condanna di un
politico sponsorizzato dal Papa? Lo stesso Papa, peraltro, che in nome di una par
condicio divina, dopo aver beatificato in vita
Belzebù, ora vorrebbe beatificare il parrocco ucciso del quartiere Brancaccio di Palermo, don Puglisi e, addirittura, un giudice, Rosario Livatino, ucciso ad Agrigento, quel giudice ragazzino che,
in vita, tanti strali cossighiani si era tirato
addosso.
Così, dopo sei anni di processo - definito «calvario», ovvero una propedeutica
alla Resurrezione - Giulio Andreotti è stato assolto,
anche se con quella piccola ombra del «comma 2». E, per ironia, il comma 2 è
molto simile al «comma 22» del famoso libro e - sperano i Pm
- potrebbe portare, nella motivazione della sentenza, a
una assoluzione formale, accompagnata però da una imponente mole indiziaria,
sulla quale però non si è raggiunta la prova regina. Una sorta di condanna
morale. Ovvero, la vecchia assoluzione «per insufficienza di prove» che, tanti
anni fa, in Sicilia era dolce come un cannolo per i capi mafia, che restavano
liberi, ma lasciavano capire ai loro sudditi che non erano uomini da poco e
che, comunque, con la «cosa» qualcosa avevano a che
fare. La sentenza ha provocato un notevole sconquasso concettuale. Per esempio:
si era sempre sostenuto, da parte dei difensori di Giulio Andreotti,
che la storia non poteva essere scritta nelle aule giudiziarie. Ma, dal momento in cui la sentenza è stata pronunciata, la
storia è stata riscritta. In questi termini: non è esistito alcun rapporto tra
mafia siciliana e corrente andreottiana; questo
connubio è stato un'odiosa invenzione dei comunisti; è da buttare la relazione
che il Parlamento approvò nel 1993, praticamente
all'unanimità, in cui veniva nettamente condannata la collusione tra Cosa
Nostra, il senatore e i suoi uomini. È da rivalutare la figura di Salvo Lima
(forse «come John Lennon,
ucciso da un fan impazzito», così scrisse Cuore). Quanto
ai capi della corrente andreottiana in Sicilia (i
cugini Ignazio e Nino Salvo, condannati per mafia,
gli uomini più ricchi dell'isola e forse d'Italia, felicemente defunti: uno per
malattia, l'altro per intossicazione acuta da piombo), si è stabilito che
Giulio Andreotti non li conosceva. (Un
giorno incontrai un pazzo, a Torino, che voleva mettere su una fabbrica di automobili. Commentai che mi sembrava difficile, visto che c'era già Agnelli. E il pazzo disse: e chi è questo Agnelli?)
Notevoli, ma ancora oggi tutti da studiare, anche i contributi che la sentenza
ha dato alla «psicologia delle masse» e in generale, al «benessere mentale
delle masse». Si è così argomentato: se Andreotti viene condannato, che riflesso può avere la sentenza sui
milioni di persone che lo hanno votato e stimato? Entrerebbero in un incubo,
con conseguenze di grave depressione psichica. Non si sa ancora se questo «argumentum» troverà spazio nella motivazione, ma
sicuramente l'argomento è a doppio taglio. Si può partire dalla depressione
degli italiani alla scoperta che il Savoja li aveva traditi; che Mussolini li
aveva traditi; la depressione dei correntisti alla notizia che Sindona e Calvi li avevano traditi ecc. Ma evidentemente
ognuno tiene conto solo alla sua parte, perché nessuno ha posto l'argomento
contrario: si può assolvere Andreotti, dopo che
milioni di persone sono state convinte - dai fatti, dagli argomenti, dai libri,
dai film, dai funerali - che era colpevole? Saranno trattati dalla mutua, i giustizialisti?
Ma subito, e con molta più aggressività del previsto, si è
arrivati «al sodo», con un'apparente illogicità. Assolto dall'accusa di
essere il «referente» di Cosa Nostra, Giulio Andreotti
si è trovato a essere il «referente» di tutti gli
accusati e condannati per mafia. Una situazione che il senatore sta gestendo
non si sa se con piacere o con imbarazzo, ma che gli ha restituito
improvvisamente un grande status politico. Si sono infatti
rivolti a lui Bruno Contrada, Calogero Mannino, Silvio Berlusconi,
Marcello Dell'Utri... per citare solo i più
entusiasti di una grande famiglia che si sta finalmente rivolgendo al padre.
Hanno dettato un'agenda di lavoro rapida, che prevede la destituzione di
Luciano Violante, Gian Carlo Caselli, la cancellazione del pentitismo, la
rimozione di Gianni Di Gennaro, la riabilitazione generale di un modo di fare politica e affari. E il padre di
famiglia ha prontamente risposto. Con poco stile, dispiace dirlo, perché i toni
usati da Andreotti nelle sue apparizioni televisive
sono solo appena più sfumati di quelli adottati da Salvatore Riina, nell'aprile del 1994 - freschissima era allora la
clamorosa vittoria del Polo - quando intervenne dalle sbarre di un'aula
giudiziaria per porre un problema logico nella sua semplicità: «Dato che hanno
perso le elezioni, che ci stanno ancora a fare ai loro posti Violante, Caselli
e tutti gli altri comunisti?» (Fu una
delle rare esternazioni «politiche» di Cosa Nostra, però abbastanza significativa. Solo un anno prima,
per sedersi al tavolo delle trattative politiche, Riina
aveva promosso una campagna dinamitarda in tutta Italia. Dopo la sentenza Andreotti, Riina non ha ancora
esternato, ma si può immaginare che si senta una vittima. In fondo, i pentiti
che hanno fatto condannare lui, sono gli stessi che hanno fatto assolvere Andreotti. E allora? Mi volete
spiegare perché sto in galera?).
Quanti ne avrà da soddisfare ora, di clientes, il senatore Giulio Andreotti!
Proprio lui che, secondo il torbido complotto giudiziario, dalla mafia era stata messo da parte e che ora si è rimesso alla guida
di un mondo che, però, dicono le carte giudiziarie, non esiste. Ma, surrealmente, ora si proporrà
il contrario delle inchieste del passato: così come i comunisti volevano
provare un inesistente legame tra mafia e politica, così ora gli amici
dell'Assolto vorrebbero provare un legame tra l'antimafia e la politica e
portare a processo i giudici. (Il giustizialismo è
evidentemente una malattia contagiosa).
È stato fatto notare che l'Italia del 1993, quando il Parlamento votò
l'autorizzazione a procedere del suo Padre, è molto diversa dall'Italia del
1999, che ha accolto l'assoluzione del Padre come un'uscita dall'incubo. È sicuramente vero, i tempi cambiano. Se
n'era accorta anche la Procura di Palermo. E
aveva accompagnato il cambiamento anche la sinistra di questo Paese, che un
tempo alla lotta alla mafia teneva, mai poi se l'era persa per strada. E quando le chiedevano che cosa bisognava fare, rispondeva che non
era il problema più importante. Speriamo allora che sia cambiata anche
la mafia (ammesso che esista). Che non sia vendicativa, che non provi a essere come l'hanno dipinta. Che ci faccia vivere tutti bene e distribuisca i picciuli
a tutti quanti. Che protegga gli eccentrici, i viandanti e
anche i magistrati. E speriamo che Andreotti metta una parola buona per tutti noi. Buoni
consigli, aspettiamo da lui: concordia, buon senso. E pillole
contro il mal di testa.
Enrico
Deaglio