Le accuse di Caponnetto Andreotti, Lima, il procuratore Giammanco
e i suoi alleati: in un libro la testimonianza dell' ex
capo del pool antimafia di Palermo, “ ecco chi ha tradito Falcone e Borsellino
Finalmente
un testimone oculare, diretto e d' eccezione - al di
sopra di ogni sospetto, insinuazione e veleno - racconta "dall'
interno" la nascita, la vita e la distruzione del pool antimafia di
Palermo. Ricorda le trappole che traditori, infidi come
serpenti, sistemarono intorno a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che di quel
pool furono le anime. Svela le pressioni che, in nome e per conto di
Giulio Andreotti, furono fatte sugli uffici
giudiziari per chiudere in fretta un' inchiesta
pericolosa. Annota il groviglio di interessi
corporativi, correntizi e politici che ha paralizzato e paralizza il Csm. Indica con i nomi e i cognomi gli
abitanti di quella "grande ed influente area grigia" del Palazzo di
Giustizia, magistrati "che non emergeranno mai dal limbo dell'
inefficienza, che hanno sempre una ragione in più per non indagare". Il
testimone d' eccezione si chiama Antonino Caponnetto, ha 72 anni, è stato consigliere istruttore a
Palermo dal novembre del 1983 al marzo del 1988, è stato il magistrato che ha
organizzato e diretto il pool antimafia, è stato padre amico e fratello per
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La sua testimonianza è
stata raccolta da Saverio Lodato e, dalla prossima settimana, sarà in
libreria con il titolo "I miei giorni a Palermo" (Garzanti, pagine
160, lire 24mila). Antonino Caponnetto è sempre pacato, minuzioso nella documentazione, freddo nel
ragionamento. Non è tenero. Non è tenero con nessuno. Non risparmia nessuno. Né
i magistrati "poco convincenti" che sistemarono ogni genere di ostacolo sulla strada di Falcone, prima, di Borsellino,
dopo. Né intellettuali, come Sciascia,
che, ispirato "per meschina bega" da qualcuno, "si prestò al
gioco senza capire la gravità delle sue affermazioni mentre era in atto una
campagna di stampa volta a delegittimare il pool e il maxiprocesso". Né politici come Giulio Andreotti e
Salvo Lima. Caponnetto ricorda "due episodi
singolari": "un paio di telefonate di
Ombretta Fumagalli, già membro del Csm, e uno strano incontro con Riccardo Boccia, che allora
era commissario per la lotta alla mafia". "La Fumagalli
- racconta il Consigliere - mi sollecitava a prendere in esame il procedimento
contro Andreotti per l' accusa
di falsa testimonianza nel processo Dalla Chiesa, durante il suo interrogatorio
reso a Roma". "Dovrebbe esserle giunto un processo di
competenza", dice la Fumagalli nella sua prima
telefonata. E aggiunge: "Riguarda l' onorevole Andreotti. Lei capisce la situazione,
quindi la pregherei di esaminarlo celermente". Caponnetto
ha già assegnato il processo al suo vice. La Fumagalli
"si infastidì per questa decisione e me ne chiese
la spiegazione". Caponnetto è costretto a
ricordare al consigliere del Csm "i suoi
poteri". "La Fumagalli
discusse ancora e io risposi: "La mia impressione posso dirgliela
fin d' ora. Noi non siamo competenti, dal momento che il reato è stato
consumato a Roma...". La spiegazione non convinse la Fumagalli
che telefonò e ritelefonò per sentirsi finalmente
dire che "gli atti erano stati trasferiti alla pretura di Roma".
Racconta Caponnetto: "La Fumagalli
cominciò a farsi insistente: ' Ma come è possibile che
non ravvisiate la vostra competenza per connessione'
. Fui costretto a risponderle seccamente per evitare il ripetersi di quelle
telefonate. La mia impressione è che volessero che il
procedimento fosse definito a Palermo, e non a Roma. Può darsi che a Palermo si
sentissero più sicuri". Il secondo singolare
episodio riguarda Salvo Lima. Alcuni parlamentari di Democrazia Proletaria
consegnano all' Ufficio Istruzione un dossier sul
viceré siciliano di Andreotti. E
subito da Roma partono le contromosse. Sentiamo Caponnetto:
"Qualche giorno dopo, sul Messaggero, uscì un articolo di
Andreotti su Lima. Quella mattina Falcone
entrò nel mio ufficio con quel giornale in mano e mi chiese cosa ne pensassi. '
Attenti a quello che fate' :
fu questa l' impressione che ricavai dall' articolo. Giovanni fu tassativo: ' Per me è un chiarissimo: Salvo Lima non si tocca' ". "Qualche giorno dopo - continua il
Consigliere - si fece vivo Boccia e mi convocò nel suo
ufficio. Dopo una serie di preamboli superflui e cordiali... mi chiese se ero in grado di confermargli o meno l' esistenza di
procedimenti contro uomini politici. Non fece il nome di Lima, ma ritenni di poter collegare questo suo interessamento alle
polemiche che si stavano sviluppando. Lo rassicurai che in quel momento non c'
era niente... e così poté tranquillizzare chi di dovere". "Se i pentiti
avessero parlato", conclude Caponnetto,
"le cose con Lima sarebbero andate diversamente": "quell' uomo politico, per anni, ha svolto la sua funzione
di mediatore, di garante, fra le cosche di mafia e il potere politico".
Non tutti, in quel Palazzo di Giustizia di Palermo, si comportavano come Caponnetto. Non tutti "si tenevano lontani da certe
conoscenze, da certe lusinghe, da certe frequentazioni". Ne sono la prova le difficoltà che, una volta ritornato a Firenze Caponnetto, incontrano Falcone e Borsellino. Difficoltà che hanno nomi e cognomi. Caponnetto
li elenca a cominciare da quello dell' ex procuratore
capo di Palermo, Pietro Giammanco ("Falcone mi
aveva parlato dei suoi rapporti di amicizia con Mario D' Acquisto - andreottiano, ndr -, con forti riserve
e perplessità"). "Ma Giammanco
non è stato il solo ostacolo che Falcone e Borsellino hanno incontrato sul loro
cammino. Sono rimasti vittime di una situazione in cui Giammanco
aveva l' appoggio dei sostituti Pignatone
e Lo Forte, e quello dei due procuratori aggiunti, Aliquò
e Spallitta. Posso ricordare le amarezze che Falcone
mi raccontava al telefono, quando mi diceva di sentirsi come un leone in
gabbia, o di quando mi riferiva delle umiliazioni - testualmente - e dei
contrasti che lo dividevano dal gruppo dirigenziale della procura. Parlava
proprio di gruppo dirigenziale... Falcone mi diceva spesso: '
Non pensavo di trovarmi in questa situazione, devo trovare come uscirmene in
qualche modo' ". Giovanni Falcone decise di
farla finita quando dovette ingoiare il rospo, l' ultimo,
delle requisitoria sui delitti politici Reina, Mattarella,
La Torre. "Falcone - svela Caponnetto - non
voleva firmarla perché riteneva che fosse necessario dare seguito alla memoria
della parte civile della famiglia La Torre. Si trovò di fronte un muro di no:
quelli del procuratore capo e dei suoi sostituti. Poi si adattò a firmare la
requisitoria. Era stanco delle polemiche ed era un uomo delle istituzioni: si
rendeva conto che negare la sua firma a quella requisitoria, in quel processo,
avrebbe significato fare sprofondare il Palazzo di Giustizia di Palermo in un' altra estate di scandali. Così decise di andare a
Roma... e solo gli stupidi potevano pensare che un uomo, un magistrato come
Giovanni Falcone, potesse legarsi a un qualsiasi carro
politico o comunque essere condizionato nel suo lavoro, anche in minima parte,
da influenze politiche". La palude che inghiottì Falcone, dopo la sua
morte a Capaci, si strinse anche intorno a Paolo Borsellino. Caponnetto: "' Che cosa non va?' gli chiedevo. ' Mi
ritrovo più o meno nelle stessa situazione in cui si
ritrovava Giovanni' . Ed
esprimeva valutazioni analoghe a quelle di Falcone sullo staff dirigenziale
della Procura. Aggiungeva: ' Come carattere, io e
Giovanni siamo diversi. Io cerco di evitare scontri frontali, aperti, cerco di
svolgere il mio lavoro, nel modo migliore, di adattarmi alla situazione, di
crearmi una nicchia... Ma non è facile, non sono molti quelli su cui posso contare. Anzi, sono pochissimi...' ".
Giuseppe
D’Avanzo – 16 ottobre 1992