"Mi presento spontaneamente per rendere
dichiarazioni che ritengo possano avere rilievo nelle
indagini...". E’ il 25 aprile 1981, all’ufficio istruzione del Tribunale
di Milano. Sono presenti i giudici Turone, Colombo e Viola
e un testimone, l’ufficiale dei carabinieri Nicolò Bozzo.
"Sono tenente colonnello in s.p.e. dell’Arma dei
carabinieri e presto servizio quale capo sezione criminalità presso lo Stato
Maggiore della Divisione-CC "Pastrengo"
di Milano. Ho appreso dalla stampa che l’ufficio si occupa, nell’ambito
dell’inchiesta relativa alla scomparsa di Michele Sindona, anche della persona di Licio Gelli
e della loggia P2". L’ufficiale racconta quello che ha appreso, in anni di
permanenza nei punti nevralgici dell’Arma, sui gruppi di potere dentro e fuori
le gerarchie militari. "Nel 1972 prestavo servizio presso il comando di
divisione di Milano, all’epoca comandata dal gen. Giovambattista Palumbo. Sin dai primi giorni avvertii la presenza di un
vero e proprio gruppo di potere al di fuori della
gerarchia. Questo gruppo di potere era personalizzato da due maggiori,
Calabrese e Guerrera. Di questo gruppo di potere, che
aveva una matrice comune nella provenienza per
servizio dalla Toscana, faceva parte anche il Comandante della Divisione".
Nel 1975, sostituito il generale Palumbo con il gen.
Palombi, il peso del "gruppo di potere" diminuisce momentaneamente;
nel ’77, però, ministro della difesa l’on. Lattanzio,
"si scatenò una vera persecuzione nei confronti degli ufficiali che
collaboravano più strettamente con Palombi, uno dei quali fu addirittura
trasferito su due piedi in Sardegna"; lo stesso Palombi
si salva a stento dall’epurazione, e il "gruppo di potere" riprende
piede. Negli anni successivi, secondo la ricostruzione di Bozzo, altri uomini
si aggregano al gruppo - le cui "comuni origini toscane" consistono,
in effetti, nei contatti avuti in tempi diversi con Gelli
- e ne rafforzano il potere sul Comando milanese dell’Arma: il tenente
colonnello Panella, il nuovo comandante della Legione
Mazzei ed altri.
Intanto, la società italiana attraversa i suoi anni di
piombo. C’è un episodio minore, ma significativo dei
guasti provocati già allora dall’infiltrazione degli uomini di Gelli nell’Arma: un ufficiale investigativo, il capitano
Bonaventura, viene convocato da Mazzei e interrogato
"sull’opportunità di mantenere rapporti di amicizia" con un tale
professor Del Giudice, sospetto di terrorismo. Bonaventura risponde che i
sospetti sono fondati: Del Giudice, ritenuto capo di Prima Linea, è indiziato
di concorso in rapina. Mazzei, poco persuaso, congeda
il capitano. Dopo l’omicidio Alessandrini,
A fine ’79, Dalla Chiesa viene
nominato comandante della Divisione Pastrengo di
Milano. Bozzo immediatamente si rivolge al nuovo superiore; gli espone la
situazione; gli fa presente che ritiene necessario, a questo punto, rivolgersi
direttamente alla magistratura; Dalla Chiesa lo autorizza, e gli dice comunque di "approfondire gli accertamenti", cosa
che Bozzo, con la collaborazione di un altro ufficiale fedele, il capitano
Riccio, si affretta a fare. Ma il "gruppo di
potere" all’interno dell’Arma è ancora molto forte. "In occasione dell’arresto
di Del Giudice, il colonnello Vitale mi disse che la
massoneria tentava ancora una volta di fare quadrato, sottolineando la sua
potenza, tenuto conto che di essi facevano sicuramente parte personaggi come
Picchiotti, Palumbo, Siracusano
ed altri...". La presenza di gruppi massonici, nell’esercito italiano, non
è una novità; ma: "Intendo precisare - specifica Bozzo
- che quando si parla di massoneria fra ufficiali dell’Arma si fa riferimento
ad una massoneria occulta". * * * Il 14 maggio 1981, il tenente colonnello
Bozzo viene nuovamente interrogato da Colombo e Turone. E fa degli altri nomi.
"Di quel "gruppo" facevano parte, oltre ai già citati maggiori Guerrera e Calabrese, anche il colonnello Bozzi Nicola, ora
in congedo e dirigente, in Milano, di un’organizzazione privata di vigilanza
bancaria, i capitani Napolitano e Spinelli, il
colonnello Favali ora in congedo e dirigente il
servizio di sicurezza della Banca d’America e d’Italia (dall’Arma alle Banche,
con determinate protezioni, il passo è breve, n.d.r.),
il tenente colonnello Santoro, e il colonnello Musumeci Pietro...". Musumeci,
in particolare, pur dipendendo da un comando romano passava la maggior parte
del suo tempo a Milano, nell’ufficio del generale Palumbo
col quale, gerarchicamente, non avrebbe avuto nulla a
che fare.
Del catanese Musumeci,
poi diventato generale e dirigente del Sismi, abbiamo
avuto altre volte occasione di ricordare la strana carriera, conclusasi con
l’installazione, per conto della P2 e insieme a personaggi come Pazienza, di
una rete eversiva ai vertici dei servizi segreti italiani. Ma
per il momento, più che diffondersi sulla sua persona in particolare, giova
riassumere i tratti generali della situazione che possono aver qualche
relazione con le nostre storie "siciliane".
1) Un gruppo di potere massonico, o meglio gelliano, o meglio piduista, è
costituito presso un ganglio fondamentale dell’Arma fin dal 1972;
2) Al centro di questo gruppo compaiono alti ufficiali
siciliani, o successivamente operanti in Sicilia, come
Musumeci e Siracusano;
3) Questo gruppo viene in aperto contrasto, già a Milano e
almeno dal giugno 1979, col generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il quale tenta
per quanto può di opporsi ad esso;
4) Tale contrasto è peraltro parallelo con quello che
opponeva Dalla Chiesa al generale Cappuzzo, esponente
fra l’altro - in Sicilia - dei "Cavalieri del S. Sepolcro" del
costruttore palermitano Cassina, fra i quali si
annovera anche il colonnello catanese Licata;
5) Non vi è motivo di ritenere che l’uno o l’altro contrasto
siano cessati con la destinazione di Dalla Chiesa in
Sicilia;
6) Bozzo non conta balle: la presenza della P2 nei vertici
della polizia e dei carabinieri era davvero decisiva, e lo era
particolarmente negli anni "di piombo" su cui egli testimonia. Per
esempio,
Dalla Chiesa e il gruppo di potere piduista
erano nemici. Dalla Chiesa e la mafia erano nemici. La mafia e