Quando Rocco Chinnici fu assassinato forse il potere mafioso ed i suoi molti
complici pensarono di aver vinto una decisiva partita. Quell'Ufficio
Istruzione del Tribunale di Palermo così cruentemente
decapitato, avranno calcolato mandanti, esecutori e
beneficiari della strage, sarebbe stato ridotto alla resa. Ma Rocco Chinnici non era morto.
Pensarono che quel massacro fosse un messaggio
inequivocabile, che metteva la parola fine a tante cose, oltre che alla vita di
Rocco Chinnici, di Mario Trapassi, di Salvatore Bartolotta, di Stefano Li Sacchi. Ma Rocco Chinnici non era morto. Perché Rocco Chinnici era vivo
nelle teste e nei cuori di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino, di Giuseppe
Di Lello, di quello che ben presto sarebbe diventato per tutti e per sempre
"il pool antimafia". Dunque Rocco Chinnici non era
morto diventato per tutti e per sempre "il pool antimafia". Dunque Rocco Chinnici non era
morto. Perché Rocco Chinnici era risorto
in un silenzioso, ascetico, fragile anziano magistrato di Firenze che sentì la
chiamata e volle andare a Palermo a prenderne il posto, a proseguirne la lotta.
Cosicché Rocco Chinnici non era
morto. Oh, amici, quante volte ci siamo detti che i buoni non muoiono
del tutto, ma vivono nell'umanità tutta che ne prosegue la lotta, che ne
raccoglie il ma vivono nell'umanità tutta che ne prosegue la lotta, che ne
raccoglie il testimone, che ne serba memoria. E quante volte ci siamo detti che questo è insieme vero e falso. E che sia vero lo
prova anche il piccolo fatto che tu stai leggendo queste righe, che io le ho
scritte, ed entrambi, anche se diciassette anni ci separano da quell'omicidio, quel nome e quella figura sentiamo viva e
presente. E che non sia vero ce lo dice il fatto
roccioso e tremendo, ineludibile, che quella vita umana,
quelle vite umane, sono state soppresse, annientate per sempre.
Ma chi legge di nuovo le parole di Chinnici gli dà la sua voce e così lo fa vivere
ancora, allontana l'oblio che tutto divora. Ma chi
prosegue la lotta di Chinnici, e di Terranova e di Costa,
e di Falcone e di Borsellino, e di tutti gli altri caduti nella lotta contro la
mafia, ne salva e prolunga un frammento di vita, le idee, la luce. Qui
presentiamo un ricordo di Rocco Chinnici scritto da
Paolo Borsellino come prefazione ad una raccolta di suoi interventi. Al testo di Borsellino premettiano una
breve notizia bibliografica su Rocco Chinnici.
Nato a Misilmeri
(Palermo) il 19 gennaio 1925, laureato in giurisprudenza nel 1947, entrato in magistratura nel 1952 con
destinazione al Tribunale di Trapani. Dal 1966 a Palermo presso
l'Ufficio Istruzione del Tribunale, come giudice istruttore. Nel 1979,
già magistrato di Cassazione, è promosso Consigliere Istruttore presso il
Tribunale di Palermo. Nel suo lavoro istruttorio è coadiuvato da un gruppo di
magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: è la nascita del pool
antimafia che porterà al maxiprocesso alla mafia. All'attività giudiziaria
affianca interventi a congressi e convegni, ed incontri nelle scuole e con i
soggetti della società civile per formare una cultura della legalità. E'
assassinato dalla mafia il 29 luglio 1983; insieme a
lui muoiono anche il maresciallo dei carabinieri
Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, il
portiere Stefano Li Sacchi.
Paolo Borsellino: dalla prefazione a L'illegalità protetta
Ho riletto con intensa emozione questi brevi scritti di
Rocco Chinnici, che mi hanno fatto ricordare altri
suoi interventi pubblici e tante altre conversazioni quotidiane che avevo con
lui, di cui purtroppo è rimasta traccia solo nella mia memoria ed in quella di coloro che ebbero la fortuna di ascoltarlo. Rocco fu
assassinato nel luglio del 1983, agli inizi di questo decennio, quando ancora
erano grandemente lacunose le concrete conoscenze sul fenomeno mafioso, che non
era stato ancora visitato dall'interno, come poi fu possibile nella stagione
dei "pentiti". Eppure la sua capacità di analisi
e le sue intuizioni gli avevano permesso già nel 1981 (è questo l'anno di ben
tre dei quattro scritti pubblicati) di formarsi una visione del fenomeno
mafioso che non si discosta affatto da quella che oggi ne abbiamo, col supporto
però di tanto rilevanti acquisizioni probatorie, passate al vaglio delle
verifiche dibattimentali. Le dimensioni gigantesche della organizzazione,
la sua estrema pericolosità, gli ingentissimi
capitali gestiti, i collegamenti con le organizzazioni di oltreoceano e con
quelle similari di altre regioni d'Italia, le peculiarità del rapporto
mafia-politica, la droga ed i suoi effetti devastanti, l'inadeguatezza della
legislazione: c'è già tutto in questi scritti di Chinnici,
risalenti ad un periodo in cui scarse erano le generali conoscenze ed ancora
profonda e radicata la disattenzione o, più pericolosa, la tentazione, sempre
ricorrente, alla convivenza. Eppure, né generale
disattenzione né la pericolosa e diffusa tentazione alla convivenza col
fenomeno mafioso, spesso confinante con la collusione, scoraggiarono mai quest'uomo, che aveva, come una volta mi disse, la "religione
del lavoro".
Egli era divenuto, alla fine degli anni '70, dirigente dell'Ufficio
Istruzione del Tribunale di Palermo. E proprio in
quegli anni divampò la così detta "guerra di mafia" e si verificarono, non i primi, ma sicuramente i più clamorosi
delitti eccellenti. A capo della struttura giudiziaria più esposta d'Italia, si
prefisse di potenziarla opportunamente e renderla efficace strumento di quelle
indagini nei confronti della criminalità organizzata, troppo a lungo trascurate
in precedenza.
Uno per uno ci scelse: noi magistrati che solo dopo la sua
morte avremmo costituito il così detto "pool
antimafia". Ci prospettò lucidamente le difficoltà ed i pericoli del
lavoro che intendeva affidarci, ci assistette e ci spronò a superare diffidenze
e condizionamenti: ché allora, con carica non meno
insidiosa dell'arrogante tracotanza di oggi, così si manifestavano gli ostacoli
frapposti dalla "palude" al nostro lavoro.
Credeva fermamente nella necessità del lavoro di équipe e ne
tentò i primi difficili esperimenti, sempre comunque
curando che si instaurasse un clima di piena e reciproca collaborazione e di
circolazione di informazioni fra i "suoi" giudici. Per suo merito,
nell'estate del 1983, si erano realizzate, pur nell'assenza di una idonea regolamentazione legislativa, ancora oggi mancante,
tutte le condizioni per la creazione del pool antimafia, che, infatti, subito
dopo fu possibile realizzare sotto la direzione di Antonino Caponnetto,
il quale continuò meritoriamente l'opera di Rocco Chinnici
e ne realizzò il disegno, pur avendo una personalità completamente diversa dall'altro,
ma animato da eguale tensione morale e spirito di sacrificio.
Un sereno spirito di sacrificiò
animò sempre la vita di Rocco Chinnici, il quale non
cessò mai di essere consapevole, molto più di quanto
sia ragionevole credere, dell'altissimo rischio personale connesso alla sua attività.
Egli "sapeva" che la stessa sua vita era un
pericolo per le organizzazioni mafiose ed i loro fiancheggiatori e quindi ben
presagiva la sua fine. Sapeva che con la sua uccisione si sarebbe
tentato di spazzar via le sue conoscenze e la sua volontà di riscatto e
lucidamente non si stancò mai di trasmettere le une ed infondere l'altra sia ai suoi più stretti collaboratori sia a chiunque con cui
potesse venire in contatto. E ciò faceva quasi
affannosamente, pressato dall'urgenza dei tempi, poiché sentiva montare attorno
a lui la minaccia che già aveva prodotto i suoi tragici effetti con Pio La
Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, le cui uccisioni lo avevano profondamente
addolorato ma non impaurito né demotivato.
Chi gli visse accanto in quell'ultimo
tragico anno della sua esistenza sa con quale impegno
ed abnegazione, giorno e notte, con orari impossibili, continuò a lavorare
nell'istruzione di quel procedimento, allora detto "dei 162", che
costituì l'embrione iniziale del primo maxiprocesso alle cosche mafiose, oggi
giunto alla sua seconda verifica dibattimentale. Gli era così chiara
l'unitarietà e l'interdipendenza fra tutte le famiglie mafiose e palese la connesione fra tutti i loro principali delitti (concetti
che oggi fanno parte del patrimonio comune di chiunque si occupi di criminalità
mafiosa, sebbene talune poco convincenti decisioni della Cassazione li abbiano
posti recentemente in dubbio) che a lui risalgono la paternità
o almeno l'ispirazione dei primi provvedimenti di riunione delle istruttorie
sui grandi delitti di mafia. Era convinto che solo con un grande sforzo, inteso
ad affrontare unitariamente l'esame del fenomeno, cercando di cogliere tutte le
interconnessioni fra i grandi delitti, fosse possibile fare su di essi chiarezza, individuandone le cause e gli autori.
Sforzo giudiziario reso necessario dalla inerzia
investigativa del precedente decennio, la quale aveva creato un vuoto che lui
ed i suoi giudici erano chiamati a colmare. Questa fu poi la ragione
ispiratrice del maxiprocesso: non astratto modello di indagine
giudiziaria, non scelta fra diverse metodologie istruttorie, ma via obbligata
da perseguire in quel determinato momento storico, nel quale mancava del tutto
una risposta giudiziaria che costituisse punto di riferimento certo per le
successive attività investigative.
Ma gli erano chiari altresì i limiti
invalicabili della risposta giudiziaria alla mafia. Profondamente giudice, ben
sapeva che suo compito istituzionale era esclusivamente quello di accertare
l'esistenza di reati ed individuarne i colpevoli. Attività
non idonea a debellare le radici socio-economiche e culturali della mafia, così
profondamente inserita nella realtà del paese da trovare la forza di
riprendersi, con accentuata ferocia, dopo ogni "successo" giudiziario
nei suoi confronti. Per questo non si stancò mai di ripetere, ogni volta che ne ebbe occasione, che solo un intervento globale dello
Stato, nella varietà delle sue funzioni amministrative, legislative ed, in senso
ampio, politiche, avrebbe potuto sicuramente incidere sulle radici della malapianta, avviando il processo del suo sradicamento. Sono
questi concetti che oggi sentiamo continuamente
ripetere nei convegni e nelle tavole rotonde e leggiamo frequentemente sulle
colonne dei
giornali. Ma all'inizio del decennio era già difficile fare
accettare il concetto della esistenza stessa della
mafia, spesso definita, ed anche in sede autorevole, "volgare
delinquenza", ed è merito di pochi, e di Chinnici
in prima linea, l'averne intuito la profonda essenza e pericolosità.
[Questo testo è estratto dalla prima parte della prefazione
di Paolo Borsellino in prima linea, l'averne intuito la profonda essenza e
pericolosità. al libro di interventi di Rocco Chinnici, L'illegalità protetta. Attività
criminose e pubblici poteri nel meridione d'Italia, La Zisa,
Palermo 1990].
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