«Sicilia in prima pagina» è il titolo che “l’Unità” ha
scelto per due volumi assai interessanti (il secondo sarà pubblicato domani)
che raccolgono numerosi articoli e varie interviste di un suo cronista fra i
più noti ed apprezzati, Saverio Lodato.
I reportage sulla mafia,
sui suoi crimini e sulle sue “relazioni esterne”, i capitoli dedicati ai
protagonisti dell’antimafia e agli ostacoli - spesso incredibili - frapposti
alla loro azione, si intrecciano con intensi resoconti
della guerra in Iraq e con drammatiche storie di quei migranti che sono
costretti ad affrontare i rischi, spesso terribili, di un viaggio clandestino.
Si stima che dal 1996 ad oggi siano morte almeno mille
persone nel tentativo di raggiungere l'Italia via mare.
Difficile, francamente, segnalare in modo
particolare una qualche parte di due libri che andrebbero letti (e magari
studiati…) da cima a fondo. Ma uno come me (che si onora di aver fatto parte - dopo le
stragi del 1992 che causarono la morte di Falcone e Borsellino - di quella
magistratura antimafia che il giornalismo “embedded”
ama definire “militante” o “chiodata”: sol perché ha fatto il suo dovere senza
guardare in faccia nessuno, senza mai accettare di scambiare - per convenienza
- la fedeltà alla legge e alla propria coscienza con silenzi o timidezze
graditi a qualcuno), uno come me consiglia di leggere innanzitutto i pezzi
sulla mafia.
Nelle cronache di Lodato si trova la conferma che il nostro,
se è un paese che ha purtroppo gravi problemi di mafia, è anche il paese
dell'antimafia. Un paese cioè che ha saputo elaborare
(sia pure con alti e bassi, ritardi e frenate) significative risposte al
crimine organizzato: vuoi sul piano legislativo e del contrasto investigativo-giudiziario, vuoi sul piano del
coinvolgimento della società civile. Tant'è che nel
dicembre 2000, all'esito di un'importante conferenza svoltasi a Palermo, l'Onu ha adottato una nuova Convenzione contro la criminalità
transnazionale che comprende tutta una serie di misure sperimentate sul campo
proprio in Italia (e allora si fatica a capire perché mai, a distanza di quasi
tre anni e mezzo, l'Italia non abbia ancora ratificato questa Convenzione:
indispensabile perché si avvii la rivoluzione copernicana di un linguaggio
finalmente comune tra i vari stati nella lotta al crimine organizzato).
Certo, scrivere di mafia - oggi - è difficile. Per farlo,
occorre sapersi affrancare (ma Saverio Lodato ne è da
sempre convinto) rispetto ad un grave limite culturale che affligge spesso le
analisi del fenomeno. Quel limite che porta a percepire la mafia come un
problema esclusivamente di ordine pubblico: per cui se
la mafia (com'è nella fase attuale) non mette in atto strategie sanguinarie ma
“attendiste”, cresce la tentazione di conviverci,
dimenticando la sua infinita storia di violenze e quella straordinaria capacità
di condizionamento che le deriva dal fatto di essere non solo un'associazione
criminale ma un vero e proprio sistema di potere. Gli scritti di Lodato aiutano
a non abituarsi, a non anestetizzarsi di fronte al malaffare e ai tanti che
considerano ancora “normale” - nel terzo millennio - trescare simpaticamente e
intrattenere proficui rapporti d'affari con mafiosi o paramafiosi. Sono scritti
che aiutano ad indignarsi e reagire (nonostante il pensiero dominante). Che non considerano la questione morale e la responsabilità
politica - a differenza dei “benpensanti” dei salotti televisivi - reperti
d'archivio o favole buone solo per gli scemi. Se
una sentenza della Corte d'Appello di Palermo (giusta o sbagliata che sia)
afferma a tutte lettere, almeno fino alla primavera del 1980, la “mafiosità” del più eccellente fra gli imputati eccellenti,
Lodato si pone fuori del coro e non cancella questa sentenza. Ne parla e la
commenta. Controcorrente. Senza ammiccamenti o rimozioni. La censura (buona per
demonizzare i magistrati e beatificare chi meriterebbe qualche incensata di
meno) non è il suo mestiere.
Speciale attenzione Lodato dedica ai profili che investono la Chiesa e la fede quando vengano
in considerazione problemi di mafia. Le sue attente analisi possono aiutare a
sciogliere un nodo che personalmente considero tutt'ora irrisolto. È certamente doloroso per un sacerdote
non poter amministrare il sacramento della riconciliazione e dell'eucaristia ad
un divorziato-risposato perché non in piena comunione con la comunità
ecclesiale. Quel “limite” (ripeto, doloroso) è però il segno che nel dialogo
interpersonale è “presente” una comunità, dalla quale non si può fuggire e che
non si può scavalcare. Segno angoscioso, fonte di lacerazione e di “fatiche”,
ma pur sempre funzionale ad una capacità - non facile - di tenere insieme la
centralità della persona (alla quale si deve il massimo di attenzione,
di rispetto e di sostegno spirituale) con la centralità della comunione. Perché
questo “segno” diventa - per alcuni - assai meno vincolante, e spesso di fatto scompare, in un contesto di crimini mafiosi?
Val davvero la pena, dunque, trovare un po' di posto - nella
propria biblioteca - per la “Sicilia in prima pagina”
di Lodato. Se è vero, come sostiene uno dei massimi storici
della mafia, Salvatore Lupo (cfr.
“L'evoluzione di Cosa nostra: famiglia territorio, mercati, alleanze”, in
Questione Giustizia, n. 3/2002), che i risultati nella lotta alla mafia sono frutto,
più che dello stato, di un gruppo composto da
rappresentanti dell'opinione pubblica, uomini delle istituzioni e uomini della
politica, probabilmente minoritario in tutti e tre i settori, e che tuttavia,
col suo peso complessivamente minimo, ha ottenuto quella che Lupo definisce una
grande vittoria: la dimostrazione che la mafia si può - almeno ciclicamente -
sconfiggere; se è vero tutto questo, Saverio Lodato può a buon diritto ricomprendersi, per il suo costante impegno di informazione
e denunzia, in quella minoranza. Alla quale, leggendolo, si
finisce per iscriversi. Rendendola un po' meno minoranza.