L’ultima lettera di Paolo Borsellino
"Gentilissima" professoressa, uso le
virgolette perché le ha usate Lei nello scrivermi, non so
se per sottolineare qualcosa, e "pentito" mi dichiaro e dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli
studenti del Suo Liceo per la mia mancata presenza all'incontro di Venerdì 24
gennaio.
Intanto vorrei assicurarle che non mi sono affatto trincerato dietro un
compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala)
non foss'altro perché a quell'epoca
ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della
Repubblica presso il Tribunale di Palermo, ove da pochi giorni mi sono
definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.
Se le Sue telefonate sono state dirette a Marsala non
mi meraviglio che non mi abbia mai trovato. Comunque
il mio numero telefonico presso la Procura di Palermo è (...), utenza alla
quale rispondo direttamente.
Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato
per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell'intervallo, mi sono
trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma
di Montechiaro.
Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dott. Vento del Pungolo di
Trapani mi parlò della Vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità,
che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di
lavoro che mi affliggevano. Mi preannunciò che sarei
stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non
ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.
Il 24 Gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di
aver sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e
mi domandò quale mezzo avessi usato per rientrare in Sicilia tanto
repentinamente. Capii che era stata "comunque"
preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi creda, non ebbi proprio
il tempo di dolermene perché i miei impegni di lavoro sono tanti e così
incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.
Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi
personalmente e non affidarsi a intermediari di sorta o telefoni sbagliati.
Oggi non è per certo il giorno più adatto per risponderLe
perché frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non
ho più tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente poiché
dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li
trovo nuovamente addormentati.
Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi
sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo
telegrafico, alle sue domande.
1) Sono diventato giudice perché nutrivo grandissima passione per il diritto
civile ed entrai in magistratura con l'idea di diventare un civilista, dedito
alle ricerche giuridiche e sollevato dalla necessità di inseguire i compensi
dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribile
per dare sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica non appagabile con la
carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.
Fui fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al
1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo
il meglio di me stesso. E' vero che nel 1975, per rientrare a Palermo, ove ha
sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato
all'Ufficio Istruzione Processi Penali, ma ottenni l'applicazione, anche se
saltuaria, ad una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle
problematiche dei diritti reali, delle (...) legali, delle divisioni ereditarie
ecc.
Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Cons.
Chinnici volle che mi
occupassi io dell'istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio
frattanto era approdato, provenendo anche egli dal
Civile, il mio amico d'infanzia Giovanni Falcone e sin da allora capii che il
mio lavoro doveva essere un altro. Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a
questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali
avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma, se amavo questa terra, di essi dovevo esclusivamente occuparmi.
Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressoché
esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista poiché vedo che verso
di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una
attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant'anni.
Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.
2) La Dia è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri,
della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, e la sua istituzione si
propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative
che, fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza
assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile razionale
divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non
coordinato.
La Dna è una nuova struttura giudiziaria che tende ad
assicurare soprattutto una circolazione delle informazioni fra i vari organi
del Pubblico Ministero distribuiti tra le... circoscrizioni territoriali.
Sino ad ora questi organi hanno agito in assoluta indipendenza ed autonomia
l'uno dall'altro (indipendenza e autonomia che rimangono nonostante la nuova
figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione,
ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze
investigative e processuali degli altri organi, anche confinanti, e senza che
vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento
e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale
giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.
3) La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da
ogni altra per la sua caratteristica di "territorialità".
Essa è suddivisa in "famiglie", collegate tra loro per la comune
dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul
territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare,
legittimamente, lo Stato.
Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si
producono o affluiscono sul territorio principalmente con l'imposizione di
tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con
l'accaparramento degli appalti pubblici, fornendo al contempo una serie di
servizi apparenti rassembrabili a quelli di
giustizia, ordine pubblico, lavoro ecc., che dovrebbero essere forniti
esclusivamente dallo Stato.
E' naturalmente una fornitura apparente perché a somma algebrica zero, nel
senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una
corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle
altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita
attraverso l'imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel
senso che il lavoro è assicurato ad alcuni (pochi) togliendolo ad altri
(molti).
La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra
dei mezzi economici prima indispensabili, sono accidenti di questo sistema
criminale e non necessari alla sua perpetuazione.
Il conflitto inevitabile con lo Stato con cui Cosa Nostra è in sostanziale
concorrenza (hanno lo stesso territorio e si
attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato
dall'interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a
condizionare la volontà di questi perché venga indirizzata verso il
soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità
sociale.
Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra,
'ndrangheta, Sacra Corona Unita ecc.) difetta la caratteristica della
unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le
stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra, ma non ne
hanno l'organizzazione verticistica
ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del "consenso" di
cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo
Stato, che tuttavia con gli organi di questo tende a confondersi.
Paolo
Borsellino 19 luglio 1992.