Provo una grande stanchezza morale. Il Palazzo
ignora la protesta del Paese ma ormai ho poca fiducia anche nella società
civile. Eleggiamo subito il presidente, il mio voto va a Spadolini'
L’orrore di Bobbio:
mi vergogno di essere italiano
"E' una cosa orrenda. Se penso al fatto che gli
assassini di Giovanni Falcone sono italiani, allora mi vergogno di essere italiano. La mafia fa ciò che vuole, sa scegliere
i suoi bersagli, li colpisce quando e come vuole. E' una cosa
orrenda, ripeto. Ma non so se, scrivendo queste mie parole su un
giornale, si riuscirà a far capire il tono con cui le dico, tutto ciò che provo
davvero in queste ore, l' amarezza e lo
sdegno...". Norberto Bobbio, affranto, parla
controvoglia seduto nel salotto della sua casa torinese, in una domenica
mattina nella quale tutti i suoi pensieri sembrano percorsi da una continua
altalena tra lo sdegno per la strage di Palermo e il profondo sconforto per i
segnali che la Roma politica rilancia dall' assise
impotente di Montecitorio. E allora, le parole si
fanno dolenti e amare: "Me lo lasci dire, lasci parlare un vecchio signore
ormai stanco, stanchissimo, di 83 anni, che assiste allo
sfacelo di questo paese. Di fronte a questo nuovo assassinio ho un senso di
vera e propria stanchezza morale". E' un dialogo difficile, spesso
interrotto, per l' affollarsi di sentimenti e
tristezze, soprattutto quando il professor Bobbio
ripete il nome del giudice trucidato. ' Una serie di misteri'
Così, il primo accenno è per lui, per Giovanni Falcone, "l' ultima di una serie interminabile di vittime, l' ultimo
di una serie interminabile di misteri". Lei, professor Bobbio,
lo aveva conosciuto? "Sì, quando aveva accettato di collaborare alla
Stampa. Ne fui felice, mi pareva una voce importante, nuova, che meritava di
essere ascoltata. Chiese di incontrarmi e venne qui, a
casa mia. Mi fece anche avere il suo libro sulla mafia. Parlammo a lungo e mi
resi subito conto che si trattava di una persona seria, rigorosa, uno di cui ci
si poteva fidare...". In queste ore, gli interrogativi più pressanti
riguardano il perché di questa morte. C' è una strategia, c' è una spiegazione
che si può intravedere oltre quei corpi straziati, oltre quel tratto di autostrada sventrato come in un paesaggio di guerra?
"Qual è la strategia? Non lo so, non sono in
grado di rispondere a questa domanda. So, però, una cosa: loro, i mafiosi,
vogliono far capire che sono invincibili. Questo omicidio, come tanti altri in
Sicilia, segna la volontà della mafia di riaffermare il proprio potere. Non
conosco ancora bene le modalità della strage che è
costata la vita a Falcone, a sua moglie e agli agenti della scorta, ma quel
poco che so mi fa dire che siamo di fronte a una straordinaria efficienza,
degna del Libano o addirittura della Colombia". Eppure sembra impossibile
non ricollegare la strage di Palermo all' attualità
politica, alla crisi delle istituzioni, a quell'
affannosa ricerca di un presidente della Repubblica... "E' vero, i mafiosi
approfittano dei momenti più drammatici. E' accaduto anche poco tempo fa, con l' assassinio di Salvo Lima durante la campagna elettorale. Ma io non so se questa connessione ci sia davvero e quale
sia". Qualcosa di diverso, perciò, da quanto avvenne con il terrorismo?
"Fu diverso. I terroristi volevano provocare una svolta autoritaria,
dimostrare che, dietro quella che definivano una pseudo-democrazia, c' era lo Stato autoritario. La mafia,
invece, vuole, a mio parere, far capire una cosa sola: siamo in grado, in ogni
circostanza, di far valere il nostro potere". Dunque, un altro
"Stato", criminale e autonomo... "La mafia è
un vero e proprio Stato. Che cos' è, infatti,
lo Stato? E' il monopolio della forza: esiste, cioè,
quando c' è un potere che detiene, su un territorio, il massimo della forza
legittima, e che considera tutte le altre forze come illegittime. In Sicilia,
chi ha il monopolio della forza? Lo ha la mafia, con la differenza che è il
monopolio di una forza non legittima, ma illegittima". Il suo, professor Bobbio, è un pessimismo totale. Non intravede nessuna via d' uscita, nessuna speranza per questo Stato che non
esercita più il suo potere in Sicilia? "No. Rifletta sulla storia dei
tanti delitti mafiosi di questi anni. E' sempre la stessa: non abbiamo mai
saputo nulla, non ci hanno mai detto nulla. Si sono fatte indagini serie? Dopo
la morte di Lima, abbiamo saputo qualcosa, si è cercato di capire chi e perché
lo avevano ucciso? Lo sdegno mi assale ogni volta che penso alla sorte di Mauro
Rostagno, uno che è stato ammazzato soltanto perché
faceva delle trasmissioni alla tv e alla radio, denunciando i comportamenti
della mafia. Ha ancora sentito parlare di quel delitto? Non sono comportamenti
della mafia. Ha ancora sentito parlare di quel delitto? Non sono spaventose,
queste cose? Pensi all' omicidio di Ludovico Ligato, un eminente personaggio della Dc,
un notabile del partito di maggioranza relativa. Eppure,
anche di quella morte non sappiamo nulla". Lo Stato è latitante,
reticente, forse complice. Ma allora non è giusto
cercare nella società, soprattutto nella "società civile", la voglia
di cambiare, un tentativo di rivolta contro questi silenzi "Si parla
tanto, da alcuni anni, di società civile. Io, però, non ho molta fiducia ormai
neppure nella società civile. La nostra classe politica è lo specchio del
nostro Paese. Ho sempre avuto la convinzione che, in molti momenti della sua
storia, il nostro Paese abbia dimostrato una grande
fiacchezza morale". ' Nessuna illusione'
In quei grandi momenti di cui lei parla - pensiamo al fascismo e all' antifascimo, ad esempio - gli intellettuali furono, però,
una presenza importante per la difesa della democrazia, per la salvezza della
comunità. Non potrebbe essere così anche per chi, in Italia, non vuole
arrendersi alla mafia? "Non mi faccio più molte illusioni. Oltretutto, l' intellettuale non ha quella grande influenza sulla
società che crede di avere. Ci sono, però, alcuni avvenimenti drammatici, nei
quali gli intellettuali lanciano un grido di dolore che non cade inascoltato.
Penso al ruolo che hanno avuto personaggi come Sacharov
o Solgenitsin nel travaglio dell' Unione
Sovietica. Penso a ciò che ha rappresentato da noi Benedetto Croce durante il
fascismo. In qualche caso, quelle grida di dolore sono servite. Oggi, però, in
Italia, nella situazione attuale, non mi pare che gli intellettuali siano molto
ascoltati. Basta rileggere le tante prediche inutili comparse
in questi anni sui giornali, ad ogni nuovo delitto, ad ogni nuovo attentato
della criminalità. E basta rileggere i giornali di
questi 15 giorni, durante le inutili votazioni di Montecitorio.
La classe politica è stata bersagliata da tutti come non era mai avvenuto. Non
c' è stato commentatore, non c' è stato organo d' informazione
che non abbiano criticato con asprezza quanto stava succedendo. E' servito a
qualcosa? No. L' impressione che ho avuto, sui banchi
di Montecitorio, è che il Palazzo (perché quelle
mille e più persone riunite a Roma sono davvero il Palazzo italiano) non abbia
molto ascoltato le voci di protesta che giungevano dall' esterno. Hanno
continuato a fare i loro giochi, come prima". E
adesso, che cosa si augura? Che cosa vorrebbe dire
agli altri grandi elettori di Montecitorio?
"Bisogna che si mettano d' accordo. Bisogna che
si decidano. Per questo mi dispiace di non poter essere a Roma per partecipare
al voto". Ma dopo queste 15 votazioni inutili,
dopo tanti candidati "bruciati" dai veti e dai franchi tiratori, chi
può aspirare a diventare il successore di Cossiga?
"Lo avevo già detto ad Eugenio Scalfari un mese
fa, proprio nell' intervista pubblicata su Repubblica.
Se il nuovo presidente non deve provenire né dalla Dc,
né dal Psi, né dal Pds, allora la candidatura più giusta mi sembra possa
essere quella di Giovanni Spadolini, un uomo che non
è stato sinora coinvolto nei soliti giochi. In questi giorni (e Bobbio scandisce le parole, n.d.r.)
Dc, Psi e Pds hanno dimostrato la loro inconcludenza. E io, non l' ho mai nascosto, quando ho partecipato al voto
ho sempre scritto sulla scheda il nome di Giovanni Spadolini".
Ettore Boffano – 25 maggio 1992