Mafia. Silenzio assoluto. Giorgio Bocca – 22 maggio 2002

 

 

L'ITALIA che ricuce tutte le sue ferite e le sue vergogne ha celebrato in Giovanni Falcone il suo eroe preferito: quello morto e sepolto. Ma Giovanni Falcone non fu quell'eroe solare, baciato in fronte dalla patria grata, sicuro del patrio riscatto che si dice. Fu un eroe disperato, come Borsellino e gli altri giudici e poliziotti sacrificati dallo Stato in una lotta che lo Stato non voleva e probabilmente non vuole vincere. C'è un limite a tutto, anche nell'ipocrisia del potere. Non si può dire, come fa il presidente del Consiglio Berlusconi, che "molte delle proposte e delle idee di Falcone si ritrovano nella nostra riforma della giustizia". Non si può dire, come fa il presidente del Senato Pera, che Falcone "antepose a tutto l'indipendenza e l'autonomia della magistratura" senza ricordare che proprio per questa indipendenza e autonomia morì.

Incontrai Giovanni Falcone quando lavorava con i giudici Di Lello e Ayala al pool antimafia di Palermo, fine anni Ottanta, piano terreno, reparto di massima sicurezza, porte blindate, controlli elettronici, lampadine rosse palpitanti da scatolette nere bip bip, mitra, pistole e quell'andirivieni giulivo di camerieri in cappellino e grembiale bianco dai bar vicini, con i vassoi degli espressi. Entravamo in quel reparto con emozione e rispetto, era la prima volta che incontravamo nell'isola uno Stato giovane e forte. Ma probabilmente era una falsa impressione, forse aveva ragione il giudice Di Lello a dire: "Ci siamo noi e le auto blindate ma ciò che facciamo non vale niente se non troviamo il consenso della città".Il Falcone che conobbi in un ufficetto, con la tazzina di caffè fumante, mi apparve assieme seducente e deludente. Parlava con cautela e quasi in modo cerimoniale come un mandarino, e con un sorrisetto ironico in cui riconobbi il segno della sicilitudine, la stessa del principe di Salina e di Leonardo Sciascia: che volete saperne voi continentali della mafia? Ed ebbe la pazienza di spiegarmelo: "Vede io sono nato nel centro di Palermo, in un quartiere fradicio di povertà e di storia. I mafiosi che adesso combatto erano miei compagni di gioco, parlavano come parlavo io, conoscevo il significato delle loro parole, ciò che sta dietro alle parole di un palermitano". Era la verità e i mafiosi che lo hanno ucciso lo sapevano, lo hanno sempre temuto ma rispettato. Una sera in una casa dell'alta borghesia conobbi un uomo di mafia e gli dissi che stava per uscire un libro di Falcone. "Lo so - disse - e mi aspetto che me lo mandi con dedica. Giovanni è persona stimatissima". Giovanni Falcone eroe cosciente e predestinato. Per noi scesi dal continente, c'era qualcosa di fastidioso in lui come in Leonardo Sciascia, in questa rivendicazione di sicilianità per cui potevano vedere la mafia con occhi più esperti dei nostri, ma esponendosi a sospetti di affinità culturale. Come durante la rabbiosa polemica di Falcone con il giudice Meli che era nemico del pool antimafia ma che rimproverava a Falcone una certa indulgenza verso i costruttori Costanzo di Catania, amici e protettori di mafiosi di cui da siciliano Falcone conosceva i condizionamenti e i ricatti. Con lui come con Sciascia bisognava conoscere il significato siciliano delle parole. Andai da Sciascia a Racalmuto per farmi indicare dei buoni conoscitori della mafia e lui mi indicò alcuni proprietari terrieri che poi scoprii essere dei capi mafiosi, ma sicilianamente aveva ragione lui: quale miglior conoscitore della mafia di un capo mafioso? Un giorno chiesi a Borsellino, un altro che conosceva la lingua siciliana: "Che rapporto c'è tra politica e mafia?". Mi rispose: "Sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d'accordo. Il terreno su cui possono accordarsi è la spartizione del denaro pubblico, il profitto illegale sui pubblici lavori".

Nella Sicilia attuale del presidente "vasa vasa", il forzista Totò Cuffaro, sono in arrivo valanghe di miliardi dei sussidi europei, come dubitare che sia tornato il tempo della convivenza? Falcone parlava la lingua siciliana e conosceva molto bene gli inganni del governo. Ma lo muoveva un'autentica e moderna ricerca della verità, simile in certo senso a Antonio Di Pietro nell'inventare prima da dilettante poi da maestro nuove e più attrezzate forme di indagine, ma sempre pronto a buttarsi come un ragazzo nella caccia al delitto. Mi raccontava Ayala della volta che vennero in volo a Torino per interrogare il mafioso Mura che aveva promesso rivelazioni. "Falcone era emozionato. Questo parla, mi ripeteva. Sembrava un cavallo al nastro di partenza, gli tremavano i baffi mentre mormorava la formula di legge "ai termini degli articoli tal dei tali lei ha la facoltà di non rispondere". Mura si alzò dalla sedia e disse: "va bene non rispondo" e se ne uscì lasciandoci come due statue di sale. Fuori pioveva, Torino era la più brutta città del mondo, andammo in un bar ci ubriacammo pian piano con dei cognacchini. Ma Falcone non smetteva di ripercorrere l'interrogatorio che avremmo dovuto fare".

L'ultima volta che ho incontrato Falcone è stato il 22 maggio del 1992. Indagava sull'assassinio del generale Dalla Chiesa e venne a Milano per farsi raccontare meglio l'intervista fattagli prima della morte. Mi parve di ritrovare il reparto di massima sicurezza di Palermo. Una stanza sotto il tetto dove avevano lavorato i giudici dell'antiterrorismo. Passammo per due controlli e tre porte blindate. Era come sempre ben curato, i baffettini pettinati, il viso fresco di rasatura e di acqua di Colonia. Cortese ma tenace. Non mi mollò per un'ora e mezzo, ripeteva la stessa domanda tre o quattro volte. Congedandomi gli chiesi "ma lei spera di trovarli davvero gli assassini?". "Ci provo" disse. Sbaglierò ma aveva perso molto della sua sicilianità. O forse aveva capito che la mafia stava vincendo una volta ancora. Mi sono chiesto, nel giorno della sua morte, che Parlamento sia il nostro, in cui ci sono decine di deputati che devono la loro elezione alla mafia e sono lì per impedire che lo Stato combatta sul serio.

Il giorno del suo funerale accanto alla bara c'era Tano Grasso, il leader dei commercianti antimafiosi di Capo Orlando. Una delle prime decisioni del nuovo governo è stato di rimuoverlo dal suo posto nell'Antimafia. I giorni della speranza e del riscatto dopo il sacrificio di Falcone sembrano lontanissimi e il procuratore Grasso osserva: "Quando torna la convivenza i giornali dedicano sempre meno spazio alla mafia". Nella Sicilia di oggi molti non stanno con la mafia ma non sanno bene con chi stanno, li accompagna un sentimento di precarietà. Anni fa una signora di Palermo mi scrisse: "Ciò che scrive della Sicilia è vero ma io resto disperatamente siciliana". Questo è stato vero anche per Giovanni Falcone. Sapeva che la sua vita era segnata ma era disperatamente siciliano.

 

 

 

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