Avvenimenti Italiani

 

 

 

“si muore generalmente  perchè  si è  soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Giovanni Falcone

 

 

 

Articoli e dossier sulla mafia

 

Lascia allibiti l'attentato che è costato la vita al giudice Falcone, a sua moglie e agli uomini della scorta. Incute sgomento e paura. Ancora sangue in Sicilia, ancora morti, ancora mistero sugli esecutori e i mandanti i quali avevano comunque perfetta cognizione dei movimenti delle loro vittime e sono stati in grado di programmarne la strage con cronometrica esattezza.  di Eugenio Scalari  continua

 

 

Se uno infila una cimice in casa di un delinquente, i discorsi che si aspetta sono quelli di un delinquente. Il delinquente è ossessionato dalla polizia ("gli sbirri", "la madama"), dai giudici (quei "cornuti" che si ostinano a indagare, a processare, se il caso a condannare), dai pentiti e dai testimoni (quegli "infami" che parlano invece di farsi i fatti loro e pensare alla salute). Teme intercettazioni e pedinamenti, ma soprattutto la galera. di Marco Travaglio  continua

 

 

II decimo anniversario delle stragi di Capaci e via D'Amelio si conclude con l'ennesima sfida rivolta da Cosa Nostra allo Stato e a un certo potere politico. Al potere politico che più le è congeniale, a quello che la mafia avverte come più vicino, più consono ai suoi interessi, alle sue aspettative. Quello - lo avrete capito - rappresentato da Forza Italia. di Saverio Lodato  continua

 

 

C’è stato un contatto telefonico diretto, nel 1994, agli albori di Forza Italia, tra Silvio Berlusconi e un uomo allora impegnato a costruire «il partito di Cosa nostra». Lo ha raccontato un consulente della procura di Palermo, Gioacchino Genchi, in una delle udienze del processo in corso nella città siciliana con imputato Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. A telefonare ad Arcore, al numero riservato di Berlusconi, alle ore 18.43 del 4 febbraio 1994, è il principe Domenico Napoleone Orsini. di Gianni Barbacetto  continua

 

 

Mentre la Chiesa cattolica ha compiuto i primi passi per il processo di beatificazione di padre Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso nel settembre del 1993 (sulla lapide nella sua chiesa non c'è la parola mafia ma nessuno ha mai dubitato che sia stato ucciso da mano mafiosa), la Cassazione ha definitivamente assolto padre Frittitta, condannato in primo grado per favoreggiamento aggravato nei confronti del capomafia Pietro Aglieri, assolto in appello e definitivamente scagionato dalla Suprema Corte "per aver commesso il fatto nell'esercizio di un diritto", cioè per avere esercitato il suo ministero di sacerdote visitando il boss latitante e dicendo messa nel suo nascondiglio, debitamente arredato con un altarino. di Umberto Santino  continua

 

 

"E' una cosa orrenda. Se penso al fatto che gli assassini di Giovanni Falcone sono italiani, allora mi vergogno di essere italiano. La mafia fa ciò che vuole, sa scegliere i suoi bersagli, li colpisce quando e come vuole. E' una cosa orrenda, ripeto. Ma non so se, scrivendo queste mie parole su un giornale, si riuscirà a far capire il tono con cui le dico, tutto ciò che provo davvero in queste ore, l' amarezza e lo sdegno...". Norberto Bobbio, affranto, parla controvoglia seduto nel salotto della sua casa torinese, in una domenica mattina nella quale tutti i suoi pensieri sembrano percorsi da una continua altalena tra lo sdegno per la strage di Palermo e il profondo sconforto per i segnali che la Roma politica rilancia dall' assise impotente di Montecitorio. di Ettore Boffano  continua

 

 

Finalmente un testimone oculare, diretto e d' eccezione - al di sopra di ogni sospetto, insinuazione e veleno - racconta "dall' interno" la nascita, la vita e la distruzione del pool antimafia di Palermo. Ricorda le trappole che traditori, infidi come serpenti, sistemarono intorno a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che di quel pool furono le anime. Svela le pressioni che, in nome e per conto di Giulio Andreotti, furono fatte sugli uffici giudiziari per chiudere in fretta un' inchiesta pericolosa. di Giuseppe D’Avanzo  continua

 

 

Nella guerra fra i Barbera e i Greco - medioevo mafioso, anni sessanta - Cinisi sta per i Greco. Cinisi: cioè i due o trecento delle famiglie che contano, quelli che hanno le terre, o il potere, o il rispetto. Per tutti gli altri, non rimane che stare a guardare: voltarsi da un'altra parte quando c'è lo sparato, in piazza per il lavoro all'alba, baciolemani a voscenza, e mai parlare di chi comanda. di Riccardo Orioles  continua

 

 

Ho rivisto Giovanni Falcone dopo la strage di Capaci, in un filmato di repertorio. Lui più giovane, con la barba ancora scura e ispida e le mani in tasca, e lo sguardo che non diceva, che non rivelava mai. Andava a compiere un rito triste, il sopralluogo per un amico ucciso. L'amico quella volta era il commissario Beppe Montana, assassinato sul molo di Porticello dai mafiosi a cui dava la caccia, in una sera di luglio palermitano (un'altra brutta estate, l'estate dell'85). di Claudio Fava  continua

 

 

Trentasei giorni dopo lo shock, l' emozione, il dolore, Tano Grasso non ha più il volto rigato di lacrime. L' uomo che ha guidato la rivolta dei commercianti di Capo d' Orlando cammina tra la folla con un' espressione diversa, inquieta, indurita. Sì, è un giorno bello, di sole, di speranza, di solidarietà, "ma non basta l' indignazione della gente comune per sconfiggere la mafia. Gli atti concreti li deve fare lo Stato. E lo Stato non è sceso tutto in guerra, solo una parte delle istituzioni risponde, per ora, alla sfida...di Alessandra Longo  continua

 

 

Sarà così magnanimo, il senatore Andreotti, da rendere onore ai pazzi? Non sembra. Ma almeno, potrebbe ricordarli come simpatiche figure eccentriche, benché sicuramente nemiche del progresso. Primo pazzo fu Cesare Terranova, giudice, comunista, che pensava di aver trovato i vertici della mafia. Bum bum, nel 1979. Secondo pazzo Gaetano Costa, giudice comunista, che aveva immaginato (pensate un po') che la mafia trafficasse droga. Bum bum, nel 1980. Terzo pazzo, Rocco Chinnici, giudice comunista che aveva immaginato addirittura l'esistenza di Cosa Nostra. Bum bum, bum (autobomba), nel 1983. E poi vennero gli altri due, che non erano comunisti, che addirittura li fecero arrestare e condannare, i capi mafiosi. Giovanni Falcone: boooom!, (giù un'autostrada), maggio 1992. Paolo Borsellino: booom!, (giù un palazzo), luglio 1992. Strana gente, piena di problemi. Ma si potrebbe almeno ricordare  le loro scorte. di Enrico Deaglio  continua

 

 

Con questo commosso e polemico discorso pronunciato a Palermo il 25 giugno 1992, a pochi giorni dalla sua tragica fine, nel corso di una manifestazione promossa da Micromega Borsellino denunciò con forza e senza nessun ricorso alla diplomazia la costante opposizione al lavoro e al metodo di Giovanni Falcone di parti consistenti delle istituzioni, che hanno agito per isolare il fondatore del pool antimafia e per rendere impossibile il suo impegno: in questo senso, “Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988” quando il CSM gli preferì Antonino Meli per la carica di procuratore capo di Palermo. di Paolo Borsellino  continua

 

 

Parla poco, Totò Rima. Ma quando parla lascia il segno. O meglio, lo lascerebbe se qualcuno riportasse le sue dichiarazioni. L'ultima volta che parlò, nel '94, fu per difendere Andreotti dai pentiti e dalle toghe rosse, e per mettere in guardia il governo Berlusconi da «Caselli, Violante e Arlacchi», tutti fottuti «comunisti». Poi un lungo silenzio. Fino a due mesi fa quando, davanti alla Corte d'assise di Firenze che lo sta processando per la fallita strage del novembre 1993 allo stadio Olimpico di Roma, il boss dei boss è tornato a parlare. Riina non è un pentito, è un irriducibile. di Marco Travaglio continua

 

 

La Repubblica italiana a Palermo è morta. E' morta in un giorno appiccicoso nello spettrale androne di marmo del Palazzo di Giustizia seppellita dagli sputi, dagli insulti, dalla pioggia di monetine, dal grido "Assassini", dal coro "Mafiosi" che, come un selvaggio scirocco, ha investito tutti coloro che - piccoli o grandi, colpevoli, complici o innocenti (ma esistono innocenti?) - si sono avventurati in nome del Popolo italiano nella camera ardente di Palermo. La Repubblica italiana è morta accompagnata dalle urla dei poliziotti, dal disgusto dei magistrati. E' morta dinanzi a cinque bare con bandiera tricolore sistemate su trespoli al termine di una guida rossa lisa, sfilacciata qui, sforacchiata là. di Giuseppe D’Avanzo  continua

 

 

L’ultima lettera di Paolo Borsellino. "Gentilissima" professoressa, uso le virgolette perché le ha usate Lei nello scrivermi, non so se per sottolineare qualcosa, e "pentito" mi dichiaro e dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli studenti del Suo Liceo per la mia mancata presenza all'incontro di Venerdì 24 gennaio.
Intanto vorrei assicurarle che non mi sono affatto trincerato dietro un compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala) non foss'altro perché a quell'epoca ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, ove da pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto. di Paolo Borsellino 
continua

 

 

I Sant’Antonio sono (almeno) due. Ma a questo non pensarono gli organizzatori di una conferenza in onore di S.Antonio Abate. Che invitarono da Casa Professa un dottissimo gesuita, un uomo illuminato e facondo, che come principiò a parlare pareva che il piccolo salone dell’oratorio si riempisse delle sue parole come una serra di fiori iridescenti. Solo il padre arciprete e il professor Navarra, con diverso stato d’animo (sgomento il primo, divertito il secondo), si accorsero che il dottissimo, per malinteso, enarrava i miracolosi avvenimenti della vita di Sant’Antonio, sì, ma da Padova. L’arciprete, la lunga tonaca trattenuta dalle mani ossute, scivolando lungo la parete uscì dalla sala e corse in fretta nell’ufficio, dove scrisse un imbarazzato biglietto che fece recapitare da un chierichetto direttamente all’oratore. di Giandomenico Vivacqua  continua

 

 

 

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