Germano Maccari l’ultimo inquilino di via Montalcini

 

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Via Montalcini 8

La prigione di Aldo Moro

 

 

Il “quarto uomo” Germano Maccari

La mattina del 13 ottobre 1993 gli agenti della Digos bussano alla porta di casa Maccari, hanno un mandato di cattura,  per concorso in sequestro di persona e omicidio aggravato commesso per finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine costituzionale, in danno del presidente della DC Aldo Moro e degli agenti della sua scorta.

In casa ci sono soltanto Germano e sua madre, lui finge di cadere dalle nuvole, viene ammanettato e portato in carcere senza opporre resistenza. Davanti al giudice istruttore nega ogni addebito con determinazione. Però a suo carico ci sono le dichiarazioni di  Adriana Faranda – che di fronte ai magistrati che le facevano il nome di Maccari ha finito per ammettere che c’era anche lui in via Montalcini – e le ambigue risposte di Valerio Morucci, il quale non conferma  e non smentisce. Ma Germano continua a proclamarsi innocente: - Non sono io l’uomo che cercate, non centro nulla con le Brigate Rosse né con il sequestro Moro-.

Secondo la Faranda, che riporta presunti racconti di Gallinari, fu proprio Maccari a sparare al Presidente Moro, naturalmente lui nega. Con i suoi avvocati, con i familiari, con i politici e coi giudici: - Non sono io , è un errore,uno sbaglio.

Sceglie la via della difesa tecnica : - Dimostratemi voi che sono colpevole, non devo essere io a provare la mia innocenza.

Il braccio di ferro con investigatori e magistrati va avanti per mesi, lui dal carcere a gridare che non c’entra  e loro fuori a confermare di aver svelato uno dei misteri del caso Moro.

In favore di Germano si schierano i garantisti, che non vedono di buon occhio accuse arrivate con 15 anni di ritardo, e i dietrologi che si immaginano un “quarto uomo” fatto di tutt’altra pasta, non certo un ex operaio artigiano di Centocelle, ma un “grande vecchio” in contatto con i servizi segreti dell’Est e dell’Ovest, naturalmente Maccari ne approfitta per dire: - Non sono io-.

 

Dopo due anni di carcerazione preventiva, il processo non è ancora iniziato, e Germano torna in libertà per scadenza dei termini di carcerazione preventiva. Ora è libero, potrebbe anche fuggire, andare in Francia dove ci sono altri ex terroristi rifugiati, ma non lo fa, forse per mantenere fino in fondo la sua linea difensiva. Gli investigatori non smettono di cercare nuovi elementi, finchè dalle migliaia di carte sul delitto Moro depositate nei tribunali e nelle commissioni d’inchiesta salta fuori il contratto per l’allaccio della luce con Acea firmato nel 1977 dal sedicente ing  Luigi Altobelli. I magistrati ordinano una perizia calligrafica, potrebbe essere la prova per inchiodare Maccari.

Nel 1996,davanti alla Corte d’Assise di Roma, si apre il dibattimento chiamato Moro “quinquies”. Tra gli imputati. alla sbarra     c’è anche Germano, il quale dopo 18 anni di segreti e di bugie raccontate anche a se stesso, decide che non può resistere oltre. Il padre di Maccari è morto con il dubbio che suo figlio , un figlio di un comunista, sincero e democratico come lui fosse davvero uno dei carcerieri di Aldo Moro. Germano parla con la madre, con la sorella, con la donna conosciuta dopo il nuovo arresto e che è diventata la sua compagna:- Hanno ragione loro, ho partecipato a quel sequestro, ma vi giuro che non sono io ad aver sparato all’on Moro. E’ un colpo durissimo per tutti. Alla sua compagna gli dice che sicuramente dovrà tornare in carcere, e non certo per poco tempo, gli dice di decidere se vuole andarsene o restare, lei gli rimane accanto. La mattina del 19 giugno 1996, di fronte ai giudici Germano ammette di essere lui il “quarto uomo” di via Montalcini, precisando però di essere stato sempre contrario alla esecuzione del presidente e di non essere stato lui a sparare.

Questo non cambia molto il giudizio finale della Corte, viene condannato all’ergastolo, poi ridotto a 30 anni e nei gradi successivi definitivamente a 23 anni.

 

Maccari dirà poi di aver commesso tanti errori, però il più grave è stato quello di aver partecipato al sequestro e di non essere riuscito a fermare i suoi compagni : Mi sento moralmente responsabile di tutte le morti che ci sono state,in questo momento il mio pensiero va alla vedova del presidente Moro e alle vedove degli agenti della sua scorta. -Vorrei chiedere perdono, ma temo che così facendo proseguirei la grande offesa che ho provocato-.

La sera del 25 agosto 2001 Maccari muore per un aneurisma celebrale nel carcere di Rebibbia dove stava scontando il resto della pena.

 

L’autodifesa e le dichiarazioni di estraneità alle Brigate rosse

Un passo dell’audizione di Maccari alla Commissione Stragi presieduta dal Senatore Pellegrino

Il senatore Pellegrino a Maccari: <<Devo dire che la sua autodifesa era così convincente che, in una proposta di relazione che personalmente ho depositato alla Commissione nel dicembre del 1995, io ponevo in dubbio che lei fosse Altobelli. Infatti, ritenevo che l’accusa fosse quella: la Faranda la sostiene pienamente, Morucci la sostiene con qualche perplessità, ma, per l’idea che ci eravamo fatti dell’ingegner Altobelli, non mi sembrava che quell’identikit potesse esserle facilmente attribuito. Nel dicembre del 1995 dubitavo della sua colpevolezza.>>

Maccari :<< Quando fui arrestato nell’ottobre del 1993 per questa vicenda, ho negato. Era un mio diritto, un diritto riconosciuto anche dalla legge. Non ho mentito, ho tenuto nascosta la verità, anche quando, mentre ero in carcere, fu fatto in mio favore un appello sottoscritto da parlamentari e intellettuali. Credetemi, quando ho confessato, nella mia dichiarazione dissi che avevo approfittato di questa possibilità, non mi sembrava un grande torto, ma chiesi scusa. Lo avevo tenuto nascosto a tutti: ai miei familiari, alla mia ex convivente, ai miei stessi avvocati. Ogni uomo ha i suoi tempi, dopo per me è scattato il tempo di capire e maturare questa decisione.>>

 

Chi era Maccari

Nato a Roma nel 1955 Germano Maccari muove i suoi primi passi nel mondo della politica nel quartiere di Centocelle, dove fin dal 1969, all'interno del liceo in cui è studente, diventa uno dei leader del cosiddetto movimento. Si interessa di lì in avanti delle lotte per le case e delle altre mobilitazioni di quel periodo. Passato in Potere operaio si occupa di compiti di servizio d'ordine e decide di passare alla lotta armata. Ferisce alle gambe un caporeparto della Fatme nel 1973 e sempre all'interno di Potere operaio con Valerio Morucci, Adriana Faranda e Bruno Seghetti costituisce il Lap (Lotta Armata Potere Proletario). Quando nel 1976 questo gruppo si scioglie confluisce nelle Brigate Rosse

Nel 1978 in occasione del sequestro Moro è quello che per anni viene indicato come il "quarto uomo". In dissidio con Moretti sulla decisione di uccidere l'ostaggio, Maccari esce dalla Br subito dopo il tragico esito dell'operazione. Rimane fuori dalla inchieste per quasi venti anni anche se finisce in carcere per altri fatti di terrorismo. Nel 1993 grazie da una rivelazione di Adriana Faranda confermata poi da Morucci ed anche indirettamente da Mario Moretti in un suo libro intervista, Germano Maccari viene accusato anche per i fatti di via Fani. Maccari inizialmente nega il suo coinvolgimento nel sequestro Moro per poi dopo confessare e rispondere alle domande dei giudici. Condannato a 26 anni in corte d'Assise, muore nel carcere di Rebibbia di Roma il 26 agosto del 2001.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La condanna a morte di Aldo Moro

Sette giorni lunghi un secolo

Audizione di Germano Maccari alla commissione stragi

Aldo Moro.. e le reticenze dei brigatisti

 

 

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