Agitazioni contadine e il governo latifondista
link collegato :la strage di Melissa
Il tentativo di Gullo di riformare l’agricoltura meridionale, non
era stato coronato da successo. Il nuovo ministro dell’agricoltura, il ricco
proprietario terriero Antonio Segni,
svuotò in parte la legislazione del suo
predecessore Gullo con i decreti del 1946 e del
dicembre 1947.L’articolo 7 del primo decreto dava in particolare ai proprietari
il diritto di reclamare la terra se i
contadini avessero violato le condizioni alle quali
era stata concessa. Non appena le sinistre furono estromesse dal governo
centrale, questa clausola fu usata dai
proprietari per intraprendere una
vasta offensiva legale contro le cooperative contadine. Molta della terra
conquistata nell’inverno 1946/47 fu perduta l’anno successivo.
In questo modo Segni potè rassicurare le èlites meridionali e nelle elezioni dell’aprile 1948 la DC
recuperò gran parte del terreno elettorale
che aveva perso nel meridione
agricolo. I problemi di queste zone, tuttavia, rimanevano urgenti come prima.
La maggior parte delle terre
migliori rimaneva nelle mani di pochissimi proprietari, e troppa gente rimaneva
senza terra da coltivare ed era alla fame. Dall’inchiesta parlamentare sulla
miseria del 1954, risultò che l’85% delle famiglie
classificate povere si trovava al sud, con Calabria e Basilicata
all’avanguardia.Il reddito pro capite , fatta 100 la media nazionale, era di 174 in Piemonte e di
52 in Calabria. Quando nel dicembre 1949 i comunisti organizzarono in Calabria
un’assemblea regionale, i contadini furono invitati a stilare degli elenchi
delle loro proteste, sulla falsariga dei Cabiers de dolèance della Francia del 1788. Si scoprì che l’80% dei comuni della
Calabria non aveva edifici scolastici o aveva scuole sistemate in edifici
malsani e pericolanti, l’85% dei comuni non aveva canali di scolo e acquedotti
insufficienti . Per ogni 1500 abitanti vi era un solo
posto letto negli ospedali, e il 45% della popolazione era analfabeta.
Il solo grande
passo avanti rispetto al passato era
rappresentato dall’impiego estensivo del DDT nella disinfestazione, attuato
dopo il 1944 con l’aiuto degli alleati, che aveva reso possibile la bonifica di aree malariche
e paludose in Sardegna e nella Maremma toscana,oltre alcune zone della
Sicilia occidentale e della Basilicata.
Le altre calamità dei
contadini meridionali, comunque, rimasero immutate.
Nel 1949 il movimento contadino, che tra il 44 e il 47 aveva conosciuto un
esteso ciclo di lotte, mosse di nuovo all’offensiva. Anche
se il supporto legale dei decreti Gullo era in gran
parte venuto a mancare, gli occupanti
continuarono a rivendicare il loro diritto alla terra.
Le colonne dei contadini che
in quell’anno marciarono sui
latifondi avevano spesso attaccata all’asta delle lore
bandiere una copia della costituzione repubblicana del 1948, l’articolo 42 in
particolare era stato imparato a memoria:” la proprietà
privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina…i limiti allo
scopo di assicurare la funzione sociale
e di renderla accessibile a tutti”.
Più forte ancora era la
memoria collettiva della terra promessa ai comuni contadini in epoca
napoleonica e mai concessa loro. Tra il 1944 e il 1947 molte delle occupazioni
di queste terre demaniali erano avvenute senza che si prestasse molta attenzione al fatto
che la terra fosse o non fosse “malcoltivata”.
La maggior parte dei
dirigenti contadini del movimento e parecchi tra i suoi esponenti più attivi
appartenevano al Partito Comunista.Le sez del PCI nelle cittadine e nei paesi del Mezzogiorno
agricolo erano completamente dominate dai
contadini più poveri. Questo carattere del partito sia nelle zone
rurali sia nelle città meridionali causò
non poca preoccupazione della direzione nazionale. Nell’aprile
1947 Togliatti
esortò senza mezzi termini i quadri della federazione di Messina ad applicare
la strategia delle alleanze del partito e ad allargare la sua base sociale.
Verso la fine del 1949 la strategia della direzione comunista era soprattutto
volta a contrastare l’influenza della
col diretti nelle campagne meridionali rivolgendo in particolare appelli ai
coltivatori diretti e ai piccoli proprietari.
Queste considerazioni strategiche trovarono la loro conferma nella preoccupazione con cui
la direzione nazionale e i segretari
regionali, come ad esempio il
responsabile della federazione calabrese Mario Alicata,
guardavano alle occupazioni di terre di dubbia legalità guidate dai contadini
poveri.
Togliatti, dopo
il suo tentato assassinio, non voleva che le agitazioni del sud fossero ulteriore pretesto per spingere la DC a nuovi provvedimenti
anticomunisti su scala nazionale. I militanti
meridionali del partito, soprattutto in Calabria ,
avevano tuttavia una visione diversa della situazione ed erano riluttanti (e
spesso impotenti) a controllare il movimento contadino già avviatosi.
Nell’ottobre del 1949 i
contadini calabresi marciarono ancora una volta sui latifondi,la
situazione nazionale non era più
favorevole come negli anni precedenti, quando la sinistra era ancora al
governo, Gullo era ministro dell’agricoltura, e
sembrava possibile ancora creare un’Italia postbellica socialmente più giusta.
E tuttavia la mobilitazione del 24 ottobre del 49 superò ogni aspettativa degli organizzatori. Vi presero parte circa 14 mila contadini dei comuni orientali delle
province di Cosenza e Catanzaro. Interi paesi parteciparono ai cortei: dai
pendii delle colline adiacenti diverse colonne
di contadini, chi a piedi chi a cavallo, con donne e bambini, scendevano
al piano, sventolando le bandiere in segno di saluto e di incoraggiamento.
Quando giunsero sui latifondi dei grossi proprietari,
i contadini segnarono meticolosamente i confini
della terra e la divisero, iniziando il lavoro di preparazione della
semina. Irritati da quest’ultima ondata di occupazioni, alcuni parlamentari calabresi della
Democrazia cristiana partì per Roma a chiedere un massiccio intervento della
polizia. I reparti della celere di Scelba
si misero presto in moto verso i paesi dei” contadini ribelli” . Uno di essi arrivò il 28 ottobre a Melissa. A nord di
Crotone, e si acquartierò per la notte nella casa del possidente del luogo, il
barone Berlingieri. I contadini avevano occupato Melissa il fondo chiamato Fragalà,
metà del quale era stato assegnato al comune dalla legislazione napoleonica del
1811.
La famiglia Berlingieri, tuttavia aveva col tempo usurpato l’intera
proprietà. Nel 46/47 i contadini locali si erano impadroniti di Fragalà, Berlingieri, riconoscendo in parte la validità della loro
pretesa, aveva offerto a titolo di transazione un terzo della proprietà, ma
essi l’avevano rifiutata.
La mattina del 29 ottobre
1949 la polizia giunse nella tenuta e cercò di scacciare con la forza i contadini
dalla terra. Questi ultimi resistettero all’intimidazione e la polizia
aprì il fuoco. Tre persone furono uccise, tutti con colpi d’arma da fuoco alle
spalle: il giovane Giovanni Zito, di soli 15 anni, il ventinovenne Francesco Nigrodi e Angelina Mauro, una giovane donna che morì più
tardi in ospedale, inoltre a 15 feriti tra i contadini e sei
arresti.
La strage di Melissa, come
l’attacco del 1 maggio a Portella delle
Ginestre da parte della banda di Salvatore Giuliano, riportò
ancora una volta all’attenzione di tutto il paese le condizioni di vita dei contadini
meridionali.
La reazione dei contadini fu
ancora più importante, sull’onda di Melissa il movimento si diffuse ben oltre
la Calabria e coinvolse praticamente tutta
l’Italia meridionale.
Nei successivi tre mesi altri
nove contadini vennero uccisi dalla polizia di Scelba, gli arrestati si contarono a migliaia e i feriti
furono centinaia
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