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Da Mattarella
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Mattarella con Sandro Pertini Il questore di Palermo, Giuseppe Nicolicchia. Era piduista e, pare, amico di
Gelli. Forse per questo nessuno disturbò la
“prigionia” del latitante Sindona,
che circolava liberamente in città e provincia nell’estate del 1979. Ma era anche in buoni rapporti con Ciancimino. Una sera il
questore era in macchina, in giro per Palermo, proprio con Don Vito e insieme
riflettevano sulla catena di delitti che si erano
scatenati in città. A un certo punto Ciancimino,
parlando del delitto Mattarella, se ne sarebbe
uscito con una battuta che è poi diventata una sorta di macrabo
tormentone: > secondo me sono state le Brigate rosse>. Bruno Contrada,
in seguito arrestato e processato per concorso in associazione mafiosa, era
all’epoca capo della Mobile. Nicolicchia lo spedì a Londra, dove si era rifugiata da parenti la vedova
del presidente Mattarella, Irma Chiazzese,
per fargli in foto il boss Salvatore Inzerillo, che
gli fu indicato come possibile killer del marito. Ma la vedova disse no, non gli somigliava affatto, e anche in seguito non ha mai
cambiato opinione, convinta che il giovane che aveva sparato fosse Fioravanti. Un’indicazione poco gradita al questore,
che naturalmente non ne tenne conto.
Pio Furono molti i delitti politici in
quegli anni. Nell’82 fu ucciso Pio La Torre, deputato comunista, segretario
regionale del PCI, impegnato contro l’installazione dei missili a Comiso, ma anche nel varo di una legge, poi approvata,
che prevedeva il sequestro dei beni sequestrati ai mafiosi. Poco prima di
morire, in un’intervista all’Espresso , La Torre
dichiaro: Gli omicidi di Palermo sono stati decisi da un tribunale
internazionale composto da gente di altissimo
livello. Sono omicidi pesanti, di uno stile molto diverso da quello mafioso tradizionale. Sono una sfida allo Stato e
alla società civile. Mi rifiuto di pensare che un uomo politico del peso di Mattarella sia stato ammazzato per decisione di qualche
costruttore mafioso. Il segretario regionale del PCI intravedeva nei delitti
siciliani una convergenza di interessi che andava al
di là di moventi puramente mafiosi. Proprio in quel periodo andavano
intensificandosi le indagini sulle logge massoniche che avevano nella P2 la
massima espressione. Nel febbraio 83 , su ordine di
Falcone, la polizia pedinava Giovanni Lo Cascio,
imprenditore tessile, sospettato di traffico di droga, in uno dei pedinamenti
fu visto entrare in un palazzo di via Roma a Palermo, al n°
391, interno 4, la targa indicava un non meglio conosciuto >Centro
Sociologico Italiano>. Gli agenti all’interno scoprirono gli elenchi degli
affiliati a ben sei logge diverse. Nello stesso stabile per una strana
coincidenza, c’era anche una sede dei servizi segreti. Pochi giorni dopo fu arrestato il commercialista Giuseppe
Mandatari, per associazione a delinquere di stampo
mafioso, il suo nome era nell’elenco della loggia Camea trovato
in via Roma. I giudici lo accusarono di riciclare i proventi della mafia, ma Falcone non riuscì a trovare le prove e finì per
scagionarlo dalle accuse. Nei diari del giudice istruttore Rocco Chinnici
la decisione fu commentata con disappunto: il giudice sospettava di un
intervento dall’alto. Dopo la sua morte quelle parole servirono ad alimentare
i veleni al palazzo di giustizia di Palermo, a spargere ingiusti sospetti su
Falcone. Eppure, le velate accuse di di
Chinnici, anche se errate, non erano
incomprensibili in una città che viveva lacerata dall’odio, dai sospetti, con il fiato della
mafia sul collo, dove i servitori dello Stato cadevano come mosche in
un’Italia “sudamericanizzata”. Rocco Chinnici Il 29 luglio anche Rocco Chinnici saltò in aria davanti al portone di casa in via Pipitone Federico. Era stata
usata la tecnica libanese dell’autobomba: ci furono quattro morti e
diciannove feriti. Cominciò così a Palermo l’era
dello stragismo mafioso. Una strage annunciata, quella di via
Pipitone: tre giorni prima Bou Che Bel Ghassan, libanese e informatore dei servizi segreti, aveva
telefonato ad Antonio de Luca, della Criminalpol
palermitana, per dirgli che era in preparazione un grosso attentato. Nessuno
pensò a Chinnici, che invece in quei giorni stava
lavorando proprio attorno ai mandanti del delitto La Torre ed era arrivato a
clamorose scoperte. Sono le vedove di Palermo a raccontarlo
: Giuseppina Zacco, moglie del segretario
regionale del PCI, e Rita Batoli, moglie del procuratore Gaetano Costa,
assassinato nell’agosto 80: anche lui impegnato in indagini sugli omicidi
politici-mafiosi. Racconta Zacco: > Chinnici ci venne a trovare ,
disse: “ siamo arrivati al punto, il caso
La Torre è chiaro. Dica alla sua amica Irma Mattarella
che queste novità riguardano anche lei. Si tratta di qualche settimana e
vedrete che
si saprà tutto” E invece il povero Chinnici fu ucciso. Fonte: “il libro nero della
Repubblica” |
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