Aldo Moro : ordine dall’estero ?

 

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Nell’ambito del filone interpretativo secondo il quale le BR furono soggette ad influenze esterne, c’è chi- come si è visto- non si pone più tanto il problema della nazionalità di quella entità, largamente indeterminate, che avrebbero pilotato la vicenda Moro. Accanto alle predette formulazioni, poi, sopravvivono e sono tuttora diffuse altre versioni, di vecchia data, le quali invece si caratterizzano decisamente per il loro orientamento verso l’estero.  Ricostruzioni di quest’ultimo tipo, infatti, cominciarono a circolare già all’epoca del sequestro. In alcuni casi, anzi, le loro origini risalivano ad ipotesi generali sul terrorismo italiano e i suoi eventuali rapporti con potenze straniere, nate sin dal tempo delle prime manifestazioni del fenomeno politico- criminale.

 

Nell’imminenza dei fatti, l’idea che la matrice degli episodi che tormentavano l’Italia trovasse all’estero, valeva non meno di quella opposta, che il problema fosse interno. Con il trascorrere degli anni, però, la tesi dell’origine straniera del terrorismo del nostro Paese si è indebolita, a seguito dell’individuazione di un considerevole numero di persone , tutti italiani responsabili dei vari episodi di terrorismo ( specie quello di sinistra), e dell’assenza di qualsiasi risultato concreto nella direzione opposta. Nello specifico caso di Moro, inoltre , alcune fra le motivazioni astrattamente plausibili nella logica di mandanti italiani,-ambizioni personali, lotte correntizie, giochi di potere a livello nazionale-, perderebbero senso in quella dei mandanti stranieri,invece. In  riferimento a questi ultimi, il ventaglio delle possibili causali è notevolmente ristretto, e le poche residue, invero, sono anch’esse difficilmente applicabili alla realtà.

 

Si prenda ad esempio la versione più comune, secondo la quale il piano criminoso- di marca vuoi atlantica, o sovietica, o israeliana ( dato che è stata proposta anche questa pista)- sarebbe stato concepito al fine di eliminare lo statista italiano. Contro tale interpretazione ( la quale, per inciso, viene sovente proposta anche in chiave italiana) militano tre forti obiezioni. La prima ( formulata da Sabbatucci) si richiama al fatto che gli assalitori, nel momento in cui la mattina del 16 marzo l’uomo politico venne a trovarsi alla loro mercè, evitarono di sparargli , bensì lo sequestrarono, con tutte le incognite che ciò comportava per la sua futura sorte; la seconda ragione per dubitare che le BR fossero uno strumento di potenze straniere, servito per uccidere lo statista, è che l’attività del gruppo terroristico italiano non si esaurì affatto con il conseguimento del presunto obbiettivo rappresentato dalla persona di Aldo Moro, ma proseguì massicciamente e si trascinò per molti anni ancora. La terza è che a partire dal 20 aprile i sequestratori proposero pubblicamente uno scambio tra l’ostaggio ed i cosiddetti “prigionieri politici”, è ciò avrebbe comportato la sopravvivenza del presidente della DC , qualora la controparte avesse accettato.

 

Peraltro, il terzo rilievo critico si attaglia anche ad una variante dell’ipotesi di fondo: quella, cioè, secondo la quale l’intera operazione, realizzata dalle BR con l’assistenza di Paesi certamente non alleati dell’Italia o peggio ostili, mirava piuttosto a carpire segreti di Stato all’ostaggio, la cui sopravvivenza finale sarebbe stata necessaria per coprire la natura spionistica della vicenda. Un discorso simile, unito alla contestazione che in realtà l’assassinio di Moro non seguì a stretto giro la fine “dell’interrogatorio” , significherebbe quanto meno che l’ipotesi di estero -direzione dovrebbe trasformarsi allora in quella di una co -direzione, cronologicamente scandita; le potenze straniere si sarebbero limitate ad esigere che venisse portata a compimento la parte  dell’operazione che interessava loro, e le BR sarebbero rimaste libere da quel momento in poi di regolarsi come volevano. Di fatto, come vedremo tra breve , una lettura di questo tipo venne suggerita nell’ottobre 1978 dall’extra-parlamentare di sinistra Renzo Rossellini ( figlio del grande regista) , ed è stata rilanciata a varie riprese in commissioni stragi.

 

Il suddetto scenario con apporto orientale, beninteso, è puramente teorico. Resta da vedere se ed eventualmente in quale misura esso trovi riscontri di carattere fattuale, dopo che la rovina tanto delle BR  quanto del blocco sovietico hanno reso possibili ormai da anni accertamenti che, un tempo, gli inquirenti potevano appena vagheggiare. Se concreti appoggi dall’Europa dell’est ci sono stati- per il caso Moro e magari anche per i sequestri Sossi- Costa- Taliercio e via continuando, pure questi apparentemente riusciti alle BR senza bisogno  dell’aiuto di nessuno-, qualche traccia deve risultare. In caso contrario, si sarebbe indotti a negare l’esistenza di tale complicità, come in effetti è stato fatto dal consulente della commissione stragi Carlo Nordico

Il tema di un secondo fine dell’operazione Moro- accanto a quello dell’eliminazione fisica dello statista-  si è affacciato pure sul versante dell’ipotesi  del complotto atlantico. Così, nell’ottica indicata da Guerzoni nel 1995, le parti andrebbero invertite: a proseguire un imprecisato secondo “utile” sarebbero state le BR , mentre a volere la morte dello statista, i ( presunti) mandanti dall’estero. Questo, in sintesi, lo schema del “delitto in appalto”. Guerzoni, però, non dice quale fosse questo secondo interesse delle BR, distinto da quello di chi aveva dato loro “l’appalto”.

 

D’altra parte, accedendo invece all’alternativa in base alla quale l’azione di via Fani sarebbe opera delle sole BR, ed altri soggetti si sarebbero inseriti decisamente nella vicenda solo in un secondo tempo, immaginarli di nazionalità non italiana implicherebbe alcuni problemi supplementari.  Innanzi tutto, dato che l’ostaggio era un esponente del sistema politico italiano, personaggi provenienti da altri contesti avrebbero avuto difficoltà a farsi accettare quale controparte dai sequestratori. Inoltre, qualora pure gli emissari stranieri fossero riusciti a superare tale primo, grosso ostacolo, ed avviare trattative ( delle quali però non si è trovato il minimo indizio), questi poteri non italiani cosa avrebbero avuto da offrire ai brigatisti, dopo che questi ultimi erano stati capaci di catturare Moro da soli?. La garanzia di immunità in caso di arresto ad opera di forze di polizia italiane, non era nelle possibilità  dei paesi dell’est, ed era problematica persino per il potente alleato dell’Ovest.  E’ risaputo, del resto, che i brigatisti ritenuti colpevoli della strage di via Fani e del sequestro Moro sono stati condannati alle pene più pesanti previste dal nostro ordinamento, e le hanno scontate in misura non inferiore a quelle di altri soggetti,condannati ad uguale sanzione per reati comuni.

Si prometteva forse rifugio nel caso di una sconfitta finale, che peraltro quegli esaltati temevano ? L’esperienza ormai storica insegna, semmai, che il paese nel quale i sovversivi di sinistra italiani sono andati a riparare è la Francia, la quale ha un’antica tradizione di ospitalità verso coloro che ritiene rifugiati politici, di gran lunga anteriore alla nascita delle Brigate Rosse e di tutte le altre formazioni operanti negli anni settanta.

Fattori psicologici, più che altro, hanno giovato alla popolarità ed alla persistenza dell’idea di una matrice internazionale. Secondo la relazione finale della Commissione Moro, considerevole parte dell’opinione pubblica era stata suggestionata in tal senso “dalla spettacolare organizzazione dell’agguato, dal perfetto disimpegno di tutti i protagonisti, dalla spietata freddezza degli assassini, tutti elementi  che inducevano a ritenere  che l’operazione fosse opera di individui di mentalità e di esperienza diverse di quelle nostrane.

 

“Ovvero, il diffuso modo di pensare era: “sono efficienti, dunque stranieri o diretti da stranieri”,come sintetizzava il giornalista Alberto Ronchey, al quale tale atteggiamento appariva “alienazione collettiva”, e la stessa “ temuta efficienza del terrorismo” sembrava niente altro che una “proiezione capovolta dell’alto grado di confusione comune”.

A detta della Commissione Moro, inoltre, il fatto che pure i servizi di sicurezza avessero inizialmente manifestato acquiescenza verso l’ipotesi della presenza di stranieri in via Fani, salvo poi invece negarla, era probabilmente da considerarsi un tentativo di dare “una spiegazione dell’inopinato avvenimento e una giustificazione per gli organismi che erano riusciti a prevenire un così grave delitto”. La valenza auto- assolutoria di ipotesi per le quali il male sarebbe venuto dall’esterno, e da potenze più grandi dell’Italia, tuttavia resta. Ed è questione che non riguarda solamente i servizi segreti. Non a caso, questa tendenza ricompare in varie forme ed a varie riprese nelle opinioni correnti sulla vicenda Moro. L’organismo parlamentare concludeva comunque la propria approfondita disamina affermando che “il terrorismo è indubbiamente un fenomeno autoctono, nato ed organizzatosi in Italia ed è stato  costantemente diretto da menti italiane”.

 

Naturalmente, nel loro insieme, tali premesse in verità più negative che positive rispetto alla possibilità di una guida dall’estero, essendo di carattere astratto, non hanno un valore, assolutamente preclusivo, bensì semplicemente valgono fino a prova contraria. Il problema, d’ora in avanti, diventa pertanto il seguente : tali prove in contrario non esistono?

Le ipotesi di estero - direzione straniera che tengono attualmente il campo, puntano essenzialmente in tre direzioni : gli USA- L’ex URSS – ed i paesi dell’ex Patto di Varsavia ( prima fra tutti l’ex Cecoslovacchia) , ed infine il Medio Oriente, in particolare Israele ( Paese che secondo alcune ricostruzioni avrebbe agito in proprio; secondo altre , invece, per conto dell’occidente).

 

Tratto dalla documentazione della Commissione Moro da “ Odissea nel caso Moro”

 

 

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