Gli
intoccabili….o quasi
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destra eversiva – E Dell’Utri creò
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libera” a Forza Italia – Io Dell’Utri e
le stragi – Cosca Italia
Una Connection
con la mafia – Piovre e
Biscioni – Berlusconi e lo
stalliere di Arcore – La censura di
Silvio – I voti della
mafia -
Gli
Intoccabili. Non è la classica “storia della mafia” questa esatta
ricostruzione ad opera di Travaglio e Lodato.
E’ più
una lettura critica
di un secolo di lotte tra mafia e antimafia scritta con il cipiglio agguerrito
ora di una requisitoria ora di un’arringa difensiva corroborata scrupolosamente
da documenti processuali. Il grande imputato è senza dubbio lo Stato nella sua
parte molle, connivente, concussa, vigliacca, distratta, debole, corrotta che
consente alla mafia, a Cosa Nostra di proliferare e di sopravvivere sempre e
comunque a tutte le stagioni. Uno Stato che ha esposto e abbandonato i suoi
uomini migliori per cent’anni, di solitudini appunto, come efficacemente cita
il titolo del primo capitolo.
Cinque lettere, dalla negazione dei notabili e dei politici garanti del buon
nome della Sicilia, alla legittimazione della m-a-f-i-a come “braccio violento
del potere” che agisce ogni qualvolta gli equilibri vanno in stallo e
necessitano di essere ristabiliti e rinegoziati, quando per esempio uno o più
elementi eterogenei al sistema dà segni di rigetto e rischia di comprometterne
la salute.
Da cent’anni il delitto Notarbartolo, Portella della Ginestra, l’omicidio di
Pier Santi Mattarella,
Storie di uomini e donne, diventati eroi semplicemente per aver svolto il
proprio lavoro con abnegazione e responsabilità noncuranti del rischio, della
paura e dell’isolamento, andati più o meno consapevolmente incontro alla morte
senza esitare.
Il cuore del libro è senza dubbio l’accorata, e da noi totalmente condivisa,
difesa del lavoro svolto, negli anni immediatamente successivi alle stragi del
‘92 e ‘93, dalla Procura di Palermo guidata da Gian Carlo Caselli il quale ha
scontato e continua a scontare l’imperdonabile colpa di essere ancora vivo. La
prassi adottata dal sistema di potere infatti contempla prima di tutto il
ricorso all’attacco sistematico, alla calunnia, alla colpevolizzazione, alla
sovraesposizione. E questo è uno dei tanti aspetti che accomuna Caselli a
Falcone e Borsellino dai quali non ha ereditato solo la vile aggressione, ma
anche un metodo di lotta alla mafia che ha avuto il coraggio di seguire fino in
fondo. In realtà, precisano giustamente i due giornalisti, un metodo che
Caselli conosceva benissimo per averlo adoperato ai tempi del primo pool
antiterrorismo, essendone stato uno dei fonda
tori.
Assieme ad aggiunti e sostituti, altrettanto coraggiosi e disponibili a
rischiare la propria incolumità pur di onorare la memoria dei due e dei molti
altri magistrati assassinati dalla violenza di Cosa Nostra, Caselli dà inizio
all’epoca d’oro della lotta alla mafia. Vengono arrestati quasi tutti gli
esecutori materiali delle stragi, a partire dal capo Salvatore Riina che viene
catturato proprio il giorno dell’insediamento del procuratore, vengono
letteralmente decapitati i mandamenti e mafiosi di grosso calibro cominciano a
pentirsi e a svelare anche i segreti più reconditi della Cupola. Confesseranno
persino di aver pensato che era giunta la fine di Cosa Nostra. E così in
effetti sembrava. Mai prima di quel momento la magistratura era stata così sostenuta
da leggi adeguate, fondi necessari, appoggio incondizionato e soprattutto dalla
partecipazione attiva della società civile. Sembrava che le stragi con quell’
immenso tributo di sangue avessero risvegliato una volta per tutte le coscienze
degli italiani che finalmente avevano capito la dimensione nazionale del
fenomeno mafioso e insieme volevano combatterla.
Un’illusione. Poiché non appena Caselli e i suoi pm hanno cominciato a toccare
il centro nevralgico dell’associazione criminale, vale a dire i rapporti
collusivi con la politica, l’imprenditoria, le istituzioni, cioè i vari
colletti bianchi compresi quello talare e quello sotto la toga, il vento ha
ricominciato a soffiare al traverso.
Assassini, terroristi, farabutti, brigatisti, faziosi, venduti, menti distorte,
mafiosi, dissennati, malati di mente… sono solo alcuni degli aggettivi
collezionati dai magistrati che hanno avuto l’ardire di far rinviare a processo
i potenti, gli intoccabili: Andreotti, Mannino, Carnevale, Contrada, D’Antone,
Musotto e Dell’Utri, per citare solo i più noti.
Travaglio e Lodato riportano passo passo, e questo è il grande merito del
libro, i vari iter processuali che sebbene si siano conclusi, nella maggior
parte dei casi, con un’assoluzione per insufficienza di prove, dimostrano la
validità dell’impianto accusatorio e soprattutto che i magistrati altro non
hanno fatto che il proprio dovere. Fermo restando che, al contrario di quanto
la stampa sempre più asservita e compiacente ha falsamente affermato, in tutte
le motivazioni delle sentenze c’è abbastanza di cui un funzionario dello Stato,
qualsiasi ruolo ricopra, abbia di che vergognarsi. Primo su tutti, proprio
perché il più scandalosamente santificato, il senatore Andreotti i cui rapporti
con la mafia di Stefano Bontade, quella che uccise il segretario democristiano
in Sicilia, Pier Santi Mattarella, risultano provati almeno fino agli anni
Ottanta.
Non è andata altrettanto bene al Senatore Marcello Dell’Utri condannato in
primo grado a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione
mafiosa. Nemmeno lui, dall’alto della sua influenza di braccio destro politico
del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, con tanto di stuolo di
melliflui libellisti al seguito e una vera e propria flotta di avvocati di grido
ha potuto smantellare l’ipotesi accusatoria dei pubblici ministeri basata su
decine e decine di prove granitiche: intercettazioni ambientali e telefoniche,
fotografie, filmati, testimonianze e dichiarazioni riscontrate dei pentiti.
In questo caso la grancassa mediatica dopo il solito, squallido e anche un po’
patetico ricorso al teorema del complotto e della povera vittima ha pensato
bene di riporre nell’armadio delle grandi occasioni tamburi, tamburelli e
trombette in attesa di tempi migliori. In silenzio il Senatore ha proseguito il
suo lavoro di coordinatore di Forza Italia come se nulla fosse accaduto.
Un po’
come fa la mafia con
la strategia della sommersione adottata da Bernardo Provenzano in questi anni
del dopo stragi: senza scruscio si fanno “i meglio affari”, non si arrecano
fastidi e si limitano al minimo i danni. Una politica che a quanto pare, paga.
Gian Carlo Caselli ha lasciato la procura di Palermo nell’estate del 1999 senza
tuttavia ottenere il risultato sperato di far placare la tempesta di polemiche
che non consentiva al suo ufficio di lavorare con serenità. Di fatto non sono
mai cessati gli insulti, le accuse e i colpi bassi a cui il Procuratore e i
suoi colleghi, ironicamente ribattezzati “i caselliani”, sono stati costretti a
rispondere sovraesponendosi per difendersi dalle calunnie e cercare di
ristabilire, per quanto possibile, la verità.
Questa incredibile sistematica azione persecutoria ha raggiunto la sua apoteosi
proprio in questi giorni. Tanto terrore suscitano l’integrità morale e
professionale di Caselli che si è giunti persino a tentare di far approvare al
Senato e alla Camera un apposito emendamento per far sì che il magistrato non
possa concorrere al posto di Procuratore Nazionale Antimafia in sostituzione di
Piero Luigi Vigna il cui mandato in scadenza è stato inconcepibilmente
prorogato a tal proposito. (In caso la norma venisse accolta ci auguriamo che
il Presidente della Repubblica si rifiuti nuovamente di firmarla). E non si
deve nemmeno far la fatica di ricorrere alla dietrologia in questo caso, perché
i teorici anticaselli e anticaselliani non hanno neppure tentato di nascondere
le loro intenzioni.
“Gian Carlo Caselli alla super procura nazionale antimafia?”- ha dichiarato
tronfio il senatore Bobbio - “certo che il mio emendamento serve ad escludere
questa ipotesi, lui non merita quell’incarico”.
Ad aspirare allo stesso ufficio anche l’attuale procuratore di Palermo Piero
Grasso. Strano destino quello di questi due uomini. Entrambi amici di Falcone e
Borsellino, si trovano oggi asserragliati su due posizioni opposte e non tanto
per il posto di superprocuratore, ma poiché entrambi riferimento di due
schieramenti di ottimi magistrati antimafia divisi da una voragine metodologica
che mina le fondamenta stesse del palazzo di Giustizia.
Sul punto noi di ANTIMAFIADuemila ci siamo lungamente espressi con una estesa
lettera aperta (vedi N°3 settembre 2003) al procuratore Grasso nella quale
abbiamo avuto modo di spiegare con franchezza il nostro disaccordo su alcune
scelte da lui operate nella gestione dell’ufficio. Ovviamente si tratta della
nostra semplice opinione di giornalisti, seppur specializzati nella tematica in
questione.
Travaglio
e Lodato nel capitolo
intitolato La normalizzazione accusano il Procuratore senza mezzi termini, e a
dire il vero con qualche forzatura (la velata allusione ad un possibile
collegamento tra Dell’Utri e Grasso poiché entrambi giocavano nella squadra di
calcio della Bacigalupo da ragazzi), di aver appiattito il lavoro dell’ufficio
optando di fatto per un’antimafia di basso profilo incentrata meramente sulla
repressione dell’ala militare di Cosa Nostra, tralasciando invece di colpire
l’organizzazione nei suoi gangli vitali cioè sul versante delle collusioni con
la politica e più in generale dei colletti bianchi.
Facendosi scudo della nota quanto assurda circolare “degli otto anni” che fissa
un termine di scadenza alla permanenza dei magistrati all’interno della
Direzione Distrettuale Antimafia, secondo i due giornalisti, Grasso avrebbe
“epurato” e quindi estromesso volutamente dal pool quei procuratori per così
dire oltranzisti della metodologia caselliana dell’attacco diretto al potere
contiguo a Cosa Nostra: Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte, Gioacchino Natoli,
Antonio Ingroia (tutti titolari dei maggiori processi dell’era precedente) ed
altri... A sostegno di questa tesi gli autori prendono ad esempio la conduzione
dell’indagine che vede coinvolto il Presidente della Regione Salvatore Cuffaro,
l’unica in questi anni sul fronte mafia-politica. E questo è già un dato,
puntualmente sottolineano.
Nell’ambito delle inchieste “Ghiaccio” e “Ghiaccio
I due giornalisti puntano il dito anche sulla gestione del collaboratore di
giustizia Nino Giuffré cui si sarebbero potute chiedere più informazioni sulle
relazioni eccellenti del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, di cui era
braccio destro, piuttosto che sui delitti e sugli avvicendamenti interni ai
mandamenti seppur certamente importanti. E’ forte anche la contestazione
per l’archiviazione dell’indagine sui cosiddetti “sistemi criminali”,
ossia su quell’ “ibrido connubio” tra mafiosi, ‘ndranghetisti, esponenti del
neofascismo e della massoneria deviata che vedeva nel mirino degli
investigatori personaggi del calibro di Licio Gelli, Stefano delle Chiaie,
Riina, Bagarella, i fratelli Graviano, Nitto Santapaola, l’avvocato Giovanni Di
Stefano (vicino al criminale di guerra serbo, il gen. Arkan), il commercialista
di Riina, Pino Mandalà per i quali erano stati ipotizzati reati che andavano
dal concorso esterno in associazione mafiosa all’associazione con finalità di
terrorismo e di eversione dell’ordine democratico. Un quadro a tinte a dir poco
fosche nel quale potrebbero inserirsi anche gli indizi per risalire ai mandanti
esterni delle stragi oltre agli ambienti della politica e della finanza.
Nel libro
sono riportate anche
le riunioni della DDA dove si sono vivacemente dibattute le tante questioni di
discordia, come la mancata circolazione delle informazioni, fulcro del lavoro
di squadra del pool. Che purtroppo c’è stata in violazione di quel principio
voluto proprio da Falcone e Borsellino che prevede, in virtù della particolare
natura del delicato compito di contrasto alla mafia, la massima condivisione
degli elementi investigativi al fine di perseguire migliori risultati.
Senza voler entrare nel merito dei contenuti delle altre riunioni sulla cui
veridicità e completezza abbiamo già raccolto pareri antitetici preferiamo
puntualizzare ancora una volta la nostra posizione.
Seppur non condividendo la metodologia adottata dal Procuratore Grasso nella
direzione del suo ufficio continuiamo a credere nella sua buona fede. Non
pensiamo che il procuratore Grasso sia uno “specialista delle carte a posto”,
come non riteniamo che abbia “nascosto le prove nei cassetti”, tuttavia
dobbiamo confessare di essere rimasti molto sorpresi nell’apprendere della sua
candidatura a Procuratore Nazionale Antimafia. Diversamente dal suo amico
Giovanni Falcone cui fu impedito di svolgere il proprio lavoro durante la
direzione di Giammanco, il Procuratore non è costretto a lasciare Palermo, anzi
egli dispone di tutto il potere necessario per poter proseguire la sua azione
di contrasto al crimine mafioso. Ci chiediamo quindi per quale motivo voglia
spostarsi a Roma.
Inoltre benché riconosciamo a Grasso, ai suoi aggiunti, compreso il procuratore
Pignatone sul quale ci eravamo permessi di sollevare legittimi, a nostro
avviso, dubbi, e ai suoi sostituti il merito di aver svolto un lavoro
ineccepibile dal punto di vista del contrasto alla mafia sia sul versante degli
arresti, dei beni confiscati, della ricerca dei latitanti… ci sentiamo di
criticarne l’eccessiva prudenza.
E’ vero che i collegi giudicanti di oggi sono sicuramente molto esigenti e
richiedono una mole probatoria inoppugnabile e maestosa per esprimersi sulla
colpevolezza di un imputato eccellente, ma se questi non vengono perseguiti, se
non si lascia nella storia anche la sola traccia del loro comportamento
amorale, non si sarà scalfita che la superficie della punta dell’iceberg che
protegge e preserva Cosa Nostra.
Comprendiamo il procuratore Grasso e i suoi collaboratori nella scelta di
essere rigorosi, pignoli e prudenti nella disamina delle prove, ma sappiamo
benissimo tutti che difficilmente avremo “la pistola fumante” (la fotografia,
il filmato o l’audio in cui si vede o si ascolta il mandante esterno chiedere
all’esecutore mafioso di compiere la strage) nei delitti di mafia che vedono
coinvolti illustri personaggi della politica e dell’alta finanza. Difficilmente
avremo la prova schiacciante delle collusioni di un politico di grosso calibro
con il capo di Cosa Nostra, oppure della corruzione di un potente finanziere
incaricato di riciclare gli enormi proventi dei traffici criminali. Avremo
elementi da ricostruire, testimonianze incrociate dei pentiti, quadri storici
da ricomporre… certo è molto più rischioso, ma l’ardire è l’unica via per
trascinare davanti alla sbarra non solo giudiziaria (affidandoci quindi al
libero convincimento del giudice), ma anche etico-morale e storica i potenti,
gli intoccabili appunto, quelli che “mandano” e che sono così abili da non
sporcarsi mai le mani.
Solo così la lotta alla mafia potrà fare passi avanti, altrimenti dovremo
accontentarci di vedere in galera, anche se giustamente, solo gli uomini
d’onore, seppur di primo piano, e non i mafiosi. Quelli che nonostante non
facciano direttamente parte di Cosa Nostra ne alimentano il potere di “vita” e
di “morte”.
E’ completamente assurdo per noi schierarci con Caselli e contro Grasso e
viceversa così come ci è stato chiesto da illustri storici dell’antimafia.
Mi torna alla memoria una scena. Quando, pochi anni orsono, durante un convegno
organizzato dal grande magistrato Antonino Caponnetto, per tutti noi Nonno
Nino, l’avvocato Li Gotti, storico difensore di Tommaso Buscetta e di altri
collaboratori di giustizia tra cui Giovanni Brusca, chiese pubblicamente ai due
magistrati di abbracciarsi di fronte al pubblico. Un appello che entrambi
accolsero immediatamente stringendosi le mani e dimostrando così il loro alto
senso dello Stato per il quale hanno dato la vita i loro due amici e colleghi:
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Giorgio Bongiovanni
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