IMI-SIR la madre di tutte le corruzioni
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dei giudici contro di me
Diffuse le motivazioni della sentenza di condanna di Previti e degli altri imputati: "Degrado della
giustizia ad uso privato"
"La vicenda Imi-Sir fu frutto di una gigantesca opera di
corruzione": lo scrivono i giudici della IV
sezione penale del Tribunale di Milano, nella motivazioni della sentenza con la
quale, lo scorso 29 aprile, sono stati condannati sei dei sette imputati, fra i
quali Cesare Previti, del processo Lodo Mondadori - Imi-Sir. Pagine che contengono anche una durissima replica alle
"critiche ed alle accuse infamanti", mosse loro in tre anni di
processo, formulate dallo stesso Previti,
sull'incertezza e "magmaticità" delle prove
a suo carico.
Il documento è stato depositato ieri sera in cancelleria, e la sua diffusione è
iniziata oggi. Ed è la dimostrazione, secondo i
giudici, di come gli imputati avessero "eletto la corruzione in atti
giudiziari a vero e proprio stile di vita". Tanto da poter definire quella Imi-Sir come "una vicenda
che non ha l'eguale nella storia d'Italia e forse del mondo".
Cinquecento pagine più una serie di allegati, in cui
si spiega perché Cesare Previti e Attilio Pacifico
sono stati considerati corruttori, e gli ex giudici romani Renato Squillante e
Vittorio Metta corrotti, dai giudici della IV sezione del tribunale di Milano,
dopo due anni, 11 mesi e 88 udienze. Corruzione, quella in atti giudiziari, che
gli imputati avevano adottato "come vero e proprio sistema di vita",
con il quale "conseguire nel modo più facile, ma
anche tra i più sordidi, quella ricchezza materiale evidentemente mai
sufficiente".
Nel documento (in cui i
giudici sottolineano di "impressionanti
analogie" fra la vicenda Imi-Sir e quella Lodo Mondadori), si parla di "corruzione devastante" e
"degrado della giustizia, trasformata in giustizia ad uso privato",
"la più grande corruzione nella storia dell'Italia repubblicana, e fors'anche di più - proseguono i giudici, con riferimento
ad una dichiarazione fatta da Previti nel corso di un
interrogatorio, nel 1997 - se si dovesse seguire l'opinione di uno degli
imputati di questo processo: si parla di corruzione che non ha l'eguale nella
storia d'Italia e forse del mondo".
Ma le pagine sono anche
l'occasione, per il presidente della IV sezione penale
del Tribunale di Milano, Paolo Carfì, e per gli altri
giudici, per rispondere alle "critiche più aspre e alle accuse più
gravi" formulate "dentro e, soprattutto, fuori dall'aula, fino a
quella, più infamante per un giudice, di essere non al 'servizio della legge' ma al soldo di una parte politica. Accuse - è
scritto - che mai, sia consentito dirlo, un organo giudicante ha dovuto
sopportare in corso d'opera".
Si citano anche quanto affermato da Cesare Previti
rispetto alle motivazioni che avrebbero portato alla
sua condanna a 11 anni: il parlamentare di Forza Italia aveva parlato di "magmaticità", e di prove "sottratte ed
occultate", mentre lo studio degli atti, scrivono i giudici, permette di
"sfatare una delle tante leggende" e cioè "quella secondo la
quale il procedimento in oggetto quasi consisterebbe in una sorta di abuso
processuale".
“La Repubblica” 6 Agosto 2003
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