Dalla Chiesa : “il generale”

 

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Carlo Alberto dalla Chiesa con la moglie

 

Carlo Alberto Dalla Chiesa, nato a Saluzzo, in provincia di Cuneo il 27 -9-1920. In servizio permanente effettivo nell’arma dei carabinieri e comandante la prima brigata di Torino dal 1 Ottobre 1973. Dopo oltre sette anni  di comando dell’arma in Sicilia occidentale col grado di colonnello. E’ stato insignito delle seguenti decorazioni:

Medaglia d’argento al valor militare

Medaglia di bronzo al valor Civile

Due croci al  merito di guerra

Oltre a numerose  altre decorazioni , ha conseguito durante il servizio militare nell’arma una ventina di encomi solenni per importanti operazioni contro il banditismo e la delinquenza organizzata, anche a seguito di conflitti a fuoco.

Laureato in Giurisprudenza e scienze politiche. Ufficiale di fanteria in zona di guerra, in Montenegro, fu al comando di plotoni”guerriglieri”. Come ufficiale inferiore nell’arma dei carabinieri, fra l’altro ha la “speciale campagna di Caloria per la lotta contro il brigantaggio del 1946-1948, il gruppo e raggruppamento squadriglie di Corleone nella lotta contro la banda di Salvatore Giuliano.

E’ stato quindi comandante del gruppo interno del nucleo di polizia giudiziaria, del gruppo unificato di Milano fra il 1960 e il 1966, capo ufficio addestramento della scuola allievi di Torino. “ Il primo Luglio 1966 prende il comando della importante legione di Palermo con giurisdizione anche sulle province di Agrigento, Trapani, e Caltanisetta”.

Dalle biografie “ Se è vero  che su tutti rimane lo sviluppo dato. Dopo la scomparsa del giornalista De Mauro, alle indagini che, condotte in ogni parte d’Italia, portarono l’arma fin dalla fine degli anni 70 ad intuire e conoscere la mafia, superando i confini della Sicilia, si fosse estesa a molte zone dell’Italia del nord, del centro e della Campania, fino a colpirla direttamente e frontalmente nelle note operazioni contemporaneamente dell’estate del 1971, è anche vero che non possono essere dimenticati i successi conseguiti contro l’abigeato,, contro la mafia della droga e delle baracche, contro le sofisticazioni, contro gli episodi di gravissima delinquenza quali quello del delitto Ciuni, contro molteplici faide e prepotenze nell’entroterra e nei cantieri, contro tanti e tanti catturandi da tempo dati per irreperibili in Italia e all’estero.

 

Generale a Torino nel maggio del 1974, sotto la direzione del procuratore generale Carlo Reviglio  della Venaria,guida personalmente le operazioni che portano alla strage nel carcere di Alessandria.(sei uccisi durante il conflitto a fuoco).

Nello stesso periodo costituisce  lo speciale nucleo di polizia giudiziaria la cui attività se non unica, per lo meno principale, consiste nella lotta e alla caccia alle Brigate rosse.

Dopo la scoperta della base di Robbiano di Mediglia tiene una conferenza stampa:

a molti rappresentanti degli organi d’informazione appare scostante, particolarmente reattivo alle molte domande delle quali pensa siano poste in malafede. Tiene a chiarire: ho fatto la guerra di liberazione, sono stato io a scoprire , a Roma, il primo “fascio di combattimento” e ne ho arrestato i componenti.

Ad Aqui Terme. Dopo la battaglia di Arzello tiene una nuova conferenza stampa drammatica e sconcertante, con molti scontri verbali con i giornalisti.

 

Di famiglia con solide tradizioni militari, ha per l’arma un vero culto. Due episodi appaiono  significativi. Negli anni settanta, in un centro dell’hinterland Milanese, un carabiniere catturò un bandito, dopo un conflitto a fuoco. Erano anni ancora relativamente tranquilli, la notizia fece grande sensazione, interessava ai giornalisti la foto del carabiniere, Dalla Chiesa benché orgoglioso del proprio carabiniere e dell’impresa svolta dal milite, non voleva autorizzare nessuna foto, ma dietro le insistenze, dei suoi colleghi, Dalla Chiesa sembrò fiaccarsi nella sua negazione, a mezza voce spiegò:

niente foto, è un brutto ragazzo, infine cede, chiama il milite e prima di abbandonarlo ai flashes dei fotografi gli ravvia personalmente i capelli col suo pettinino.

 

Dalla Chiesa amava raccontare  un aneddoto , vero , di quando giovane ufficiale, alla fine della guerra andò col fratello maggiore a ricevere il padre, ufficiale superiore reduce dalla prigionia. Un abbraccio commosso, poi l’alto ufficiale, gli occhi ancora umidi di pianto disse” ringrazio entrambi, ma tu considerati agli arresti: non si saluta così un ufficiale”.

Un generale di altri tempi , assolutamente un servitore dello stato, democratico e liberale, così venne definito da Berlinguer a chi gli domandò cosa pensasse di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nominato il 2 Aprile 1982 prefetto di Palermo”senza poteri speciali ma con compiti speciali”, verrà assassinato dalla mafia con la moglie Emanuela e l’agente di scorta Domenico Russo, esattamente dopo 100 giorni dal suo insediamento alla prefettura.

Avvenimenti Italiani

 

Le quattro domande senza risposta

Il filone dei mandanti esterni a Cosa Nostra non è mai approdato a un' aula di tribunale..Domande senza risposta ce ne sono tante. Ma quattro mi premono oggi più delle altre.
La prima. Perché, come ha testi-moniato Tommaso Buscetta, la mafia propose alle Brigate rosse di rivendicare l'omicidio di mio padre già nel '79, quando egli era alla guida della lotta al terrorismo e non rappresentava una minaccia diretta per Cosa nostra? Chi, quale "entità", chiese alla mafia di uccidere mio padre e per quale ragione? C'entrava questo con l'attività fin lì svolta e con le informazioni acquisite (caso Moro? altro?)? E contò, in questo, la scelta di mio padre di affrancarsi dalla diretta tutela del governo e di rientrare nei ranghi istituzionali assumendo il comando della Divisione Pastrengo? Ossia: quel suo desiderio di "normalità", che non piacque a Roma, lo rese forse "inaffidabile"? E che rapporto c'era tra le ragioni che portarono all'omicidio nell'82 e quelle che ne avevano suggerito l'esecuzione tre anni prima?


La seconda. Perché alcuni leader politici dell'epoca furono tanto sfuggenti o reticenti nelle loro testimonianze al maxiprocesso? Perché Giovanni Spadolini, da capo del governo, ricevette in silenzio la lettera del 2 aprile dell'82 in cui mio padre gli segnalò i "messaggi" della "famiglia politica più inquinata del luogo",inequivocabilmente segnalata come quella andreottiana? Perché disse al processo di avere letto "le famiglie politiche più inquinate del luogo"? E perché Andreotti smentì ("mi avrà confuso con un altro") l'incontro di cui mio padre scrisse nel suo diario il6 aprile seguente? E che cosa significava, in quell'incontro, l'allusione andreottiana all'as-sassinio di Pietro Inzerillo, il cui fratello Totò era stato ucciso con la stessa arma che avrebbe poi spara- to contro mio padre?
La terza. Perché uno sconosciuto maresciallo degli agenti di custodia di Cuneo, ripescato subito dopo l'avviso di garanzia a Giulio Andreotti, venne platealmente presentato senza alcuna verifica come "il braccio destro" di mio padre,anche in trasmissioni televisive? Chi fabbricò quella falsa testimonianza che ebbe un risalto mediatico straordinario e che durante il processo Andreotti trasformò mio padre in una specie di imputato morale, con l'accusa incombente delle cose e dei ricatti più turpi? Chi volle condurre, con risvolti processuali, quella operazione" alla memoria" e che rapporto c'era tra le menti di quell'operazione e le menti del delitto?
La quarta. Perché dopo l'assassinio funzionari di polizia e/o dei servizi entrarono in casa di mio padre per prendere il lenzuolo con cui coprirne il cadavere? Vi è qualche altro caso, prima e dopo di allora, di persone uccise che siano state coperte con lenzuola prese in casa loro in assenza della loro famiglia? E come mai la chiave della cassaforte (trovata aperta e vuota) che mancava il mattino dopo nella sua casa, riapparve la settimana dopo in un cassetto vuoto e già controllato sotto i nostri occhi? Chi, estraneo alla mafia, cercò qualcosa quella notte nella villa del prefetto di Palermo?

di Nando Dalla Chiesa
da "la Repubblica" 2 Settembre 2002

 

Generale ci lasci in pace

Quando si rese conto che l’avevano infilato in una trappola, il prefetto di Palermo iniziò a protestare, ma ricevette risposte evasive o infastidite.

<< Credo di aver capito la nuova regola del gioco. Si uccide il potente quando è diventato troppo pericoloso, ma si può ucciderlo perché isolato>> : così disse il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a Giorgio Bocca che lo intervistò il  17 agosto a Palermo 1982.  In quell’agosto Dalla Chiesa era prefetto di Palermo da tre mesi. Si era lasciato andare a questo sfogo, inconsueto in un uomo taciturno come lui, per una ragione molto semplice: in quel periodo di tempo il generale aveva amaramente scoperto di essere stato spedito al fronte con tutti gli onori ma senza truppe addestrate e senza titoli di comando necessari per combattere un nemico potente come la mafia

In quel periodo di tempo Dalla Chiesa aveva scoperto, in sostanza, di essere stato lasciato solo. E da solo, infatti, è morto in un agguato tesogli nel centro di Palermo  – accanto aveva soltanto la moglie, Emanuela, sposata da poco –

 

Ma quali promesse gli erano state fatte alla partenza? Da chi era stato abbandonato? Cosa chiedeva e cosa gli è stato negato? Cerchiamo di rispondere a queste domande, su cui si è innescato un dibattito inquietante che ha portato sull’orlo delle dimissioni il ministro democristiano Virginio Rognoni, ricostruendo nel modo più distaccato e obiettivo possibile la storia dei rapporti intercorsi tra il generale e il governo, dal momento della sua nomina al momento  della sua fine.

 

1. L’investitura : Alla nomina di Dalla Chiesa, Rognoni cominciò a pensarci sotto le feste di Natale del 1981. (<< Con la lotta al terrorismo il generale aveva accumulato un prezioso bagaglio di esperienze ed ero convinto che fosse l’uomo più idoneo per combattere l’escalation mafiosa in Sicilia>> racconterà il ministro Rognoni). Rognoni ne parlò prima al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, poi consultò i segretari dei cinque partiti di coalizione, infine sondò i comunisti e, da tutti, ricevette un aperto consenso. A Dalla Chiesa comunicò la nuova destinazione verso la fine di marzo.

Per l’ex capo dell’antiterrorismo il solo incarico di Prefetto non era adeguato allo scopo. Il ministro cerca allora di rassicurarlo. << Caro generale, lei va a Palermo non come Prefetto ordinario>>, gli dice, ricevendolo nel suo studio al Vicinale, << ma con il compito di coordinare tutte le informazioni sull’universo mafioso>>. E’ una frase non troppo limpida, sulla quale si innestano subito degli equivoci tra il generale e il ministro. Il titolare dell’Interno intende affidare al neoprefetto i poteri << consentiti dalle leggi>> al momento in vigore, e, tra questi, il potere di sovrintendere al coordinamento della politica dell’ordine pubblico in tutta la Sicilia. Il generale, viceversa, conta di acquisire col tempo prerogative più ampie e meglio definite: vuole “uomini, mezzi e fondi”. E non  ne fa mistero. Anzi, si mette subito in moto.

La sera del 1 aprile, alla vigilia della riunione della Presidenza del Consiglio dei ministri che doveva ratificare la nomina del generale, lo stesso telefona al deputato socialdemocratico Costantino Belluscio, esperto di problemi di ordine pubblico:<< O mi danno i poteri necessari per fronteggiare la più grande industria del crimine della nostra epoca>>, dice, piuttosto inquieto,<< oppure la mia nomina a prefetto non servirà proprio a nulla>>. Telefona anche a Calogero Mannino, ministro democristiano della Marina Mercantile, siciliano e amico di famiglia: << Il suo collega all’interno mi ha proposto di fare il prefetto a Palermo. Sostiene che vuole recuperarmi alle istituzioni. Lei che ne pensa?. << Penso generale, che dovrà studiare parecchio il fenomeno mafioso>>. Gli risponde Mannino, << è vero che lei è stato a lungo in Sicilia, ma manca dall’isola da troppi anni, e nel frattempo Cosa nostra è notevolmente cambiata. Nessuno sa bene che cosa sia oggi veramente. Penso anche che, se il governo volesse fare una cosa efficace, sarebbe meglio nominarla ispettore di polizia>>.

La nomina viene annunciata il 2 aprile con un oscuro comunicato del Consiglio dei Ministri che la inquadra << nell’intensificazione dell’attività :<< nell’intensificazione dell’attività di coordinamento sul piano nazionale sia sul piano locale>>, confermando che la dizione di superprefetto, che circola da tempo, è più un’invenzione accattivante della stampa, che un preciso orientamento dell’esecutivo.

Tutto il mese di aprile Dalla Chiesa lo trascorre a Roma in visita di cortesia. Vede il ministro democristiano  della Giustizia Clelio Darida, il quale gli promette la massima collaborazione e una particolare attenzione per ogni iniziativa che possa far muovere più speditamente la magistratura. Al ministro, Dalla Chiesa appare preoccupato. << La mafia>>, dice il generale, << è un fenomeno ben più complesso del terrorismo>>. Col ministro socialista delle Finanze, Rino Formica, che va a trovare a casa, Dalla Chiesa si  mostra invece soddisfatto: << e’ una nuova esperienza>>, dice, << che segna una continuità con la mia attività di giovane ufficiale dei carabinieri>>.

L’incoraggiamento maggiore Dalla Chiesa lo riceve dal deputato socialista, sottosegretario alla Giustizia, Gaetano Scamarcio: << Caro generale, saluto in lei un probabile collega parlamentare e, perché no? Un prossimo ministro dell’Interno.

 

2. L’insediamento. Dalla Chiesa giunge a Palermo ai primi di maggio, in un momento caldo, all’indomani dell’uccisione del segretario regionale del PCI, Pio La Torre. Molti interpretano quel crimine come un avvertimento rivolto proprio a lui, il segnale che la mafia non gli darà tregua. Il generale reagisce con un gesto di sfida. Esce dalla prefettura, sale un taxi, si fa portare in pieno centro, a piazza Politeama e si mischia con la gente. Una cosa la capisce subito, per conquistare l’appoggio del pubblico a rompere l’omertà  mafiosa deve mostrare a tutti di non aver paura. Incontra gli operai dei cantieri, gli studenti del liceo Garibaldi. Da politico di razza, sa che la carenza di poteri può essere colmata suscitando nell’immediato un cima di consenso popolare.

Su cosa sia la nuova mafia, il prefetto non ha invece idee ancora molto precise. Quando si incontra in prefettura con il ministro delle Finanze, Rino Formica,per decidere un piano di ispezione tributarie su famiglie sospettate di collusione con la criminalità organizzata dice: << Penso che la mafia abbia voluto colpire La Torre in coincidenza con l’approvazione alla Camera della legge sui patti agrari>>. << Mi sembra una visione della mafia un po’ troppo datata>>, replica Formica. << In questi anni la delinquenza sull’isola ha subito una profonda trasformazione, è impegnata in grande attività finanziarie, nel tramutare in investimenti leciti i grandi profitti dell’industria del crimine>>.

Se così è, il generale non tarda molto ad accorgersene , i suoi poteri di prefetto sono davvero insufficienti, quasi irrisori. Dalla Chiesa torna ad insistere con più decisione. << Senta, onorevole>>, telefona a Belluscio, << i poteri che speravo di ottenere, sono solo il prefetto di Palermo , ben poco posso fare a Napoli o in Calabria, insomma ovunque la mafia ha le sue ramificazioni. E anche in Sicilia, se il presidente della Regione mi vuole bloccare può farlo. Basta che invochi l’articolo 31 dello Statuto siciliano, che indica in lui il massimo responsabile dell’ordine pubblico>>

 

3 L’offensiva. Nel frattempo la situazione precipita. Se fino all’insediamento di Dalla Chiesa i morti ammazzati erano uno ogni settantacinque ore, adesso la media è salita a un cadavere ogni quarantotto. Fino ad arrivare alla grande mattanza di agosto, tra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milizia, tutti comuni ai confini con Palermo. Nessun colpevole viene individuato, Il prestigio del prefetto rischia di incrinarsi, Dalla Chiesa, allora, decide di passare all’azione su vasta scala.

Per sconfiggere la mafia ha messo a punto un progetto ben definito, esso prevede. La creazione di centri antimafia, alle sue dipendenze dirette, nelle prefetture di Torino, Genova, Bologna, Napoli, Bari. Reggio Calabria, oltre che nelle province siciliane; la facoltà di ordinare indagini finanziarie e intercettazioni telefoniche; uno stretto collegamento con i servizi segreti; la formazione di nuclei costituiti da ufficiali di sua fiducia. Qualcosa di analogo, insomma,  alla struttura di cui si era servito nella lotta al terrorismo delle Brigate rosse. La reazione del Vicinale, prima tiepida poi addirittura critica ( << Se si accettano tutte queste richieste il generale diventa più influente del ministro dell’interno>>) Anche richieste assai più modeste vengono accolte solo parzialmente. Dalla Chiesa domanda trenta carabinieri specializzati nelle investigazioni e gliene mandano ventisette, domanda trenta poliziotti e gliene mandano quattordici. Come Mai?

<< Al Vicinale ci sono dei prefetti che non gradiscono, anzi non tollerano che un loro pari grado assuma troppo potere>>, spiegano al PSI.

A Palermo è anche peggio di Roma. Altre frustrazioni attendono il generale nello sforzo di creare un’area di consenso attorno alla sua azione. Chiede di incontrare la giunta comunale ma il sindaco democristiano, Nello Martellucci, gli fa sapere che l’amministrazione cittadina la rapprenda solo lui. Tenta di stabilire un rapporto con la giunta regionale ma l’unico a dargli retta è il presidente socialista dell’Assemblea, Salvatore Lauricella. Viene persino snobbato nelle cerimonie ufficiali. << Mi diceva che si sentiva terribilmente solo, che incontrava molte difficoltà>>, Salvatore Andò, responsabile socialista per i problemi dello Stato.

E’ a questo punto che il generale decide di uscire allo scoperto. Scrive a Spadolini per sollecitare il suo appoggio personale; ma il presidente è alle prese con le difficoltà del governo. Cerca di  mettersi in contatto telefonico  col segretario della DC ,Ciriaco De Mita non risponde. Allora si fa intervistare dai giornalisti, Oltre che con Bocca, si sfoga con Camilla Cederna su Panorama , con Rea dell’Espresso convoca anche Saverio Lodato dell’Unità. Obiettivo dichiarato: tener viva la sua immagine pubblica, uscire dall’isolamento diffidente in cui lo costringe la società siciliana, forzare la mano ai cauti governanti di Roma. Nella telefonate è più esplicito. << Mi lascino almeno il prestigio, si lamenta con Giuseppe Turani di “La Repubblica” << come fanno a non capire che qui siamo in terra di rispetto? Come fanno a non capire che, in Sicilia la faccia è tutto?>> << Non posso fare di più, mi rivolgo ai giornali perché il loro sostegno è decisivo>>, spiega a Emanuele Macaluso, direttore de L’Unità << Ho in nervi a fior di pelle, dica al suo collega Rognoni che si decida a darmi una mano>>, confessa al ministro Mannino. Le uscite pubbliche di Dalla Chiesa vengono interpretate come una polemica diretta con Rognoni. Qualche collega lo riferisce al ministro. Tra il ministro Rognoni e il generale si rende ormai necessario un chiarimento.

Sei giorni dopo ferragosto , i due si incontrano a  Ficuzza, nei pressi di Corleone, per la commemorazione di un ufficiale dei carabinieri ucciso dalla mafia cinque anni prima. Il ministro promette che nella riunione del comitato nazionale per la sicurezza, in programma il 7 settembre a Roma, verrà concretizzato il collegamento  con tutte le altre prefetture, una delle richieste del generale. Il prefetto garantisce al ministro la su << fattiva collaborazione >>. Ma il 7 è tardi. La mafia e i suoi killer arrivano prima e colpiscono quattro giorni prima.

Francesco De Vito – Guido Quaranta – 19 settembre 1982

 

Licio Gelli: non solo mafia nella uccisione di Dalla Chiesa

Potrà sembrare strano, ma Gelli sostenne tra i primi che c’era un “movente politico nell’assassinio di Dalla Chiesa.

“ Artefice di quel massacro fu la mafia ma non soltanto essa. Altri sono i responsabili dell’esecuzione di un uomo che si era impegnato a riportare l’ordine e la democrazia in Sicilia: mandare sul fronte un generale promettendogli mezzi che poi vengono meno, è come mandare in guerra qualcuno senza munizioni… Un giorno sapremo se si è trattato di un delitto mafioso o politico”

La sorprendente affermazione è contenuta in un documento la cui stesura fu affidata a un giornalista dell’Ansa di Firenze, Marcello Coppetti, a lui molto vicino, scomparso nel 2001. Il documento fu frutto di un lungo colloquio svoltosi durante un incontro a tre: il Venerabile, Coppetti e il maggiore dei servizi segreti dell’aeronautica Umberto Nobili. In quell’occasione, l’inesauribile Licio Gelli inviò consistenti segnali anche sul possibile legame tra il delitto Dalla Chiesa e il caso Moro, a partire dalla scomparsa del Memoriale:

“ Strano, hanno arrestato i colpevoli, li hanno condannati, hanno fatto un primo processo , poi un secondo, un terzo, un quarto e i documenti non sono venuti fuori. Ma si voleva davvero recuperare l’interrogatorio di Moro? Le spiegazioni sono due, o non li hanno trovati o non li volevano trovare, ma credo che domani o fra cinquant’anni  il materiale salterà fuori…. E poi loro erano abituati a filmare tutto, l’avranno filmato anche mentre lo uccidevano, non credo che lui si aspettasse di morire, così mi hanno detto.”

Nella tasca della giacca di Moro furono trovate poche migliaia di lire. E, proprio nei giorni in cui Gelli avanzava i suoi sospetti, Corrado Guerzoni fece l’ipotesi che quei soldi potevano servire per pagare un taxi: le vere BR lo avevano lasciato vivo e le “altre BR” lo avevano massacrato? Nel documento Gelli-Coppetti c’è una parte virgolettata in cui il capo della P2 fa sapere:

“ Il caso Moro non è finito, Dalla Chiesa aveva infiltrato un carabiniere giovanissimo nelle BR; sapeva che le BR avevano anche materiale compromettente di Moro. Dalla Chiesa andò da Andreotti e gli disse che il materiale poteva essere recuperato se gli dava carta bianca, costui ( Dalla Chiesa) recuperò quel che doveva così il materiale è incompleto, anche quello che ha la magistratura, perché è segreto di Stato.” E in una nota, aggiunge: << Il materiale era stato preso dalle BR: non è stato recuperato dall’infiltrato ( il carabiniere) oppure il carabiniere è una scusa?>> Nell’82. la prima Commissione Moro, proprio a causa di questo testo, convocò Coppetti e Nobili. Il primo si dilungò in una deposizione, di oltre cento pagine, totalmente evasiva. La testimonianza del secondo, lunga invece soltanto trentanove pagine, fu interrotta bruscamente forse a causa della gravità di alcune affermazioni. Ne citiamo solo una, riassuntiva: << Sia Gelli che le BR perseguono il comune interesse di destabilizzare il paese, per questo ritengo che siano parenti prossimi, anche se questa è soltanto una mia valutazione>>

 

Dalla Chiesa a Leonardo Sciascia

Fu Leonardo Sciascia l’unico a cui il generale espresse i suoi dubbi sulla vera identità delle BR, pochi giorni prima di morire, durante l’audizione alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. Lo scrittore siciliano gli chiese se davvero pensava che Moretti fosse il “cervello” delle Brigate Rosse. << In questi giorni mi èè sorto un dubbio>>, rispose.<< Mi chiedo, oggi che sono da tempo fuori dalla mischia e faccio in qualche modo l’osservatore che ha un po’ di esperienza sulle spalle, dove sono le borse e dov’è la prima copia dei documenti Moro, noi trovammo solo la battitura>>. Pensa che siano in qualche covo? Chiese Sciascia. Dalla Chiese scosse la testa: << Penso che sia qualcuno che possa aver recepito tutto questo>> Sono contento che le sia venuto questo dubbio>>, replicò lo scrittore. Dalla Chiesa concluse: << Dobbiamo anche pensare ai viaggi all’estero che questa gente faceva: Moretti andava e veniva>>. Da Parigi, naturalmente.

 

Gli attacchi postumi al generale

Gli uomini di Gladio e della P2 tornano a galla con gli attacchi postumi al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, cui evidentemente non riescono ancora a perdonare la guerra alla mafia e ai politici mafiosi...

Gli eredi della P2. Periodicamente, gli uomini di Gladio e della P2 tornano a galla con gli attacchi postumi al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, cui evidentemente non riescono ancora a perdonare la guerra alla mafia e ai politici mafiosi. Spicca fra loro per pervicacia l’ex presidente (costretto a suo tempo a dimettersi per non commendevoli motivi) Francesco Cossiga. Costui, nel 1990, rese un servigio alla mafia isolando ufficialmente uno dei magistrati maggiormente impegnati, Rosario Livatino: che fu assassinato dai killer pochissimo tempo dopo. L’ostilità di Cossiga contro il generale non nasce tuttavia, a nostro parere, negli anni siciliani ma è presistente ad essi. Sorge probabilmente a metà degli anni Settanta, quando dalla Chiesa, nell’ambito dei carabinieri di Milano, sostenne un vero e proprio scontro con una cordata di militari infedeli, trovati più tardi nelle liste di Gelli ma già allora probabilmente organici a qualcuno dei centri di potere deviato di cui Cossiga più d’una volta ha proclamato la legittimità "politica".

Riproponiamo dunque un articolo di ventun anni fa, uscito sui Siciliani. Ci duole di dover ricorrere a materiale tanto antico, ma sembra che sulla stampa di oggi l’argomento P2 sia ormai considerato archeologico - nonostante la sua attinenza col governo attuale - e che coloro che si opposero ai poteri mafiosi e occulti possano essere liberamente insultati dal primo faccendiere. In più, da siciliani, dobbiamo onorare un debito verso un soldato della Sicilia. Riccardo Orioles:

"Mi presento spontaneamente per rendere dichiarazioni che ritengo possano avere rilievo nelle indagini...". E’ il 25 aprile 1981, all’ufficio istruzione del Tribunale di Milano. Sono presenti i giudici Turone, Colombo e Viola e un testimone, l’ufficiale dei carabinieri Nicolò Bozzo. Leggi il seguito

 

Giancarlo Giannini è il generale Dalla Chiesa in un film per la Tv

Prima di cominciare a girare Il generale Dalla Chiesa Giancarlo Giannini racconta di aver cercato dei libri che ne tracciassero il profilo. «Non ho trovato altro che quello scritto da suo figlio, Nando Dalla Chiesa. Eppure il generale è stata una figura centrale nella lotta al terrorismo. Neanche nelle librerie meno alla moda sparse per l’Italia, quelle in cui ho potuto curiosare seguendo le riprese di Milano-Palermo: il ritorno, il film con Raoul Bova con cui Fragasso spera di bissare il successo del primo. Chissà. Forse alcuni episodi della lotta al terrorismo sono coperti dal segreto, molto ancora non si può conoscere». Prodotto dalla Endemol dei Bassetti, destinato all’autunno di Canale 5, diretto da Giorgio Capitani, girato con 142 sequenze tra Roma, Torino, Viterbo, Palermo, il film-tv è diviso in due parti: la prima racconta il trasferimento di dalla Chiesa con la famiglia a Torino e l’inizio della lotta alle Br, la seconda la sconfitta del terrorismo, il suo arrivo a Palermo come prefetto, la morte in un attentato il 3 settembre 1982. Tra gli interpreti Stefania Sandrelli nel ruolo della prima moglie, Dora, morta troppo presto giovane, e Francesca Cavallin in quello della seconda moglie, Emanuela Setti Carraro, uccisa con lui a Palermo. Nessun tentativo da parte di Giancarlo Giannini di somigliare fisicamente a Dalla Chiesa: «E’ bastata la divisa, il berretto, gli occhiali e i baffi. Non ho voluto altro. Non si usa più truccarsi per fingere di essere chi non si è. Ormai si sa che un attore recita». Massima attenzione, invece, alla psicologia dell’uomo: «Una figura controversa, difficile. Durissimo con i sottoposti, dolce con la moglie Dora. Negli anni della lotta alle Br potentissimo tanto che poteva entrare e uscire da tutte le carceri, in quelli da prefetto a Palermo abbandonato dallo Stato al punto da fargli dire di aver gli stessi mezzi che si danno al prefetto di Forlì, città dove non succede mai niente». I momenti importanti della carriera di dalla Chiesa, dice Giannini ci sono tutti. I rapporti con i politici, tutti quelli dell’arco costituzionale. L’intuizione che per combattere le Br non bastavano le armi ma occorrevano capacità investigative, infiltrati, e perfino se ci si riusciva, convincere qualcuno dei militanti a «pentirsi» e svelare i cardini dell’organizzazione. L’amicizia con il parlamentare comunista Pio La Torre che tanto si battè per fare approvare una legge sul reato associativo, indispensabile per sconfiggere il terrorismo. «I terroristi, diceva ai suoi uomini, sono pesci in un acquario: dobbiamo diventare anche noi pesci per avvicinarli. Era molto abile, Dalla Chiesa». Raccontate anche l’imbarazzo con cui fu accolta la notizia che il suo nome era nella lista della P2? «Sì. Ma la faccenda resta sospesa. Lui disse di essersi iscritto per indagare, alcuni non gli credettero». Ma soprattutto Giannini ha raccontato l’uomo: il rapporto conflittuale con il figlio Nando che gli creava problemi e lo contestava sul piano ideologico: «Come molti figli in crescita si opponeva al padre». La complicità affettuosa che lo legava alla moglie Dora. «Con lei diventava romantico: le portava i fiori, le parlava di tutto. Quando morì ebbe una crisi: voleva lasciare l’Arma, ritirarsi». La tenerezza per le due figlie femmine Rita, la più grande e Simona, la piccola: «Non le conoscevo. Sono venute sul set a darci un saluto. Nando no, s’è fatto solo sentire al telefono». L’incontro con la giovanissima Emanuela Setti Carraro, una volontaria della Croce Rossa, che prova per lui una infinita ammirazione, riempie il vuoto lasciato da sua moglie fino ad arrivare a convincerlo a chiederle di sposarlo: «Chissà, andando a Palermo con lei, si sarà illuso di poter ricominciare a vivere».

«Un uomo potentissimo e molto solo»

 

Giorgio Capitani regista di cinema e televisione sostiene di essere fortunato: «Ho ottant’anni e ho fatto solo cose che mi piacevano». Anche Il Generale Dalla Chiesa gli piace. «Abbiamo cercato di raccontare un uomo, nel suo momento più importante: la lotta alle Brigate Rosse. Se non ci fosse stata, pur essendo lui un ottimo servitore dello stato, che aveva combattuto la mafia in Sicilia, nessuno gli avrebbe dato la carica di Prefetto di Palermo e nessuno avrebbe pensato di farlo fuori in un attentato. Dalla Chiesa è indissolubilmente legato alle Brigate rosse. Il cuore del racconto è quello: un uomo potentissimo, che entrava e usciva dalle carceri, che aveva rapporti con tutto l’arco politico, che con l’appoggio di Pio La Torre, comunista e amico, riuscì a far varare una legge sulla banda armata e l’associazione di stampo mafioso, eppure un uomo molto solo, solissimo». Per non violare la legge, nessuno dei brigatisti è mai citato per nome. Sono invece raccontati con i loro nomi tutti i parenti di Dalla Chiesa a partire dai figli Nando, Rita, Simona.

Simonetta Robiony

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I cento giorni del generale

Dalla Chiesa. Il mandante è la DC

L’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa

 

 

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