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Dalla Chiesa : “il generale” |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Carlo Alberto
dalla Chiesa con la moglie Carlo Alberto Dalla Chiesa, nato a Saluzzo, in provincia di Cuneo il
27 -9- Medaglia
d’argento al valor militare Medaglia di
bronzo al valor Civile Due croci al merito di guerra Oltre a numerose altre decorazioni ,
ha conseguito durante il servizio militare nell’arma una ventina di encomi
solenni per importanti operazioni contro il banditismo e la delinquenza
organizzata, anche a seguito di conflitti a fuoco. Laureato in Giurisprudenza
e scienze politiche. Ufficiale di fanteria in zona di guerra, in Montenegro,
fu al comando di plotoni”guerriglieri”. Come ufficiale inferiore nell’arma
dei carabinieri, fra l’altro ha la “speciale campagna di Caloria per la lotta
contro il brigantaggio del 1946-1948, il gruppo e raggruppamento squadriglie
di Corleone nella lotta contro la banda di Salvatore
Giuliano. E’ stato quindi comandante
del gruppo interno del nucleo di polizia giudiziaria,
del gruppo unificato di Milano fra il 1960 e il 1966, capo ufficio
addestramento della scuola allievi di Torino. “ Il primo Luglio 1966 prende il comando della importante legione di Palermo con
giurisdizione anche sulle province di Agrigento, Trapani, e Caltanisetta”. Dalle biografie “ Se è vero che su tutti
rimane lo sviluppo dato. Dopo la scomparsa del giornalista De Mauro,
alle indagini che, condotte in ogni parte d’Italia, portarono l’arma fin
dalla fine degli anni 70 ad intuire e conoscere la mafia, superando i confini
della Sicilia, si fosse estesa a molte zone
dell’Italia del nord, del centro e della Campania, fino a colpirla
direttamente e frontalmente nelle note operazioni contemporaneamente
dell’estate del 1971, è anche vero che non possono essere dimenticati i
successi conseguiti contro l’abigeato,, contro la mafia della droga e delle
baracche, contro le sofisticazioni, contro gli episodi di gravissima
delinquenza quali quello del delitto Ciuni, contro
molteplici faide e prepotenze nell’entroterra e nei cantieri, contro tanti e
tanti catturandi da tempo dati per irreperibili in
Italia e all’estero. Generale a Torino nel maggio del 1974, sotto
la direzione del procuratore generale Carlo Reviglio
della Venaria,guida
personalmente le operazioni che portano alla strage nel carcere di
Alessandria.(sei uccisi durante il conflitto a fuoco). Nello stesso periodo
costituisce lo
speciale nucleo di polizia giudiziaria la cui attività se non unica, per lo
meno principale, consiste nella lotta e alla caccia alle Brigate rosse. Dopo la scoperta della base
di Robbiano di Mediglia tiene una conferenza stampa: a
molti rappresentanti degli organi d’informazione appare scostante,
particolarmente reattivo alle molte domande delle quali pensa siano poste in
malafede. Tiene a chiarire: ho fatto la guerra di liberazione, sono stato io
a scoprire , a Roma, il primo “fascio di combattimento”
e ne ho arrestato i componenti. Ad Aqui
Terme. Dopo la battaglia di Arzello
tiene una nuova conferenza stampa drammatica e sconcertante, con molti
scontri verbali con i giornalisti. Di famiglia con solide tradizioni militari, ha per l’arma un vero culto. Due episodi appaiono significativi.
Negli anni settanta, in un centro dell’hinterland Milanese, un carabiniere
catturò un bandito, dopo un conflitto a fuoco. Erano anni ancora
relativamente tranquilli, la notizia fece grande sensazione,
interessava ai giornalisti la foto del carabiniere, Dalla Chiesa benché
orgoglioso del proprio carabiniere e dell’impresa svolta dal milite, non
voleva autorizzare nessuna foto, ma dietro le insistenze, dei suoi colleghi,
Dalla Chiesa sembrò fiaccarsi nella sua negazione, a mezza voce spiegò: niente
foto, è un brutto ragazzo, infine cede, chiama il milite e prima di
abbandonarlo ai flashes dei fotografi gli ravvia
personalmente i capelli col suo pettinino. Dalla Chiesa amava raccontare un aneddoto , vero
, di quando giovane ufficiale, alla fine della guerra andò col fratello
maggiore a ricevere il padre, ufficiale superiore reduce dalla prigionia. Un
abbraccio commosso, poi l’alto ufficiale, gli occhi ancora umidi di pianto
disse” ringrazio entrambi, ma tu considerati agli arresti: non si saluta così
un ufficiale”. Un generale di altri tempi , assolutamente un servitore dello stato,
democratico e liberale, così venne definito da Berlinguer
a chi gli domandò cosa pensasse di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nominato il 2
Aprile 1982 prefetto di Palermo”senza poteri speciali ma con compiti
speciali”, verrà assassinato dalla mafia con la
moglie Emanuela e l’agente di scorta Domenico Russo, esattamente dopo 100
giorni dal suo insediamento alla prefettura. Avvenimenti
Italiani Le quattro domande senza risposta Il filone dei mandanti esterni a Cosa Nostra non è mai
approdato a un' aula di tribunale..Domande senza risposta ce ne sono tante. Ma quattro mi premono oggi più delle altre.
di Nando
Dalla Chiesa Generale
ci lasci in pace Quando si rese conto che l’avevano
infilato in una trappola, il prefetto di Palermo iniziò a protestare, ma
ricevette risposte evasive o infastidite. << Credo di aver capito la nuova regola del gioco.
Si uccide il potente quando è diventato troppo
pericoloso, ma si può ucciderlo perché isolato>> : così disse il
generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a Giorgio Bocca che lo intervistò il 17 agosto a Palermo 1982. In quell’agosto
Dalla Chiesa era prefetto di Palermo da tre mesi. Si era lasciato andare a
questo sfogo, inconsueto in un uomo taciturno come lui, per una ragione molto
semplice: in quel periodo di tempo il generale aveva amaramente scoperto di
essere stato spedito al fronte con tutti gli onori ma senza truppe addestrate
e senza titoli di comando necessari per combattere un nemico potente come la mafia In quel periodo di tempo Dalla Chiesa aveva scoperto, in
sostanza, di essere stato lasciato solo. E da solo, infatti, è morto in un
agguato tesogli nel centro di Palermo – accanto aveva soltanto la moglie,
Emanuela, sposata da poco – Ma quali promesse gli erano state
fatte alla partenza? Da chi era stato abbandonato? Cosa
chiedeva e cosa gli è stato negato? Cerchiamo di rispondere a queste domande,
su cui si è innescato un dibattito inquietante che ha portato sull’orlo delle
dimissioni il ministro democristiano Virginio Rognoni, ricostruendo nel modo
più distaccato e obiettivo possibile la storia dei rapporti intercorsi tra il
generale e il governo, dal momento della sua nomina al momento della sua fine. 1.
L’investitura : Alla nomina di Dalla Chiesa,
Rognoni cominciò a pensarci sotto le feste di Natale del 1981. (<< Con
la lotta al terrorismo il generale aveva accumulato
un prezioso bagaglio di esperienze ed ero convinto che fosse l’uomo più
idoneo per combattere l’escalation mafiosa in Sicilia>> racconterà il
ministro Rognoni). Rognoni ne parlò prima al
presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, poi
consultò i segretari dei cinque partiti di coalizione, infine sondò i
comunisti e, da tutti, ricevette un aperto consenso. A
Dalla Chiesa comunicò la nuova destinazione verso la fine di marzo. Per l’ex capo dell’antiterrorismo il
solo incarico di Prefetto non era adeguato allo scopo. Il ministro cerca
allora di rassicurarlo. << Caro generale, lei va a
Palermo non come Prefetto ordinario>>, gli dice, ricevendolo nel
suo studio al Vicinale, << ma con il compito di coordinare tutte le
informazioni sull’universo mafioso>>. E’ una frase non troppo limpida,
sulla quale si innestano subito degli equivoci tra
il generale e il ministro. Il titolare dell’Interno intende affidare al
neoprefetto i poteri << consentiti dalle leggi>> al momento in
vigore, e, tra questi, il potere di sovrintendere al coordinamento della
politica dell’ordine pubblico in tutta La sera del 1 aprile, alla vigilia della riunione della
Presidenza del Consiglio dei ministri che doveva
ratificare la nomina del generale, lo stesso telefona al deputato
socialdemocratico Costantino Belluscio, esperto di
problemi di ordine pubblico:<< O mi danno i poteri necessari per
fronteggiare la più grande industria del crimine della nostra epoca>>, dice,
piuttosto inquieto,<< oppure la mia nomina a prefetto non servirà
proprio a nulla>>. Telefona anche a Calogero Mannino, ministro
democristiano della Marina Mercantile, siciliano e
amico di famiglia: << Il suo collega all’interno mi ha proposto di fare
il prefetto a Palermo. Sostiene che vuole recuperarmi alle istituzioni. Lei
che ne pensa?. << Penso generale, che dovrà
studiare parecchio il fenomeno mafioso>>. Gli risponde Mannino,
<< è vero che lei è stato a lungo in Sicilia,
ma manca dall’isola da troppi anni, e nel frattempo Cosa nostra è
notevolmente cambiata. Nessuno sa bene che cosa sia
oggi veramente. Penso anche che, se il governo volesse fare una cosa
efficace, sarebbe meglio nominarla ispettore di polizia>>. La nomina viene annunciata il 2
aprile con un oscuro comunicato del Consiglio dei Ministri che la inquadra
<< nell’intensificazione dell’attività :<< nell’intensificazione
dell’attività di coordinamento sul piano nazionale sia sul piano
locale>>, confermando che la dizione di superprefetto, che circola da
tempo, è più un’invenzione accattivante della stampa, che un preciso
orientamento dell’esecutivo. Tutto il mese di aprile Dalla
Chiesa lo trascorre a Roma in visita di cortesia. Vede il ministro
democristiano della
Giustizia Clelio Darida, il quale gli promette la
massima collaborazione e una particolare attenzione per ogni iniziativa che
possa far muovere più speditamente la magistratura. Al ministro, Dalla Chiesa
appare preoccupato. << La mafia>>, dice il
generale, << è un fenomeno ben più complesso del
terrorismo>>. Col ministro socialista delle Finanze, Rino Formica, che va a trovare a casa, Dalla Chiesa si mostra invece soddisfatto: << e’ una
nuova esperienza>>, dice, << che segna una continuità con la mia
attività di giovane ufficiale dei carabinieri>>. L’incoraggiamento maggiore Dalla Chiesa lo riceve dal
deputato socialista, sottosegretario alla Giustizia, Gaetano Scamarcio: << Caro generale, saluto in lei un
probabile collega parlamentare e, perché no? Un prossimo ministro
dell’Interno. 2.
L’insediamento. Dalla Chiesa giunge a Palermo ai
primi di maggio, in un momento caldo, all’indomani dell’uccisione del
segretario regionale del PCI, Pio
La Torre. Molti interpretano quel crimine come un
avvertimento rivolto proprio a lui, il segnale che
la mafia non gli darà tregua. Il generale reagisce con un gesto di sfida.
Esce dalla prefettura, sale un taxi, si fa portare in pieno centro, a piazza Politeama e si mischia con la gente. Una cosa la
capisce subito, per conquistare l’appoggio del pubblico a rompere l’omertà mafiosa deve
mostrare a tutti di non aver paura. Incontra gli operai dei cantieri, gli
studenti del liceo Garibaldi. Da politico di razza, sa che la carenza di poteri può essere colmata suscitando
nell’immediato un cima di consenso popolare. Su cosa sia la nuova mafia, il
prefetto non ha invece idee ancora molto precise. Quando si
incontra in prefettura con il ministro delle Finanze, Rino Formica,per
decidere un piano di ispezione tributarie su famiglie sospettate di
collusione con la criminalità organizzata dice: << Penso che la mafia
abbia voluto colpire Se così è, il generale non tarda molto ad accorgersene , i suoi poteri di prefetto sono davvero insufficienti,
quasi irrisori. Dalla Chiesa torna ad insistere con più decisione. <<
Senta, onorevole>>, telefona a Belluscio,
<< i poteri che speravo di ottenere, sono solo il prefetto di Palermo , ben poco posso fare a Napoli o in Calabria, insomma
ovunque la mafia ha le sue ramificazioni. E anche in
Sicilia, se il presidente della Regione mi vuole bloccare può farlo. Basta
che invochi l’articolo 31 dello Statuto siciliano, che indica in lui il
massimo responsabile dell’ordine pubblico>> 3
L’offensiva. Nel frattempo la situazione
precipita. Se fino all’insediamento di Dalla Chiesa
i morti ammazzati erano uno ogni settantacinque ore, adesso la media è salita
a un cadavere ogni quarantotto. Fino ad arrivare alla grande
mattanza di agosto, tra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milizia, tutti comuni ai confini
con Palermo. Nessun colpevole viene individuato, Il
prestigio del prefetto rischia di incrinarsi, Dalla Chiesa, allora, decide di
passare all’azione su vasta scala. Per sconfiggere la mafia ha messo a
punto un progetto ben definito, esso prevede. La
creazione di centri antimafia, alle sue dipendenze dirette, nelle prefetture
di Torino, Genova, Bologna, Napoli, Bari. Reggio
Calabria, oltre che nelle province siciliane; la facoltà di ordinare indagini
finanziarie e intercettazioni telefoniche; uno stretto collegamento con i
servizi segreti; la formazione di nuclei costituiti da ufficiali di sua
fiducia. Qualcosa di analogo, insomma, alla struttura di cui si era servito nella
lotta al terrorismo delle Brigate rosse. La reazione del Vicinale, prima
tiepida poi addirittura critica ( << Se si accettano tutte queste
richieste il generale diventa più influente del ministro
dell’interno>>) Anche richieste assai più modeste vengono
accolte solo parzialmente. Dalla Chiesa domanda trenta carabinieri
specializzati nelle investigazioni e gliene mandano ventisette,
domanda trenta poliziotti e gliene mandano quattordici. Come Mai? << Al Vicinale ci sono dei prefetti che non
gradiscono, anzi non tollerano che un loro pari grado assuma troppo
potere>>, spiegano al PSI. A Palermo è anche peggio di Roma. Altre frustrazioni
attendono il generale nello sforzo di creare un’area di consenso attorno alla
sua azione. Chiede di incontrare la giunta comunale ma
il sindaco democristiano, Nello Martellucci, gli fa
sapere che l’amministrazione cittadina la rapprenda solo lui. Tenta di
stabilire un rapporto con la giunta regionale ma
l’unico a dargli retta è il presidente socialista dell’Assemblea, Salvatore Lauricella. Viene persino
snobbato nelle cerimonie ufficiali. << Mi diceva
che si sentiva terribilmente solo, che incontrava molte difficoltà>>,
Salvatore Andò, responsabile socialista per i problemi dello Stato. E’ a questo punto che il generale decide di uscire allo
scoperto. Scrive a Spadolini per sollecitare il suo
appoggio personale; ma il presidente è alle prese con le difficoltà del
governo. Cerca di mettersi
in contatto telefonico col segretario
della DC ,Ciriaco De Mita non risponde. Allora si fa intervistare dai
giornalisti, Oltre che con Bocca, si sfoga con Camilla Cederna
su Panorama , con Rea dell’Espresso convoca anche
Saverio Lodato dell’Unità. Obiettivo dichiarato: tener viva la sua immagine
pubblica, uscire dall’isolamento diffidente in cui lo costringe la società
siciliana, forzare la mano ai cauti governanti di Roma. Nella
telefonate è più esplicito. << Mi lascino almeno il prestigio,
si lamenta con Giuseppe Turani
di “ Sei giorni dopo ferragosto , i
due si incontrano a Ficuzza, nei pressi di Corleone,
per la commemorazione di un ufficiale dei carabinieri ucciso dalla mafia
cinque anni prima. Il ministro promette che nella riunione del comitato
nazionale per la sicurezza, in programma il 7 settembre a Roma, verrà concretizzato il collegamento con tutte le altre prefetture, una delle
richieste del generale. Il prefetto garantisce al ministro la su <<
fattiva collaborazione >>. Ma il 7 è tardi. La
mafia e i suoi killer arrivano prima e colpiscono
quattro giorni prima. Francesco De Vito – Guido Quaranta – 19 settembre 1982 Licio Gelli: non
solo mafia nella uccisione di Dalla Chiesa Potrà sembrare strano, ma Gelli sostenne tra i primi che c’era un “movente politico
nell’assassinio di Dalla Chiesa. “ Artefice di quel massacro fu la mafia ma non soltanto
essa. Altri sono i responsabili dell’esecuzione di un uomo che si era impegnato a riportare l’ordine e la democrazia in
Sicilia: mandare sul fronte un generale promettendogli mezzi che poi vengono
meno, è come mandare in guerra qualcuno senza munizioni… Un giorno sapremo se
si è trattato di un delitto mafioso o politico” La sorprendente affermazione è contenuta in un documento
la cui stesura fu affidata a un giornalista
dell’Ansa di Firenze, Marcello Coppetti, a lui
molto vicino, scomparso nel 2001. Il documento fu frutto di
un lungo colloquio svoltosi durante un incontro a tre: il Venerabile, Coppetti e il maggiore dei servizi segreti
dell’aeronautica Umberto Nobili. In quell’occasione,
l’inesauribile Licio Gelli inviò consistenti
segnali anche sul possibile legame tra il delitto Dalla Chiesa e il caso
Moro, a partire dalla scomparsa del Memoriale: “ Strano, hanno arrestato i colpevoli, li hanno
condannati, hanno fatto un primo processo , poi un
secondo, un terzo, un quarto e i documenti non sono venuti fuori. Ma si voleva davvero recuperare l’interrogatorio di Moro?
Le spiegazioni sono due, o non li hanno trovati o non li volevano trovare, ma
credo che domani o fra cinquant’anni il materiale
salterà fuori…. E poi loro erano abituati a filmare tutto, l’avranno filmato
anche mentre lo uccidevano, non credo che lui si
aspettasse di morire, così mi hanno detto.” Nella tasca della giacca di Moro furono trovate poche
migliaia di lire. E, proprio nei giorni in cui Gelli
avanzava i suoi sospetti, Corrado Guerzoni fece l’ipotesi che quei soldi potevano servire per pagare
un taxi: le vere BR lo avevano lasciato vivo e le “altre BR” lo avevano
massacrato? Nel documento Gelli-Coppetti c’è una
parte virgolettata in cui il capo della P2 fa sapere: “ Il caso Moro non è finito, Dalla Chiesa aveva infiltrato un carabiniere giovanissimo nelle BR;
sapeva che le BR avevano anche materiale compromettente di Moro. Dalla Chiesa
andò da Andreotti e gli disse
che il materiale poteva essere recuperato se gli dava carta bianca, costui (
Dalla Chiesa) recuperò quel che doveva così il materiale è incompleto, anche
quello che ha la magistratura, perché è segreto di Stato.” E
in una nota, aggiunge: << Il materiale era stato preso dalle BR: non è
stato recuperato dall’infiltrato ( il carabiniere) oppure il carabiniere è
una scusa?>> Nell’82. la prima
Commissione Moro, proprio a causa di questo testo, convocò Coppetti e Nobili. Il primo si dilungò in una
deposizione, di oltre cento pagine, totalmente evasiva. La testimonianza del
secondo, lunga invece soltanto trentanove pagine, fu interrotta bruscamente
forse a causa della gravità di alcune affermazioni.
Ne citiamo solo una, riassuntiva: << Sia Gelli che le BR perseguono il comune interesse di
destabilizzare il paese, per questo ritengo che siano parenti prossimi, anche
se questa è soltanto una mia valutazione>> Dalla Chiesa a Leonardo Sciascia Fu Leonardo Sciascia l’unico a
cui il generale espresse i suoi dubbi sulla vera identità delle BR, pochi giorni
prima di morire, durante l’audizione alla Commissione Parlamentare
d’Inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. Lo scrittore siciliano
gli chiese se davvero pensava che Moretti fosse il
“cervello” delle Brigate Rosse. << In questi giorni mi èè sorto un dubbio>>, rispose.<< Mi chiedo,
oggi che sono da tempo fuori dalla mischia e faccio
in qualche modo l’osservatore che ha un po’ di esperienza sulle spalle, dove
sono le borse e dov’è la prima copia dei documenti Moro, noi trovammo solo la
battitura>>. Pensa che siano in qualche covo? Chiese Sciascia. Dalla Chiese scosse la
testa: << Penso che sia qualcuno che possa aver recepito tutto
questo>> Sono contento che le sia venuto questo dubbio>>, replicò
lo scrittore. Dalla Chiesa concluse: <<
Dobbiamo anche pensare ai viaggi all’estero che questa gente faceva: Moretti
andava e veniva>>. Da Parigi, naturalmente. Gli attacchi postumi al generale Gli uomini di Gladio e della P2 tornano a galla con gli
attacchi postumi al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, cui evidentemente
non riescono ancora a perdonare la guerra alla mafia
e ai politici mafiosi... Gli eredi della P2. Periodicamente, gli uomini di Gladio e
della P2 tornano a galla con gli attacchi postumi al generale Carlo Alberto
dalla Chiesa, cui evidentemente non riescono ancora
a perdonare la guerra alla mafia e ai politici mafiosi. Spicca fra loro per
pervicacia l’ex presidente (costretto a suo tempo a dimettersi per non
commendevoli motivi) Francesco Cossiga. Costui, nel
1990, rese un servigio alla mafia isolando ufficialmente uno dei magistrati
maggiormente impegnati, Rosario Livatino: che fu
assassinato dai killer pochissimo tempo dopo.
L’ostilità di Cossiga contro il generale non nasce
tuttavia, a nostro parere, negli anni siciliani ma è
presistente ad essi. Sorge probabilmente a metà
degli anni Settanta, quando dalla Chiesa, nell’ambito dei carabinieri di Milano,
sostenne un vero e proprio scontro con una cordata di militari infedeli,
trovati più tardi nelle liste di Gelli ma già
allora probabilmente organici a qualcuno dei centri di potere deviato di cui Cossiga più d’una volta
ha proclamato la legittimità "politica". Riproponiamo dunque un articolo di ventun anni fa, uscito sui Siciliani. Ci duole di dover
ricorrere a materiale tanto antico, ma sembra che sulla stampa di oggi
l’argomento P2 sia ormai considerato archeologico - nonostante la sua
attinenza col governo attuale - e che coloro che si opposero ai poteri
mafiosi e occulti possano essere liberamente insultati dal primo faccendiere.
In più, da siciliani, dobbiamo onorare un debito verso un soldato della
Sicilia. Riccardo Orioles: "Mi presento spontaneamente per rendere dichiarazioni
che ritengo possano avere rilievo nelle
indagini...". E’ il 25 aprile 1981, all’ufficio istruzione del Tribunale
di Milano. Sono presenti i giudici Turone, Colombo
e Viola e un testimone, l’ufficiale dei carabinieri Nicolò Bozzo. Leggi il
seguito Giancarlo
Giannini è il generale Dalla Chiesa in un film per Prima di cominciare a girare Il generale Dalla Chiesa
Giancarlo Giannini racconta di aver cercato dei
libri che ne tracciassero il profilo. «Non ho
trovato altro che quello scritto da suo figlio, Nando Dalla Chiesa. Eppure il generale è stata una figura centrale nella lotta
al terrorismo. Neanche nelle librerie meno alla moda sparse per l’Italia,
quelle in cui ho potuto curiosare seguendo le
riprese di Milano-Palermo: il ritorno, il film con
Raoul Bova con cui Fragasso
spera di bissare il successo del primo. Chissà. Forse alcuni episodi della
lotta al terrorismo sono coperti dal segreto, molto ancora
non si può conoscere». Prodotto dalla Endemol dei Bassetti, destinato all’autunno di Canale 5,
diretto da Giorgio Capitani, girato con 142 sequenze tra Roma, Torino,
Viterbo, Palermo, il film-tv è diviso in due parti: la prima racconta il
trasferimento di dalla Chiesa con la famiglia a Torino e l’inizio della lotta
alle Br, la seconda la sconfitta del terrorismo, il
suo arrivo a Palermo come prefetto, la morte in un attentato il 3 settembre
1982. Tra gli interpreti Stefania Sandrelli nel ruolo della prima moglie, Dora, morta
troppo presto giovane, e Francesca Cavallin in
quello della seconda moglie, Emanuela Setti Carraro,
uccisa con lui a Palermo. Nessun tentativo da parte di Giancarlo Giannini di somigliare fisicamente a
Dalla Chiesa: «E’ bastata la divisa, il berretto, gli occhiali e i
baffi. Non ho voluto altro. Non si usa più truccarsi per fingere di essere chi non si è. Ormai si sa che un attore recita».
Massima attenzione, invece, alla psicologia dell’uomo: «Una figura
controversa, difficile. Durissimo con i sottoposti, dolce con la moglie Dora.
Negli anni della lotta alle Br potentissimo tanto che poteva entrare e uscire da tutte le carceri, in
quelli da prefetto a Palermo abbandonato dallo Stato al punto da fargli dire
di aver gli stessi mezzi che si danno al prefetto di Forlì, città dove non
succede mai niente». I momenti importanti della carriera di
dalla Chiesa, dice Giannini ci sono tutti. I
rapporti con i politici, tutti quelli dell’arco
costituzionale. L’intuizione che per combattere le Br
non bastavano le armi ma occorrevano capacità
investigative, infiltrati, e perfino se ci si riusciva, convincere qualcuno
dei militanti a «pentirsi» e svelare i cardini dell’organizzazione.
L’amicizia con il parlamentare comunista Pio «Un
uomo potentissimo e molto solo» Giorgio Capitani regista di cinema e
televisione sostiene di essere fortunato: «Ho ottant’anni e ho fatto solo cose che mi piacevano». Anche Il Generale Dalla Chiesa gli piace. «Abbiamo cercato
di raccontare un uomo, nel suo momento più importante: la lotta alle Brigate
Rosse. Se non ci fosse stata, pur essendo lui un ottimo servitore dello
stato, che aveva combattuto la mafia in Sicilia, nessuno gli avrebbe dato la
carica di Prefetto di Palermo e nessuno avrebbe pensato di farlo
fuori in un attentato. Dalla Chiesa è indissolubilmente legato alle
Brigate rosse. Il cuore del racconto è quello: un uomo potentissimo, che
entrava e usciva dalle carceri, che aveva rapporti con tutto l’arco politico,
che con l’appoggio di Pio Simonetta Robiony |
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