Le idee di Peppino

 

Gli articoli della memoria   

Il 9 maggio 1978 in Italia si consumavano gli ultimi atti di una delle pagine più scure della storia del nostro paese: l'onorevole Aldo Moro trovava la morte, ucciso dalle Brigate rosse con la complicità di ampi settori dello stato. Ma proprio mentre in via Fani si ritrovava il corpo dello statista Dc, il fango dei poteri occulti, dei servizi deviati si riversava su una vittima della mafia, Giuseppe Impastato.
La versione degli inquirenti, della stampa era chiara, il giovane preparava un atto terroristico e inspiegabilmente, ne rimase vittima per poi parlare, successivamente, di suicidio quando scoprirono una lettera scritta molti mesi prima che motivava, a parer loro, la fantasiosa tesi.

L'aura di terrore e paura che aleggiava negli scranni del potere democratico e tra la gente fu il pretesto per archiviare la vicenda, restarono inascoltate le prove che i compagni di Peppino consegnarono ai carabinieri locali, tracce di sangue su una pietra ritrovata nel casolare, dove i criminali uccisero Peppino per poi adagiarne il corpo sul binario e dilaniarlo con una carica di esplosivo. Le forze dell'ordine in buona compagnia di settori della magistratura hanno contribuito a infangare il nome di Peppino Impastato ucciso vigliaccamente due volte prima dalla mafia e poi dal colpevole e connivente atteggiamento degli inquirenti.

Solo la caparbia dei compagni, della famiglia, (mamma Felicia e il fratello Giovanni) del centro di documentazione di Palermo (che dal 1980 è stato dedicato a Peppino Impastato) hanno mantenuto viva la memoria anche negli anni del depistaggio e del dileggio di Stato. A partire dal loro impegno e dal coraggio di rivendicare la matrice mafiosa del delitto si sono riaperte le indagini ma ci sono voluti anni perché la verità venisse a galla con la condanna di Tano Badalamenti e del suo vice Vito Palazzolo, come mandanti dell'efferato delitto. Un delitto consumato con lucida e fredda ferocia dai killer assoldati dal boss Badalamenti che in quel periodo ricopriva un ruolo di prima linea nella gerarchia mafiosa; cento i passi che dividevano la sua abitazione da casa-Impastato. Una casa di amici, come si usa dire nel gergo mafioso, visto che il padre, gli zii appartenevano a Cosa Nostra, un'appartenenza che provocò la rottura tra il militante di Dp ed il padre che dopo i primi scritti contro la mafia lo cacciò via di casa.

Peppino iniziò presto il suo percorso di emancipazione, voltò le spalle alla normale e ovvia pre-destinazione e corrose l'ancestrale patrimonio familiare, a quindici anni pubblicò il suo primo giornale con il quale consacrò la sua definitiva rottura dal vincolo malavitoso, apostrofando la mafia con una chiara ed eloquente espressione: "La mafia è una montagna di merda". Peppino non si fermò, lottando al fianco dei contadini contro l'esproprio dei loro terreni, denunciando gli abusivismi edilizi, le connivenze, facendo nomi e cognomi di chi prestava il fianco e copriva i traffici di don Tano (così, irridendolo, chiamava il boss Badalamenti).
Dai microfoni di radio aut trasmetteva il suo disappunto colorando con sagace ironia i suoi diretti e coraggiosi anatemi, non c'era spazio per le mezze misure, aveva capito che la mafia bisognava colpirla privandola del sostrato che la rendeva così invulnerabile: la sua perfetta e precipua simbiosi con il tessuto sociale.

È proprio nel tessuto sociale che la mafia oggi come allora si radica, intrecciando rapporti con nuovi amici, allargando le maglie della sua fitta rete, conquistando il territorio palmo a palmo, rilasciando permessi, favorendo abusi, elargendo favori; insomma dispiegando la sua presenza con il lento oscuramento dello stato. Uno stato che negli anni ha ceduto il passo al potere delle cosche spesso invischiandosi con esso, pericolosamente, dando l'impressione della sua debolezza e consacrando la sua inoffensività.
La mafia ha sempre cercato di allargare le redini della sua protezione raccogliendo sotto il suo ombrello ampi strati della società, questa è la sua forza, la sua arma vincente: la sua straordinaria contiguità con il mondo economico e sociale che pur non appartenendo a Cosa nostra ne diventa un referente esterno, una sorta di placido connivente. Una promiscuità tra società e mafia difficile da individuare dove lo stato si è spesso cercato di intrufolare senza successo, o meglio conquistando vittorie sporadiche e rialzando la testa a periodi, spesso colpevolmente solo dopo le stragi egli omicidi eccellenti.

Gli anni, nei quali Peppino operava erano anni bui, lo stato concentrò le sue forze nella lotta contro il terrorismo ma intanto la mafia conquistava fette importanti di potere e allargava il suo controllo. Nella battaglia contro la mafia non bisogna distrarsi, questo sembra suggerirci la storia, perché distrarsi significa ripartire da zero. Peppino sentiva il peso della storia, la Sicilia era abbandonata a se stessa e la reazione doveva venire dall'interno, la società civile doveva reagire seminando la cultura della legalità, sottraendo alla mafia quelle reti di coperture che la rendevano così invulnerabile e forte. Bisognava restituire visibilità e spessore alla Sicilia che voleva rifarsi una pelle, una identità priva del tessuto mafioso; a Cinisi, Peppino con i suoi compagni iniziò questo percorso, questo cammino di faticosa e laboriosa rigenerazione che da un lato nella denuncia trovava la sua arma lancinante e tagliente e che nelle attività culturali, musicali, politiche e sociali rifondava un senso di partecipazione, da tempo abbandonato. Una strada irta di ostacoli ma che sembrò percorribile, sbarrata solo dalla violenta e prevaricatrice mano mafiosa. Nel totale buio istituzionale ha riacceso la luce, abdicando dal vincolo di sangue, costipando in un angolo la matrice mafiosa e avvelenandola con il germe della legalità e dell'onestà.

Cinisi, maggio 2003

"Con le tue idee, continuiamo" è il messaggio che i ragazzi del circolo Musica e Culturale hanno scritto sulla corona di fiori deposta al cimitero di Cinisi il 9 maggio scorso, a venticinque anni dalla morte del loro "riferimento", del loro caro Peppino. Ragazzi che cercano pur tra mille difficoltà di continuare, di riuscire a conciliare il ricordo con l'impegno, in questo senso si legge l'iniziativa del forum nazionale antimafia, giunto al suo secondo anno. Un luogo per dibattere di mafia, di politiche di sviluppo, di problematiche sociali e nel contempo per riconsegnare alla memoria la figura, ormai intoccabile nei loro cuori, di Giuseppe Impastato. Quest'anno i dibattiti hanno indagato i rapporti tra la nuova mafia, la globalizzazione, la guerra e la de-industrializzazione; nella piazza del maficipio (così Peppino chiamava il municipio di Cinisi) Umberto Santino, presidente del centro documentazione P.I. di Palermo, ha introdotto i vari forum, dai quali sono emersi nuovi percorsi e pratiche nella lotta alla mafia.

Rinverdire la memoria e continuare lo studio attento del fenomeno mafioso, questo è il vero spirito del forum che ha avvertito sul nuovo e deprecabile silenzio delle istituzioni che sembrano leggere l'abbandono della strategia stragista come la morte lenta della mafia. E invece la mafia esiste anche se non se ne sentono i deflagranti effetti, ha assunto un nuovo modus agendi, ricercando nuovi referenti e stringendo accordi con settori politici, inclini a coprirne le attività malavitose. Le cosche hanno proceduto un radicale rinnovamento, i morti fanno troppo rumore meglio lavorare nel silenzio con maggiori risultati e minori rischi. Cosa Nostra osserva, attenta, la politica del governo, si felicita della legge sul rientro dei capitali e la riduzione dei vincoli di legalità per avviare il piano di opere pubbliche (molti a partire dal premier considerano tali vincoli un freno allo sviluppo); appalti, appalti, appalti, un giro d'affari di miliardi su cui la mafia ha già steso i suoi lunghi tentacoli.

La controffensiva dello stato è farraginosa quasi domata, basti pensare che molti dei beni sequestrati alla mafia sono ancora in possesso dei parenti dei boss che li abitano nel completo disinteresse delle istituzioni che spesso, nella persona di assessori e di pendenti, ostacolano il riutilizzo dei beni confiscati (frenando l'applicazione della legge sui beni approvata grazie alle firme raccolte dall'associazione Libera). La restituzione alla società civile di tali beni è un segnale che depotenzia la mafia, sono proprie queste le azioni che lo stato deve avviare, rafforzando, inoltre, la presenza delle forze dell'ordine, investendo in servizi sociali e creando occupazione.

La madre di Peppino non lascia spazio a dubbi: la mafia si sconfigge con la presenza dello stato e anche e soprattutto con la cultura della legalità e della partecipazione democratica, oggi qualcuno sembra averlo dimenticato.

Reportage realizzato da Nello Crocchia

Pubblicato su: carta.it

 

 

 

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