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Guido Rossa |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Guido
Rossa Dai resoconti giornalistici del
gennaio 1979. I terroristi delle Brigate Rosse hanno cominciato ad
uccidere anche i militanti comunisti. La prima vittima di questo nuovo fronte
è un operaio di Genova, Guido Rossa, delegato sindacale della Fiom - Cgil all’Italsider, iscritto al PCI. Rossa 44 anni , sposato e padre di una ragazza, aggiustatore meccanico
nella fabbrica genovese, è stato assassinato all’alba del 24
gennaio, a pochi passi da casa. Guido, ha pagato con la vita non soltanto la
sua militanza politica,ma il suo impegno contro il
terrorismo. Era stato lui a scoprire e denunciare un fiancheggiatore delle
BR, Francesco Berardi, impiegato nella sua stessa
fabbrica, l’Italsider. E
i brigatisti, nella loro follia omicida, hanno voluto “punirlo”,
proprio per quel suo atto di coraggio civile: < Abbiamo sparato a Guido
Rossa, spia dei padroni, dell’Italsider>,
dice la telefonata che rivendica l’assassinio. La tecnica dell’attentato è stata quella
consueta di tanti altri agguati. Rossa esce da casa poco dopo le 6.30, in via Ischia , per recarsi al lavoro allo stabilimento di Cornigliano. A piedi svolta per
via Fracchia e sale sulla sua “ 850 Fiat
“ dalla parte destra,perché l’auto è parcheggiata
di fianco al muro. La zona è quella di Oregina, sulle alture di Genova, scoscesa e piena di
strade strette e tortuose. Mentre Guido entra
nell’auto, sta spostandosi sul sedile di guida, i terroristi cominciano
a sparare. I primi colpi di pistola lo raggiungono alle
gambe, poi un proiettile gli spacca il cuore. Guido muore quasi
subito. A sparare sono stati almeno in due ( per terra troveranno bossoli di due armi diverse, una calibro 9 lungo e una 7.65). La notizia gia alle 8.30 si diffonde
per l’intera città, l’emozione è enorme, gli operai
escono dalle fabbriche, si sa che è stato ammazzato un sindacalista
della Fiom, <un compagno del PCI
>Ma non si sa ancora chi. Poi qualcuno ricorda la storia di Berardi, e la gente capisce: Guido Rossa ha cominciato a morire quando ha deciso di guidare il servizio di
vigilanza contro il terrorismo nelle fabbriche in cui lavorava. Rivediamo le sequenze iniziali di questo dramma.
All’Italsider e all’Ansaldo,
la presenza di qualcuno che < fiancheggia > le BR è palpabile.
Quando sparano al dirigente Liberti, nel maggio
scorso, e spiegano perché l’hanno fatto, i brigatisti dimostrano
di sapere tutto sull’azienda. In ottobre, Rossa firma quasi certamente
la sua condanna a morte. Da tempo sospetta di Francesco Berardi,
un operaio degli altiforni poi promosso impiegato, ex militante di Lotta
Continua. Alla fine lo blocca mentre ha con
sé alcuni opuscoli delle BR e, assieme al consiglio di fabbrica,
avverte i carabinieri. Da una perquisizione, saltano fuori i numeri di targa di alcuni dirigenti Italsider,
annotati su un foglietto in possesso di Berardi. Al processo per direttissima, Rossa è l’unico
che ha il coraggio di presentarsi a testimoniare, < conferma le
dichiarazioni rese in istruttoria?> < Confermo
> Il delegato sindacale rimane in aula neppure un minuto, ma, appena lo
vede, Berardi si volge verso il pubblico e lo
indica con gli occhi e un cenno del capo a qualcuno che è tra i
presenti nell’aula. Berardi viene condannato a quattro anni di reclusione e viene
rinchiuso nel super carcere di Novara. Per Guido rossa cominciano le telefonate anonime: < Te
la faremo pagare>. Convinto di aver fatto il suo dovere di cittadino e
democratico nonché di militante comunista,
Guido continua la sua attività come prima e rinnovata determinazione
per combattere il terrorismo che ritiene il male mortale per la classe
operaia. Nel frattempo, le BR diffondono il “ Diario di lotta
nelle fabbriche genovesi Ansaldo e Italsider”
dove per la prima volta compare in modo esplicito, lo slogan < individuare
e smascherare il ruolo
controrivoluzionario dei berlingueriani>.
Ancora una volta è un’anticipazione chiara di quanto
accadrà di lì a poco. Chi ha ucciso Guido Rossa si è servito quasi certamente di un furgone
parcheggiato qualche metro dietro la sua 850 , con targhe rubate e il bollo
di circolazione e il contrassegno dell’assicurazione contraffatti. Gli
inquirenti che lo hanno esaminato sono certi che gli attentatori siano
rimasti nascosti nel veicolo per tutta la notte. Le indagini appaiono subito molto complicate, nessuno ha visto nulla,
qualcuno compresa la moglie di Guido ha sentito degli spari, ma li ha scambiati
per altri rumori. In questo modo, dal momento dell’attentato alla
scoperta del corpo di Guido Rossa riverso nell’auto, fatta eccezione di
un netturbino , è trascorsa quasi
un’ora.< Troppo- dicono gli inquirenti – per poter avere
qualche indicazione utile>. Genova si è scossa dal torpore pigro di queste
giornate grigie e piene di pioggia, ma non più di ammazzarono il
giudice Coco, l’8 giugno del 1976 o Antonio
Esposito, il 21 giugno scorso ( capo dell’antiterrorismo genovese, 36
anni e padre di tre figli). Solo nelle fabbriche ,
grandi e piccole la rabbia è grande, ma lo sdegnosi chi parla
dell’assassinio si confonde con un rassegnato senso di impotenza nei
confronti del terrorismo determinato anche dalla esiguità dei
risultati raggiunti di chi indaga e sta indagando sui precedenti attentati. C’è da chiedersi se quel giorno, in tribunale,
Guido non fosse rimasto solo a testimoniare, se altri compagni del sindacato,
tutti insieme avessero confermato le accuse di Guido, se……. "Il
mio Guido Rossa, nemico delle BR" C'è anche Guido Rossa nel Centenario della Cgil. L'operaio genovese trucidato dalle Brigate Rosse
ventisei anni fa tornerà a vivere in un film. "Guido che
sfidò le Brigate Rosse": questo il
titolo. Lo firma Giuseppe Ferrara (le riprese, a Genova, sono finite da pochi
giorni), che ha diretto Massimo Ghini (nel ruolo di
Rossa), Anna Galiena (la moglie dell'operaio), Gianmarco Tognazzi (il
brigatista Riccardo Dura) ed Elvira Giannini (altra
brigatista). Il film uscirà nella primavera del 2006. Sul set genovese, nei luoghi che
testimoniarono la vita di Rossa fino al suo assassinio, all'alba del 24
gennaio del 1979, per mano di quelle Br che non
aveva esitato a denunciare, la lettura che Ferrara dà di quella
vicenda. E una
cosa è apparsa subito chiara: con questo regista, che ha alle spalle
più di quarant'anni di cinema civile (dai
documentari dei '60 e '70 sul lavoro nelle miniere e la sicurezza e salute
fino alle pellicole più recenti sul caso Moro, Falcone e l'ultimo I
banchieri di Dio), è impossibile separare
la finzione dalla realtà, la visione politica da quella del cineasta. "Quando faccio un film - ci
spiega infatti Ferrara - credo di avere una specie di impegno didattico.
Voglio far capire questo paese. Naturalmente l’intento è di migliorarlo.
Mi rendo conto che è molto presuntuoso quello che sto dicendo, e non
è detto che ci riesca. Però il cinema ha questi poteri, e credo
che il tentativo si possa e si debba fare". Perché ha scelto questa
storia? Ferrara L'anno scorso, in occasione del 25mo anniversario della
morte di Rossa, ho letto un bell’articolo
di Cipriani, se non sbaglio, e ho pensato: questo
è un film straordinario! Di una grande attualità
politica in un paese ancora pieno delle ceneri e del calore di quegli anni di
eversione. Chi era, secondo lei, Guido Rossa? Ferrara Un uomo di grande lungimiranza.
Non a caso è stato così tenace e attaccato alla sua scelta di
combattere con tanta determinazione le BR, fino a rimetterci la vita. Rossa
capiva di avere ragione. Ed era un uomo normale, che
voleva lavorare, che desiderava che la democrazia si affermasse e che la
classe operaia andasse al potere per vie democratiche, "allendiane". Rossa come Salvador Allende? Ferrara In fondo avevano gli stessi principi. Il presidente del
Cile pagò con la vita per aver voluto delle riforme che dessero potere agli umili e agli oppressi. Rossa
subì la violenza delle BR a causa della sua scelta di
campo democratica. Forse il cinema si accorge di lui tardivamente... Il film racconta in parallelo le vicende di
Rossa e del suo assassino, il brigatista Dura. Non
corre il rischio di metterli sullo stesso piano? Ferrara C'è un'obiezione che mi ha fatto Costa, un
rapito delle Brigate Rosse, nipote del grande armatore. Costa mi ha detto:
"Ferrara, lei farà un film in cui le BR
avranno un'epica". Questo effettivamente è il rischio. Ma io non
voglio fare nessuna epica. Nel
film l'alternanza, addirittura pignola, tra le sequenze su Rossa e quelle su
Dura, dovrebbe dare allo spettatore l'occasione di un continuo riflettere sul
bene e il male, su quanti agiscono in modo corretto e su quelli che invece
distruggono in modo perverso il vivere civile. Naturalmente senz'alcun
moralismo. Massimo Ghini: vi
racconto io Guido Rossa C’era una volta un operaio coraggioso che si
chiamava Guido Rossa convinto che il terrorismo fosse nemico dichiarato del
Movimento Operaio e che per questo dovesse essere combattuto. Le br lo sdraiarono un giorno, a Genova, in un lago di sangue, il suo, morto. A monito
perenne per tutti quelli che invece accettavano di vivere nella paura; come
avrebbe fatto la mafia. Allora si capì che forse anche i boss
di Cosa Nostra erano "compagni che sbagliano". Rossa pagò
con la vita per essersi rifiutato di cadere in quel trabocchetto, e continua a pagare in qualche angolo di coscienza. Genova
gli ha dedicato una statua, i genovesi ne alimentano
una memoria dolorosamente viva, proprio in questi giorni il regista Giuseppe
Ferrara sta per iniziare le riprese di un film centrato sulla sua figura.
Vestirà i suoi panni Massimo Ghini,
uno dei migliori interpreti italiani e, prima ancora, un partigiano
delle idee e del coraggio di Guido Rossa. Ciònonstante, o forse proprio per questo, un
ruolo difficile. Si tratta di disegnare un carattere sul quale troppi e con
troppa fretta hanno messo una lapide. Non è così, Massimo? Quel che è certo è che Guido Rossa, dopo la
scelta di denunciare l’infiltrazione dei terroristi in fabbrica,
è stato abbandonato. Politici e giornalisti: quasi
un coro che tendeva a mescolare imbarazzo e voglia di relegare la sua figura
in uno spazio distrattamente vicino alla meschineria.
Mi son letto i giornali dell’epoca del
processo contro i br che vide
Rossa protagonista dell’accusa. Un gelo, nei suoi confronti, davvero
molto interessante. Sono contento di quel che sto facendo: venire qui a Genova, contattare Sabina, la figlia, incrociare i
vecchi compagni di fabbrica è una grande esperienza. Politica prima
che professionale, umana prima che politica. Quel che ho scoperto su Guido
Rossa, del quale avevo pure condiviso le scelte fin dall’inizio, vorrei
diventasse patrimonio comune per tutti gli italiani.
Questa storia è, credimi, una gran bella,
anche se feroce, verità. Affondi le mani in un angolo grigio del nostro passato. Una parte, anche se molto minoritaria, della sinistra non
condivise le scelte dure di Rossa. Permisero che su di lui scivolasse
l’ombra velenosa della delazione. I colpi di pistola fecero il resto... Certo, ed è tutta gente che
ora è in carriera, è gente potente, veri rivoluzionari da
operetta. Invece, hanno ucciso un grand’uomo
per pura viltà e a questo grande uomo dobbiamo l’onore delle
armi per quella sua denuncia, per quel gesto di
coraggio. Sai chi era Guido Rossa? Era un meraviglioso essere umano, amato
dai compagni di fabbrica. E cos’era allora la
fabbrica, cos’era la cultura della fabbrica, quel sentirsi stretti da
una solidarietà fraterna, quella capacità di farsi carico dei
problemi umani, oltre che sindacali di ciascuno. Mi accusano di avere un feeling
da libro Cuore, ma cosa vuoi che ti dica, sono innamorato di quella cultura.
Il film è anche un modo per riportare a galla un patrimonio di
dignità morale che la sinistra rischia di dimenticare nel cassetto. E
invece ne abbiamo tutti bisogno, la politica ne ha
bisogno perché attiene all’identità della sinistra. Torna a Rossa. Racconta di lui... Era uno scalatore, adorava la montagna. Ma
un giorno disse "La montagna è bellissima, ma la realtà
è a valle". Così scese a valle, nelle fabbriche. Ma continuò a frequentare la roccia per aiutare chi
era in difficoltà. Era specializzato nelle operazioni di soccorso in
alta quota. Sabina Rossa mi ha dato un quaderno di appunti
in cui il padre racconta di come, per esempio, un giorno scese in corda
doppia da una parete portandosi un ferito sulle spalle. Te ne racconto
un’altra. In fabbrica, c’era un ragazzo che aveva problemi di
droga, un border line niente abile a difendere i
suoi interessi. Tanto è vero che un giorno si trovò in mano un
pacchetto di cambiali firmate da lui per un acquisto che più fasullo
non poteva essere. Una truffa. La direzione della fabbrica voleva
liberarsene, Guido Rossa e i compagni lo presero in carico: lui, Rossa,
andò di persona dai ricattatori e intimò loro di consegnargli
le ricevute altrimenti la cosa sarebbe finita in tribunale. Stava parlando non a degli agnellini, era gente cattiva.
Vinse lui, quel magnifico testardo e salvò quel
ragazzo. Nostalgia di Movimento Operaio, del libro Cuore del Movimento Operaio, Massimo... Altro che nostalgia, di’ pure
"voglia", passione. Sai cosa fecero i compagni della fabbrica dopo
quel fatto? A due alla volta, accompagnarono il ragazzo fino a casa per un
bel po’ di tempo per evitare che finisse nelle mani di qualche
spacciatore. Ed era gente che lavorava per ore attaccata
a una macchina e che alla fine della giornata moriva dalla voglia di tornare
a casa sua e invece stavano lì a fare le baby sitter.
Che gran lezione di vita, che gran lezione
politica... Ne parli come se la storia di Guido Rossa potesse
trasformarsi in un breviario per questa politica, quella di
oggi. Sarebbe sciocca presunzione, non
corro questo
rischio. Però...se mi aggrappo ai desideri,
ecco mi piacerebbe che la sinistra fosse più consapevole di ciò
che vale la sua storia. Bada bene: quando parlo di storia non mi riferisco
solo alle ideologie e ai grandi movimenti di lotta ma ai comportamenti
individuali, all’etica che in qualche modo quei comportamenti hanno
contribuito a fondare. Ancora un esempio, ora o mai
più, sei su una strada ricca di senso... Io spero di riuscire a trasmettere questi contenuti nel
film che iniziamo a girare. Tu vuoi un altro esempio e io te lo do.
Raccontato dai compagni di Guido. Si diffonde in fabbrica la notizia che le br hanno sparso sangue, altro
sangue. Qualcuno sibila: hanno fatto bene. La fabbrica non
è solo, lo so, la culla del solidarismo,
c’è dell’altro. Guido Rossa lo sente e gli dice: senti,
finito il lavoro noi due dobbiamo parlare, lascia che ti spieghi
perché secondo me stai sbagliando. Alla fine
della giornata di lavoro, Rossa incontra quell’operaio
e gli parla. Cosa ne sia uscito non lo so. Certo
è difficile resistere alla sua tenacia, alla lucidità delle sue
convinzioni, allo spirito di fratellanza che esprime mentre
si confronta e spiega... Coraggio, ti sei sdraiato su una
bella spiaggia morale. Può provocare irritazione, non a te ma in chi ti legge. "Vorrei", dici anche
quando non lo dici. Vai fino in fondo... Ho sofferto e soffro per il modo
in cui abbiamo sepolto il nostro passato come se fosse cosa di cui vergognarsi.
Mi brucia ancor di più se osservo che tutta la nostra politica assieme
ai nostri destini ruota in questi giorni attorno ai
capricci di Cicciobello. Non posso crederci. Lo so
che Fassino si danna e ci mette tutto se stesso per
sbrogliare la situazione. Ma so che siamo stretti
tra un presidente del Consiglio di cui mi vergogno e le bizze di un uomo
politico che si permette di buttare dalla finestra la mia dignità, il
mio impegno affinché l’Italia sia governata con decenza e serietà.
Mi pare che la sinistra oggi paghi un pegno troppo alto ma conseguenza
diretta di quello sforzo modernizzatore che ha
trattato il passato come scoria da eliminare. Nota bene: non sono un
nostalgico e guai a tornare indietro ma va recuperato ciò che di buono
siamo stati: comunisti, se lo siamo stati, soggetti
morali e lo siamo stati. Avevamo paura che il nostro passato appannasse la
nostra agognata modernità, avevamo paura di fare brutta figura e per
questo abbiamo rinunciato a una parte grande di noi
stessi. Si può fare politica in queste condizioni dimezzate? Hai pronunciato una parola impronunciabile: comunista. Cosa c’è dentro? La mia era, è una famiglia comunista. Mai sentita una sola battuta che facesse appello alla violenza,
alla prevaricazione. Mai avvertito che ci fosse un progetto micidiale di occupazione del potere. Mai sentito niente che avesse a
che fare con la morale di questi tempi: fotti
il tuo simile se ce la vuoi fare, fregatene di tutto e di tutti e vai avanti
per la tua strada. Nessuno mi ha mai detto: devi fare denaro senza scrupoli.
La mia famiglia mi ha insegnato che il bene più prezioso è
l’amore, che è bello condividere, che la solidarietà
è un bene irrinunciabile, che bisogna saper accettare le crisi, i
dubbi ma non sui principi della nostra esistenza, sulla sua ossatura morale.
Ecco, tutto questo è comunista, una volta che l’hai offerto a un lavoro corale per rendere il mondo migliore,
più libero e più gioioso. Non so perché ma non me ne
vergogno, tu cosa dici? Intervista di Toni Jop –
L’Unita’ – 20/06/2005
Sabina
Rossa "Io, faccia a faccia
coi killer di mio padre" Esce il libro inchiesta della figlia
di Guido Rossa che ha incontrato gli uomini del commando |
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