Gladio, i gladiatori, mafia e terrorismo

 

 

Link utile: GladioGladio e il caso MoroLicio Gelli  La Rosa dei venti

Leggi: La P2 governava Gladio

 

Gladio ,l’Anello e i piani segreti

Tra la fine di marzo e i primi di aprile del 1978, in quella che viene solitamente definita” la prima fase” del sequestro Moro, scattò l’allarme rosso attorno alla concreta ipotesi che il presidente DC stesse rivelando, e in modo dettagliato, alle Brigate Rosse l’esistenza di quella struttura segretissima, alla quale era affidata la difesa del Patto Atlantico. Una struttura  che violava le norme costituzionali e che in pochissimi conoscevano. In effetti l’esistenza di Gladio era ignorata, non soltanto dal Parlamento, ma anche da qualche presidente del Consiglio, ad esempio Fanfani, come poi si accertò. A quel che sappiamo oggi, anche se tuttora non ufficialmente, ma soltanto sulla base di quanto è emerso da molteplici inchieste giudiziarie ( a partire da quella di Felice Casson su Gladio w quella del giudice Salvini sulla strage di piazza Fontana), dietro la sigla di Gladio si celavano tre componenti operative: il Superservizio, ovvero una sorta di cupola dei servizi segreti che avrebbe pianificato la strategia della tensione e che viene identificato con L’Ufficio R del SID e poi del SISMI; i reparti militari Stay Behind regolari, cioè appartenenti alle Forze Armate ( si scoprirono in seguito soltanto quelli di stanza nel Triveneto); la “ rete parallela”, costituita da civili o ex militari, nella quale erano confluiti anche alcuni appartenenti di Ordine Nuovo e di Avanguardia nazionale, coinvolti nel golpe Borghese.

Il Superservizio faceva capo a servizi d’intelligence sopranazionali come la CIA ealtre strutture NATO. Fu questo, molto probabilmente, il motivo per il quale, almeno a partire dal ’77, gli uomini della nostra intelligence, ma anche i massimi responsabili delle Forze Armate, della Pubblica Sicurezza e dei Carabinieri, dovettero dar prova della propria fedeltà atlantica, con un giuramento che avesse una valenza superiore rispetto alla fedeltà giurata allo Stato italiano e alla Costituzione. Perché in realtà era questo il senso del giuramento alla P2 : Un affidavit : << Anch’io, come altri, sono stato costretto a iscrivermi alla P2, per non essere escluso da ogni possibilità di carriera>>, spiegò il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa quando il suo nome fu trovato sulle liste di Castiglion Fibocchi. L’Italia, in questo ultimo scorcio di guerra fredda, appare sempre più un paese” a sovranità limitata”.

A fare  da raccordo tra la cupola dell’intelligence, ovvero il Superservizio, e le reti Parallele, almeno fino alla metà degli anni ‘ 80., sarebbe stata una particolarissima struttura denominata Anello: un nome in codice che stava a sottolineare il ruolo di collegamento tra vertice militare e base operativa.

Una struttura del tutto ignorata fino a pochissimo tempo fa, cui secondo alcuni andrebbero addebitate la maggior parte delle “ operazioni sporche” compiute dai servizi segreti in quegli anni: dalla strategia della tensione al sequestro Moro, al caso Cirillo, alla fuga di Kappler, ma che ebbero anche un ruolo di primo piano nella copertura dei traffici di armi e petrolio attraverso la Libia di Gheddafi.

L’Anello risalirebbe al dopoguerra, ma è stato più o meno a meta degli anni Sessanta che il governo italiano, o meglio alcuni suoi esponenti, avrebbero preso atto della sua esistenza e cercato di  riorganizzarlo per assicurarne il controllo. Proprio nel periodo in cui Andreotti era ministro della Difesa.

Alla scoperta dell’Anello si sarebbe arrivati dopo il ritrovamento dell’archivio dell’Ufficio Affari Riservati in un deposito sull’ Appia Antica, dove giacevano alla rinfusa documenti importantissimi, trasferiti in questa sorta di “discarica” dei servizi segreti dopo lo scioglimento dell’ufficio diretto da Federico Umberto D’Amato. A fare la sensazionale scoperta fu i perito della Commissione Parlamentare sulle Stragi Aldo Giannuli, che ne parlò in Commissione in una dettagliata relazione nel 2000, ora agli atti della Procura di Brescia che indaga sull’omonima strage.

Nella stessa relazione Giannulli parlò del cosiddetto Noto Servizio( in realtà ancora molto oscuro e assolutamente ignoto, anche se qualcuno coveva conoscerlo con il suo vero nome di Anello). Già il 15 novembre 2000 alcuni , quotidiani pubblicarono la notizia dell’arrivo a San Macuto, il palazzo che ospitava la Commissione Stragi, di una relazione della Procura di Brescia. In quel documenta la superstruttura veniva ancora chiamata Noto Servizio e veniva descritta come una sorta di servizio segreto parallelo composto da imprenditori, industriali, ex ufficiali sia badogliani che repubblichini, come ad esempio lo scomparso Giorgio Pisanò, ma anche da religiosi come padre Enrico Zucca, entrato nella cronaca per aver trafugato la salma di Mussolini, e perfino di Tom Ponzi, il famoso investigatore privato.

All’interno di questa strana e ancora fumosa organizzazione segreta emergeva la figura di un sedicente colonnello, in realtà pilota della Repubblica Sociale di Salò, Adalberto Titta: un personaggio già noto alle cronache per essere entrato e uscito a suo piacimento dalle carceri italiane durante il sequestro dell’assessore napoletano Ciro Cirillo, rapito dal brigatista ( o presunto tale) Giovanni Senz’ani. Vi erano anche molti uomini del mondo politico-affaristico insieme a parecchi illustri sconosciuti.

Sembra che nel 1972 il Noto Servizio potesse contare su una rete di 164 uomini che gravavano sul bilancio dello Stato per svariati miliardi. Uno dei capi fila era Sigfrido Battaini  che disponeva di notevoli masse di denaro, di un deposito di armi  e munizioni presso la caserma Moscova di Milano, oltre ad un ufficio di rappresentanza in via dello Statuto a Roma. Nella relazione della Procura di Brescia si fa riferimento a una serie di veline ritrovate al macero, secondo le quali il Noto Servizio sarebbe nato nel ’45, quando il generale Mario Roatta , ex capo della polizia segreta fascista, fugge dall’ospedale militare del Celio a Roma in cui era detenuto e, a quanto sembra, traghetta alcuni suoi ex sottoposti verso la nuova struttura occulta.

Uno dei suoi uomini di punta , che vedremo comparire in vicende nel caso Moro, era Giorgio Conforto ( nome in codice “Dario”) e proprio a questo nome era intestata la cartellina fatta ritrovare sull’Appia che ha avviato le indagini sul Noto Servizio. 

Da queste veline nella relazione di Brescia, emergeva con chiarezza che questa struttura avrebbe fatto prevalentemente capo ai carabinieri del SID,godendo di un rapporto mediato con Giulio Andreotti, soprattutto nel periodo degli attentati organizzati dalla destra eversiva , cui arrivavano attraverso questo canale armi ed esplosivo.

Attraverso alti ufficiali dell’Arma il Noto Servizio avrebbe aperto canali “ petroliferi” con la Libia. La sua attività deviata, secondo la Procura di Brescia, si celerebbe dietro le stragi di piazza Fontana, di piazza della Loggia, ma anche dietro il MAR  di Carlo Fumagalli ( responsabile della morte di Feltrinelli) e dietro l’attività del bombardiere nero Gianni Nardi.

 

 

Andreotti e l’Anello

Sulla base di vecchie testimonianze, riscontri documentali e verifiche incrociate sui documenti ritrovati negli archivi da Aldo Giannulli, il perito dei magistrati di Brescia Roberto De Martino e Francesco Piantoni si afferma in sostanza che soto la definizione di Noto Servizio , locuzione che potrebbe sottendere un nome preciso ( L’Anello ?) , si sarebbe celata la vera struttura italiana di Stay Behind , cioè Gladio. Andreotti, nel rivelare nel 90 l’esistenza di Gladio, titolò la sua relazione: “ Il cosiddetto SID parallelo, ovvero l’operazione Gladio”, indicando l’esistenza di un servizio segreto irregolare ma comunque innestato nel “ tessuto istituzionale” .

Una versione che provocò la reazione di 620 gladiatori i quali , più o meno tra le righe, sostennero che la vera struttura deviata era un’altra, ovvero quella che faceva capo  a lui e che avrebbe costituito il nucleo più occulto del superservizio. Una polemica in cui tuttora non è possibile stabilire chi ha torto o ragione, per la lentezza e la difficoltà delle indagini giudiziarie, quelle ancora in atto e quelle ormai concluse senza approdare a nessuna certezza.

Nei giorni in cui comparvero sui giornali queste rivelazioni Andreotti era in Cina. Raggiunto telefonicamente da alcuni giornalisti, il suo commento fu: << Non ne so niente, sono a Pechino, non ho mai avuto rapporti né segreti né non segreti, si vede che a qualcuno da fastidio che io non sia ancora morto>>.

Mino Pecorelli doveva essere a conoscenza dell’esistenza dell’Anello, considerato che disponeva dei riservatissimi fascicoli sul MI. Fo. Biali, e, sulla base di molte allusioni fatte dal giornalista sul ruolo di Andreotti nella distruzione dei servizi segreti, sembra anche a conoscenza dei rapporti che intercorrevano tra la struttura supersegreta e Andreotti, indicato da alcuni testimoni ascoltati dalla Procura di Brescia come il principale beneficiario dell’Anello. Anzi, qualcuno allude al fatto che sia stato proprio l’allora ministro della Difesa a dargli quel nome, che stava ad indicare il passaggio dal” notevole caos” del periodo precedente gli anni Settanta , contrassegnato dall’esistenza di molteplici e spesso confuse strutture parallele, a un’unica  e più efficiente organizzazione.

Come si vede le informazioni sulla natura dell’Anello sono ancora molto confuse e l’inchiesta romana affidata al giudice Ionta, che finora è preceduta dal più totale silenzio, sembra purtroppo destinata all’archiviazione per l’impossibilità di accertare fatti troppo lontani nel tempo e per la delicatezza  delle informazioni raccolte che condurrebbero nell’alveo dei segreti di Stato.

E’ un vero peccato, perché questo sembra proprio essere “l’anello” che manca ancora nella ricostruzione dei misteri nel caso Moro, quello che ci consentirebbe di capire la portata delle rivelazioni fatte dal presidente della DC alle Brigate Rosse e il motivo per cui queste avrebbero potuto danneggiare così tanto Andreotti.

Ma il mistero dei misteri alla luce di queste considerazioni è che fu proprio Andreotti nell’agosto del 1990, a svelare per la prima volta l’esistenza dello Stay Behind, provocando enormi ripercussioni in tutta l’Europa. Nonostante la sua versione dei fatti, come stiamo per vedere, fosse piuttosto riduttiva e lacunosa, le rivelazioni di Andreotti su quello che era stato fino a quel momento il massimo segreto militare di Stato non possono essere banalmente considerate un atto dovuto. E a distanza di tanti anni, anche alla luce degli eventi successivi, ci si domanda ancora cosa abbia spinto il presidente del Consiglio a tale spericolata operazione, che molti considerano l’origine di tutti i suoi guai.

 

La strage di Peteano

Il giudice veneziano Felice Casson, che da alcuni anni indagava su uno dei più gravi e misteriosi episodi della strategia della tensione, la strage di Peteano , era giunto alla conclusione che quell’attentato fosse stato compiuto da una particolare struttura legata ai servizi segreti con l’unico scopo di scatenare il terrore per poi attribuire la responsabilità alle Brigate Rosse, che in quel periodo non si erano ancora macchiate di reati di sangue. Il 31 maggio ‘ 72 a Peteano una telefonata anonima alla caserma dei carabinieri attirò l’attenzione di alcuni militari su una 500 Fiat imbottita di tritolo. In quattro si avvicinarono alla vettura per ispezionarla, aprirono il cofano provocando l’esplosione: tre morirono e il quarto rimase gravemente ferito. La perizia fu affidata a Marco Morin, un esperto di esplosivi, ex militante di Ordine Nuovo il cui nome comparirà poi nella lista dei 622 gladiatori. Nel 1984 Casson scoprì che il perito aveva manipolato gli accertamenti sull’esplosivo, che in realtà era di un particolare tipo in dotazione della NATO, proveniente da un arsenale militare dove erano custodite armi e munizioni di ogni genere, che successivamente si rivelò un deposito Gladio.

I sospetti di Casson divennero certezza grazie anche alla collaborazione di un estremista di destra, Vincnzo Vinciguerra che si autoaccusò dell’organizzazione della strage e che affermò di essere un<< burattinaio>>, senza rinnegare le sue idee, in mano ad una organizzazione alla cui rete appartenevano militari e civili e il cui unico scopo era quello di lottare contro il comunismo sotto ogni forma e con ogni mezzo.

Il giudice veneziano aveva riferito gli inquietanti risultati della sua inchiesta alla Commissione Stragi e Terrorismo di Libero Gualtieri (PRI), e , nel gennaio 1990, chiese di poter accedere agli archivi del SISMI di Forte Braschi a Roma per accertare l’esistenza di questa rete parallela. Gualtieri informò Andreotti, il quale nel luglio ‘ 90, non senza sorprese, diede il suo consenso. Casson trovò documenti che confermavano l’esistenza di Gladio e ne riferì alla Commissione, questa il 2 agosto 1990, invitò Andreotti a informare il Parlamento sulle reali dimensioni e finalità della struttura occulta entro sessanta giorni. Il giorno successivo, davanti alla Commissione, Andreotti ammise l’esistenza di una struttura segreta e si impegnò a consegnare un rapporto dettagliato entro il termine prescritto dopo essersi consultato con la Difesa.

Il 18 ottobre Andreotti fece recapitare a Gualtieri una relazione scritta di 12 cartelle destinata a sconvolgere tutti i piani atlantici della sicurezza. Ma tre giorni dopo aver inviato il fascicolo, Andreotti telefonò a Gualtieri dicendo che era urgente che gli venisse restituito, perché doveva far apportare alcune modifiche. Non senza aver manifestato il suoo disappunto, il presidente della Commissione, che si accingeva studiare il dossier, rinviò le carte a Palazzo Ghigi, di cui naturalmente aveva fatto delle fotocopie. Ma il deputato radicale Roberto Cicciomessere era stato del tutto casualmente testimone del fatto che il plico era arrivato e poi era tornato indietro: la notizia filtrò sui giornali e la vicenda Gladio finalmente deflagrò in tutta la sua ampiezza.

 

Il dossier “alleggerito” torna a palazzo Ghigi

Il 24 ottobre,Andreotti restituì il documento alleggerito di un paio di pagine. Ma anche la seconda versione non mancò di provocare un pandemonio. Gli italiani vennero a sapere, che all’insaputa del Parlamento, e in qualche caso anche dai vertici dello Stato e perfino dal Presidente della Repubblica, era stata attivata fino al 1972 una struttura militare e d’intelligence occulta in grado di mobilitare nel giro di poche ore alcune centinaia di civili in armi. Molti sospettarono che la data del 1972 fosse stata fornita da Andreotti a puro scopo difensivo. Prima di allora infatti, pur essendo stato ministro della Difesa, non aveva ricoperto incarichi di vertice: fu nominato presidente del Consiglio proprio in quell’anno. Già il 9 novembre, tuttavia, Andreotti dovette ammettere che la struttura, dopo il 1972, era stata assorbita all’interno del servizio segreto militare: dunque era probabilmente ancora attiva.

Fu costretto a questa nuova rivelazione per gli enormi riflessi che lo scandalo Stay Behind stava proiettando anche fuori dell’Italia. Il 39 ottobre, il presidente greco Papandreu aveva confermato la passata esistenza di una analoga struttura in Grecia. In poche settimane. Giunsero conferme dirette ed indirette  dell’esistenza, passata o presente, di organizzazioni simili in molti paesi europei, Austria, Belgio, Finlandia, Francia ,Spagna, Olanda e molti altri ancora.

Nel suo rapporto Andreotti aveva già sostenuto che questa struttura faceva capo a organizzazioni sopranazionali in ambito NATO, come il Comitato Clandestino Alleato( Al lied Clandestine Committee –ACC) e il Comitato di Pianificazione Clandestino ( Clandestine Planning Committee – CPC) , che coordinavano le attività cospirative in funzione anticomunista nei rispettivi paesi. Quando il presidente francese Mitterand tentò di tirarsi fuori dalla bufera sostenendo che la struttura non era più operativa da tempo, Andreotti lo smentì con una secca dichiarazione: << Mi risulta che alla riunione dell’ACC del 24 ottobre a Bruxelles – poche settimane prima – erano presenti anche i francesi >>. Il governo francese fu costretto ad ammettere.

In seguito alle rivelazioni di Andreotti, consistenti segnali di fastidio furono manifestati da ambienti della CIA  e dell’M16, il servizio segreto inglese. Intanto in Commissione Stragi si discuteva animatamente sull’aspetto meno convincente della rivelazione di Andreotti: il numero degli appartenenti alla Gladio. La lista che circolò nel 1990 e che fu resa nota dall’ANSA ne febbraio del 1991 comprendeva seicentoventidue nomi civili. Quel che non convinceva era il numero degli apparteneti. Molto esiguo, rispetto alla funzione svolta dall’organizzazione segreta per poter fronteggiare una eventuale invasione sovietica.

Pochi giorni dopo. Quando Andreotti accennò in modo laconico che la struttura era stata assorbita dal servizio segreto militare, fu dunque chiaro che la cellula supersegreta – che sia o no da identificarsi col misterioso Anello – era ancora attiva all’epoca del sequestro Moro e lo è probabilmente a tutt’oggi.

L’ipotesi avanzata dalla Commissione Pellegrino, alla fine degli anni Novanta, è che in realtà la “ lista dei 622” indichi soltanto i “ capistruttura”, in grado di attivare una propria sub-struttura attingendo al personale di altre reti clandestine, senza per questo escludere che la stessa possa essere sfrondata di qualche nome “imbarazzante”.

Quali reti e quali nomi? Quanto è accaduto dopo il 1974 non si sa con certezza, una serie di elementi, che negli anni successivi verranno alla luce, fanno pensare che alla fine degli anni Settanta ( dopo la rivoluzione dei servizi segreti e la nascita del Supersismi) siano stati utilizzati dalla Gladio anche terroristi rossi e qualche mafioso di primo piano e anche con la NCO di  Cutolo e della Banda della Magliana negli attentati e in omicidi selettivi.

E c’è il forte sospetto che ai depositi di armi di Gladio abbiano avuto accesso sia terroristi che mafiosi. Del resto fin dagli anni Settanta l’Anello avrebbe avuto contatti “amichevoli” sia con il boss Luciano Liggio che con Raffaele Cutolo.

Quel che è certo è che fino al 1974 fu particolarmente attiva la misteriosa “rete parallela” denominata Rosa dei Venti, che utilizzò in maniera molto ampia terroristi di estrema destra.

 

La gladio siciliana

Esiste il forte sospetto che alla “rete parallela” abbiano partecipato, oltre alle organizzazioni di estrema destra, anche la criminalità organizzata, o almeno alcuni boss. Anche Emanuele Macaluso parla della mafia come una sorta di Gladio siciliana: commistione che l’ex senatore del PCI fa risalire all’epoca dello sbarco alleato, quando gli USA grazie all’ausilio della comunità italoamericana  sostituirono l’ex personale politico burocratico lasciato in eridità dal fascismo con una rete di persone “ affidabili” messa in piedi dal gangster massonico Lucky Luciano, mandato segretamente in Sicilia qualche mese prima dopo la sua condanna a 50 anni di reclusione era stata annullata. Tra le persone che sicuramente Luciano contattò c’erano Michele Sindona e Badalamenti, e molti sono i sospetti che entrambi abbiano avuto stretti contatti con l’OSS, il servizio  segreto americano operativo negli anni della Liberazione. I boss non avevano bisogno di essere selezionati, né ideologicamente attrezzati: che fossero fortemente anticomunisti non c’era dubbio. Dal rapporto tra” struttura antiguerriglia” e mafia parla anche Vito Ciancimino, in un “memoriale” scritto all’inizio degli anni Novanta.

L’ipotesi di Macaluso è che la Gladio siciliana sia intervenuta nella cattura di Salvatore Giuliano quando, dopo la vittoria elettorale della DC, fu necessario liquidare le frange separatiste fino a quel momento appoggiate dai servizi segreti.

Ma non è difficile ipotizzare il ruolo anche nel sabotaggio dell’aereo di cui rimase vittima Enrico Mattei, che di Gladio era stato uno dei fondatori. Il presidente dell’ENI aveva organizzato una sua rete personale, costituita dalla federazione Italiana Volontari della Liberazione, un’associazione di partigiani bianchi fortemente anticomunista e antisindacale, che probabilmente faceva capo alla Rosa dei Venti. L’eliminazione di Mattei va attribuita alla sua politica di “autonomia energetica”, che entrava in contrasto con gli interessi delle multinazionali angloamericane, le cosiddette sette sorelle.

La Gladio siciliana potrebbe essere sopravvissuta allo smantellamento della “ casa madre” ( se mai lo smantellamento dello Stay Behind c’è stato fino in fondo); e da alcune indagini emerge il sospetto che possa avere avuto accesso ai depositi di armi ed esplosivo, come quel Semtex t4 certamente  utilizzato nella strage al treno di Natale del 1984, per cui Pippo Calò è stato condannato all’ergastolo.

Per quanto possa essere prematuro affermarlo, c’èè qualche fondato sospetto che anche le stragi del 92-93, siano state compiute con l’appoggio di apparati segreti. Una delle “operazioni speciali” a cui ha partecipato la mafia fu certamente il golpe Borghese.

Il principe nero aveva bisogno di uomini capaci di sparare, da utilizzare nei suoi piani di occupazione territoriali. Racconta il pentito Antonino Calderone – atti acquisiti al processo Andresti di Palermo -  che suo fratello Giuseppe fu contattato da Junio Valerio Borghese tramite il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo. Qualche anno dopo, sia il boss di Catania sia il colonnello furono assassinati. Buscetta invece parla di incontri preparatori del golpe avvenuti a Milano. Alla mafia il progetto non piaceva, dice don Masino: lo riteneva pericoloso e poco conveniente per gli interessi di Cosa Nostra.

 

I sospetti del generale Dalla Chiesa

Il generale sospettava l’esistenza di infiltrazioni all’interno delle Brigate Rosse, non semplici informatori, ma veri collegamenti operativi con un’unica centrale criminal-terrorista. Un suo stretto collaboratore, il colonnello Niccolò Bozzo, la cui testimonianza è agli atti al processo di Perugina, ha dato questa spiegazione:

“ Nel settembre ‘ 78 tornai alle dirette dipendenze del generale, dopo che aveva riottenuto l’incarico antiterrorismo, e tra le prime cose mi fu detto di approfondire l’ipotesi dell’esistenza di una struttura paramilitare segreta, nata con funzioni antinvasione che aveva poi debordato in azioni illegali””

Dalla Chiesa pensava che questa struttura avesse avuto origine nel periodo della Resistenza, quando il comando americano infiltrato i gruppi partigiani comunisti, per poterli eventualmente annientare alla fine della guerra. Il generale aveva appuntato la sua attenzione in particolare sull’Organizzazione Franchi, diretta da Edgardo Sogno, medaglia d’oro al valor militare che nel periodo della Liberazione aveva avuto rapporti diretti, di grande rilievo, con il comando americano e l’OSS ( Office of Strategic Services, antenato della CIA), Bozzo e il generale ne parlarono a proposito delle rivelazioni di Giancarlo Viglione, un giornalista di Radio Montecarlo ( poi finito sotto processo per tentata estorsione): un altro dei tanti”gialli” che costellano l’omicidio Moro.

Viglione raccontò di aver saputo che alle riunioni BR erano presenti politici e magistrati e tra questi a sorpresa indicò l’ex procuratore di Milano Adolfo Beria d’Argentine, Dalla Chiesa non prese neppure in considerazione l’ipotesi che il giornalista stesse raccontando la verità anzi, considerava le dichiarazioni di Viglione un depistaggio ispirato dalla loggia massonica, la superloggia di Montecarlo

<< Ma era convinto che si trattasse di un messaggio che andava interpretato>>, precisò Bozzo. Un messaggio sui veri burattinai delle Brigate Rosse. Il procuratore Beria d’Argentine, insospettabile per l’accusa che gli veniva mossa, durante la Resistenza aveva aderito con la moglie Cecilia ai Comitati di Resistenza Democratica, che facevano capo proprio alla Franchi., Chiamato in causa per il mancato golpe del ’73, attribuito alla Rosa dei Venti. Sogno s’infuriò sostenendo che i venti nuclei della “rete parallela” erano organizzazioni di tutto rispetto, finanziate da FIAT, Confindustria, ministeri della Difesa e degli Esteri.

Il messaggio di Viglione, secondo Dalla Chiesa, andava interpretato in questo modo: le Brigate rosse  erano infiltrate da persone legate a centrali impegnate nella lotta al comunismo che prosegue nell’opera d’infiltrazione iniziata durante la guerra, perseguivano l’obiettivo di un ridimensionamento del PCI radicalizzando le attività dell’estrema sinistra.

 

Rita Di Giovacchino

 

 

 

Gli ex gladiatori chiedono la status militare e puntano ad una nuova storiografia.

L' associazione degli ex volontari di Gladio compie dieci anni e rilancia da Ziracco di Remanzacco (Udine), dove si e' svolta oggi l' assemblea annuale, l' obiettivo del riconoscimento dello status giuridico di militari per tutti i civili appartenenti alla struttura.
Ma la struttura - nata negli anni Cinquanta, nell' ambito dei servizi di sicurezza militari, per operare in clandestinita' in caso di invasione nemica - cerca anche, assegnando le prime borse di studio a giovani neolaureati e organizzando i primi convegni, di costruire una nuova storiografia che porti alla luce una verita' storica che, sottolineano gli ex volontari, e' stata messa a tacere dalle offensive politiche e giudiziarie dello scorso decennio.
L' obiettivo piu' generale che l' associazione di volontari Stay Behind si pone e', insomma, quello di continuare a lavorare per il riscatto dell' immagine della struttura dopo "la potente campagna di disinformazione - ha rilevato il neo confermato presidente, Giorgio Mathieu - condotta contro di noi dal 1990 in avanti". Campagna "definitivamente smentita - ha riconosciuto - dalla sentenza della Corte di Assise di Roma del 2001 che sanci', con il proscioglimento dell' ammiraglio Fulvio Martini, del generale Paolo Inzerilli e del col. Gianantonio Invernizzi dalle ultime accuse, la legittimita' dell' organizzazione".
E cosi' oggi sono state assegnate tre borse di studio ad altrettanti studenti laureatisi con tesi volte a ricostruire appunto la complessa realta' storica dell' organizzazione Stay Behind. Tesi giudicate da una commissione di cui ha fatto parte anche il generale Inzerilli, che oggi ha illustrato i contenuti dei lavori premiati senza rinunciare ad alcune puntualizzazione critiche. Sono stati inoltre annunciati due convegni sulla storia di Gladio, in programma il 5 novembre a Pinerolo (Torino) e successivamente a Pordenone.

Quanto al riconoscimento di status di militari, e' l' obiettivo di una proposta di legge per la quale l' associazione, dopo il mancato incontro richiesto negli anni scorsi al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, intende ora avviare una raccolta di firme tra i parlamentari, in maniera trasversale tra le forze politiche. "La proposta di legge - ha precisato Mathieu - e' composta di tre articoli, il primo dei quali relativo appunto allo status di militari che dovrebbe essere riconosciuto a tutti i 622 ex appartenenti a Gladio (fra cui anche 17 donne), in quanto la presenza della struttura era nota al Ministero della Difesa ed era dipendente dai servizi segreti militari". Gli altri due articoli sono invece relativi al riconoscimento del distintivo dell' associazione (in cui figura la scritta "Silendo libertatem servo") e dell' associazione d' arma.
"Ma vogliamo chiarire - ha detto ancora Mathieu - che non chiediamo ne' pensioni ne' alcun tipo di riconoscimento economico". "Del resto - ha precisato - i volontari di Stay Behind non godevano di alcuna retribuzione ma solo di rimborsi spese".
Infine, un rammarico perche', con lo scioglimento dell' organizzazione nel 1991, il patrimonio di conoscenze e professionalita' nel campo della guerra non convenzionale raggiunto dagli aderenti, non e' piu' stato utilizzato. "Non abbiamo mai avuto obiettivi che fossero legati alla politica interna italiana - ha sottolineato Mathieu - ma eravamo addestrati per organizzare una resistenza clandestina in caso di invasione. Dopo la caduta del muro di Berlino, alcuni di noi avrebbero ancora potuto svolgere un ruolo di supporto ai servizi segreti, per esempio nelle indagini su eventuali nuclei di terrorismo islamico in Italia".
Un concetto ripreso anche dall' editore Francesco Gironda, ex portavoce dell' associazione. "Quanto abbiamo visto i primi attentati in Iraq - ha sottolineato - c' e' stato facile prevedere tutto cio' che poi e' accaduto, secondo le regole della guerra non ortodossa. Gladio aveva un grande patrimonio di conoscenze in questo campo, che ora l' Italia ha perduto".
All' assemblea, alla quale hanno partecipato una cinquantina di persone, e' giunto anche quest' anno il messaggio di saluto del senatore Francesco Cossiga, da sempre vicino all' organizzazione e lui stesso coinvolto e prosciolto, dopo essersi autodenunciato, dalle accuse piu' gravi contestate agli ex appartenenti di Gladio

Resoconto ANSA

 

 

 

Avvenimenti Italiani

La memoria non si archivia