Gladio, i gladiatori,
mafia e terrorismo
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utile: Gladio – Gladio e il caso Moro – Licio Gelli – La Rosa dei
venti
Leggi: La P2
governava Gladio
Gladio ,l’Anello e i piani segreti
Tra la fine di marzo e i primi di aprile
del
Il Superservizio faceva capo a servizi d’intelligence
sopranazionali come
A fare
da raccordo tra la cupola dell’intelligence, ovvero il
Superservizio, e le reti Parallele, almeno fino alla metà degli anni ‘ 80.,
sarebbe stata una particolarissima struttura denominata Anello: un nome in
codice che stava a sottolineare il ruolo di collegamento tra vertice militare e
base operativa.
Una struttura del tutto ignorata fino a pochissimo tempo fa,
cui secondo alcuni andrebbero addebitate la maggior
parte delle “ operazioni sporche” compiute dai servizi segreti in quegli anni:
dalla strategia della tensione al sequestro Moro,
al caso Cirillo,
alla fuga di Kappler,
ma che ebbero anche un ruolo di primo piano nella copertura dei traffici di
armi e petrolio attraverso
L’Anello risalirebbe al dopoguerra, ma è stato più o meno a meta degli anni Sessanta che il governo
italiano, o meglio alcuni suoi esponenti, avrebbero preso atto della sua
esistenza e cercato di riorganizzarlo
per assicurarne il controllo. Proprio nel periodo in cui Andreotti
era ministro della Difesa.
Alla scoperta dell’Anello si sarebbe arrivati dopo il
ritrovamento dell’archivio dell’Ufficio Affari Riservati in un deposito sull’ Appia Antica, dove giacevano
alla rinfusa documenti importantissimi, trasferiti in questa sorta di
“discarica” dei servizi segreti dopo lo scioglimento dell’ufficio diretto da
Federico Umberto D’Amato. A fare la sensazionale scoperta fu i
perito della Commissione Parlamentare sulle Stragi Aldo Giannuli, che ne parlò in Commissione in una dettagliata
relazione nel 2000, ora agli atti della Procura di Brescia che indaga sull’omonima
strage.
Nella stessa relazione Giannulli
parlò del cosiddetto Noto Servizio( in realtà ancora molto oscuro e
assolutamente ignoto, anche se qualcuno coveva
conoscerlo con il suo vero nome di Anello). Già il 15
novembre 2000 alcuni , quotidiani pubblicarono la
notizia dell’arrivo a San Macuto, il palazzo che
ospitava
All’interno di questa strana e ancora fumosa organizzazione
segreta emergeva la figura di un sedicente colonnello, in realtà pilota della
Repubblica Sociale di Salò, Adalberto Titta: un personaggio già noto alle
cronache per essere entrato e uscito a suo piacimento dalle carceri italiane
durante il sequestro dell’assessore napoletano Ciro Cirillo,
rapito dal brigatista ( o presunto tale) Giovanni Senz’ani. Vi erano anche
molti uomini del mondo politico-affaristico insieme a parecchi illustri
sconosciuti.
Sembra che nel 1972 il Noto Servizio potesse
contare su una rete di 164 uomini che gravavano sul bilancio dello Stato per
svariati miliardi. Uno dei capi fila era Sigfrido Battaini che disponeva di
notevoli masse di denaro, di un deposito di armi e munizioni presso la caserma Moscova di Milano, oltre ad un ufficio di rappresentanza in
via dello Statuto a Roma. Nella relazione della Procura di Brescia si fa
riferimento a una serie di veline ritrovate al macero,
secondo le quali il Noto Servizio sarebbe nato nel ’45, quando il generale
Mario Roatta , ex capo della polizia segreta fascista,
fugge dall’ospedale militare del Celio a Roma in cui era detenuto e, a quanto
sembra, traghetta alcuni suoi ex sottoposti verso la nuova struttura occulta.
Uno dei suoi uomini di punta , che
vedremo comparire in vicende nel caso Moro, era Giorgio Conforto ( nome in
codice “Dario”) e proprio a questo nome era intestata la cartellina fatta
ritrovare sull’Appia che ha avviato le indagini sul
Noto Servizio.
Da queste veline nella relazione di Brescia, emergeva con
chiarezza che questa struttura avrebbe fatto prevalentemente capo ai
carabinieri del SID,godendo di un rapporto mediato con
Giulio Andreotti, soprattutto nel periodo degli
attentati organizzati dalla destra eversiva , cui arrivavano attraverso questo
canale armi ed esplosivo.
Attraverso alti ufficiali dell’Arma il Noto Servizio avrebbe
aperto canali “ petroliferi” con
Andreotti e l’Anello
Sulla base di vecchie testimonianze, riscontri
documentali e verifiche incrociate sui documenti ritrovati negli archivi da
Aldo Giannulli, il perito dei magistrati di Brescia
Roberto De Martino e Francesco Piantoni si afferma in sostanza che soto la definizione di Noto Servizio , locuzione che
potrebbe sottendere un nome preciso ( L’Anello ?) , si sarebbe celata la vera
struttura italiana di Stay Behind , cioè Gladio. Andreotti,
nel rivelare nel ‘ 90 l’esistenza di Gladio, titolò la
sua relazione: “ Il cosiddetto SID parallelo, ovvero l’operazione Gladio”,
indicando l’esistenza di un servizio segreto irregolare ma comunque innestato
nel “ tessuto istituzionale” .
Una versione che provocò la reazione di 620 gladiatori i
quali , più o meno tra le righe, sostennero che la vera
struttura deviata era un’altra, ovvero quella che faceva capo a lui e che avrebbe costituito il nucleo più
occulto del superservizio. Una polemica in cui tuttora non è possibile
stabilire chi ha torto o ragione, per la lentezza e la difficoltà delle indagini
giudiziarie, quelle ancora in atto e quelle ormai concluse senza approdare a
nessuna certezza.
Nei giorni in cui comparvero sui giornali queste rivelazioni
Andreotti era in Cina.
Raggiunto telefonicamente da alcuni giornalisti, il suo commento fu: <<
Non ne so niente, sono a Pechino, non ho mai avuto rapporti né segreti né non segreti, si vede che a qualcuno da fastidio che io non sia
ancora morto>>.
Mino Pecorelli doveva essere a
conoscenza dell’esistenza dell’Anello, considerato che disponeva
dei riservatissimi fascicoli sul MI. Fo. Biali,
e, sulla base di molte allusioni fatte dal giornalista
sul ruolo di Andreotti nella distruzione dei servizi
segreti, sembra anche a conoscenza dei rapporti che intercorrevano tra la
struttura supersegreta e Andreotti, indicato da
alcuni testimoni ascoltati dalla Procura di Brescia come il principale
beneficiario dell’Anello. Anzi, qualcuno allude al fatto che sia stato proprio
l’allora ministro della Difesa a dargli quel nome, che
stava ad indicare il passaggio dal” notevole caos” del periodo precedente gli
anni Settanta , contrassegnato dall’esistenza di molteplici e spesso confuse
strutture parallele, a un’unica e più
efficiente organizzazione.
Come si vede le informazioni sulla natura dell’Anello sono
ancora molto confuse e l’inchiesta romana affidata al giudice Ionta, che finora è preceduta dal
più totale silenzio, sembra purtroppo destinata all’archiviazione per
l’impossibilità di accertare fatti troppo lontani nel tempo e per la
delicatezza delle informazioni raccolte
che condurrebbero nell’alveo dei segreti di Stato.
E’ un vero peccato, perché questo sembra proprio essere
“l’anello” che manca ancora nella ricostruzione dei misteri nel caso Moro,
quello che ci consentirebbe di capire la portata delle rivelazioni fatte dal
presidente della DC alle Brigate Rosse e il motivo per cui
queste avrebbero potuto danneggiare così tanto Andreotti.
Ma il mistero dei misteri alla luce di queste
considerazioni è che fu proprio Andreotti nell’agosto
del
La strage di Peteano
Il giudice veneziano Felice Casson,
che da alcuni anni indagava su uno dei più gravi e misteriosi episodi della
strategia della tensione, la strage di Peteano , era
giunto alla conclusione che quell’attentato fosse
stato compiuto da una particolare struttura legata ai servizi segreti con
l’unico scopo di scatenare il terrore per poi attribuire la responsabilità alle
Brigate Rosse, che in quel periodo non si erano ancora macchiate di reati di
sangue. Il 31 maggio ‘
I sospetti di Casson divennero
certezza grazie anche alla collaborazione di un estremista di destra, Vincnzo Vinciguerra che si autoaccusò dell’organizzazione della strage e che affermò
di essere un<< burattinaio>>, senza rinnegare le sue idee, in mano
ad una organizzazione alla cui rete appartenevano
militari e civili e il cui unico scopo era quello di lottare contro il
comunismo sotto ogni forma e con ogni mezzo.
Il giudice veneziano aveva riferito gli inquietanti
risultati della sua inchiesta alla Commissione Stragi e Terrorismo di Libero Gualtieri (PRI), e , nel gennaio
1990, chiese di poter accedere agli archivi del SISMI di Forte Braschi a Roma per accertare l’esistenza di questa rete
parallela. Gualtieri informò Andreotti, il quale nel luglio ‘ 90, non senza sorprese,
diede il suo consenso. Casson trovò documenti
che confermavano l’esistenza di Gladio e ne riferì alla Commissione, questa il
2 agosto 1990, invitò Andreotti a
informare il Parlamento sulle reali dimensioni e finalità della struttura
occulta entro sessanta giorni. Il giorno successivo, davanti alla Commissione, Andreotti ammise l’esistenza di una struttura segreta e si impegnò a consegnare un rapporto dettagliato entro il
termine prescritto dopo essersi consultato con
Il 18 ottobre Andreotti fece
recapitare a Gualtieri una relazione scritta di 12
cartelle destinata a sconvolgere tutti i piani atlantici della sicurezza. Ma
tre giorni dopo aver inviato il fascicolo, Andreotti
telefonò a Gualtieri dicendo
che era urgente che gli venisse restituito, perché doveva far apportare alcune
modifiche. Non senza aver manifestato il suoo
disappunto, il presidente della Commissione, che si accingeva studiare il
dossier, rinviò le carte a Palazzo Ghigi, di cui
naturalmente aveva fatto delle fotocopie. Ma il
deputato radicale Roberto Cicciomessere era stato del
tutto casualmente testimone del fatto che il plico era arrivato e poi era
tornato indietro: la notizia filtrò sui giornali e la vicenda Gladio finalmente
deflagrò in tutta la sua ampiezza.
Il dossier “alleggerito” torna a palazzo Ghigi
Il 24 ottobre,Andreotti
restituì il documento alleggerito di un paio di pagine. Ma
anche la seconda versione non mancò di provocare un pandemonio. Gli italiani
vennero a sapere, che all’insaputa del Parlamento, e in qualche caso anche dai
vertici dello Stato e perfino dal Presidente della Repubblica, era stata attivata fino al 1972 una struttura militare e
d’intelligence occulta in grado di mobilitare nel giro di poche ore alcune
centinaia di civili in armi. Molti sospettarono che la data del 1972 fosse stata fornita da Andreotti a
puro scopo difensivo. Prima di allora infatti, pur
essendo stato ministro della Difesa, non aveva ricoperto incarichi di vertice:
fu nominato presidente del Consiglio proprio in quell’anno.
Già il 9 novembre, tuttavia, Andreotti dovette ammettere che la struttura, dopo il 1972, era stata
assorbita all’interno del servizio segreto militare: dunque era probabilmente
ancora attiva.
Fu costretto a questa nuova rivelazione per gli enormi
riflessi che lo scandalo Stay Behind stava proiettando
anche fuori dell’Italia. Il 39 ottobre, il presidente greco Papandreu
aveva confermato la passata esistenza di una analoga
struttura in Grecia. In poche settimane. Giunsero conferme dirette ed indirette dell’esistenza,
passata o presente, di organizzazioni simili in molti paesi europei, Austria,
Belgio, Finlandia, Francia ,Spagna, Olanda e molti altri ancora.
Nel suo rapporto Andreotti aveva
già sostenuto che questa struttura faceva capo a
organizzazioni sopranazionali in ambito NATO, come il Comitato Clandestino
Alleato( Al lied Clandestine Committee –ACC) e il
Comitato di Pianificazione Clandestino ( Clandestine Planning Committee – CPC) , che coordinavano le attività cospirative
in funzione anticomunista nei rispettivi paesi. Quando il presidente francese Mitterand tentò di tirarsi fuori dalla
bufera sostenendo che la struttura non era più operativa da tempo, Andreotti lo smentì con una secca dichiarazione: <<
Mi risulta che alla riunione dell’ACC del 24 ottobre a Bruxelles – poche
settimane prima – erano presenti anche i francesi >>. Il governo francese
fu costretto ad ammettere.
In seguito alle rivelazioni di Andreotti, consistenti segnali di fastidio furono
manifestati da ambienti della CIA e
dell’M16, il servizio segreto inglese. Intanto in Commissione Stragi si
discuteva animatamente sull’aspetto meno convincente della rivelazione di Andreotti: il numero degli
appartenenti alla Gladio. La lista che circolò nel 1990 e che fu resa nota
dall’ANSA ne febbraio del 1991 comprendeva
seicentoventidue nomi civili. Quel che non convinceva era il numero degli apparteneti. Molto esiguo, rispetto alla funzione svolta
dall’organizzazione segreta per poter fronteggiare una eventuale
invasione sovietica.
Pochi giorni dopo. Quando Andreotti
accennò in modo laconico che la struttura era stata assorbita dal servizio
segreto militare, fu dunque chiaro che la cellula supersegreta – che sia o no
da identificarsi col misterioso Anello – era ancora attiva all’epoca del
sequestro Moro e lo è probabilmente a tutt’oggi.
L’ipotesi avanzata dalla Commissione Pellegrino, alla fine
degli anni Novanta, è che in realtà la “ lista dei
Quali reti e quali nomi? Quanto è
accaduto dopo il 1974 non si sa con certezza, una
serie di elementi, che negli anni successivi verranno alla luce, fanno pensare
che alla fine degli anni Settanta ( dopo la rivoluzione dei servizi segreti e
la nascita del Supersismi) siano stati utilizzati dalla Gladio anche terroristi
rossi e qualche mafioso di primo piano e anche con
E c’è il forte sospetto che ai depositi di
armi di Gladio abbiano avuto accesso sia terroristi che mafiosi. Del
resto fin dagli anni Settanta l’Anello avrebbe avuto contatti
“amichevoli” sia con il boss Luciano Liggio
che con Raffaele Cutolo.
Quel che è certo è che fino al 1974 fu particolarmente
attiva la misteriosa “rete parallela” denominata Rosa
dei Venti, che utilizzò in maniera molto ampia terroristi
di estrema destra.
La gladio siciliana
Esiste il forte sospetto che alla “rete parallela” abbiano partecipato, oltre alle organizzazioni di estrema
destra, anche la criminalità organizzata, o almeno alcuni boss. Anche Emanuele Macaluso parla della mafia come una sorta di Gladio
siciliana: commistione che l’ex senatore del PCI fa risalire all’epoca dello
sbarco alleato, quando gli USA grazie all’ausilio della comunità italoamericana sostituirono l’ex personale politico
burocratico lasciato in eridità dal fascismo con una
rete di persone “ affidabili” messa in piedi dal gangster massonico Lucky Luciano, mandato segretamente in Sicilia qualche mese
prima dopo la sua condanna a 50 anni di reclusione era stata annullata. Tra le
persone che sicuramente Luciano contattò c’erano Michele Sindona
e Badalamenti, e molti sono i sospetti che entrambi abbiano avuto stretti contatti con l’OSS, il servizio segreto americano operativo negli anni della
Liberazione. I boss non avevano bisogno di essere selezionati, né
ideologicamente attrezzati: che fossero fortemente
anticomunisti non c’era dubbio. Dal rapporto tra” struttura antiguerriglia” e
mafia parla anche Vito Ciancimino, in un “memoriale”
scritto all’inizio degli anni Novanta.
L’ipotesi di Macaluso è che
Ma non è difficile ipotizzare il ruolo
anche nel sabotaggio dell’aereo di cui rimase vittima Enrico Mattei,
che di Gladio era stato uno dei fondatori. Il presidente dell’ENI aveva
organizzato una sua rete personale, costituita dalla federazione Italiana
Volontari della Liberazione, un’associazione di partigiani bianchi fortemente anticomunista e antisindacale, che probabilmente
faceva capo alla Rosa dei Venti. L’eliminazione di Mattei
va attribuita alla sua politica di “autonomia energetica”, che entrava in
contrasto con gli interessi delle multinazionali angloamericane,
le cosiddette sette sorelle.
Per quanto possa essere prematuro
affermarlo, c’èè qualche fondato sospetto che anche
le stragi del 92-93, siano state compiute con l’appoggio di apparati segreti.
Una delle “operazioni speciali” a cui ha partecipato
la mafia fu certamente il golpe Borghese.
Il principe nero aveva bisogno di uomini
capaci di sparare, da utilizzare nei suoi piani di occupazione territoriali.
Racconta il pentito Antonino Calderone – atti acquisiti al processo Andresti di Palermo -
che suo fratello Giuseppe fu contattato da Junio Valerio
Borghese tramite il colonnello dei Carabinieri Giuseppe
Russo. Qualche anno dopo, sia il boss di Catania sia il colonnello furono assassinati. Buscetta
invece parla di incontri preparatori del golpe
avvenuti a Milano. Alla mafia il progetto non piaceva, dice
don Masino: lo riteneva pericoloso e poco conveniente per gli interessi di Cosa
Nostra.
I sospetti del generale Dalla Chiesa
Il generale sospettava l’esistenza di infiltrazioni
all’interno delle Brigate Rosse, non semplici informatori, ma veri collegamenti
operativi con un’unica centrale criminal-terrorista. Un suo stretto
collaboratore, il colonnello Niccolò Bozzo, la cui testimonianza è agli atti al
processo di Perugina, ha dato questa spiegazione:
“ Nel settembre ‘ 78 tornai alle dirette dipendenze del
generale, dopo che aveva riottenuto l’incarico antiterrorismo, e tra le prime
cose mi fu detto di approfondire l’ipotesi dell’esistenza di una struttura
paramilitare segreta, nata con funzioni antinvasione
che aveva poi debordato in azioni illegali””
Dalla Chiesa pensava che questa struttura avesse avuto
origine nel periodo della Resistenza, quando il comando americano infiltrato i gruppi partigiani comunisti, per poterli
eventualmente annientare alla fine della guerra. Il generale aveva appuntato la
sua attenzione in particolare sull’Organizzazione Franchi,
diretta da Edgardo Sogno, medaglia d’oro al valor militare che nel
periodo della Liberazione aveva avuto rapporti diretti, di grande rilievo, con
il comando americano e l’OSS ( Office of Strategic Services, antenato della CIA), Bozzo e il generale ne
parlarono a proposito delle rivelazioni di Giancarlo Viglione,
un giornalista di Radio Montecarlo ( poi finito sotto
processo per tentata estorsione): un altro dei tanti”gialli” che costellano l’omicidio
Moro.
Viglione raccontò di aver saputo che alle
riunioni BR erano presenti politici e magistrati e tra questi a sorpresa indicò
l’ex procuratore di Milano Adolfo Beria d’Argentine,
Dalla Chiesa non prese neppure in considerazione l’ipotesi che il giornalista
stesse raccontando la verità anzi, considerava le dichiarazioni di Viglione un depistaggio ispirato
dalla loggia massonica, la superloggia di Montecarlo
<< Ma era convinto che si
trattasse di un messaggio che andava interpretato>>, precisò Bozzo. Un
messaggio sui veri burattinai delle Brigate Rosse. Il procuratore Beria d’Argentine, insospettabile
per l’accusa che gli veniva mossa, durante
Il messaggio di Viglione, secondo
Dalla Chiesa, andava interpretato in questo modo: le Brigate rosse erano infiltrate da
persone legate a centrali impegnate nella lotta al comunismo che prosegue nell’opera
d’infiltrazione iniziata durante la guerra, perseguivano l’obiettivo di un
ridimensionamento del PCI radicalizzando le attività
dell’estrema sinistra.
Rita Di Giovacchino
Gli ex gladiatori chiedono la
status militare e puntano ad una nuova storiografia.
L' associazione degli ex volontari di Gladio compie dieci
anni e rilancia da Ziracco di Remanzacco
(Udine), dove si e' svolta oggi l' assemblea annuale,
l' obiettivo del riconoscimento dello status giuridico di militari per tutti i
civili appartenenti alla struttura.
Ma la struttura - nata negli anni Cinquanta, nell' ambito
dei servizi di sicurezza militari, per operare in clandestinita'
in caso di invasione nemica - cerca anche, assegnando le prime borse di studio
a giovani neolaureati e organizzando i primi convegni, di costruire una nuova
storiografia che porti alla luce una verita' storica
che, sottolineano gli ex volontari, e' stata messa a tacere dalle offensive
politiche e giudiziarie dello scorso decennio.
L' obiettivo piu' generale che l' associazione di volontari Stay Behind si
pone e', insomma, quello di continuare a lavorare per il riscatto dell'
immagine della struttura dopo "la potente campagna di disinformazione - ha
rilevato il neo confermato presidente, Giorgio Mathieu
- condotta contro di noi dal
E cosi' oggi sono state assegnate tre borse di studio
ad altrettanti studenti laureatisi con tesi volte a ricostruire appunto la
complessa realta' storica dell' organizzazione
Stay Behind. Tesi giudicate da una commissione di cui
ha fatto parte anche il generale Inzerilli, che oggi
ha illustrato i contenuti dei lavori premiati senza rinunciare ad alcune
puntualizzazione critiche. Sono stati inoltre annunciati due convegni sulla
storia di Gladio, in programma il 5 novembre a Pinerolo
(Torino) e successivamente a Pordenone.
Quanto al riconoscimento di status di militari, e' l' obiettivo di una proposta di legge per la quale l'
associazione, dopo il mancato incontro richiesto negli anni scorsi al
Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi,
intende ora avviare una raccolta di firme tra i parlamentari, in maniera
trasversale tra le forze politiche. "La proposta di legge - ha precisato Mathieu - e' composta di tre
articoli, il primo dei quali relativo appunto allo status di militari che
dovrebbe essere riconosciuto a tutti i 622 ex appartenenti a Gladio (fra cui
anche 17 donne), in quanto la presenza della struttura era nota al Ministero
della Difesa ed era dipendente dai servizi segreti militari". Gli altri
due articoli sono invece relativi al riconoscimento del distintivo dell' associazione (in cui figura la scritta "Silendo libertatem servo") e
dell' associazione d' arma.
"Ma vogliamo chiarire - ha detto ancora Mathieu
- che non chiediamo ne' pensioni ne' alcun tipo di
riconoscimento economico". "Del resto - ha precisato - i volontari di
Stay Behind non godevano di alcuna retribuzione ma
solo di rimborsi spese".
Infine, un rammarico perche', con lo scioglimento dell' organizzazione nel 1991, il patrimonio di conoscenze e
professionalita' nel campo della guerra non
convenzionale raggiunto dagli aderenti, non e' piu'
stato utilizzato. "Non abbiamo mai avuto obiettivi che fossero
legati alla politica interna italiana - ha sottolineato Mathieu
- ma eravamo addestrati per organizzare una resistenza clandestina in caso di
invasione. Dopo la caduta del muro di Berlino, alcuni di noi avrebbero ancora
potuto svolgere un ruolo di supporto ai servizi segreti, per esempio nelle
indagini su eventuali nuclei di terrorismo islamico in Italia".
Un concetto ripreso anche dall' editore Francesco Gironda, ex portavoce dell' associazione. "Quanto abbiamo visto i primi attentati in Iraq - ha sottolineato -
c' e' stato facile prevedere tutto cio' che poi e'
accaduto, secondo le regole della guerra non ortodossa. Gladio aveva un grande patrimonio di conoscenze in questo campo, che ora l'
Italia ha perduto".
All' assemblea, alla quale hanno partecipato una cinquantina di persone, e' giunto anche quest' anno il messaggio
di saluto del senatore Francesco Cossiga, da sempre
vicino all' organizzazione e lui stesso coinvolto e prosciolto, dopo essersi autodenunciato, dalle accuse piu'
gravi contestate agli ex appartenenti di Gladio
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