Giusva Fioravanti e l’assassinio di Roberto Scialabba

 

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Giuseppe Valerio Fioravanti

 

Un sera di febbraio del 1978 , il 28, verso le 23,30  alcuni individui, scesi da una autovettura,una Fiat 132 color oro metallizzato, con targa coperta, esplodevano contro un gruppo di giovani che sostava nei giardinetti di piazza San Giovanni Bosco numerosi colpi di pistola che uccidevano Roberto Scialabba e ferivano il fratello Nicola. Dopo l’espletamento di inutili indagini, quando ormai l’istruttoria pareva dovesse sfociare nella declaratoria di non doversi procedere per essere rimasti ignoti gli autori del fatto, le dichiarazioni di Cristiano Fioravanti, fratello di Giusva,, permettono di far luce sul gravissimo crimine.

Chi l’avrebbe mai detto, quella sera tra i ragazzi del bar del Fungo, all’Eur, che di lì a qualche anno un giudice avrebbe scritto una pagina così fredda- senza un’ombra di retorica, altro che lapidi-, quasi spietata nel raccontare che cosa sarebbe successo e chi avrebbe rotto l’omertà.

E’ martedì al bar dell’Eur dove abitualmente si radunano i fascisti non c’è il solito movimento. Fra i cespugli del prato davanti al Fungo Cristiano, Valerio, Alessandro Alibrandi e altri quattro “camerati” discutono su quello che si può fare in una serata come questa. Una pizza. un cinema, una discoteca? Macchè, stasera bisogna sparare. Mikis Mantakas ( Mantakas aveva 22 anni fu assassinato con un colpo di pistola in testa) è stato ammazzato giusto tre anni fa,oggi  è il suo anniversario, a piazza Risorgimento hanno messo i fiori, ma non può finire lì.

 

Durante il giorno qualcuno del gruppo ha già ferito tre”compagni” al quartiere Portuense, uno s’è salvato solo perché era finito il caricatore della pistola, altri hanno tirato una molotov ad un “rosso” e bruciato la porta di una sede di Lotta continua. Va bene , ma non basta.

Oltre a Mantakas ci sono da vendicare Ciavatta e Bigonzetti, i due “camerati” uccisi in via Acca Larentia meno di due mesi fa. <<Dobbiamo  agire>> Si,ma come?. Da quelli che sono in carcere è arrivata una voce, un’idea che sembra fatta apposta per dei fascisti assetati di rappresaglia: pare che a sparare in via Acca Larentia siano stati i “ rossi “ di San Giovanni Bosco, quei “pelosi” che hanno la sede nella casa occupata di via Calpurnio Fiamma, a Cinecittà. L’ha saputo un “camerata”  che sta a Regina Coeli, ha sentito un “rosso” che lo raccontava ad un loro compagno. Andiamo a dargli una lezione, stavolta li ammazziamo. << Le pistole ce l’abbiamo?>> <<Si>>  Allora andiamo.

 

Salgono in otto su tre auto, si dirigono verso la via Tuscolana per raggiungere Cinecittà. <<Ma quando arriviamo a chi spariamo?>> << Vedremo poi>>.

Si recano subito in via Calpurnio Fiamma, ma la casa è chiusa, dei rossi nemmeno l’ombra, al portone ci sono i sigilli della polizia, l’edificio è stato sgomberato proprio quella mattina. <<e adesso, cosa facciamo? Mica possiamo andarcene via così?>><< Qualcosa dobbiamo fare>>.

Sono oltre le dieci, l’anniversario sta per scadere,occorre fare in fretta, bisogna trovare qualche “rosso”, di sicuro c’è ne sono in giro.

Comincia la ronda per le strade del quartiere, arrivano in piazza Don Bosco, c’è un gruppo di ragazzi che parlano tra loro, seduti su alcune panchine, sono “compagni”  si vedono come sono vestiti, hanno i capelli lunghi, i giubbotti, i jeans sdruciti, la barba lunga e i giornali in tasca.

<<Sono loro, sono i “rossi”>>

 

Piazza San Giovanni Bosco

 

Dal racconto di Cristiano Fioravanti ai giudici istruttori di Roma

<<Eravamo a bordo di tre vetture, l’Anglia Ford di mia madre, la Fiat 127 bianca di Massimo Rodolfo e la 132 color oro metallizzato di Paolo Cordaro. A bordo delle tre vetture ci recammo in una stradina limitrofa alla piazza e lì lasciammo l’Anglia e la Fiat 127, mentre sulla Fiat 132 prendemmo posto io, Valerio, Alibrandi, Anselmi e il bianco che fungeva da autista. Gli altri tre ci attendevano nella stradina ove avevamo lasciato le altre due vetture.

<<Giunti in piazza Don Bosco sulla 132 la cui targa era stata coperta con un giornale, vedemmo che c’erano due o tre persone sedute su una panchina o staccionata dei giardinetti che si trovano vicini alla strada, dalla parte sinistra andando verso la chiesa, mentre altre persone erano in piedi vicino al a predetta panchina o staccionata.

Il Bianco rimase al volante dell’auto, e anche Alibrandi rimase seduto  per una copertura eventuale in caso di pericolo. Dalla macchina scendemmo io e Valerio e Anselmi, Io ero armato di una Flobert calibro 6 modificata in modo da sparare colpi calibro 22., Valerio aveva una Franchi Liama 6 pollici e Anselmi una Beretta calibro 7,65. Scesi dalla macchina, abbiamo percorso alcuni metri a piedi andando  di fronte al gruppo delle persone che avevamo visto. << Mi sembra che abbiamo fatto subito fuoco. Io sono sicuro di aver colpito una delle persone verso la quale  avevamo sparato uno o due colpi, e non potei spararne altri perché la pistola si inceppò. Anselmi scaricò tutto il suo caricatore ma credo che non colpi nessuno, essendo lui un pessimo tiratore.noi lo chiamavamo “il cieco di Urbino”. Valerio invece colpì uno dei ragazzi che cadde a terra. Visto ciò Valerio gli salì a cavalcioni sul corpo  sempre rimanendo in piedi e gli sparò in testa uno o due colpi. Quindi si girò verso un ragazzo che fuggiva e urlando sparò verso questi senza però colpirlo. << Io credo di aver colpito una delle persone al torace o al ventre, non so dire  se si trattasse del ragazzo rimasto ucciso  o di quello ferito.>>.

<<Non si era parlato espressamente in precedenza di quello  che si voleva fare, ma quando tornammo alle auto nessuna delle tre persone che ci attendevano ebbe a mostrarsi dispiaciuta>>.

 

Roberto Scialabba, 24 anni, militante di quella che adesso si chiama la <<nuova sinistra>>, rimase senza vita sulla ghiaia dei giardinetti di piazza Don Bosco. La perizia medico legale –balistica dirà che << fu attinto da due armi diverse, e più specificatamente da un proiettile verosimilmente calibro 9 corto, che penetrò nella regione toracica, e da due proiettili calibro 38 special al capo, esplosi  questi ultimi, quando il giovane era riverso bocconi..

La vendetta di Giusva e dei “camerati” si era consumata, Mantakas, Ciavatta  gli altri  erano stati vendicati.

Vita violenta di Giusva Fioravanti- Giovanni Bianconi

 

Giusva e la politica

In casa Fioravanti, negli anni Settanta, la politica la porta Cristiano. E’ lui se pur più piccolo, che comincia a frequentare la sez del MSI di Monteverde, quartiere piccolo-borghese e moderno di Roma. In famiglia comunque si respira da sempre un’aria di destra, se pur moderata, e soprattutto anticomunista. E’ anticomunista il signor Mario, che al momento del voto oscilla tra la DC e il MSI; è anticomunista sua moglie Ida, di origine benestante, figlia del proprietario del miglior albergo di Riva del Garda, bella donna e di buone letture – Faulkner, Dos, Passos, Hemingway – che tiene a preservare quel po’ di origine aristocratica sacrificata per sposare Mario e trasferii nella capitale.. Ai figli, papà e mamma Fioravanti non hanno mai raccontato che la Resistenza è stata una giusta guerra di Liberazione; semmai dicevano che i partigiani erano ladri e assassini quanto se non di più dei fascisti e dei repubblichini. A tredici anni Cristiano è già un militante del MSI, quando questo vuol dire essere neo-fascisti senza altri aggettivi grazie alla politica del << doppio petto>> di Giorgio Almirante che porta il Movimento Sociale, alle elezioni del 1972, al suo massimo storico: 8,7 per cento dei voti. Valerio scopre la politica e il partito in cui milita il fratello quando lo vede alzarsi alle 4 di mattina per andare ad attaccare i manifesti missini sui muri del quartiere. Due ore dopo, quei pezzi di carta erano spariti, strappati dai << rossi >>. La guerra è cominciata.

 

Cristiano si fa notare nel quartiere, partecipa alle scazzottate coi << compagni>>, picchia e viene picchiato, diventa un problema per i genitori, Valerio è un tipo più tranquillo. Certo, a scuola, - Liceo scientifico statale JF Kennedy – non ha dubbi a schierarsi dalla parte dei fascisti. Ma è una scelta istintiva e di principio, più che ideologica: i fascisti sono meno numerosi, raramente riescono a ottenere la parola nelle assemblee, vengono emarginati e picchiati

Menano anche loro, ma agli occhi gi Valerio sono svantaggiati nel rapporto di forze, e lui decide di stare al loro fianco, di prenderne le difese quando c’è da sostenere il diritto di esistere e parlare anche per i << neri>>. Soprattutto non gli va giù il fatto che per essere bene accetti bisogna essere di << sinistra >>, il suo spirito di bastian contrario prende il sopravvento.

C’è un giorno preciso, nella vita di Valerio Fioravanti, in cui decide di << fare il fascista >>. Accade quando qualche decina di << compagni >> esterni, cioè non della scuola, circondano il Kennedy e cominciano a cercare i tre fascisti dichiarati di tutto il liceo, che riescono a salvarsi solo perché i professori li fanno nascondere dentro dei vecchi cassoni dell’acqua, nel sottotetto. << Se avessi visto cento fascisti cercare tre compagni >> ricorda Giusta , << sarei stato istintivamente dalla parte dei compagni, senza chiedermi chi avesse ragione. Ma negli anni Settanta la proporzione era chiara in tutta Italia: un italiano su tre era comunista e tutti sostenevano che ammazzare un fascista non era reato>>.

 

Per il futuro capo dei NAR, comunque, questo è ancora il tempo della politica a mezzo servizio. A scuola gli piace fare polemica con il prof di storia quando si parla di Resistenza e lui ripete quello che ha sentito dire a casa, pronto a controbattere discorsi che giudica frutto di retorica o malafede: non si può mettere sullo stesso piano, dice, il sacrificio di Salvo D’Acquisto, con il massacro delle fosse Ardeatine, provocato dall’attentato di via Rasella.

In generale però mantiene buoni rapporti con tutti; il suo compagno di banco, Stefano, è il segretario dei giovani comunisti del quartiere, dal loro posto partono gli ordini sui compiti in classe da passare e le interrogazioni programmate. << Ricordo che quando c’erano scioperi e assemblee, io ostentatamente non partecipavo. M in questo periodo la politica per me si risolveva tutta in questa polemica a scuola, mentre al pomeriggio me ne andavo a giocare a pallone o in giro con le ragazze.

Valerio trascorre i pomeriggi a divertirsi a fare sport: pugilato, tennis, ping-pong. Cristiano invece sta nella sede del MSI a preparare i manifesti da attaccare, a picchiare quelli con i capelli troppo lunghi che passano davanti la sezione e a respingere gli assalti dei << compagni>>, prima con le mani, poi con le spranghe e catene. La sera è il più piccolo dei due figli a rientrare più tardi, i genitori cominciano a preoccuparsi ma lui non li ascolta.

Valerio e la madre passano intere serate in giro per le strade del quartiere, a bordo dell’auto della madre, alla ricerca di Cristiano. Quel giovane fascista di Monteverde, diventa un bersaglio da colpire. Lo vedono salire sull’auto della madre, un Anglia arancione, qualche giorno più tardi, finisce in fiamme, bruciata dai << rossi >> in una delle tante azioni di << guerra >> nel quartiere.

 

Dall’interrogatorio di Valerio Fioravanti davanti alla seconda Corte d’ Assise d’appello di Bologna.

<< Si può dire che ho iniziato l’attività politica per una condizione “materna”. Mio fratello Cristiano, più giovane di me, fin da quando aveva dodici anni concepì interesse per la politica e , da ragazzino qual era,andava in giro ad attaccare manifesti. Rientrava tardi a casa, mia madre era costernata e mi chiedeva di andare a cercare qua e là. Poi ci sono state delle violenze contro mio fratello, e da qui ho tratto un senso di ingiustizia che mi ha spinto a fare come lui politica. Il mio primo atteggiamento fu di ritorsione: era stata bruciata la macchina di mia madre e bruciai qualche altra macchina, le percosse che aveva ricevuto mio fratello le restituii ad altri. La cosa è andata così per diversi anni crescendo man mano. Violenza ha chiamato violenza….

<< Si formò un gruppo di persone che la pensava allo stesso modo, soprattutto su base territoriale: quartiere di Monteverde Vecchio e Monteverde Nuovo. I nostri avversari erano quelli che professavano l’ideologia contraria alla nostra. Ma fondamentalmente le lotte che si verificavano erano lotte di banda secondo la moda allora invalsa nella nostra generazione. Ul Movimento sociale, a cui ideologicamente quelli del mio gruppo facevano capo, cercava di frenare le tensioni ma di fatto avveniva che nello scontro noi cercavamo di reagire in maniera più marcata dei nostri avversari. << Nel 1974 i miei genitori, preoccupati della mia aggressività, mi mandarono a studiare in America, non rendendosi conto che aggressivo quando o più di me era mio fratello Cristiano; forse pensavano che separarci sarebbe stato proficuo per entrambi.>>.

 

I fascisti in armi

La data del 28 febbraio 1978 per i fascisti di Roma ha un significato particolare: ricorre il terzo anniversario della morte di Mikis Mantakas, giovane appartenente al FUAN. Il 1978 si è aperto inoltre con un grave fatto di sangue: il 7 gennaio, in un agguato teso da militanti di sinistra fuori della sezione del MSI di via Acca Larentia al quartiere Appio-Tuscolano, vengono uccisi due giovani militanti di destra cui se ne aggiunge un terzo caduto a seguito degli scontri scoppiati con la polizia immediatamente dopo l'accaduto…..leggi la scheda cura di Andrea Barbera

Creato il 22 marzo 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Valerio..la sua storia finisce qua

Un figlio del 77

La strage di Acca Larentia

Mantakas

Le vittime dimenticate dei Nar

Valerio e Francesca

 

 

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