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Non deve stupire la chiave surreale in cui ricorriamo per tentare di forzare l’ultimo baluardo che ci frappone alla piena comprensione di quella terribile primavera del 1978. Ma è un personaggio insospettabile che a un certo punto ci viene in aiuto : Peter Tompkins del Comando Alleato durante la Liberazione, ci dà un’un’indicazione, forse del tutto casuale, dell’ultima possibile prigione di Aldo Moro nella sua biografia : “Una spia a Roma” scritta negli anni sessanta, ma recentemente ripubblicata con una presentazione.

 

Del resto Tompkins è un esperto di guerra psicologica e ha sempre mostrato di saper calibrare i suoi interventi nei fatti italiani di cui è un grande conoscitore. Tompkins conosce molto bene Palazzo Castani, visto che nel “43” vi aveva stabilito la sua base segreta. E conosce bene Markevitch ( il “grande vecchio” secondo alcuni capo delle BR e noto musicista ): si erano incontrati durante la guerra quando Markevitch , su consiglio di Carlo Senigallia , entrò in contatto con l’ORI, il servizio segreto della Resistenza, organizzato dall’avvocato torinese  Raimondo Crateri, che era per altro marito di Elena Croce. La rete Crateri operò in stretto contatto con l’OSS e dunque con il Gen William Donovan, ma soprattutto con  Peter Tompkins.

In quel periodo la “spia americana” è già all’interno di Palazzo Castani, dove svolge la sua attività di intelligence in stretto contatto con alcuni comandanti partigiani, come Giuliano Vassalli , da lui incaricato di organizzare la liberazione dal carcere nazista dei prigionieri politici. Tra questi ci sono anche due futuri capi di Stato ,ovvero Saragat e Sandro Pertini. Nel libro di memorie Tompkins racconta un episodio avvenuto nel 1943 in un interno di Palazzo Antici- Mattei ( lo stabile fa parte dello stesso complesso occupato dagli alleati e chiude alle spalle di Palazzo Castani):

“Cervo mi fece salire i gradini che portavano alla terrazza: da qui per un corridoio tortuoso mi condusse in una piccola camera  da letto,ove, spostato  un comodino apparvero i contorni di un pannello  segreto largo circa quaranta centimetri e alto altrettanto. Lo aprì e si cacciò dentro a carponi.. varcato il pannello mi trovai  in un’altra piccola camera da letto dove tutte le porte erano state murate e coperte da carta da parati, l’unica finestra era celata da pesanti tendaggi. Quella stanza così ben nascosta all’ultimo piano di Palazzo Antici-Mattei doveva servire come rifugio temporaneo per i prigionieri liberati dalle carceri tedesche in attesa poterli estradare verso la salvezza.”

 

Anche Moro è stato trattenuto in quella stanza, in attesa di essere estradato, come i prigionieri liberati dai tedeschi? Scriveva Mino Pecorelli in quei giorni: < Moro era certo di essere liberato, ma temeva di essere ferito in un conflitto a fuoco dei “carabinieri”> I carabinieri di Dalla Chiesa, che avevano scoperto il suo ultimo domicilio e premevano per intervenire? O erano altri i “carabinieri” che Moro temeva?

E’ veramente difficile riuscire ad immaginare quello che è accaduto negli ultimi giorni e soprattutto nelle ultime ore. I brigatisti dissociati, ad esempio, assicurano che Moro non sapeva di essere stato condannato a morte, al contrario, era convinto che l’ultimo trasferimento avrebbe preceduto di poche ore la libertà.

Anna Laura Braghetti arriva a descrivere il commiato, i saluti, lo scambio di reciproci auguri, prima che il presidente si calasse nella cesta per essere portato via. Forse dobbiamo soltanto retrodatare di qualche giorno foto ,a quando i brigatisti, o almeno alcuni di loro, sono usciti definitivamente di scena  e l’ostaggio è stato consegnato ad altri protagonisti, ancora sconosciuti, della fase finale del sequestro.

 

Ma credo che almeno Moretti abbia incontrato Moro, nei giorni successivi, quando era ancora in corso l’ultima possibile trattativa prima che qualcuno, come scriveva Pecorelli, <alzasse il prezzo e tradisse il patto>.

Una cosa è certa : Moro era costantemente informato di ogni decisione che lo riguardava. E perciò anche della condanna a morte, quando questa fu decisa. Lo conferma l’ultima straziante lettera alla moglie:< mia dolcissima Noretta>. Ma anche la telefonata che fece Morucci al prof Franco Tritto, un amico dello statista. Un colloquio drammatico,che abbiamo ascoltato tante volte in tutte le commemorazioni, anno dopo anno. Morucci dice al prof Tritto che il corpo di Moro è in via Castani , nella Renault rossa:< lei deve informare la famiglia, sono le ultime volontà del Presidente, non vuole che lo sappiano altri, vada subito da loro>.Il professore Tritto, un vecchio allievo dell’università, piange al telefono,sussurra:< Non me la sento, non ce la faccio…> Morucci insiste: < Professore , io non mi posso trattenere a lungo, faccia come le ho detto, sono le volontà del presidente, nella macchina ci sono anche alcuni effetti personali da consegnare alla famiglia>.

Morucci temeva che potesse essere localizzata la cabina da dove stava telefonando, temeva un bltz dei carabinieri e d essere arrestato. Il nastro della registrazione è pieno di fruscii : anche Morucci sembra emozionato e sullo sfondo si sentono distintamente i singhiozzi di Tritto.

Dunque a Moro era stata (di certo) comunicato la sentenza di morte, aveva avuto il tempo di manifestare le sue ultime volontà e, immaginando la disperazione della moglie e dei figli, preferiva che fosse un amico di famiglia a portare la notizia. Non il presidente del Consiglio Andreotti, non gli ex amici della DC, quel partito da cui aveva dato le dimissioni, uomini che aveva accusato di averlo condannato a morte. E nella sua solitudine, consapevole di essere stato tradito, si è avviato verso l’estremo sacrificio dopo aver maledetto per l’ultima volta i nuovi nemici e i vecchi amici.

 

La perizia dei Ros afferma che neppure la versione dell’esecuzione è compatibile con quanto rilevato dopo l’autopsia : Moro era in piedi quando gli hanno sparato o, se davvero era all’interno dell’auto (ipotesi considerata molto improbabile) il killer che ha imbracciato la mitraglietta Scorpion, per la particolare inclinazione dei colpi, doveva essere seduto al posto di guida e dunque doveva avere un’elevata capacità nel manovrare l’arma, in quella posizione scomoda e in quello spazio angusto.Anche la tragica pagine finale sembra tutta da riscrivere.

In assenza di ogni possibile certezza, sullo scenario dell’assassinio troviamo un altro degli scritti oscuri, visionari e sibillini di Pecorelli.Il passo è tra i meno conosciuti, forse perché soltanto da poco tempo è stato possibile coglierne interamente il significato. Esso suggerisce come il giornalista fosse tra i pochi da aver capito immediatamente perché il corpo di Moro era stato abbandonato in via Castani e quali segreti nascondessero quelle mura.

Su <OP> del 23 maggio1978, dunque, Mino  si avventura in un’altra fantacronaca, quella del ritrovamento del presidente della DC , e immagina  tra la folla una contessa romana che sull’onda dell’emozione si abbandona a sinistre riflessioni. Di fronte al muro dov’è parcheggiata la Renault con il corpo di Moro, la nobildonna ha come un’allucinazione e sussurra:

“Oltre quel muro ci sono i ruderi del teatro Balbo, il terzo anfiteatro di Roma. Ho letto un libro che a quei tempi gli schiavi fuggiaschi e i prigionieri vi venivano condotti perché si massacrassero tra di loro. Chissà cosa c’era nel destino di  Moro perchè la sua morte fosse scoperta proprio contro quel muro ? Il sangue di allora è il sangue di oggi,quel sangue ricade anche su di noi.”

La risposta all’ultimo rebus non è, oramai, troppo difficile: quegli antichi guerrieri costretti a scendere nelle arene erano i gladiatori

 

Chi è Peter Tompkins

Peter Tompkins è nato nel 1919 ad Athens, in Georgia, ma ha trascorso gran parte della sua infanzia in Italia, tra Roma e la Toscana. Dall’Università di Harvard torna in Italia allo scoppio della Seconda guerra mondiale come corrispondente del New York Herald Tribune prima e, in seguito, della MBS e della NBC. Nel 1941 entra nell’OSS (Office of Strategic Services, trasformato in CIA dopo la fine della guerra) operando in Africa Orientale, Italia e Germania. A guerra finita riprende l’attività di giornalista lavorando per la CBS negli Stati Uniti e in Italia. Scrive per le testate The New Yorker, The New Republic, Time, Life, Look, Esquire, The Observer, Paris Match, L’Europeo. Si dedica alla ricerca storica, archeologica e allo studio della natura, producendo una ventina di libri, fra cui vari best seller mondiali tradotti in una ventina di lingue. Per Simon&Schuster (New York) dopo Una spia a Roma, ha scritto i libri storici Italy Betrayed e The Murder of Admiral Darlan.