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Avvenimenti Italiani
Genova 1960- la
manifestazione alla casa dello studente Leggi anche |
Genova
1960-2001- Il filo che non si spezza Questo articolo che riproponiamo,
scritto da Umberto Marzocchi all'indomani delle grandi mobilitazioni
antifasciste dell'estate 1960 contro il governo Tambroni
- in particolare di quella portentosa di Genova -, potrebbe sembrare un
parallelismo forzato con l'attualità. È evidente che ci si può solo riferire
ad una grande valenza evocativa di quei fatti
lontani, che in più ci viene rafforzata dalla coincidenza, bene augurante,
del capoluogo ligure quale città dei "contro-appuntamenti" (ieri
contro il raduno fascista, oggi contro il vertice G8). Lo scritto piuttosto,
che al di là dei moduli di linguaggio usati mantiene
la sua freschezza nell'analisi, sa ben cogliere quale sia il reale
"pericolo" in questi casi. La rivolta generosa e
disinteressata di chi, padrone di nulla ma anche servo di nessuno, ritiene
moralmente giusto manifestare il suo dissenso (ossia compiere un "dovere
civico rivoluzionario" per dirla con Marzocchi) contro qualsiasi
concezione autoritaria e dittatoriale della vita, deve fare i conti con
almeno due tipi di sollecitazioni. Queste fanno comunque
capo ad un unico disegno: da una parte si tratta di "recuperare al solo
gioco parlamentare" istituzionale queste pulsioni; dall'altra si paventa
l'equazione opposizione sociale = crimine. Se nel
1960 la stampa governativa individuava il pericolo nei giovani 'teppisti' con
le magliette a strisce, oggi il terrorismo massmediatico
ha già deciso chi dovrà interpretare il ruolo di "anima nera del
movimento". Chi da tempo immemorabile e a
spese del contribuente, peraltro in modo poco professionale, origlia le
nostre conversazioni e segue i nostri passi; chi ci fa recapitare un invito
in RAI per dibattere due minuti sui recenti attentati attribuiti e
rivendicati da fantomatiche sigle (non sui nostri ultimi dieci libri); chi,
dopo aver confezionato il solito minestrone, questa volta con punk a bestia e
separatisti baschi, ci indica quali autori di "possibili atti terroristici"
dovrebbe pensare meno a leccare il culo e
riflettere piuttosto sulla matrice delle stragi che hanno insanguinato
l'Italia in questi ultimi decenni. Il nostro diritto a manifestare ci
discende unicamente dall'essere degli "umani", donne e uomini comunque liberi. Ma, se proprio
insistete, esso deriva anche dall'aver impugnato le armi in quel lontano
1943-1945, un'epoca quella in cui - secondo la vostra vulgata - sembra che i
buoni e i cattivi fossero da tutte le parti. Giorgio Sacchetti I giovani con la piazza I giovani sono scesi in piazza di
loro iniziativa. Abbiamo assistito al magnifico spettacolo datoci dai giovani
di Genova e i giornali di questi ultimi giorni ci portano la documentazione
fotografica e cronistica delle manifestazioni che
hanno coronato lo sciopero generale, dove i giovani sono stati all'altezza
del loro dovere civico rivoluzionario. I feriti di Roma, i feriti ed i morti
di Reggio Emilia, di Palermo, di Catania sono anch'essi come i feriti di
Genova, per la più parte dei giovani. Con questo, si ha la prova che il
giovane di oggi è un fine osservatore, in quanto sa
trarre insegnamento dai fatti che avvengono nel mondo, nei quali è
protagonista la gioventù. I giovani di Francia, che nel 1955 si rifiutarono
ammutinandosi alla stazione di Austerlitz
a Parigi, di partire per l'Algeria in guerra; i giovani turchi, coreani,
giapponesi, che con la loro azione di piazza determinarono la caduta di
regimi tirannici e la protesta ostile ai patti di guerra, hanno fortemente
impressionato i nostri giovani. In questi 15 anni dalla
caduta del fascismo, durante i quali il giovane avrebbe dovuto ignorarne ogni
ripercussione fisica e morale, i privilegi di classe si sono mantenuti e
ampliati; l'apparato della forza e dell'inganno si è perfezionato e
raffinato; i dolori e i drammi umani sono, ogni giorno che passa, più
profondi, più estesi, più sanguinosi; le sofferenze si moltiplicano; i
pericoli di guerra crescono e il male si sviluppa: la tetra ombra dell'era
fascista si addensa sulla gioventù disperata ed esasperata. Il fascismo è dovunque, non
soltanto nel M.S.I. Ma se lo scioglimento del M.S.I. viene
imposto dalla volontà popolare, anche i sostegni dove si puntella dovranno
ricredersi e capitolare. Questo i giovani hanno compreso e per questo hanno
agito. Non vogliono essere gli assassini dei loro fratelli,
come purtroppo lo furono quelli delle generazioni fasciste, delle
"Disperate" di triste memoria; vogliono essere i militi della
libertà: vogliono liberare il popolo, di cui sono i figli più cari, dalla
lebbra fascista; non ammettono tentennamenti, né tregue, né compromessi. Aperta con Genova la breccia ribelle per un motivo ideale,
la sua efficacia risulterà soltanto da una
continuità che in maniera consecutiva inutilizzerà tutti i mezzi di coercizione
e abbatterà tutti gli ostacoli. La rivolta morale è indispensabile; il suo
servizio sociale è dei più meritori. Del resto tutti i progressi della vita umana lo
dimostrano. E in tutto quello che viene interpretato
come fattore di civiltà, questa rivolta ha sempre avuto, ha ed avrà il suo
atto di presenza. I partiti di massa hanno prosperato, in questi ultimi 15
anni, grazie alla tendenza che spinge densi strati di esseri
umani a credere in qualcuno o qualche cosa che faccia autorità su di loro.
Anche la gioventù italiana si lasciò illudere dagli apparati, credette in essi in modo quasi
religioso e fanatico; il partito e gli uomini che lo incarnano divennero la
sua ragion di essere. Tal quale si affaccia oggi alla ribalta degli
avvenimenti, la gioventù potrebbe costituire, se coltivata nei suoi impeti e
nelle sue decisioni, una nuova leva capace di sforzo, di senso e ragione
propria, ben disposta ad uscire dall'assurdo, dallo stato di
ubbidienza e dalla disciplina di partito che la rese fino ad ora irrazionale,
apatica e gregaria. Il dramma della gioventù italiana
risiede nell'aver seguito, senza amore, le tattiche politiche dei partiti,
oggi elettorali e domani parlamentari, delle quali hanno tratto profitto agrari e industriali, borghesia e governo, preti
e fascisti. Oggi siamo alla svolta dello Stato forte, alla minaccia di un
ritorno sempre più temuto della tirannide fascista. L'antifascismo ufficiale
e parlamentare volle essere magnanimo e i da lui
perdonati divennero e sono spietati contro gli uomini ed i valori della
Resistenza. E' giunta l'ora per tutti di impostare l'azione
chiaramente, realisticamente. Impedire nuovi tradimenti, nuovi
agguati, nuovi attacchi alle libertà è compito più
che mai serio ed urgente. L'inizio è stato buono, valido, determinante.
Di fronte all'azione di piazza, alla volontà fisica del popolo, allo slancio
ardimentoso dei giovani, fascisti e governo hanno
dovuto ripiegare. Vuol dire che gli italiani antifascisti hanno imboccato la
strada giusta. Attenti, ora, alla svolta parlamentare dei
partiti antifascisti. I giovani non devono permettere una seconda
edizione della politica del suicidio fin qui da partiti legalitari praticata,
politica che ci ha dato uno Stato capitalista e clericale, che porta gli
ultimi ritocchi al rullo compressore sotto il quale
vengono schiacciate le poche libertà che ci erano rimaste. E
noi anarchici saremo con loro. La piazza ha fornito prove di maschia energia, ha rimosso
il morente, ha scosso la sonnolenza, ha rimesso
ciascuno al suo posto. Se la "tattica" parlamentare riprende il
sopravvento, se la piazza cede alle manovre elettoralistiche
dei partiti, se i giovani si lasciano convincere dai becchini di servizio,
che si fanno premurosi, suadenti, pressanti attorno ai crocchi, nelle sedi
del partito, nelle associazioni, nei sindacati, la rivolta popolare si
trasformerà come per incanto in atto che si vuole ostinatamente politico,
sarà svuotata di ogni contenuto sociale, i poveri
assassinati avranno raggiunto la folla degli altri caduti e per noi vivi
continuerà, senza soste e senza strappi, l'eterno gioco della politica del
suicidio, fino alla restaurazione di un regime tenebroso di reazione
fascista. Stiano vigilanti i giovani, perché una cosa è conoscere i
metodi della persecuzione fascista per sentito dire e dalla voce dei
testimoni che vissero quegli orrori, ed altra è
vedere con i propri occhi, toccare con mano la realtà, subire e soffrire
quegli orrori nel primo spirito e nella propria carne. Ma se i giovani vogliono assolvere ad
una missione propria, debbono persuadersi, rappresentando una componente
delle inquietudini generali, che vi debbono esercitare una funzione ed una
pressione per dare un contenuto alle loro attività ed alla loro azione. E se gli adulti vorranno mantenere il contatto con i
giovani, dovranno abbandonare il terreno della predica paternalistica e
fornire esempi buoni più che buone parole, consigli e comminatorie. Umberto Marzocchi da "Umanità
Nova", n.29 del 17 luglio 1960 |