Genova giugno1960

 

 

 

 

 

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Nel giugno 1960, a pochi mesi dalla costituzione del nuovo governo, il MSI annunciò che avrebbe tenuto a Genova il suo congresso nazionale. Segretario del partito era all’epoca Arturo Nichelini, un rispettabile uomo d’affari che provava avversione sia per i picchiatori fascisti del Nord sia per i nostalgici della Repubblica di Salò.

La linea politica che egli portava avanti non mirava certo, almeno in termini generali, a provocare uno scontro tra il partito e il sistema repubblicano. Egli era, piuttosto , fautore di un MSI rispettabile partito di destra, alleato ai monarchici, capace di ritagliarsi la sua fetta di potere clientelare a livello locale e attento a gratificare in modo adeguato la sua base elettorale meridionale  formata da studenti e impiegati di grado inferiore, commercianti, artigiani.

Al congresso del partito del 1956 Michelini aveva dovuto fronteggiare una forte opposizione interna, e la sua relazione era stata interrotta dalle grida poco edificanti di “più manganelli e meno doppiopetto”.

Il fatto che il governo Tambroni si reggesse in Parlamento grazie al voto missino rese i dirigenti di quel partito meno prudenti. Nessuno poteva negare il carattere provocatorio della scelta di Genova, una città che aveva ricevuto la medaglia d’oro alla Resistenza.

I neofascisti gettarono ulteriore benzina sul fuoco annunciando la partecipazione al congresso di Carlo Emanuele Basile, ultimo prefetto di Genova durante la Repubblica di Salò e responsabile della morte e della deportazione di parecchi operai comunisti e antifascisti genovesi. La risposta della popolazione non si fece attendere, e Genova, come già nel luglio del 1948 all’epoca dell’attentato a Togliatti, mostrò di essere la città più pronta all’insurrezione.

Nel pomeriggio del 30 giugno 1960 una manifestazione con decine di migliaia di persone attraversò le strade della città; alla sera si accesero scontri furiosi tra dimostranti e polizia, alcune jeep furono rovesciate e date alle fiamme e furono erette barricate; la principale piazza della città, piazza Ferrari, divenne ancora una volta un campo di battaglia. Il 1 luglio nuovi reparti di polizia vennero distaccati in città, mentre le locali organizzazioni partigiane crearono un comitato di Liberazione pronto< ad assumere il governo della città>.

In questa atmosfera carica di tensione il prefetto di Genova, d’accordo con Tambroni, decise di rinviare il congresso del MSI.

Una grande manifestazione spontanea celebrò la vittoria della città, e il monumento alla Resistenza fu coperto di fiori.

Dopo questa sconfitta Tambroni compì l’errore di voler riaffermare la propria autorità ad ogni costo, dando alla polizia il permesso di sparare in – situazioni d’emergenza- contro i dimostranti antigovernativi e antifascisti.

Il 5 luglio la polizia uccise un manifestante e ne ferì seriamente altri cinque a Licata , in Sicilia. Due giorni dopo cinque operai furono ammazzati e altri 19 feriti a Reggio Emilia. La CGIL  proclamò immediatamente uno sciopero generale, che ottenne un’adesione enorme. La polizia continuò a sparare sui manifestanti: l’8 luglio ci furono altri due morti a Catania e a Palermo,

La direzione democristiana era ormai profondamente allarmata e cercò di sostituire Tambroni il più rapidamente possibile. Moro aveva definito il suo partito “ popolare e antifascista “, l’opposto del modo in cui aveva agito Tambroni. Questi il 22 luglio fu persuaso a dimettersi e venne chiamato Fanfani per costituire un governo ad interim ,formato da soli democristiani con l’appoggio esterno di  repubblicani e socialdemocratici.

 

La vicenda Tambroni chiarì una volta per tutte quella che doveva essere una costante nella storia politica della Repubblica : l’antifascismo era diventato parte integrante dell’ideologia egemone, specialmente al Nord e nel Centro Italia. Ogni tentativo di svolta autoritaria e ogni attacco alle libertà costituzionali avrebbero incontrato l’opposizione di un grandioso e incontrollabile movimento di massa di cui le forze comuniste sarebbero state una componente importante ma non certo unica.

 

Gli avvenimenti genovesi di quei giorni possono richiamare alla mente le manifestazioni torinesi del 1962 in piazza Statuto, dal momento che in entrambi i casi i protagonisti degli scontri con la polizia furono gruppi di giovani operai. L’analogia però è solo superficiale perché in realtà vi sono profonde differenze tra i due episodi. I fatti di Genova sono strettamente legati alla Resistenza, da cui ricevono la loro legittimazione. I rivoltosi di piazza Statuto, al contrario, non avevano una simile”copertura” storica:. La loro protesta era espressione della nuova Italia, non dell’Italia della guerra ma di quella del “miracolo”, e il loro comportamento preannunciava le rivolte della fine degli anni 60.

Le rapide dimissioni di Tambroni stabilirono anche un’altra regola della politica italiana:la Democrazia cristiana non poteva sperare di governare con l’appoggio del MSI  o dei monarchici. La strada verso destra era così definitivamente chiusa, quella a sinistra era aperta ma ancora del tutto inesplorata.

 

Da: storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi –Paul Ginsborg

 

 

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