Giorgio
Ambrosoli, uomo libero ed eroe borghese
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collegato : Michele Sindona – L’ultima lettera
Nel 1971 la Banca d'Italia ordina un'ispezione nelle banche
di Michele Sindona. Le conclusioni degli ispettori
sono preoccupanti: gravi irregolarità e carenze
amministrative, operazioni bancarie ad altissimo rischio, e, anche se gli
ispettori non scoprono ancora i famigerati conti fiduciari, le loro conclusioni
sono gravi al punto tale da chiedere lo scioglimento degli organi
amministrativi. Malgrado la situazione la Banca
d'Italia non interviene, o meglio non viene fatta intervenire. Sindona è potente, conta appoggi di
banchieri internazionali, ha conoscenti ed estimatori nel mondo politico
in particolare nella Democrazia cristiana. Persino al Vaticano il finanziere
siciliano è di casa. Tre anni dopo, nel settembre del 1974, l'allora
governatore della Banca d'Italia, Guido Carli,
conferisce all'avvocato Giorgio Ambrosoli l'incarico
di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona.
Gli scricchiolii di qualche anno prima sono diventati
una vera e propria voragine che ha ingoiato miliardi. Ambrosoli
non perde tempo.
Nell'ottobre del 1975 entra nel cuore dell'impero sindoniano,
ossia la società Fasco. La Fasco
è il cavallo di Troia, ed entrarvi significa portare alla luce l'impero
finanziario di Sindona e i suoi imbrogli. Ambrosoli ne scioglie il consiglio di amministrazione
e inizia a scoprire i flussi di danaro e le transazioni sporche intercorrenti
tra le varie società del gruppo.
Come in un gioco di scatole cinesi la Fasco contiene
le altre, è il perno attorno a cui girano gli affari del banchiere siciliano.
I depositi fiduciari, fatti dalle banche di Sindona su banche estere, venivano
poi girati alle società del gruppo. Erano delle vere e proprie immobilizzazioni
di capitali, ma venivano contabilizzate come depositi
pienamente disponibili che attestavano la loro liquidità. In questo modo veniva violata sistematicamente la legge bancaria e il
codice penale. Un vero e proprio imbroglio alle spalle dei risparmiatori e
della collettività.
L’avvocato Giorgio Ambrosoli è un professionista serio
e onesto, non fa sconti e non accetta i vari progetti di salvataggio di Sindona che freneticamente vengono
proposti con il beneplacito di politici e faccendieri di turno, che
eviterebbero al finanziere di Patti di rispondere penalmente del disastro finanziario
e soprattutto ne farebbero ricadere sulla collettività il peso economico.
Le pressioni e le intimidazioni su Ambrosoli e sul
fidato Silvio Novembre, maresciallo della guardia di finanza, sono pesanti e
scandalosamente esplicite. L'avvocato va avanti per la sua strada con i pochi
collaboratori fidati.
C'è un "lieve" scarto tra lo Stato ideale a cui si ispira
Ambrosoli, fatto di dovere, onestà e senso delle
istituzioni e lo Stato che gli si paventa, occupato da politici corrotti e
faccendieri arroganti, dediti a coltivare solo interessi personali e non
curanti delle regole democratiche.Nel 1978 Ambrosoli presenta la
seconda relazione ai giudici Viola e Urbisci.
Anche se le cifre sono spesso noiose è
interessante citarne qualcuna per avere la dimensione dei traffici delle banche
di Sindona.La Banca Privata dichiarava operazioni in
cambi per 67 miliardi e ne aveva invece per oltre
4000; lo stesso avveniva per la Banca Unione che dichiarava operazioni per 210
miliardi e ne poneva in essere per oltre 5000. Alla fine del 1978, Giorgio Ambrosoli si reca a New York per deporre dinnanzi al Gran Jury americano, perché, nel frattempo, Sindona sta per essere incriminato anche negli Stati Uniti
per il dissesto della Franklin National Bank. E’ la fine del 1978 e iniziano le minacce di morte
per spingere Ambrosoli a cambiare la deposizione
davanti al Gran Jury. L'avvocato milanese è
inflessibile. Il balletto di politici, avvocati e dubbi personaggi vicini a Sindona, per riuscire a salvare il salvabile, continuerà fino
alla sua uccisione.
Giorgio Ambrosoli è stato ucciso perché affermava lo Stato delle regole e della legalità in un
Italia dove, come afferma Flores D'Arcais, coesistono
da sempre due borghesie: una della legalità piena di senso dello Stato e
consapevole dei doveri spettanti ad una classe dirigente degna di questo nome;
l'altra votata all'intreccio affaristico politico, che considera le regole dei
lacci, le leggi valide solo per i fessi e l'onestà la virtù dei mediocri.
Il 14 luglio 1979 al funerale dell'avvocato Ambrosoli non presenziò alcuna
autorità di governo. Correva l'anno 1979.
Autore: Michele Mancino - Editorialista Varese News
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