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Prospero Gallinari Il contadino armato: “Giuseppe” Ha fatto parte del commando che il 16 marzo Un contadino nella metropoli Il secondo libro di Prospero Gallinari Quello di Prospero Gallinari è
il secondo libro che affronta la storia delle Brigate Rosse al di fuori degli schemi di comodo e delle menzogne propagandistiche
che caratterizzano la stragrande maggioranza delle pubblicazioni italiane in
merito. Il primo risale a dieci anni fa: Brigate Rosse - Una storia italiana,
lunga intervista a Mario Moretti realizzata da Carla
Mosca e Rossana Rossanda. dal sito: Il pane e
le rose Prospero Gallinari e Lidia Santilli “ dall’altra
parte” Rischioso. Trovo che questo sia l’aggettivo più calzante per un libro
stupendo nell’aspetto umano, quanto discutibile e, forse, impreciso nella
ricostruzione storica delle vicende legate alla presenza dei terroristi nelle
carceri italiane. Parlano le donne dei
detenuti politici: sono madri, mogli e sorelle, che hanno seguito i loro
uomini da un carcere all’altro, portando pacchi con cibo e vestiti, e
portando soprattutto la propria presenza ai colloqui. Hanno dovuto affrontare e
hanno superato molte difficoltà, hanno sofferto e hanno imparato molto, alla
fine alcune sono riuscite a rivedere libero l’uomo che amano, il più
importante della loro vita. Non tutte ci sono riuscite: qualcuno degli uomini
è morto, altri sono ancora in galera. "Dall’altra parte del
muro, del vetro, della gabbia; dall’altra parte del giudice, della guardia,
delle istituzioni; dall’altra parte del marito, del prete, della casa":
un titolo che vuoi significare molte cose e i toni,
a volte, diventano troppo ideologici per i miei gusti: buoni contro
cattivi, tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Forse non
poteva essere diversamente, considerando che i protagonisti indiretti della
storia, i terroristi, sono tutti
"irriducibili", che non hanno mai rinnegato la scelta
rivoluzionaria e per questo sono rimasti in carcere venti anni o più. Il carcere che hanno
vissuto e stato un luogo di orrori quotidiani, dove
le rivolte e pestaggi si susseguivano sembrava qualcuno ci godesse a far
soffrire i carcerati e i parenti in visita. Sono gli istituti dei
circuiti speciali, oggi li chiamano ad Alta Sicurezza, e da un po’ di anni dovrebbero ospitare soprattutto i mafiosi, in
teoria, nella pratica ci finiscono tutti i detenuti considerati pericolosi e pure
io ci sono passato senza aver visto violenze particolari né aver incontrato
agenti sadici. Per quello che posso testimoniare il
tipo di trattamento descritto nel libro non esiste più. Invece le strutture sono
ancora le stesse: le sale per i colloqui gelano il cuore soltanto a guardarle
e in alcuni casi l’incontro con i familiari avviene ancora con un vetro
divisorio in mezzo. "Fa freddo. Siamo in cella imbacuccati. Fa freddo a stare chiusi da soli per
ventitre ore al giorno". La solitudine abbassa sicuramente
la temperatura dell’anima, ma quella della cella è quasi
sempre gelida per conto suo: per nove mesi all’anno devi vestirti come
un eschimese e negli altri tre soffri il caldo, naturalmente. Ci si consola con il calore umano, che c’è sempre stato e sempre ci sarà dove
le condizioni precarie di vita fanno dei!a solidarietà e della fratellanza
l’ultima risorsa disponibile. "Non era più il
fratello che io andavo a trovare, ma erano tanti fratelli, erano compagni che
è qualcosa di più, che ha un senso diverso". Scrive così la sorella di
un terrorista e, probabilmente, il termine "compagni" ha per lei
una connotazione politica; per me, che pure lo uso
spesso, ha un significato più estensivo indicando tutte le persone che
condividono la mia stessa esperienza. La sostanza, comunque, è la stessa: per sopravvivere bisogna superare
l’individualismo; ma questo non lo capisci da un giorno all’altro, ci vuole
tempo, devi poter elaborare con calma la tua situazione. L’atteggiamento dei
detenuti politici, che ho avuto modo di conoscere
direttamente, coincide con quanto emerge nel libro e mi sembra piuttosto
contraddittorio nel momento in cui loro si confrontano con gli altri
carcerati, che disprezzano apertamente. Dicono di stare dalla parte
della povera gente e poi un rapinatore che ha svaligiato una banca, per
assicurarsi una vita migliore, lo definiscono
"volgare delinquente"; se lo ha fatto per finanziare la lotta
armata è invece un "coraggioso rivoluzionario". Il fine giustifica
i mezzi, secondo loro. Parlando delle imprecisioni
storiche presenti nel libro mi riferisco alla storia della riforma
penitenziaria, sulla quale mi sono documentato. "Se
oggi nelle carceri ci sono i colloqui e le ore d’aria lo dobbiamo alle lotte
dei detenuti politici". E’ vero che le rivolte degli anni ‘70 e ‘80
polarizzarono l’attenzione dell’opinione pubblica e dei governanti sulla
condizione delle carceri, tuttavia il progetto di riforma dell’Ordinamento
Penitenziario fu presentato per la prima volta in Parlamento dall’On. Gonella il 28 Ottobre 1968, dopo vari
aggiustamenti ottenne una prima approvazione al Senato il 31 Ottobre
1971, per essere definitivamente ratificato nel 1975. Le rivolte carcerarie,
che ebbero come protagonisti i terroristi, avvennero per lo più successivamente all’entrata in vigore della legge e quindi
non poterono certamente convincere i legislatori a concedere miglioramenti
nel trattamento. Semmai furono loro che
dovettero lottare per vedersi riconoscere gli stessi diritti che gli altri
detenuti già avevano e a loro erano negati con il pretesto dei
mantenimento della sicurezza: erano altri anni, la contrapposizione
prevaleva sul dialogo e spesso i conflitti venivano alimentati di proposito. Bisogna pure considerare
che anche lo status sociale della famiglia ha il suo peso, quando un membro viene incarcerato: i figli dei proletari trovano di solito
maggiore comprensione, perché è in fondo considerato legittimo il loro
desiderio di ribellarsi a una condizione di povertà; i figli dei borghesi non
hanno scusanti, hanno già tutto e non avrebbero avuto certamente bisogno di
infrangere le leggi. Con quel "tutto" si intendono ovviamente i soldi. Potrei, a questo punto,
pontificare sulla necessità di cercare di capire le ragioni altrui, ma preferisco raccontare quello che è successo a mia madre
negli anni passati a seguirmi tra aule di tribunale e carceri, viaggiando in
treno o in pullman, proprio come le protagoniste del libro. Entrando nelle carceri
qualche disagio l’ha incontrato, ma tutto sommato sono
stati relativi: non l’hanno mai costretta a spogliarsi durante le
perquisizioni e tanto meno si è sentita insultare o minacciare dagli agenti,
cose che sembra succedessero regolarmente alle donne dei detenuti politici. Invece,
passando da una stazione ferroviaria all’altra, è rimasta vittima di due
scippi e di una rapina vera e propria, una volta è pure finita in ospedale
per le contusioni riportate in un’aggressione.
Forse i responsabili di queste aggressioni adesso sono in carcere e lei
potrebbe anche avere motivo per prendersela con alcune categorie di persone:
detenuti, tossicodipendenti, nomadi, etc., insomma coloro che sono di solito etichettati come
delinquenti. Invece, forse perché sono
pure io in galera ed entrando ha la possibilità di vedere queste persone in
modo diverso, la pensa diversamente, e una volta mi ha detto: "Capisco
questa gente, perché è costretta a vivere sulla strada e spesso non ha
neanche da mangiare. Dall’ultima volta che mi hanno aggredita,
come vedo qualcuno che ha bisogno metto mano al portafoglio, non aspetto
neanche che venga a chiedermi aiuto". Francesco
Morelli Biografia Prospero Gallinari, nato a
Reggio Emilia nel 1951, si accosta giovanissimo alla politica. Dopo una
formazione nell’ambito della Fgci, milita nelle
Brigate Rosse fino alla conclusione del loro percorso nel 1988. Arrestato una
prima volta nel 1974, evaso nel 1977, viene riarrestato nel 1979. condannato
a tre ergastoli, dopo diciasette anni di carcere, perlopiù trascorsi in
sezioni speciali, si trova da anni nella condizione di detenzione domiciliare
per motivi di salute. |
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