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Prospero Gallinari

 

 

 

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Prospero Gallinari - "Giuseppe

 

 

 

 

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Prospero Gallinari

 

Il contadino armato: “Giuseppe”

Ha fatto parte del commando che il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, rapì Aldo Moro e trucidò i cinque uomini della sua scorta. Ed è stato in via Montalcini fra i quattro carcerieri che gestirono i 55 giorni del sequestro, culminati il 9 maggio nell'uccisione del presidente della Democrazia Cristiana. Basterebbe questo per dire che Prospero Gallinari non è stato un brigatista qualunque. E' stato condannato a tre ergastoli e ha trascorso 17 anni in carcere.
Oggi ha 55 anni. Alle spalle ha un'ischemia cerebrale e due infarti, nel cuore tre by-pass. Per questo, nel 1994 ottenne di poter uscire dal carcere. Da allora vive a Reggio in stato di detenzione domiciliare. Come Renato Curcio, Mario Moretti, Alberto Franceschini e altri capi storici delle Br, alla fine anche Gallinari ha sentito il bisogno di raccontare in un libro la sua storia e quella della lotta armata ('Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate Rosse', Bompiani).
Chi si aspetta dai ricordi di Gallinari rivelazioni eclatanti sui misteri veri o presunti degli anni di piombo resterà deluso. Il caso Moro, ad esempio, occupa non più di 20 pagine delle 340 del libro. Così, ciò che si legge con più interesse sono forse le pagine sull'infanzia e l'adolescenza contadina a Ospizio e a Mancasale. Oppure, sul piano storico e politico, quelle sulla frantumazione delle Br a partire dal 1982. O ancora il racconto su un'incredibile tentativo di evasione da Rebibbia nel 1987, fallito in extremis.
Gallinari non è un pentito del terrorismo e neppure un dissociato, anche se nel 1988 riconobbe la sconfitta della lotta armata. Chi conosce la sua storia, sa che da lui non poteva aspettarsi mea culpa. Lo stesso Gallinari, nella premessa, dice che non ha voluto scrivere con il senno di poi, ma raccontando i fatti per come li ha vissuti allora. Però il terrorismo rosso ha fatto centinaia di morti e migliaia di feriti. Se i conti con la propria coscienza si fanno in privato, almeno una parola di pietà per le vittime era lecito aspettarsela.

 

Un contadino nella metropoli

Il secondo libro di Prospero Gallinari

Quello di Prospero Gallinari è il secondo libro che affronta la storia delle Brigate Rosse al di fuori degli schemi di comodo e delle menzogne propagandistiche che caratterizzano la stragrande maggioranza delle pubblicazioni italiane in merito. Il primo risale a dieci anni fa: Brigate Rosse - Una storia italiana, lunga intervista a Mario Moretti realizzata da Carla Mosca e Rossana Rossanda.
Aldilà di un giudizio squisitamente letterario, che poco ci compete, il valore del libro di Gallinari sta tutto nella capacità di parlare con schiettezza ed onestà di un argomento tuttora tabù: l'internità della lotta armata rispetto al movimento che attraversò l'Italia - e non solo - fra gli anni 60 e 80 del secolo scorso. In altre parole, l'aver portato alle estreme conseguenze quella "rottura del monopolio statale della violenza" che costituì la caratteristica principale dei movimenti rivoluzionari, tanto a Valle Giulia quanto a Berkeley.
Agli smemorati ed agli invertebrati che anche oggi esaltano il valore taumaturgico della nonviolenza, Gallinari ricorda che la realtà della fabbrica e quella del Vietnam rendevano estremamente credibile un progetto guerrigliero nel cuore della metropoli imperialista. Ancora, la stessa storia personale di Gallinari chiama in causa il Partito Comunista Italiano e la distanza fra le suggestioni che proponeva e la quotidiana miseria del suo agire politico concreto. E non basta: alcune delle pagine più toccanti, pur nella piana semplicità di un linguaggio asciutto e alieno da ogni retorica, sono quelle che riguardano il carcere, l'universo dei dannati della metropoli.
Un libro che si legge tutto d'un fiato, non concede nulla all'ipocrisia ed è lontano anni luce dall'autocelebrazione: la crisi del progetto brigatista vi è descritta con la sofferta lucidità di chi quel progetto ha contribuito a definire e praticare. Gallinari vede e sente avvicinarsi la sconfitta, ma non intende partecipare al banchetto dei tanti figlioli prodighi che prima uccidevano e poi, comodamente, si pentivano e si dissociavano. Gallinari si assume tutte le sue responsabilità di comunista rivoluzionario, paga - continua a pagare - le conseguenze della propria scelta di vita e, con serena lucidità, avverte: una storia è finita. La storia continua.

dal sito: Il pane  e le rose

 

Prospero Gallinari e Lidia Santilli  “ dall’altra parte”

Rischioso. Trovo che questo sia l’aggettivo più calzante per un libro stupendo nell’aspetto umano, quanto discutibile e, forse, impreciso nella ricostruzione storica delle vicende legate alla presenza dei terroristi nelle carceri italiane.

Parlano le donne dei detenuti politici: sono madri, mogli e sorelle, che hanno seguito i loro uomini da un carcere all’altro, portando pacchi con cibo e vestiti, e portando soprattutto la propria presenza ai colloqui.

Hanno dovuto affrontare e hanno superato molte difficoltà, hanno sofferto e hanno imparato molto, alla fine alcune sono riuscite a rivedere libero l’uomo che amano, il più importante della loro vita. Non tutte ci sono riuscite: qualcuno degli uomini è morto, altri sono ancora in galera.

"Dall’altra parte del muro, del vetro, della gabbia; dall’altra parte del giudice, della guardia, delle istituzioni; dall’altra parte del marito, del prete, della casa": un titolo che vuoi significare molte cose e i toni, a volte, diventano troppo ideologici per i miei gusti: buoni contro cattivi, tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Forse non poteva essere diversamente, considerando che i protagonisti indiretti della storia, i terroristi, sono tutti "irriducibili", che non hanno mai rinnegato la scelta rivoluzionaria e per questo sono rimasti in carcere venti anni o più.

Il carcere che hanno vissuto e stato un luogo di orrori quotidiani, dove le rivolte e pestaggi si susseguivano sembrava qualcuno ci godesse a far soffrire i carcerati e i parenti in visita.

Sono gli istituti dei circuiti speciali, oggi li chiamano ad Alta Sicurezza, e da un po’ di anni dovrebbero ospitare soprattutto i mafiosi, in teoria, nella pratica ci finiscono tutti i detenuti considerati pericolosi e pure io ci sono passato senza aver visto violenze particolari né aver incontrato agenti sadici. Per quello che posso testimoniare il tipo di trattamento descritto nel libro non esiste più.

Invece le strutture sono ancora le stesse: le sale per i colloqui gelano il cuore soltanto a guardarle e in alcuni casi l’incontro con i familiari avviene ancora con un vetro divisorio in mezzo.

 

"Fa freddo. Siamo in cella imbacuccati. Fa freddo a stare chiusi da soli per ventitre ore al giorno".

 

La solitudine abbassa sicuramente la temperatura dell’anima, ma quella della cella è quasi sempre gelida per conto suo: per nove mesi all’anno devi vestirti come un eschimese e negli altri tre soffri il caldo, naturalmente.

 

Ci si consola con il calore umano, che c’è sempre stato e sempre ci sarà dove le condizioni precarie di vita fanno dei!a solidarietà e della fratellanza l’ultima risorsa disponibile.

 

"Non era più il fratello che io andavo a trovare, ma erano tanti fratelli, erano compagni che è qualcosa di più, che ha un senso diverso". Scrive così la sorella di un terrorista e, probabilmente, il termine "compagni" ha per lei una connotazione politica; per me, che pure lo uso spesso, ha un significato più estensivo indicando tutte le persone che condividono la mia stessa esperienza.

La sostanza, comunque, è la stessa: per sopravvivere bisogna superare l’individualismo; ma questo non lo capisci da un giorno all’altro, ci vuole tempo, devi poter elaborare con calma la tua situazione.

L’atteggiamento dei detenuti politici, che ho avuto modo di conoscere direttamente, coincide con quanto emerge nel libro e mi sembra piuttosto contraddittorio nel momento in cui loro si confrontano con gli altri carcerati, che disprezzano apertamente.

Dicono di stare dalla parte della povera gente e poi un rapinatore che ha svaligiato una banca, per assicurarsi una vita migliore, lo definiscono "volgare delinquente"; se lo ha fatto per finanziare la lotta armata è invece un "coraggioso rivoluzionario". Il fine giustifica i mezzi, secondo loro.

Parlando delle imprecisioni storiche presenti nel libro mi riferisco alla storia della riforma penitenziaria, sulla quale mi sono documentato.

"Se oggi nelle carceri ci sono i colloqui e le ore d’aria lo dobbiamo alle lotte dei detenuti politici". E’ vero che le rivolte degli anni ‘70 e ‘80 polarizzarono l’attenzione dell’opinione pubblica e dei governanti sulla condizione delle carceri, tuttavia il progetto di riforma dell’Ordinamento Penitenziario fu presentato per la prima volta in Parlamento dall’On. Gonella il 28 Ottobre 1968, dopo vari aggiustamenti ottenne una prima approvazione al Senato il 31 Ottobre 1971, per essere definitivamente ratificato nel 1975. Le rivolte carcerarie, che ebbero come protagonisti i terroristi, avvennero per lo più successivamente all’entrata in vigore della legge e quindi non poterono certamente convincere i legislatori a concedere miglioramenti nel trattamento.

Semmai furono loro che dovettero lottare per vedersi riconoscere gli stessi diritti che gli altri detenuti già avevano e a loro erano negati con il pretesto dei mantenimento della sicurezza: erano altri anni, la contrapposizione prevaleva sul dialogo e spesso i conflitti venivano alimentati di proposito.

Bisogna pure considerare che anche lo status sociale della famiglia ha il suo peso, quando un membro viene incarcerato: i figli dei proletari trovano di solito maggiore comprensione, perché è in fondo considerato legittimo il loro desiderio di ribellarsi a una condizione di povertà; i figli dei borghesi non hanno scusanti, hanno già tutto e non avrebbero avuto certamente bisogno di infrangere le leggi.

Con quel "tutto" si intendono ovviamente i soldi.

Potrei, a questo punto, pontificare sulla necessità di cercare di capire le ragioni altrui, ma preferisco raccontare quello che è successo a mia madre negli anni passati a seguirmi tra aule di tribunale e carceri, viaggiando in treno o in pullman, proprio come le protagoniste del libro.

Entrando nelle carceri qualche disagio l’ha incontrato, ma tutto sommato sono stati relativi: non l’hanno mai costretta a spogliarsi durante le perquisizioni e tanto meno si è sentita insultare o minacciare dagli agenti, cose che sembra succedessero regolarmente alle donne dei detenuti politici.

Invece, passando da una stazione ferroviaria all’altra, è rimasta vittima di due scippi e di una rapina vera e propria, una volta è pure finita in ospedale per le contusioni riportate in un’aggressione. Forse i responsabili di queste aggressioni adesso sono in carcere e lei potrebbe anche avere motivo per prendersela con alcune categorie di persone: detenuti, tossicodipendenti, nomadi, etc., insomma coloro che sono di solito etichettati come delinquenti.

Invece, forse perché sono pure io in galera ed entrando ha la possibilità di vedere queste persone in modo diverso, la pensa diversamente, e una volta mi ha detto: "Capisco questa gente, perché è costretta a vivere sulla strada e spesso non ha neanche da mangiare. Dall’ultima volta che mi hanno aggredita, come vedo qualcuno che ha bisogno metto mano al portafoglio, non aspetto neanche che venga a chiedermi aiuto".

Francesco Morelli

 

Biografia

Prospero Gallinari, nato a Reggio Emilia nel 1951, si accosta giovanissimo alla politica. Dopo una formazione nell’ambito della Fgci, milita nelle Brigate Rosse fino alla conclusione del loro percorso nel 1988. Arrestato una prima volta nel 1974, evaso nel 1977, viene riarrestato nel 1979. condannato a tre ergastoli, dopo diciasette anni di carcere, perlopiù trascorsi in sezioni speciali, si trova da anni nella condizione di detenzione domiciliare per motivi di salute.
Lavora attualmente part-time come operaio in un’azienda tipografica di Reggio Emilia.
Prospero Gallinari partecipa alla campagna “Scrittori per le foreste” lanciata da Greenpeace..