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Stefano e
Virgilio
L’orribile fine dei fratelli Mattei
Memoria - La madre di Virgilio, missino, e Stefano: ora
sembra che li abbia uccisi io. An? Come un ufficio
di collocamento. Rogo di Primavalle, l'accusa di
mamma Mattei
La targa sul cancello di parco Mattei,
a due passi dalla palazzina di via Bibbiena dove loro morirono bruciati, è stata spaccata a
martellate: qualche numero è caduto, qualche lettera traballa tra "16
aprile 1973" e "16 aprile 2003". "Ho deciso di lasciarla
rotta, a testimonianza, così vedete tutti che 'sti
bastardi rossi non rispettano niente, manco adesso", ringhia Marco
Visconti, il giovane presidente del XIX municipio,
missino sin da "pischello" e ora vicino
alla corrente "sociale" di An. A Primavalle il tempo non ha portato la pace. Stefano e
Virgilio Mattei tornano a
morire ogni 16 aprile, a ogni commemorazione, tra sassaiole e insulti. Per il
trentennale, gli scontri tra i ragazzi di destra e quelli centro
sociale Break out sono finiti con una dozzina di poliziotti feriti, un paio
di bombe carta, qualche slogan pieno d'odio irrancidito: come in un revival,
surreale anche nel linguaggio, ciascuno accusa la parte rivale di
"ignobili provocazioni". Ma mamma Mattei dice al Corriere che l'ultimo dolore vero lo sta
provando adesso: nelle settimane che hanno consumato le pagine residue di un
libro di valori già messo in saldo da Fiuggi, rovesciando nel regno del
"male assoluto" quegli ideali per i quali, negli anni Settanta,
lei, suo marito Mario e il più grande dei loro sei figli, Virgilio, vivevano
asserragliati nella sezione missina "Giarabub",
di cui Mario era segretario, in un quartiere dove molti pensavano che
ammazzare un fascista non fosse poi un reato così grave.
"Fini mi sta distruggendo la vita", sbotta questa donna
di 72 anni che è sempre stata dall'altra parte della barricata e tuttavia
ricorda un po', nelle esplosioni di sentimento, i personaggi di popolo e
cuore di Nannarella Magnani. Le hanno messo attorno una bella cintura di sicurezza. Al partito dicono che è meglio non scocciarla (omettendo il dettaglio
che, già dopo Fiuggi, la famiglia simbolo dei missini romani s'era avvicinata
di molto a Pino Rauti) . I parenti fanno capire,
con premura, che "Anna è un po' andata con la testa, poveraccia, con
quello che ha passato, potrebbe esagerare".
Lei, al dunque, strappa d'improvviso il telefono di mano a una delle figlie, "non permettetevi di decidere al
posto mio!", e concede al cronista questo sfogo, che di politico non
avrà proprio nulla, eppure serve a capire quanto la politica sia anche fatta,
appunto, di cuore e sentimento, e di miti che, giusti o sbagliati, diventano
carne e sangue tra la gente semplice: "Fini è venuto in mezzo a noi, ma
adesso mi pare che stia soffrendo di qualche patologia al cervello, non
doveva toccare la Rsi. Lo
sto dicendo con le lacrime agli occhi! Mio marito stava a
Hereford con Roberto Mieville,
s'è fatto il campo di concentramento in Texas per non collaborare con gli
americani. Lui e gli altri sono tornati in Italia laceri,
sporchi, malati. Le mie amiche - io ero la più giovane di
loro - le hanno rapate, con la falce e martello pitturata in testa. I miei
figli li hanno ammazzati. Noi siamo gente che ha
sofferto per non collaborare! Fini non è degno di
avere la fiamma creata da chi è morto per un ideale! E
così io adesso soffro, per quello che ci hanno fatto, e soffro per An, che non è un partito, è solo un ufficio di
collocamento. Per come Fini parla adesso, pare che i miei ragazzi li ho
uccisi io. Spero che paghi per questo, pure se ha mandato
il cuscino di fiori alla morte di mio marito qualche anno fa".
Stefano aveva 8
anni, era il cucciolo di casa. Virgilio ne aveva
24, era la testa politica. La notte tra il 15 e il 16 aprile '73, tre
militanti di Potere Operaio versarono una tanica di
benzina sotto la porta del bilocale di via Bibbiena.
L'incendio divampò. Mario e Anna Mattei riuscirono a salvare quattro figli. Virgilio e Stefano rimasero bloccati, il bambino aggrappato alle gambe del
fratello maggiore: il volto di Virgilio, affacciato a una finestra tra le
fiamme, è una delle foto più agghiaccianti degli anni di piombo.
"Erano una famiglia di proletari, e Virgilio era uno dei responsabili
dei Volontari, un corpo scelto che stava attorno ad Almirante. Anch'io ne
facevo parte", ricorda Graziano Cecchini, 51 anni, ex Forza Nuova,
pizzetto "littorio" e nostalgia ancora pulsante che l'ha spinto
verso una vita irregolare, tuttora ricca di processi e pendenze, guasconate e
scazzottate in una Roma ormai molto diversa dalla sua: "Virgilio e suo
padre Mario portavano avanti una politica sociale forte e sentita, dicevano
alla gente: tu, che abiti in questo lotto, sai chi ha fatto
queste case? Le case erano del Ventennio, e sul
territorio questo funzionava. Tre sere prima che
l'ammazzassero ho visto Virgilio, parlavamo di come la situazione stava
peggiorando, dai cazzotti alle revolverate. Poi l'ho rivisto lì, tra le
macerie di casa sua. Da allora noi abbiamo dato la caccia ai compagni e i compagni a noi. In cinque, a piazza
Primavalle, abbiamo deciso di creare un nucleo,
segreto pure per i capi dei Volontari: siamo stati i primi cinque a girare
con le pistole".
Difficile chiudere tutti i conti in
una svolta. Anche se la svolta s'è diluita negli ultimi
dieci anni, i tasti della "vergogna e del "male
assoluto" suonano una strana musica per un partito in cui 6 quadri su
10, ancora nel '98 a Verona, si
dicevano convinti che il fascismo fosse stato "un buon regime nonostante
alcune scelte discutibili". Dentro An, e
soprattutto a Roma, la corrente legata a Storace s'è assunta il compito di
tenere un filo teso tra memoria e cambiamento. Massimo Mattei,
cugino di Virgilio e Stefano, proprio al governatore del Lazio si dice
legato: "Di queste cose abbiamo parlato molto tra noi. E in fondo sono
convinto che Fini abbia fatto una scelta giusta, se
vogliamo essere accettati anche a livello mondiale". Nei corridoi della
Regione si può incontrare tuttavia più d'uno "storaciano"
di parere opposto. Paolo Pizzonia, ex duro di Sommacampagna - sei anni di galera per il primo processo Nar - è ora un impiegato regionale. Mastica amaro:
"Ragazzi come Mattei o Ramelli
forse non erano nemmeno fascisti, ma da fascisti sono stati ammazzati. Non si
può sputare proprio su tutto". In cima al palazzone di via Cristoforo Colombo, Storace ha piazzato un cartellone
tricolore lungo quanto il tetto: si onorano i caduti di Nassiryia.
Però, per coincidenza, i caratteri della scritta
sono quelli cari alla giovinezza del governatore: da lontano, è come rivedere
uno striscione del Fuan. La politica, si sa, è
fatta anche di illusioni ottiche.
Dopo lo "strappo" di Fini a Gerusalemme e alla
vigilia dell'assemblea di An,
convocata per sabato all'hotel Ergife di Roma, il
Corriere ripercorre - in un'inchiesta condotta, tra sentimenti, memorie e
miti, dentro la base di Alleanza nazionale - tre storie di identità della
destra che cambia, con i protagonisti di allora e di oggi: la tragedia dei
fratelli Mattei, arsi vivi nella loro casa a Primavalle; l'omicidio di Sergio Ramelli,
sprangato a Milano nel '75; il viaggio all'inferno con ritorno di Giuseppe
Dimitri, fondatore di Terza posizione ed ex ragazzo degli anni di piombo. Il
dibattito su quel periodo ha coinvolto il popolo postfascista
ancora ieri, per l'anniversario della strage di Acca Larenzia, nella quale furono uccisi a revolverate tre giovani missini. La prima
puntata è dedicata a Stefano e Virgilio Mattei.
Goffredo Buccini
La vicenda
Rogo La notte tra il 15 e il 16 aprile 1973, viene versata una tanica di benzina sotto la porta di una
casa in via Bibbiena, a Primavalle:
nel rogo muoiono Virgilio Mattei, segretario della
locale sezione missina, 24 anni, e Stefano, il fratello di otto anni. I
genitori, Mario e Anna, riescono a salvare altri quattro figli
Processo
Nel processo per il rogo vengono condannati con
sentenza definitiva tre militanti di Potere Operaio: Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio
Grillo. La pena è di 18 anni di reclusione, ma i tre sono tuttora latitanti
Commemorazione
Per il trentennale, come succede quasi ogni anno, ci sono stati scontri tra i
ragazzi di destra e quelli del centro sociale Break out, che si sono conclusi con una dozzina di poliziotti feriti e due bombe
carta
La
ricostruzione dell’avvenimento secondo Adalberto Baldoni
e Sandro Provvisionato - La notte più lunga della Repubblica.- Ideologie,
estremismi,
lotta armata - Serarcangeli, Roma 1989.
Nella primavera del 1973, mentre il MSI tenta
di sbrogliare il suo complicato affaire milanese (l’assassino a Milano
dell’agente Marino che ha assunto tinte paradossali, dal
momento che la vittima è stato un poliziotto, ossia uno dei presidii
dello Stato contro la violenza che la destra vuole combattere), anche la
sinistra si trova a dover fare i conti con il suo fattaccio: la strage di Primavalle.
Nella primavera del
1973, mentre il MSI tenta di sbrogliare il suo complicato affaire milanese
(l’assassino a Milano dell’agente Marino che ha assunto tinte paradossali, dal momento che la vittima è stato un poliziotto, ossia
uno dei presidii dello Stato contro la violenza che la destra vuole
combattere), anche la sinistra si trova a dover fare i conti con il suo
fattaccio: la strage di Primavalle.
E’, nella storia di quegli anni, il primo sentore che, oltre e al di fuori
delle Brigate Rosse, qualcosa si va muovendo in direzione dell'illegalità
anche nei settori più estremi della sinistra
extraparlamentare, dove Potere Operaio sta attraversando una violenta crisi
che porterà l'organizzazione, nel giro di un paio di mesi, all'autoscioglimento.
All'interno di Potere Operaio traspare, in questo periodo con sempre maggiore
evidenza, una sostanziale simpatia per le BR. L'11 e il 15 marzo 1973, il
settimanale del gruppo pubblica, sotto forma di
intervista, due documenti dell'organizzazione clandestina che, da diversi
mesi, non ha più fatto azioni.
Si tratta di due documenti importanti, l'uno sulla clandestinità come
“condizione indispensabile per la sopravvivenza di un'organizzazione
politico-militare offensiva che operi all'interno delle metropoli
imperialiste” e l'altro, più politico, sulla fase di governo e la costruzione
del “potere proletario armato”.
La scelta che alcuni militanti di Potere
Operaio fanno a Roma il 16 aprile, quattro giorni
dopo l'uccisione dell'agente Marino, di attaccare frontalmente il MSI con un
attentato all'abitazione del segretario della sezione di Primavalle
(anche se gli accusati si diranno sempre estranei al fatto), si inquadra in
questo contesto.
16 aprile 1973: fiamme a Primavalle
I bagliori del rogo anticipano le prime luci dell'alba del 16 aprile 1973.
Dalla finestra del terzo piano della palazzina, che sorge in un lotto di via Bernardo Bibbiena,
a Primavalle, un ragazzo grida disperatamente,
sporgendosi dal davanzale. Dal cortile si intravede
la sua sagoma, confusa nell'oscurità ed avvolta da una colonna di fumo che
sale al cielo. Le urla di aiuto, disperate, del
giovane lacerano il silenzio della notte. Il cortile si riempie di gente
accorsa dai palazzi vicini, fuggita in preda al terrore dalla casa dove si è
sviluppato il furioso incendio. Attoniti, quasi paralizzati, tutti guardano
lassù, verso il terzo piano, dove abitano i numerosi componenti
la famiglia Mattei. Anzi “i fascisti Mattei”.
Da quell'apertura, nella parte estrema dell'edificio,
escono anche lingue di fuoco che prendono a lambire il giovane. Le sue
invocazioni giungono sempre più flebili.
C'è chi gli grida di buttarsi giù, chi gli urla di
fuggire dalle scale. Ma il povero ragazzo, ormai
allo stremo delle forze, non sente più nulla, per lui non c'è più via di
salvezza. Una barriera di fuoco gli impedisce di uscire dalla stanza angusta,
né può gettarsi dalla finestra perché il fratellino, in preda al panico, gli
si è aggrappato alle gambe.
Quando giungono i soccorsi ed i primi getti d'acqua
dei Vigili del Fuoco raggiungono la finestra, è ormai troppo tardi. Virgilio,
ventidue anni e Stefano, dieci, in pochi istanti, sono diventati neri ed
informi come due rami bruciati da un fulmine.
Ma come si è potuta consumare una tragedia tanto orribile? Perché
Virgilio e Stefano Mattei hanno
perso la vita, tra le fiamme, senza riuscire a fuggire dalla trappola
infuocata della loro stanza?
Verso le 3.10 - questa la ricostruzione che la magistratura ufficializzerà
più di 14 anni dopo - qualcuno versa della benzina all'esterno dell'ingresso dell'appartamento numero 5 e lascia accanto
alla porta un recipiente di plastica di cinque litri con dentro altro
carburante. Dietro quella porta dormono tranquilli i componenti
la famiglia Mattei: il padre Mario, segretario
della sezione missina di Primavalle, sua moglie
Anna Maria Macconi e i
loro sei figli: Virgilio, Stefano, Silvia, Lucia, Antonella e Giampaolo, il
più piccolo.
Qualcuno appicca il fuoco alla benzina con uno straccio e le
fiamme con rapidità si propagano prima sulla porta di casa Mattei, per spingersi poi sul pianerottolo, fino a
lambire l'altra porta, quella dell'interno 6, dove
vive la famiglia Perchi.
Il crepitio delle fiamme, che è stato preceduto da un rumore simile a un boato (Anna Maria Macconi dirà in seguito che “il rumore era simile a una
cosa che sfiata fortemente”), sveglia i Mattei.
Mario, il padre - mentre il figlio Virgilio telefona al "113" -
corre verso la porta d'ingresso in fiamme e, dopo essere scivolato sul
liquido che ha preso a scorrere verso l'interno dell'appartamento, riesce ad
aprirsi un varco e permette alla moglie - che trascina i figli più piccoli,
Antonella e Giampaolo - di uscire. E qui comincia il dramma, perché le
fiamme, per effetto del tiraggio, entrano con violenza nell'appartamento,
invadendo la stanza da letto dove Virgilio e Stefano, in cerca di aiuto, hanno spalancato la finestra.
Mario allora torna indietro e con due estintori di fortuna (un
fiasco antincendio e una bomboletta) cerca di controllare le fiamme. Poi
dalla cucina, benché sia già gravemente ustionato, tenta di aiutare Virgilio
e Stefano, ormai intrappolati nella loro camera. Ma
i suoi sforzi sono inutili e allora Mario Mattei si
lascia cadere nel balconcino dell'appartamento di sotto dove, con uno sforzo
tremendo, raccoglie sulle braccia ferite le altre due bambine, prima Lucia e
poi Silvia che però gli sfugge e cade sul selciato.
Una barriera di fuoco intrappola Stefano e Virgilio. Alle 3.40 circa,
mezz'ora dopo l'inizio della tragedia, assieme alle autobotti dei Vigili del
Fuoco, arrivano alcune autoambulanze, il sostituto procuratore della
Repubblica, Domenico Sica (magistrato di turno), funzionari dell'ufficio
politico, carabinieri e polizia.
Sul chiusino della fogna, nel cortile del lotto, accanto al portoncino del fabbricato, viene
trovato un cartello, forse la “firma” di chi ha appiccato l'incendio. Il
cartello, formato con carta autoadesiva e con fogli di quaderno quadrettati,
porta la seguente scritta: “Brigata Tanas. Guerra
di classe - Morte ai fascisti - La sede del MSI, Mattei
e Schiavoncino colpiti dalla giustizia
proletaria" .
Non c'è alcun dubbio: l'incendio è doloso. O meglio
si tratta di un attentato. Un attacco ai fascisti di Primavalle.
Le prime indagini:
l'ombra di Potere Operaio
Ma chi sono i terroristi? Il giudice Sica sembra fin
da subito muoversi agilmente in quel coacervo di contraddizioni sociali che è il quartiere di Primavalle,
una delle più povere e squallide borgate della capitale, come quelle del Prenestino, dell'acquedotto Felice, dell'Alessandrino,
del Travertino, della circonvallazione Salaria, del Tiburtino.
La gente, quasi tutta emigrata dal sud, vive alla giornata, quasi rassegnata
alla miseria più tetra. Per l'anagrafe Primavalle
conta circa 115.000 abitanti: 5.200 per chilometro quadrato - densità tra le
maggiori d'Italia - ed un reddito annuale che non raggiunge le trecentomila
lire pro capite. Ha due parrocchie, due cinema, due scuole elementari, tre
medie, due piazze, tre linee di autobus che nelle
ore notturne portano in centro in mezz'ora, di giorno in un'ora e mezza.
Dispone pure di un dormitorio pubblico formato da cinque palazzine. E l'unico dormitorio pubblico comunale esistente nella capitale.
Primavalle è stata formata in due tempi. Intorno
agli anni '30 gli abitanti delle vecchie case del Borghi
- demolite per far posto a strade più ampie e a parchi e per concedere
"respiro" ai Fori e al mausoleo di Augusto - furono letteralmente
deportate in "borgate" provvisorie: Tiburtino
III, Quarticciolo, S. Basilio e, appunto Primavalle. Nel corso della guerra, Primavalle
divenne il centro di smistamento degli sfollati di Anzio
e Nettuno, poi dei sinistrati dei bombardamenti di S. Lorenzo e del Prenestino.
Terminata la guerra, fu la volta dei profughi. Primavalle
venne trasformata in un “campo” che conteneva circa
3 mila persone, per la maggior parte fuggiti dall'Africa e apolidi.
Ma è nel decennio che corre fra il 1950 ed il 1960
che Primavalle si gonfia a dismisura, come tutte le
altre borgate della capitale: migliaia di contadini, fuggiti dalle campagne
abbandonate del meridione, manovali, disoccupati, pastori che provengono
dalle regioni più povere della penisola, si riversano nella capitale, con la
speranza di trovare una qualsiasi occupazione ed un alloggio decente.
Ma non basta. La speculazione privata, che
imperversa anche a Primavalle, accanto alle case
costruite durante il fascismo edifica orribili casermoni. In quegli anni
borgate e borghetti sono i gangli in cancrena nel
corpo di Roma. Le borgate erano peggio dei borghetti.
Perché a chi abitava in borghetto, prima o poi davano la casa; chi abitava in borgata non
aveva speranze, perché la casa la possedeva, miserabile, ma di mattoni.
Primavalle è borgata a vita: casette basse,
vecchie, bianche, fredde d'inverno e calde d'estate. Vi abitano, in
maggioranza, netturbini, dipendenti dell'azienda comunale tramviaria,
manovali, operai comuni e molti, troppi disoccupati, quasi tutti giovani.
Nel 1973 basta percorrere le strade della borgata per accorgersi del
velleitarismo delle proteste giovanili che risaltano
attraverso le scritte che imbrattano le mura delle case, delle scuole, degli
edifici pubblici. Una fraseologia alquanto rozza accompagna i nomi additati
al disprezzo o al linciaggio. In nessuna parte della capitale, come a Primavalle, sono citati soprattutto capi di Stato e
Nazioni: Vietnam, Cambogia, USA, Portogallo, Grecia, Cile...,
il mondo intero insomma che deve scacciare i "fascisti". E fra i “fascisti” da impiccare ci sono anche Kissinger, Van Thieu, Cefis, Carli, Agnelli e persino il Papa.
A Primavalle, dove già è forte la presenza politica
dei partiti di sinistra, proliferano i gruppi extraparlamentari. In alcune di
queste zone il PCI raggiunge il 60 per cento dei suffragi elettorali.
I gruppi di estrema sinistra si sono moltiplicati a
partire dal 1969. I più attivi: Stella Rossa, Lotta
Continua, Viva il Comunismo, Potere Operaio, il Comitato zona nord e il
Collettivo di Primavalle.
A Primavalle c'è anche una sezione del MSI, in via Domenico Svampa. E’ stata
assaltata innumerevoli volte. Perché a Primavalle
“non c'è spazio per i fascisti. Ridotti a una
sparuta minoranza, divisi al loro interno, i fascisti, a Primavalle,
non sono soltanto isolati, ma completamente ignorati. E
i proletari sanno benissimo che la loro presenza nel quartiere è un fatto
artificiale, voluto e tenuto in piedi per un unico scopo: tentare di spezzare
la lotta operaia (...). Ai fascisti resta solo un'area di manovra: quella offerta dalle frange più isolate e ricattabili del
sottoproletariato: una zona di malavita, anch'essa isolata e divisa, che i
fascisti sfruttano per taglieggiare i piccoli commercianti della zona, e per
organizzare azioni squadristiche nelle zone
circostanti e più 'sicure' di Monte Mario e di Boccea”.
Anche perché Primavalle è
tutto questo, il giudice Sica decide di indirizzare le indagini negli
ambienti della sinistra estrema e ordina una lunga serie di perquisizioni,
mentre interroga alcuni personaggi noti nel quartiere.
Il primo a rimanere impigliato nelle maglie della giustizia, il giorno dopo
la tragedia, è il netturbino Aldo Speranza, iscritto al PRI e amico di alcuni militanti di Potere Operaio, accusato di
reticenza.
Mercoledì 18 aprile - a neppure 48 ore dall'orribile morte di Virgilio e
Stefano Mattei - Sica emette due ordini di cattura
contro altrettanti esponenti di Potere Operaio di Primavalle:
Achille Lollo, arrestato e Marino Sorrentino, che riesce a fuggire.
Nell'appartamento di Lollo la polizia trova, tra
l'altro, un manoscritto ove sono indicati nomi ed indirizzi di iscritti al MSI da “punire” (fra cui quello di Mattei); una lettera a lui indirizzata in cui si parla di
una fornitura di armi ed esplosivi; un appunto contenente un elenco di armi e
munizioni; fogli di quaderno uguali a quelli usati per il cartello trovato
dopo la strage nel lotto del rogo. Per Lollo
l'accusa è gravissima: concorso in strage.
Il 23 aprile, ancora Sica, interroga un altro addetto alla nettezza urbana,
Alessio Di Meo, caposquadra di un reparto di Primavalle.
Le sue dichiarazioni sono precise: Speranza, che lavora alle sue dipendenze,
gli avrebbe confidato che Potere Operaio ha compiuto
numerosi attentati nella borgata contro esponenti, semplici iscritti,
simpatizzanti e sedi del MSI. Il gruppo è quello - dice Di Meo - di cui fa
parte proprio Achille Lollo.
Mentre la posizione di quest'ultimo
si aggrava, tende a chiarirsi quella di Sorrentino.
Il 25 aprile, l'avv. Tommaso Mancini consegna al magistrato la lettera di un
altro Marino.
Il “nuovo” Marino è Marino Clavo, 20 anni,
anch'egli militante di Potere Operaio, studente di architettura.
Salta fuori anche un altro nome. E quello di Manlio
Grillo, un altro militante di Potop.
Prende forma una circostanza molto importante. Tre militanti di Potere
Operaio, abituati a muoversi nel quartiere, il 15 aprile
1973, poche ore prima del rogo, erano stati tutti e tre assieme in
casa dello spazzino repubblicano. I loro nomi: Achille Lollo,
Marino Clavo e Manlio Grillo.
Perché questa visita? E soprattutto che legame può
esistere tra un gruppetto di estremisti di sinistra
e un iscritto ad un partito moderato? E poi chi sono
Lollo, Clavo, Grillo e
Speranza?
Lollo, Clavo, Crillo
e Speranza: la rivoluzione in borgata?
Tre studenti potopisti e uno
spazzino repubblicano. Che razza di congrega
rivoluzionaria è mai questa?
Cominciamo da Achille Lollo. Al momento
dell'arresto non ha ancora compiuto 22 anni, ma è già molto conosciuto nelle
fila della sinistra extraparlamentare. Comincia la sua militanza politica
nelle aule del liceo Castelnuovo, una delle scuole
più “rosse” della capitale. E uno dei leaderini
della scuola, sempre in testa alle manifestazioni organizzate all'interno del
liceo. Nel dicembre 1971 è stato denunciato per danneggiamento
aggravato insieme ad altri 19 studenti. E’ un
attivista molto in vista di Potere Operaio.
Il 19 maggio 1972, a Torino, è stato
accusato di vilipendio delle forze armate e apologia di reato. Lo hanno
pizzicato ad affiggere manifesti con la scritta: “Calabresi è stato
giustiziato. La condanna a morte è stata eseguita a Milano il 17 maggio”. A
Roma, Lollo frequenta la zona di Campo de' Fiori,
dove viene arrestato per rissa e oltraggio aggravato a pubblico ufficiale. Al
processo viene però assolto per insufficienza di prove. Terminato il liceo,
Achille Lollo si è iscritto all'università e
intanto lavoricchia. Dirige per qualche tempo il night
Mondo Nuovo, a Rivisondoli, il paese dei suoi
genitori. Ma dura poco. Il suo impegno principale è
sempre Potop.
Marino Clavo ha invece 20 anni. E
anch'egli un militante impegnato in Potere Operaio, ma è un tipo diverso da Lollo. Prima di darsi alla latitanza si fa intervistare da un giornalista dell'Espresso, commettendo,
secondo i suoi stessi compagni, un'ingenuità. Al settimanale, Clavo confida di avere un alibi per la notte
dell'attentato: l'ha trascorsa assieme ad una ragazza in un appartamento di via Paolo Segneri.
L'appartamento, localizzato dalla polizia più di venti giorni dopo il rogo, è
il luogo dove abitualmente si incontrano alcuni
militanti di Potere Operaio ed è di proprietà di Diana Perrone,
figlia di Francesco, già direttore amministrativo e comproprietario del
quotidiano Il Messaggero, diretto da suo zio, Sandro Perrone.
E’ lei, secondo Clavo, la donna con cui ha
trascorso la notte. Ma Diana Perrone
nega. Al giudice istruttore Francesco Amato, cui Sica ha passato gli atti
dell’inchiesta sul rogo di Primavalle, la Perrone,
rampolla di una della famiglie più in vista della
città, smentisce Clavo e dà un calcio al suo alibi.
Il sodalizio tra potopisti di borgata ed estremisti
dell'alta borghesia si è già rotto.
Infine, l'ultimo dei tre di Potere Operaio che giocano all'”antifascismo
militante”, Manlio Grillo: è il più “vecchio”, ha
infatti già 32 anni. A 16 anni è stato arrestato per aver lanciato contro la
sezione del MSI di Monteverde una bomba
incendiaria. E accaduto nel 1957.
Il suo peso nel gruppetto di estremisti è quello di
chi ha “molte lotte alle spalle contro i fascisti”. Fino a che non viene colpito da ordine di cattura, lavora al ministero
della Pubblica Istruzione. Da anni vive con una
donna dalla quale ha avuto un figlio. Gli amici lo chiamano “il roscio” per il colore dei suoi capelli. Proviene da una
famiglia borghese. Tutti lo considerano un “duro”.
C'è poi Aldo Speranza, lo spazzino di Primavalle. E un personaggio dai contorni più sfumati. Ha 39 anni, è
sposato ed è padre di otto figli. Un vero
“sottoproletario” direbbero quelli di Potop. Abita proprio di fronte alla sede che Potere Operaio ha
nel quartiere. Iscritto al PRI, è considerato un
antifascista convinto, almeno a giudicare dall'assiduità con cui partecipa
alle manifestazioni contro i fascisti. Ma
Speranza è anche qualcosa di più. E’ un amico dei militanti di Potere Operaio
della borgata che a lui fanno molte, troppe
confidenze. Gli raccontano, ad esempio, che hanno intenzione di dare una
serie di dure lezioni ai fascisti di Primavalle e,
nel gennaio del '73, dopo averlo bendato, lo hanno caricato su un'auto e
portato nell'appartamento di via Segneri
per mostrargli degli ordigni esplosivi. Gli hanno anche esposto i piani delle
loro azioni: bruciare le macchine dei fascisti del quartiere, Di Meo, Fidanza
e Schiaoncin; far saltare la sezione del MSI di via Domenico Svampa, la tavola
calda di Gastone Chiericone e il negozio di vini ed
olii di Fernando Pallicca,
entrambi simpatizzanti missini. Ed infine colpire la
casa dei fascisti Mattei.
Ma nella figura di Speranza c'è anche un'anima
“doppiogiochista”. E’, o almeno dice di essere, un antifascista, ma con i
fascisti ha un rapporto particolare. Lo ha certamente con Alessio Di Meo, suo
capo alla nettezza urbana. Ed è ai missini di Primavalle che Speranza racconta tutto dei suoi rapporti
con quelli di Potop. Ad aiutarlo, in questo suo doppio
ruolo, è anche il vizio di bere.
Ma non occorrerà certo un “mezzolitro” perché
Speranza, vistosi accusare di reticenza dai
magistrati, decida di confessare quel particolare che vale un'”incastratura”
giudiziaria per i tre di Potere Operaio. Del fatto in sé non sa niente, dice
Speranza ai magistrati, riferendosi al rogo di Primavalle,
ma può dire con certezza che poche ore prima della strage Lollo,
Clavo e Grillo lo hanno raggiunto nel suo
appartamento. Per dirgli cosa? Nulla, risponde Speranza, la visita è avvenuta
in “ora inconsueta”. Speranza e la moglie stanno già
dormendo, quando i tre entrano nella stanza. Lo spazzino, che di solito
quando arrivano a trovarlo gli amici di osteria si
intrattiene con loro in camera da pranzo, quella sera resta a letto. I tre
prendono un caffè e se ne vanno. Uno di loro dice:
“non si può parlare”. Allora il netturbino lascia il
letto, si precipita alla finestra e vede i tre infilarsi in una 500. “Non
tornai a letto - riferisce ai giudici Speranza - perché fui preso da conati
di vomito”.
Per l'accusa è tutto chiaro: il terzetto di Potere Operaio si
reca a casa di Speranza per chiedergli di partecipare all'attentato contro
casa Mattei. Ma Speranza
rifiuta e al pensiero di ciò che sta per accadere sta male, è attanagliato
dal disgusto e dal terrore.
Il 7 maggio 1973, tre settimane dopo l'attentato, l'inchiesta giudiziaria è
chiusa. Il giudice istruttore Amato formalizza le accuse: Achille Lollo (in carcere), Marino Clavo
e Manlio Grillo (latitanti) sono accusati di strage. Aldo Speranza di
concorso in strage, reato che a dicembre, quando verrà
formalizzato il rinvio a giudizio, sarà derubricato
in quello di concorso in fabbricazione, detenzione e porto di ordigni
esplosivi.
La Brigata Tanas
L'orrenda morte dei fratelli Mattei, dal punto di
vista giudiziario, sembra quindi un caso chiuso. L'edificio accusatorio non
si basa soltanto sulle ammissioni di Speranza che non sono né poche, né di
poco conto, ma anche sulle contraddizioni dell'unico imputato in carcere su
perizie e testimonianze incrociate.
Per i giudici romani esiste anche un movente molto preciso: nel rinvio a
giudizio si legge, infatti, che Lollo, Clavo e Grillo appartengono ad
"un gruppo nel gruppuscolo", la "Brigata Tanas"
che costituiva "la frangia più oltranzista, intransigente e decisa di
Potere Operaio".
In casa di Achille Lollo è
stato anche trovato un volantino in cui sono sintetizzati i punti principali
del programma d'azione del gruppetto:
"Compagni - è scritto - qui a Primavalle
dobbiamo abbandonare le etichette. Bisogna impedire ai
fascisti qualsiasi movimento. Ci vuole dell'altro, ossia dobbiamo
realizzare non una, ma dieci, cento piazzale
Loreto".
Secondo l'accusa "l'odio politico, feroce, inarrestabile" porta il
gruppo a programmare ed attuare una serie di attentati
contro i fascisti della borgata.
Gli addebiti sono quindi schiaccianti, ma per l'opinione pubblica le cose non
sono così scontate. Fin dai primi giorni delle indagini sul tragico rogo, Il
Messaggero, il più autorevole quotidiano della capitale - che per un attimo
ha visto entrare nelle indagini, per poi uscirne subito, una componente della famiglia proprietaria del giornale -
sposa la tesi della faida all'interno della sezione missina del quartiere. Una tesi sulla quale la difesa dei tre imputati giocherà molte
delle sue carte.
Secondo Potere Operaio, infatti, la
"montatura dell'incendio di Primavalle non si
presenta come il risultato di un meccanismo di provocazione premeditato a
lungo e ad alto livello, tipo 'strage di Stato'. 'Primavalle' è piuttosto una
trama costruita affannosamente, a caldo, da polizia e magistratura, un modo
di sfruttare un'occasione per trasformare un banale incidente o un oscuro
episodio nato e sviluppatosi nel vermicaio della sezione fascista del quartiere,
in occasione in cui il rilancio degli opposti estremismi, in un momento in
cui la strage del giovedì nero con l'uccisione dell'agente Marino, avvenuta a
Milano tre giorni prima, ne aveva verificato la credibilità".
Ma, allora, chi sono i veri responsabili
dell'incendio in cui due ragazzi hanno perso la vita?
Secondo la difesa dei tre imputati le ipotesi sono
due.
Prima ipotesi: i "falchi neri" della sezione missina di Primavalle progettano un attentato contro il
"morbido" Mattei per impartirgli una
lezione. Dopo aver bussato alla porta del camerata rivale, si fanno aprire e
poi lanciano dentro l'appartamento una bottiglia incendiaria. Per depistare
le indagini lasciano il cartello con la rivendicazione.
Seconda ipotesi: l'incendio si sviluppa all'interno di casa Mattei per cause fortuite (forse un corto circuito?),
proprio nelle vicinanze o dentro l'angusta cameretta dove dormono i fratelli Mattei.
Perché le due ipotesi (faida o incidente) possano restare in
piedi, la difesa è costretta a sostenere una tesi di fondo
contraddetta dalle perizie ufficiali. E cioè che
l'incendio non è divampato davanti alla porta di casa Mattei,
ma all'interno dell'appartamento. La battaglia processuale, che andrà avanti
12 anni, diventerà uno scontro frontale tra periti d'ufficio e periti di parte.
Ma non è la tecnica processuale che qui preme
esaminare. Ciò che emerge chiaramente nella storia del rogo di Primavalle è che esistono in una
borgata di una grande città due mondi, sconosciuti ai più, che oltre ad odiarsi
e fronteggiarsi quotidianamente, nascondono al loro interno un doppio
coacervo di contraddizioni.
Da un lato c'è Potere Operaio, la cui storia esamineremo
più a fondo nel capitolo successivo, con la sua doppia immagine di gruppo
estremista, ma legale che "alleva" al suo interno gruppetti di
sbandati. Costoro si nutrono di un'ideologia antifascista molto
approssimativa e vivono il mito dell'azione a tutti i costi.
Sono gruppetti, come quello dei tre di Primavalle,
che - ammesso che non vogliano uccidere - "giocano" un gioco di
morte, costituendo una brigata, sentendosi rivoluzionari nel bruciare
macchine, sedi missine e locali appartenenti a militanti o simpatizzanti di
destra.
Sull'altro fronte la vicenda di Primavalle porta
alla luce l'esistenza di sezioni missine assediate, costrette a vivere una
vita di trincea, ma che ciò nonostante non trovano di meglio da fare che
dividersi in "duri" e "morbidi", "falchi" e
"colombe". I duri, in particolare, intendono la politica come
semplice idea della forza e dello scontro.
Anche se l'ipotesi della "faida" all'interno
della sezione missina di Primavalle non ha trovato
alcun riconoscimento processuale, quanto sostenuto a più riprese dalla difesa
ha avuto qualche conforto. Faida o non faida, in quei giorni dell'aprile
1973 qualcosa non andava nella sezione missina di via
Svampa. Ufficialmente la sezione era in mano a
Mario Mattei, ma - soprattutto all'esterno - la
personalità di maggior spicco era Alessio Di Meo. Ma se Mattei
è un seguace di Almirante, un amico di Michele
Marchio (autentica "ombra" a Roma del segretario del MSI), un
camerata rispettoso delle direttive del federale romano Loffredo Gaetani Lovatelli, chi è Di
Meo?
37 anni all'epoca dei fatti, romano, sposato, con due figli, Alessio Di Meo è
fascista da sempre. A 15 anni si iscrive alla
sezione del MSI del quartiere Prati.
"Era una sede - racconta - frequentata, tra gli altri, da Pino Rauti, Lello Graziani, Paolo Andriani e Nino Capotondi, tutti facenti parte
del gruppo di Ordine Nuovo che, allora, muoveva una dura critica al
segretario del partito Michelini. Fu cosi che
anch'io, condividendo la loro linea, entrai a far parte di questo
ambiente. Poi nel 1958, dopo il congresso di Milano, quando Rauti uscì con gli altri dal
partito, io lo seguii".
Nel
1970 nella sede della CISNAL, il sindacato di destra a cui è iscritto, Di Meo
(frattanto Ordine Nuovo è rientrato in buona parte nel partito) incontra
Mario Mattei che lo invita a "dargli una
mano" a Primavalle, nella sezione di cui è
segretario. Di Meo entra così a far parte della sezione di via
Svampa,
"una trincea più che una sede politica dato che a Primavalle,
a quei tempi, si era in guerra".
Secondo uno dei difensori dei tre militanti di Potere operaio, l'avv. Tommaso
Mancini,
"nel contesto della sezione missina di Primavalle può considerarsi come un dato pacifico che ci
fossero forti tendenze verso l'estremismo di destra".
Mario Mattei avrebbe infatti avuto
acerrimi nemici all'interno del suo partito identificabili - secondo la
difesa - nello stesso Di Meo e inoltre in Angelo Lampis,
Franco Fidanza e Vilfredo Zampetti. Alcune testimonianze, infatti, affermano
che Fidanza, Di Meo e Zampetti, non molto tempo prima del rogo di casa Mattei, avevano pronunciato
minacce contro il segretario della sezione, mentre si trovavano nell'osteria
di Fernando Pallicca, come già detto, un
simpatizzante missino.
Zampetti, nella serata del 14 aprile 1973 - quando mancano solo poco più di
24 ore alla strage - ha un violento diverbio con Mattei
che ha deciso di sospenderlo dalla sezione. A Fidanza e Di Meo confida di essere intenzionato a impartire una lezione a Mattei.
Ma anche Di Meo che - sempre secondo la difesa - aspirava alla carica di
segretario politico della sezione di Primavalle,
quando la sede viene danneggiata da un attentato,
esclama: "Gliela faremo vedere" e aggiunge: "Se invece che
alla sede, la bomba l'avessero messa a casa di Mattei
sarebbe stato meglio".
Inoltre - fa notare ancora la difesa - Alessio Di Meo chiama Marcello Schiaoncin, altro militante missino, "Schiavoncino": esattamente come è
scritto sul cartello che rivendica l'attentato.
Per la difesa, indizi gravano anche su Angelo Lampis,
definito "il personaggio di gran lunga più
problematico".
Il
comportamento di Lampis è, infatti, sconcertante.
La sera prima del rogo, avverte Virgilio Mattei
dell'attentato che si sarebbe verificato di li a
poco. Quando viene interrogato dai giudici su questa
perlomeno interessante premonizione, Lampis
risponde che è tutto frutto della sua fantasia, di doti paranormali, di
preveggenze.
La stessa Anna Mattei non
nasconde agli inquirenti, subito dopo la tragedia, i suoi sospetti su Lampis. C'è poi da aggiungere che come Di Meo, anche Lampis, parlando di Marcello Schiaoncin,
nel corso del suo interrogatorio del 16 aprile 1973, lo chiama "Schiavoncino".
E il netturbino Aldo Speranza, repubblicano e non missino,
ma amico degli imputati e confidente dei "fascisti" di Primavalle, che con le sue confessioni ha incastrato i
tre di Potere Operaio?
Secondo la difesa, Speranza, il superteste dell'accusa, è poco attendibile.
E’ un "doppiogiochista": antifascista con quelli di Potop, ma
amico dei missini. Nel febbraio del '70 - afferma la difesa - Speranza
partecipa con i neofascisti in qualità di
"mazziere" ad alcune scorribande contro gli occupanti di case del
Nuovo Salario. E chiaro quindi che con le sue
rivelazioni si è prestato ad un gioco tutto interno alla sezione missina di Primavalle.
I processi: un 'altalena di colpi di scena
Il processo di primo grado per la strage di Primavalle
comincia a Roma il 24 febbraio 1975, a
quasi due anni dall'orribile rogo. In stato di detenzione il solo Achille Lollo. Da tempo, infatti, Manlio Grillo
e Marino Clavo si sono rifugiati all'estero.
Il processo si trascina per più di tre mesi, tra colpi di
scena e violente manifestazioni della sinistra extraparlamentare che, al
grido di "Lollo libero", sostiene
l'innocenza dei tre di Potere Operaio.
Il 28 febbraio 1975, alla fine della quarta udienza del processo, lo studente
greco Mikis Mantakas,
simpatizzante del FUAN-Caravella, viene ucciso a colpi di pistola da estremisti di sinistra
in via Ottaviano, sempre a Roma.
E’ un’altra giornata maledetta. Fin dal primo giorno del processo, intorno al
tribunale di piazzale Clodio erano avvenuti violenti scontri tra attivisti
missini ed estremisti di sinistra. Questi ultimi vedevano per la prima volta
“conteso” un territorio che nella topografia romana erano
abituati a pensare come di propria “pertinenza”. La reazione è dunque durissima.
Già dalle prime ore di quel 28 febbraio si odono colpi di
pistola esplosi nei parcheggi limitrofi al tribunale. La presenza
massiccia degli autonomi taglia in due il gruppo dei missini. Una parte di
loro riesce a rifugiarsi dentro il tribunale, ancora chiuso al pubblico,
grazie ad un agente di polizia che, rendendosi conto della gravità della
situazione, apre loro una porta. I militanti missini rimasti fuori decidono
di ritirarsi verso piazza Risorgimento, non distante
da piazzale Clodio e di concentrarsi nella sezione del MSI-DN di via
Ottaviano, proprio all’angolo con piazza Risorgimento. Un gruppo di una
quarantina di autonomi insegue i neofascisti e
assalta la sezione, collocata nel seminterrato dello stabile. Gli occupanti,
sentendosi intrappolati, tentano una sortita. Mantakas
è alla testa del gruppo e come arma di difesa si sfila la cinta dei
pantaloni. Sulla soglia dell’androne del palazzo viene
raggiunto alla testa da un colpo di pistola. Morirà poche
ore dopo, durante un disperato intervento chirurgico.
Il 5 giugno il processo per la strage di Primavalle
è concluso: la terza Corte d'assise di Roma, presieduta da Giovanni Salemi, assolve per insufficienza di prove Lollo, Grillo e Clavo,
nonostante il pubblico ministero, Domenico Sica, ne abbia
chiesto la condanna all'ergastolo. Il netturbino Speranza viene
assolto con formula piena. Lollo torna libero e
scompare di scena.
Il 31 ottobre vengono depositate le motivazioni
della sentenza. La Corte
afferma, tra l'altro, che
"pur sussistendo a carico di tutti e tre gli imputati non pochi indizi
di reità, questi, criticamente esaminati e vagliati, lasciano un apprezzabile
spazio per ritenerli non sufficienti a fornire una sicura certezza".
Nel 1981, a sei
anni dalla sentenza di primo grado, e ad otto dai fatti di Primavalle, il processo giunge in appello: la Corte,
accogliendo la richiesta della parte civile, annulla la sentenza assolutoria,
ritenendo che uno dei giudici popolari non fosse idoneo a svolgere le sue
funzioni, in quanto affetto da "sindrome neuroastenica
di tipo depressivo". Per questo motivo, contro i tre ex militanti di
Potere Operaio si dovrebbe spiccare un nuovo ordine di cattura e celebrare un
nuovo processo di primo grado. Ma alla decisione della Corte si oppongono sia
la difesa che il Procuratore generale, i quali
ricorrono in Cassazione. Il processo cosi si blocca
nuovamente fino al 29 maggio 1984, giorno in cui la Suprema Corte,
accogliendo i ricorsi, conferma la validità del primo processo.
Esattamente dopo altri due anni, il 29 maggio 1986, ha
inizio il giudizio di secondo grado dinanzi alla seconda
corte d'assise d'appello del Tribunale di Roma, presieduta da Giulio Montesanti. È un processo senza imputati, se si eccettua
il netturbino Speranza. Ma i giudici sono costretti
a rinviare il dibattimento per un difetto di notifica nelle citazioni. La
stessa irregolarità si ripete nella successiva udienza del 30 giugno.
Il primo dicembre 1986 il processo d’Appello
inizia regolarmente. Sono trascorsi 11 anni dal rogo di Primavalle.
Il 16 dicembre la corte, dopo cinque ore di camera di consiglio, condanna a
18 anni di reclusione Lollo, Grillo e Clavo, riconoscendoli colpevoli non del reato di strage,
ma di duplice omicidio colposo e di incendio doloso.
Accusa e parte civile avevano chiesto, invece, per i
tre militanti di Potere Operaio l'ergastolo proprio per strage.
Il procuratore generale, Antonio Liistro, decide di
ricorrere contro la sentenza d'appello, chiedendo alla Cassazione
"l'annullamento ed il rinvio ad altro giudice perché accerti la
sussistenza del dolo e della prova relativa al
delitto di strage come contestato".
Di parere opposto la difesa, la quale - nel ricorso in Cassazione - torna
sulla tesi della faida interna alla sezione missina di via
Svampa, ma con una fondamentale novità: l'incendio
può essere cominciato sul pianerottolo (in questo caso, però, vengono
smentiti clamorosamente i periti di parte che si erano affannati a dimostrare
l'incendio "a porte chiuse"). Ma chi ha
appiccato il fuoco? Questa volta la difesa non si sbilancia.
Dopo quattordici anni, il 13 ottobre 1987, cala il sipario sul
rogo di Primavalle. La prima sezione della Corte di
Cassazione scrive infatti la parola fine alla lunga
e travagliata vicenda giudiziaria, confermando la sentenza d'appello che
condanna Lollo, Grillo e Clavo
a diciotto anni di reclusione ciascuno (di cui tre condonati) per i reati di
incendio doloso e duplice omicidio colposo aggravato.
Nel corso dell'udienza, il sostituto procuratore generale della Cassazione,
in accoglimento del ricorso del procuratore generale d'appello, aveva chiesto
l'annullamento della sentenza di secondo grado e la contestazione per i tre
militanti di Potere Operaio del più pesante reato di strage con un nuovo
processo. Ma la prima sezione penale respinge i
ricorsi sia della Procura generale, sia della parte civile, sia dei difensori
degli imputati, sancendo la definitiva condanna dei tre ex militanti di
Potere Operaio, ormai liberi all'estero da lungo tempo.
Massimo Martinelli, all'indomani della sentenza,
così conclude sul Messaggero il suo servizio:
"La decisione della Corte di Cassazione è arrivata in tarda
serata, davanti ad un pubblico di soli carabinieri, gli unici rimasti a
vigilare sulle aule imponenti del vecchio Palazzaccio. Non c'erano i compagni
di Potere operaio e non c'erano i genitori di Virgilio e Stefano: consapevoli
che non sarebbe stata la Corte suprema
ad alleviare il loro strazio...".
12 aprile
1973
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