Il rogo di Primavalle

 

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Stefano e Virgilio

 

L’orribile fine dei fratelli Mattei

Memoria - La madre di Virgilio, missino, e Stefano: ora sembra che li abbia uccisi io. An? Come un ufficio di collocamento. Rogo di Primavalle, l'accusa di mamma Mattei

La targa sul cancello di parco Mattei, a due passi dalla palazzina di via Bibbiena dove loro morirono bruciati, è stata spaccata a martellate: qualche numero è caduto, qualche lettera traballa tra "16 aprile 1973" e "16 aprile 2003". "Ho deciso di lasciarla rotta, a testimonianza, così vedete tutti che 'sti bastardi rossi non rispettano niente, manco adesso", ringhia Marco Visconti, il giovane presidente del XIX municipio, missino sin da "pischello" e ora vicino alla corrente "sociale" di An. A Primavalle il tempo non ha portato la pace. Stefano e Virgilio Mattei tornano a morire ogni 16 aprile, a ogni commemorazione, tra sassaiole e insulti. Per il trentennale, gli scontri tra i ragazzi di destra e quelli centro sociale Break out sono finiti con una dozzina di poliziotti feriti, un paio di bombe carta, qualche slogan pieno d'odio irrancidito: come in un revival, surreale anche nel linguaggio, ciascuno accusa la parte rivale di "ignobili provocazioni". Ma mamma Mattei dice al Corriere che l'ultimo dolore vero lo sta provando adesso: nelle settimane che hanno consumato le pagine residue di un libro di valori già messo in saldo da Fiuggi, rovesciando nel regno del "male assoluto" quegli ideali per i quali, negli anni Settanta, lei, suo marito Mario e il più grande dei loro sei figli, Virgilio, vivevano asserragliati nella sezione missina "Giarabub", di cui Mario era segretario, in un quartiere dove molti pensavano che ammazzare un fascista non fosse poi un reato così grave.

 

"Fini mi sta distruggendo la vita", sbotta questa donna di 72 anni che è sempre stata dall'altra parte della barricata e tuttavia ricorda un po', nelle esplosioni di sentimento, i personaggi di popolo e cuore di Nannarella Magnani. Le hanno messo attorno una bella cintura di sicurezza. Al partito dicono che è meglio non scocciarla (omettendo il dettaglio che, già dopo Fiuggi, la famiglia simbolo dei missini romani s'era avvicinata di molto a Pino Rauti) . I parenti fanno capire, con premura, che "Anna è un po' andata con la testa, poveraccia, con quello che ha passato, potrebbe esagerare".

Lei, al dunque, strappa d'improvviso il telefono di mano a una delle figlie, "non permettetevi di decidere al posto mio!", e concede al cronista questo sfogo, che di politico non avrà proprio nulla, eppure serve a capire quanto la politica sia anche fatta, appunto, di cuore e sentimento, e di miti che, giusti o sbagliati, diventano carne e sangue tra la gente semplice: "Fini è venuto in mezzo a noi, ma adesso mi pare che stia soffrendo di qualche patologia al cervello, non doveva toccare la Rsi. Lo sto dicendo con le lacrime agli occhi! Mio marito stava a Hereford con Roberto Mieville, s'è fatto il campo di concentramento in Texas per non collaborare con gli americani. Lui e gli altri sono tornati in Italia laceri, sporchi, malati. Le mie amiche - io ero la più giovane di loro - le hanno rapate, con la falce e martello pitturata in testa. I miei figli li hanno ammazzati. Noi siamo gente che ha sofferto per non collaborare! Fini non è degno di avere la fiamma creata da chi è morto per un ideale! E così io adesso soffro, per quello che ci hanno fatto, e soffro per An, che non è un partito, è solo un ufficio di collocamento. Per come Fini parla adesso, pare che i miei ragazzi li ho uccisi io. Spero che paghi per questo, pure se ha mandato il cuscino di fiori alla morte di mio marito qualche anno fa".

 

Stefano aveva 8 anni, era il cucciolo di casa. Virgilio ne aveva 24, era la testa politica. La notte tra il 15 e il 16 aprile '73, tre militanti di Potere Operaio versarono una tanica di benzina sotto la porta del bilocale di via Bibbiena. L'incendio divampò. Mario e Anna Mattei riuscirono a salvare quattro figli. Virgilio e Stefano rimasero bloccati, il bambino aggrappato alle gambe del fratello maggiore: il volto di Virgilio, affacciato a una finestra tra le fiamme, è una delle foto più agghiaccianti degli anni di piombo.
"Erano una famiglia di proletari, e Virgilio era uno dei responsabili dei Volontari, un corpo scelto che stava attorno ad Almirante. Anch'io ne facevo parte", ricorda Graziano Cecchini, 51 anni, ex Forza Nuova, pizzetto "littorio" e nostalgia ancora pulsante che l'ha spinto verso una vita irregolare, tuttora ricca di processi e pendenze, guasconate e scazzottate in una Roma ormai molto diversa dalla sua: "Virgilio e suo padre Mario portavano avanti una politica sociale forte e sentita, dicevano alla gente: tu, che abiti in questo lotto, sai chi ha fatto queste case? Le case erano del Ventennio, e sul territorio questo funzionava. Tre sere prima che l'ammazzassero ho visto Virgilio, parlavamo di come la situazione stava peggiorando, dai cazzotti alle revolverate. Poi l'ho rivisto lì, tra le macerie di casa sua. Da allora noi abbiamo dato la caccia ai compagni e i compagni a noi. In cinque, a piazza Primavalle, abbiamo deciso di creare un nucleo, segreto pure per i capi dei Volontari: siamo stati i primi cinque a girare con le pistole".

 

Difficile chiudere tutti i conti in una svolta. Anche se la svolta s'è diluita negli ultimi dieci anni, i tasti della "vergogna e del "male assoluto" suonano una strana musica per un partito in cui 6 quadri su 10, ancora nel '98 a Verona, si dicevano convinti che il fascismo fosse stato "un buon regime nonostante alcune scelte discutibili". Dentro An, e soprattutto a Roma, la corrente legata a Storace s'è assunta il compito di tenere un filo teso tra memoria e cambiamento. Massimo Mattei, cugino di Virgilio e Stefano, proprio al governatore del Lazio si dice legato: "Di queste cose abbiamo parlato molto tra noi. E in fondo sono convinto che Fini abbia fatto una scelta giusta, se vogliamo essere accettati anche a livello mondiale". Nei corridoi della Regione si può incontrare tuttavia più d'uno "storaciano" di parere opposto. Paolo Pizzonia, ex duro di Sommacampagna - sei anni di galera per il primo processo Nar - è ora un impiegato regionale. Mastica amaro: "Ragazzi come Mattei o Ramelli forse non erano nemmeno fascisti, ma da fascisti sono stati ammazzati. Non si può sputare proprio su tutto". In cima al palazzone di via Cristoforo Colombo, Storace ha piazzato un cartellone tricolore lungo quanto il tetto: si onorano i caduti di Nassiryia. Però, per coincidenza, i caratteri della scritta sono quelli cari alla giovinezza del governatore: da lontano, è come rivedere uno striscione del Fuan. La politica, si sa, è fatta anche di illusioni ottiche.

Dopo lo "strappo" di Fini a Gerusalemme e alla vigilia dell'assemblea di An, convocata per sabato all'hotel Ergife di Roma, il Corriere ripercorre - in un'inchiesta condotta, tra sentimenti, memorie e miti, dentro la base di Alleanza nazionale - tre storie di identità della destra che cambia, con i protagonisti di allora e di oggi: la tragedia dei fratelli Mattei, arsi vivi nella loro casa a Primavalle; l'omicidio di Sergio Ramelli, sprangato a Milano nel '75; il viaggio all'inferno con ritorno di Giuseppe Dimitri, fondatore di Terza posizione ed ex ragazzo degli anni di piombo. Il dibattito su quel periodo ha coinvolto il popolo postfascista ancora ieri, per l'anniversario della strage di Acca Larenzia, nella quale furono uccisi a revolverate tre giovani missini. La prima puntata è dedicata a Stefano e Virgilio Mattei.

Goffredo Buccini

 

La vicenda
Rogo La notte tra il 15 e il 16 aprile 1973, viene versata una tanica di benzina sotto la porta di una casa in via Bibbiena, a Primavalle: nel rogo muoiono Virgilio Mattei, segretario della locale sezione missina, 24 anni, e Stefano, il fratello di otto anni. I genitori, Mario e Anna, riescono a salvare altri quattro figli

 

Processo
Nel processo per il rogo vengono condannati con sentenza definitiva tre militanti di Potere Operaio: Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo. La pena è di 18 anni di reclusione, ma i tre sono tuttora latitanti


Commemorazione
Per il trentennale, come succede quasi ogni anno, ci sono stati scontri tra i ragazzi di destra e quelli del centro sociale Break out, che si sono conclusi con una dozzina di poliziotti feriti e due bombe carta

 

La ricostruzione dell’avvenimento secondo Adalberto Baldoni e Sandro Provvisionato - La notte più lunga della Repubblica.- Ideologie, estremismi, lotta armata - Serarcangeli, Roma 1989.

Nella primavera del 1973, mentre il MSI tenta di sbrogliare il suo complicato affaire milanese (l’assassino a Milano dell’agente Marino che ha assunto tinte paradossali, dal momento che la vittima è stato un poliziotto, ossia uno dei presidii dello Stato contro la violenza che la destra vuole combattere), anche la sinistra si trova a dover fare i conti con il suo fattaccio: la strage di Primavalle.

 

Nella primavera del 1973, mentre il MSI tenta di sbrogliare il suo complicato affaire milanese (l’assassino a Milano dell’agente Marino che ha assunto tinte paradossali, dal momento che la vittima è stato un poliziotto, ossia uno dei presidii dello Stato contro la violenza che la destra vuole combattere), anche la sinistra si trova a dover fare i conti con il suo fattaccio: la strage di Primavalle.
E’, nella storia di quegli anni, il primo sentore che, oltre e al di fuori delle Brigate Rosse, qualcosa si va muovendo in direzione dell'illegalità anche nei settori più estremi della sinistra extraparlamentare, dove Potere Operaio sta attraversando una violenta crisi che porterà l'organizzazione, nel giro di un paio di mesi, all'autoscioglimento.
All'interno di Potere Operaio traspare, in questo periodo con sempre maggiore evidenza, una sostanziale simpatia per le BR. L'11 e il 15 marzo 1973, il settimanale del gruppo pubblica, sotto forma di intervista, due documenti dell'organizzazione clandestina che, da diversi mesi, non ha più fatto azioni.
Si tratta di due documenti importanti, l'uno sulla clandestinità come “condizione indispensabile per la sopravvivenza di un'organizzazione politico-militare offensiva che operi all'interno delle metropoli imperialiste” e l'altro, più politico, sulla fase di governo e la costruzione del “potere proletario armato”.

La scelta che alcuni militanti di Potere Operaio fanno a Roma il 16 aprile, quattro giorni dopo l'uccisione dell'agente Marino, di attaccare frontalmente il MSI con un attentato all'abitazione del segretario della sezione di Primavalle (anche se gli accusati si diranno sempre estranei al fatto), si inquadra in questo contesto.

 

16 aprile 1973: fiamme a Primavalle
I bagliori del rogo anticipano le prime luci dell'alba del 16 aprile 1973. Dalla finestra del terzo piano della palazzina, che sorge in un lotto di via Bernardo Bibbiena, a Primavalle, un ragazzo grida disperatamente, sporgendosi dal davanzale. Dal cortile si intravede la sua sagoma, confusa nell'oscurità ed avvolta da una colonna di fumo che sale al cielo. Le urla di aiuto, disperate, del giovane lacerano il silenzio della notte. Il cortile si riempie di gente accorsa dai palazzi vicini, fuggita in preda al terrore dalla casa dove si è sviluppato il furioso incendio. Attoniti, quasi paralizzati, tutti guardano lassù, verso il terzo piano, dove abitano i numerosi componenti la famiglia Mattei. Anzi “i fascisti Mattei”.
Da quell'apertura, nella parte estrema dell'edificio, escono anche lingue di fuoco che prendono a lambire il giovane. Le sue invocazioni giungono sempre più flebili.
C'è chi gli grida di buttarsi giù, chi gli urla di fuggire dalle scale. Ma il povero ragazzo, ormai allo stremo delle forze, non sente più nulla, per lui non c'è più via di salvezza. Una barriera di fuoco gli impedisce di uscire dalla stanza angusta, né può gettarsi dalla finestra perché il fratellino, in preda al panico, gli si è aggrappato alle gambe.
Quando giungono i soccorsi ed i primi getti d'acqua dei Vigili del Fuoco raggiungono la finestra, è ormai troppo tardi. Virgilio, ventidue anni e Stefano, dieci, in pochi istanti, sono diventati neri ed informi come due rami bruciati da un fulmine.

 

Ma come si è potuta consumare una tragedia tanto orribile? Perché Virgilio e Stefano Mattei hanno perso la vita, tra le fiamme, senza riuscire a fuggire dalla trappola infuocata della loro stanza?
Verso le 3.10 - questa la ricostruzione che la magistratura ufficializzerà più di 14 anni dopo - qualcuno versa della benzina all'esterno dell'ingresso dell'appartamento numero 5 e lascia accanto alla porta un recipiente di plastica di cinque litri con dentro altro carburante. Dietro quella porta dormono tranquilli i componenti la famiglia Mattei: il padre Mario, segretario della sezione missina di Primavalle, sua moglie Anna Maria Macconi e i loro sei figli: Virgilio, Stefano, Silvia, Lucia, Antonella e Giampaolo, il più piccolo.


Qualcuno appicca il fuoco alla benzina con uno straccio e le fiamme con rapidità si propagano prima sulla porta di casa Mattei, per spingersi poi sul pianerottolo, fino a lambire l'altra porta, quella dell'interno 6, dove vive la famiglia Perchi.
Il crepitio delle fiamme, che è stato preceduto da un rumore simile a un boato (Anna Maria Macconi dirà in seguito che “il rumore era simile a una cosa che sfiata fortemente”), sveglia i Mattei.
Mario, il padre - mentre il figlio Virgilio telefona al "113" - corre verso la porta d'ingresso in fiamme e, dopo essere scivolato sul liquido che ha preso a scorrere verso l'interno dell'appartamento, riesce ad aprirsi un varco e permette alla moglie - che trascina i figli più piccoli, Antonella e Giampaolo - di uscire. E qui comincia il dramma, perché le fiamme, per effetto del tiraggio, entrano con violenza nell'appartamento, invadendo la stanza da letto dove Virgilio e Stefano, in cerca di aiuto, hanno spalancato la finestra.


Mario allora torna indietro e con due estintori di fortuna (un fiasco antincendio e una bomboletta) cerca di controllare le fiamme. Poi dalla cucina, benché sia già gravemente ustionato, tenta di aiutare Virgilio e Stefano, ormai intrappolati nella loro camera. Ma i suoi sforzi sono inutili e allora Mario Mattei si lascia cadere nel balconcino dell'appartamento di sotto dove, con uno sforzo tremendo, raccoglie sulle braccia ferite le altre due bambine, prima Lucia e poi Silvia che però gli sfugge e cade sul selciato.
Una barriera di fuoco intrappola Stefano e Virgilio. Alle 3.40 circa, mezz'ora dopo l'inizio della tragedia, assieme alle autobotti dei Vigili del Fuoco, arrivano alcune autoambulanze, il sostituto procuratore della Repubblica, Domenico Sica (magistrato di turno), funzionari dell'ufficio politico, carabinieri e polizia.


Sul chiusino della fogna, nel cortile del lotto, accanto al portoncino del fabbricato, viene trovato un cartello, forse la “firma” di chi ha appiccato l'incendio. Il cartello, formato con carta autoadesiva e con fogli di quaderno quadrettati, porta la seguente scritta: “Brigata Tanas. Guerra di classe - Morte ai fascisti - La sede del MSI, Mattei e Schiavoncino colpiti dalla giustizia proletaria" .
Non c'è alcun dubbio: l'incendio è doloso. O meglio si tratta di un attentato. Un attacco ai fascisti di Primavalle.

 

Le prime indagini: l'ombra di Potere Operaio
Ma chi sono i terroristi? Il giudice Sica sembra fin da subito muoversi agilmente in quel coacervo di contraddizioni sociali che è il quartiere di Primavalle, una delle più povere e squallide borgate della capitale, come quelle del Prenestino, dell'acquedotto Felice, dell'Alessandrino, del Travertino, della circonvallazione Salaria, del Tiburtino.
La gente, quasi tutta emigrata dal sud, vive alla giornata, quasi rassegnata alla miseria più tetra. Per l'anagrafe Primavalle conta circa 115.000 abitanti: 5.200 per chilometro quadrato - densità tra le maggiori d'Italia - ed un reddito annuale che non raggiunge le trecentomila lire pro capite. Ha due parrocchie, due cinema, due scuole elementari, tre medie, due piazze, tre linee di autobus che nelle ore notturne portano in centro in mezz'ora, di giorno in un'ora e mezza. Dispone pure di un dormitorio pubblico formato da cinque palazzine. E l'unico dormitorio pubblico comunale esistente nella capitale.
Primavalle è stata formata in due tempi. Intorno agli anni '30 gli abitanti delle vecchie case del Borghi - demolite per far posto a strade più ampie e a parchi e per concedere "respiro" ai Fori e al mausoleo di Augusto - furono letteralmente deportate in "borgate" provvisorie: Tiburtino III, Quarticciolo, S. Basilio e, appunto Primavalle. Nel corso della guerra, Primavalle divenne il centro di smistamento degli sfollati di Anzio e Nettuno, poi dei sinistrati dei bombardamenti di S. Lorenzo e del Prenestino.
Terminata la guerra, fu la volta dei profughi. Primavalle venne trasformata in un “campo” che conteneva circa 3 mila persone, per la maggior parte fuggiti dall'Africa e apolidi.
Ma è nel decennio che corre fra il 1950 ed il 1960 che Primavalle si gonfia a dismisura, come tutte le altre borgate della capitale: migliaia di contadini, fuggiti dalle campagne abbandonate del meridione, manovali, disoccupati, pastori che provengono dalle regioni più povere della penisola, si riversano nella capitale, con la speranza di trovare una qualsiasi occupazione ed un alloggio decente.
Ma non basta. La speculazione privata, che imperversa anche a Primavalle, accanto alle case costruite durante il fascismo edifica orribili casermoni. In quegli anni borgate e borghetti sono i gangli in cancrena nel corpo di Roma. Le borgate erano peggio dei borghetti. Perché a chi abitava in borghetto, prima o poi davano la casa; chi abitava in borgata non aveva speranze, perché la casa la possedeva, miserabile, ma di mattoni.

 
Primavalle è borgata a vita: casette basse, vecchie, bianche, fredde d'inverno e calde d'estate. Vi abitano, in maggioranza, netturbini, dipendenti dell'azienda comunale tramviaria, manovali, operai comuni e molti, troppi disoccupati, quasi tutti giovani.
Nel 1973 basta percorrere le strade della borgata per accorgersi del velleitarismo delle proteste giovanili che risaltano attraverso le scritte che imbrattano le mura delle case, delle scuole, degli edifici pubblici. Una fraseologia alquanto rozza accompagna i nomi additati al disprezzo o al linciaggio. In nessuna parte della capitale, come a Primavalle, sono citati soprattutto capi di Stato e Nazioni: Vietnam, Cambogia, USA, Portogallo, Grecia, Cile..., il mondo intero insomma che deve scacciare i "fascisti". E fra i “fascisti” da impiccare ci sono anche Kissinger, Van Thieu, Cefis, Carli, Agnelli e persino il Papa.
A Primavalle, dove già è forte la presenza politica dei partiti di sinistra, proliferano i gruppi extraparlamentari. In alcune di queste zone il PCI raggiunge il 60 per cento dei suffragi elettorali.
I gruppi di estrema sinistra si sono moltiplicati a partire dal 1969. I più attivi: Stella Rossa, Lotta Continua, Viva il Comunismo, Potere Operaio, il Comitato zona nord e il Collettivo di Primavalle.
A Primavalle c'è anche una sezione del MSI, in via Domenico Svampa. E’ stata assaltata innumerevoli volte. Perché a Primavalle
“non c'è spazio per i fascisti
. Ridotti a una sparuta minoranza, divisi al loro interno, i fascisti, a Primavalle, non sono soltanto isolati, ma completamente ignorati. E i proletari sanno benissimo che la loro presenza nel quartiere è un fatto artificiale, voluto e tenuto in piedi per un unico scopo: tentare di spezzare la lotta operaia (...). Ai fascisti resta solo un'area di manovra: quella offerta dalle frange più isolate e ricattabili del sottoproletariato: una zona di malavita, anch'essa isolata e divisa, che i fascisti sfruttano per taglieggiare i piccoli commercianti della zona, e per organizzare azioni squadristiche nelle zone circostanti e più 'sicure' di Monte Mario e di Boccea”.

Anche perché Primavalle è tutto questo, il giudice Sica decide di indirizzare le indagini negli ambienti della sinistra estrema e ordina una lunga serie di perquisizioni, mentre interroga alcuni personaggi noti nel quartiere.
Il primo a rimanere impigliato nelle maglie della giustizia, il giorno dopo la tragedia, è il netturbino Aldo Speranza, iscritto al PRI e amico di alcuni militanti di Potere Operaio, accusato di reticenza.
Mercoledì 18 aprile - a neppure 48 ore dall'orribile morte di Virgilio e Stefano Mattei - Sica emette due ordini di cattura contro altrettanti esponenti di Potere Operaio di Primavalle: Achille Lollo, arrestato e Marino Sorrentino, che riesce a fuggire.
Nell'appartamento di Lollo la polizia trova, tra l'altro, un manoscritto ove sono indicati nomi ed indirizzi di iscritti al MSI da “punire” (fra cui quello di Mattei); una lettera a lui indirizzata in cui si parla di una fornitura di armi ed esplosivi; un appunto contenente un elenco di armi e munizioni; fogli di quaderno uguali a quelli usati per il cartello trovato dopo la strage nel lotto del rogo. Per Lollo l'accusa è gravissima: concorso in strage.
Il 23 aprile, ancora Sica, interroga un altro addetto alla nettezza urbana, Alessio Di Meo, caposquadra di un reparto di Primavalle. Le sue dichiarazioni sono precise: Speranza, che lavora alle sue dipendenze, gli avrebbe confidato che Potere Operaio ha compiuto numerosi attentati nella borgata contro esponenti, semplici iscritti, simpatizzanti e sedi del MSI. Il gruppo è quello - dice Di Meo - di cui fa parte proprio Achille Lollo.
Mentre la posizione di quest'ultimo si aggrava, tende a chiarirsi quella di Sorrentino. Il 25 aprile, l'avv. Tommaso Mancini consegna al magistrato la lettera di un altro Marino.
Il “nuovo” Marino è Marino Clavo, 20 anni, anch'egli militante di Potere Operaio, studente di architettura. Salta fuori anche un altro nome. E quello di Manlio Grillo, un altro militante di Potop.
Prende forma una circostanza molto importante. Tre militanti di Potere Operaio, abituati a muoversi nel quartiere, il 15 aprile 1973, poche ore prima del rogo, erano stati tutti e tre assieme in casa dello spazzino repubblicano. I loro nomi: Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo. Perché questa visita? E soprattutto che legame può esistere tra un gruppetto di estremisti di sinistra e un iscritto ad un partito moderato? E poi chi sono Lollo, Clavo, Grillo e Speranza?

 

Lollo, Clavo, Crillo e Speranza: la rivoluzione in borgata?
Tre studenti potopisti e uno spazzino repubblicano. Che razza di congrega rivoluzionaria è mai questa?
Cominciamo da Achille Lollo. Al momento dell'arresto non ha ancora compiuto 22 anni, ma è già molto conosciuto nelle fila della sinistra extraparlamentare. Comincia la sua militanza politica nelle aule del liceo Castelnuovo, una delle scuole più “rosse” della capitale. E uno dei leaderini della scuola, sempre in testa alle manifestazioni organizzate all'interno del liceo. Nel dicembre 1971 è stato denunciato per danneggiamento aggravato insieme ad altri 19 studenti. E’ un attivista molto in vista di Potere Operaio.
Il 19 maggio 1972, a Torino, è stato accusato di vilipendio delle forze armate e apologia di reato. Lo hanno pizzicato ad affiggere manifesti con la scritta: “Calabresi è stato giustiziato. La condanna a morte è stata eseguita a Milano il 17 maggio”. A Roma, Lollo frequenta la zona di Campo de' Fiori, dove viene arrestato per rissa e oltraggio aggravato a pubblico ufficiale. Al processo viene però assolto per insufficienza di prove. Terminato il liceo, Achille Lollo si è iscritto all'università e intanto lavoricchia. Dirige per qualche tempo il night Mondo Nuovo, a Rivisondoli, il paese dei suoi genitori. Ma dura poco. Il suo impegno principale è sempre Potop.
Marino Clavo ha invece 20 anni. E anch'egli un militante impegnato in Potere Operaio, ma è un tipo diverso da Lollo. Prima di darsi alla latitanza si fa intervistare da un giornalista dell'Espresso, commettendo, secondo i suoi stessi compagni, un'ingenuità. Al settimanale, Clavo confida di avere un alibi per la notte dell'attentato: l'ha trascorsa assieme ad una ragazza in un appartamento di via Paolo Segneri. L'appartamento, localizzato dalla polizia più di venti giorni dopo il rogo, è il luogo dove abitualmente si incontrano alcuni militanti di Potere Operaio ed è di proprietà di Diana Perrone, figlia di Francesco, già direttore amministrativo e comproprietario del quotidiano Il Messaggero, diretto da suo zio, Sandro Perrone. E’ lei, secondo Clavo, la donna con cui ha trascorso la notte. Ma Diana Perrone nega. Al giudice istruttore Francesco Amato, cui Sica ha passato gli atti dell’inchiesta sul rogo di Primavalle, la Perrone, rampolla di una della famiglie più in vista della città, smentisce Clavo e dà un calcio al suo alibi. Il sodalizio tra potopisti di borgata ed estremisti dell'alta borghesia si è già rotto.
Infine, l'ultimo dei tre di Potere Operaio che giocano all'”antifascismo militante”, Manlio Grillo: è il più “vecchio”, ha infatti già 32 anni. A 16 anni è stato arrestato per aver lanciato contro la sezione del MSI di Monteverde una bomba incendiaria. E accaduto nel 1957.
Il suo peso nel gruppetto di estremisti è quello di chi ha “molte lotte alle spalle contro i fascisti”. Fino a che non viene colpito da ordine di cattura, lavora al ministero della Pubblica Istruzione. Da anni vive con una donna dalla quale ha avuto un figlio. Gli amici lo chiamano “il roscio” per il colore dei suoi capelli. Proviene da una famiglia borghese. Tutti lo considerano un “duro”.
C'è poi Aldo Speranza, lo spazzino di Primavalle. E un personaggio dai contorni più sfumati. Ha 39 anni, è sposato ed è padre di otto figli. Un vero “sottoproletario” direbbero quelli di Potop. Abita proprio di fronte alla sede che Potere Operaio ha nel quartiere. Iscritto al PRI, è considerato un antifascista convinto, almeno a giudicare dall'assiduità con cui partecipa alle manifestazioni contro i fascisti. Ma Speranza è anche qualcosa di più. E’ un amico dei militanti di Potere Operaio della borgata che a lui fanno molte, troppe confidenze. Gli raccontano, ad esempio, che hanno intenzione di dare una serie di dure lezioni ai fascisti di Primavalle e, nel gennaio del '73, dopo averlo bendato, lo hanno caricato su un'auto e portato nell'appartamento di via Segneri per mostrargli degli ordigni esplosivi. Gli hanno anche esposto i piani delle loro azioni: bruciare le macchine dei fascisti del quartiere, Di Meo, Fidanza e Schiaoncin; far saltare la sezione del MSI di via Domenico Svampa, la tavola calda di Gastone Chiericone e il negozio di vini ed olii di Fernando Pallicca, entrambi simpatizzanti missini. Ed infine colpire la casa dei fascisti Mattei.

 
Ma nella figura di Speranza c'è anche un'anima “doppiogiochista”. E’, o almeno dice di essere, un antifascista, ma con i fascisti ha un rapporto particolare. Lo ha certamente con Alessio Di Meo, suo capo alla nettezza urbana. Ed è ai missini di Primavalle che Speranza racconta tutto dei suoi rapporti con quelli di Potop. Ad aiutarlo, in questo suo doppio ruolo, è anche il vizio di bere.
Ma non occorrerà certo un “mezzolitro” perché Speranza, vistosi accusare di reticenza dai magistrati, decida di confessare quel particolare che vale un'”incastratura” giudiziaria per i tre di Potere Operaio. Del fatto in sé non sa niente, dice Speranza ai magistrati, riferendosi al rogo di Primavalle, ma può dire con certezza che poche ore prima della strage Lollo, Clavo e Grillo lo hanno raggiunto nel suo appartamento. Per dirgli cosa? Nulla, risponde Speranza, la visita è avvenuta in “ora inconsueta”. Speranza e la moglie stanno già dormendo, quando i tre entrano nella stanza. Lo spazzino, che di solito quando arrivano a trovarlo gli amici di osteria si intrattiene con loro in camera da pranzo, quella sera resta a letto. I tre prendono un caffè e se ne vanno. Uno di loro dice: “non si può parlare”. Allora il netturbino lascia il letto, si precipita alla finestra e vede i tre infilarsi in una 500. “Non tornai a letto - riferisce ai giudici Speranza - perché fui preso da conati di vomito”.

Per l'accusa è tutto chiaro: il terzetto di Potere Operaio si reca a casa di Speranza per chiedergli di partecipare all'attentato contro casa Mattei. Ma Speranza rifiuta e al pensiero di ciò che sta per accadere sta male, è attanagliato dal disgusto e dal terrore.
Il 7 maggio 1973, tre settimane dopo l'attentato, l'inchiesta giudiziaria è chiusa. Il giudice istruttore Amato formalizza le accuse: Achille Lollo (in carcere), Marino Clavo e Manlio Grillo (latitanti) sono accusati di strage. Aldo Speranza di concorso in strage, reato che a dicembre, quando verrà formalizzato il rinvio a giudizio, sarà derubricato in quello di concorso in fabbricazione, detenzione e porto di ordigni esplosivi.

 

La Brigata Tanas
L'orrenda morte dei fratelli Mattei, dal punto di vista giudiziario, sembra quindi un caso chiuso. L'edificio accusatorio non si basa soltanto sulle ammissioni di Speranza che non sono né poche, né di poco conto, ma anche sulle contraddizioni dell'unico imputato in carcere su perizie e testimonianze incrociate.
Per i giudici romani esiste anche un movente molto preciso: nel rinvio a giudizio si legge, infatti, che Lollo, Clavo e Grillo appartengono ad "un gruppo nel gruppuscolo", la "Brigata Tanas" che costituiva "la frangia più oltranzista, intransigente e decisa di Potere Operaio".
In casa di Achille Lollo è stato anche trovato un volantino in cui sono sintetizzati i punti principali del programma d'azione del gruppetto:

"
Compagni - è scritto - qui a Primavalle dobbiamo abbandonare le etichette. Bisogna impedire ai fascisti qualsiasi movimento. Ci vuole dell'altro, ossia dobbiamo realizzare non una, ma dieci, cento piazzale Loreto".
Secondo l'accusa "l'odio politico, feroce, inarrestabile" porta il gruppo a programmare ed attuare una serie di attentati contro i fascisti della borgata.
Gli addebiti sono quindi schiaccianti, ma per l'opinione pubblica le cose non sono così scontate. Fin dai primi giorni delle indagini sul tragico rogo, Il Messaggero, il più autorevole quotidiano della capitale - che per un attimo ha visto entrare nelle indagini, per poi uscirne subito, una componente della famiglia proprietaria del giornale - sposa la tesi della faida all'interno della sezione missina del quartiere. Una tesi sulla quale la difesa dei tre imputati giocherà molte delle sue carte.
Secondo Potere Operaio, infatti, la
"montatura dell'incendio di Primavalle non si presenta come il risultato di un meccanismo di provocazione premeditato a lungo e ad alto livello, tipo 'strage di Stato'. 'Primavalle' è piuttosto una trama costruita affannosamente, a caldo, da polizia e magistratura, un modo di sfruttare un'occasione per trasformare un banale incidente o un oscuro episodio nato e sviluppatosi nel vermicaio della sezione fascista del quartiere, in occasione in cui il rilancio degli opposti estremismi, in un momento in cui la strage del giovedì nero con l'uccisione dell'agente Marino, avvenuta a Milano tre giorni prima, ne aveva verificato la credibilità".
Ma, allora, chi sono i veri responsabili dell'incendio in cui due ragazzi hanno perso la vita?
Secondo la difesa dei tre imputati le ipotesi sono due.
Prima ipotesi: i "falchi neri" della sezione missina di Primavalle progettano un attentato contro il "morbido" Mattei per impartirgli una lezione. Dopo aver bussato alla porta del camerata rivale, si fanno aprire e poi lanciano dentro l'appartamento una bottiglia incendiaria. Per depistare le indagini lasciano il cartello con la rivendicazione.
Seconda ipotesi: l'incendio si sviluppa all'interno di casa Mattei per cause fortuite (forse un corto circuito?), proprio nelle vicinanze o dentro l'angusta cameretta dove dormono i fratelli Mattei.

Perché le due ipotesi (faida o incidente) possano restare in piedi, la difesa è costretta a sostenere una tesi di fondo contraddetta dalle perizie ufficiali. E cioè che l'incendio non è divampato davanti alla porta di casa Mattei, ma all'interno dell'appartamento. La battaglia processuale, che andrà avanti 12 anni, diventerà uno scontro frontale tra periti d'ufficio e periti di parte.
Ma non è la tecnica processuale che qui preme esaminare. Ciò che emerge chiaramente nella storia del rogo di Primavalle è che esistono in una borgata di una grande città due mondi, sconosciuti ai più, che oltre ad odiarsi e fronteggiarsi quotidianamente, nascondono al loro interno un doppio coacervo di contraddizioni.
Da un lato c'è Potere Operaio, la cui storia esamineremo più a fondo nel capitolo successivo, con la sua doppia immagine di gruppo estremista, ma legale che "alleva" al suo interno gruppetti di sbandati. Costoro si nutrono di un'ideologia antifascista molto approssimativa e vivono il mito dell'azione a tutti i costi.
Sono gruppetti, come quello dei tre di Primavalle, che - ammesso che non vogliano uccidere - "giocano" un gioco di morte, costituendo una brigata, sentendosi rivoluzionari nel bruciare macchine, sedi missine e locali appartenenti a militanti o simpatizzanti di destra.
Sull'altro fronte la vicenda di Primavalle porta alla luce l'esistenza di sezioni missine assediate, costrette a vivere una vita di trincea, ma che ciò nonostante non trovano di meglio da fare che dividersi in "duri" e "morbidi", "falchi" e "colombe". I duri, in particolare, intendono la politica come semplice idea della forza e dello scontro.
Anche se l'ipotesi della "faida" all'interno della sezione missina di Primavalle non ha trovato alcun riconoscimento processuale, quanto sostenuto a più riprese dalla difesa ha avuto qualche conforto. Faida o non faida, in quei giorni dell'aprile 1973 qualcosa non andava nella sezione missina di via Svampa. Ufficialmente la sezione era in mano a Mario Mattei, ma - soprattutto all'esterno - la personalità di maggior spicco era Alessio Di Meo. Ma se Mattei è un seguace di Almirante, un amico di Michele Marchio (autentica "ombra" a Roma del segretario del MSI), un camerata rispettoso delle direttive del federale romano Loffredo Gaetani Lovatelli, chi è Di Meo?
37 anni all'epoca dei fatti, romano, sposato, con due figli, Alessio Di Meo è fascista da sempre. A 15 anni si iscrive alla sezione del MSI del quartiere Prati.
"Era una sede - racconta - frequentata, tra gli altri, da Pino Rauti, Lello Graziani, Paolo Andriani e Nino Capotondi, tutti facenti parte del gruppo di Ordine Nuovo che, allora, muoveva una dura critica al segretario del partito Michelini. Fu cosi che anch'io, condividendo la loro linea, entrai a far parte di questo ambiente. Poi nel 1958, dopo il congresso di Milano, quando Rauti uscì con gli altri dal partito, io lo seguii".

Nel 1970 nella sede della CISNAL, il sindacato di destra a cui è iscritto, Di Meo (frattanto Ordine Nuovo è rientrato in buona parte nel partito) incontra Mario Mattei che lo invita a "dargli una mano" a Primavalle, nella sezione di cui è segretario. Di Meo entra così a far parte della sezione di via Svampa,
"una trincea più che una sede politica dato che a Primavalle, a quei tempi, si era in guerra".
Secondo uno dei difensori dei tre militanti di Potere operaio, l'avv. Tommaso Mancini,
"nel contesto della sezione missina di Primavalle può considerarsi come un dato pacifico che ci fossero forti tendenze verso l'estremismo di destra".

Mario Mattei avrebbe infatti avuto acerrimi nemici all'interno del suo partito identificabili - secondo la difesa - nello stesso Di Meo e inoltre in Angelo Lampis, Franco Fidanza e Vilfredo Zampetti. Alcune testimonianze, infatti, affermano che Fidanza, Di Meo e Zampetti, non molto tempo prima del rogo di casa Mattei, avevano pronunciato minacce contro il segretario della sezione, mentre si trovavano nell'osteria di Fernando Pallicca, come già detto, un simpatizzante missino.
Zampetti, nella serata del 14 aprile 1973 - quando mancano solo poco più di 24 ore alla strage - ha un violento diverbio con Mattei che ha deciso di sospenderlo dalla sezione. A Fidanza e Di Meo confida di essere intenzionato a impartire una lezione a Mattei.
Ma anche Di Meo che - sempre secondo la difesa - aspirava alla carica di segretario politico della sezione di Primavalle, quando la sede viene danneggiata da un attentato, esclama: "Gliela faremo vedere" e aggiunge: "Se invece che alla sede, la bomba l'avessero messa a casa di Mattei sarebbe stato meglio".
Inoltre - fa notare ancora la difesa - Alessio Di Meo chiama Marcello Schiaoncin, altro militante missino, "Schiavoncino": esattamente come è scritto sul cartello che rivendica l'attentato.
Per la difesa, indizi gravano anche su Angelo Lampis, definito "il personaggio di gran lunga più problematico".


Il comportamento di Lampis è, infatti, sconcertante. La sera prima del rogo, avverte Virgilio Mattei dell'attentato che si sarebbe verificato di li a poco. Quando viene interrogato dai giudici su questa perlomeno interessante premonizione, Lampis risponde che è tutto frutto della sua fantasia, di doti paranormali, di preveggenze.
La stessa Anna Mattei non nasconde agli inquirenti, subito dopo la tragedia, i suoi sospetti su Lampis. C'è poi da aggiungere che come Di Meo, anche Lampis, parlando di Marcello Schiaoncin, nel corso del suo interrogatorio del 16 aprile 1973, lo chiama "Schiavoncino".
E il netturbino Aldo Speranza, repubblicano e non missino, ma amico degli imputati e confidente dei "fascisti" di Primavalle, che con le sue confessioni ha incastrato i tre di Potere Operaio?
Secondo la difesa, Speranza, il superteste dell'accusa, è poco attendibile. E’ un "doppiogiochista": antifascista con quelli di Potop, ma amico dei missini. Nel febbraio del '70 - afferma la difesa - Speranza partecipa con i neofascisti in qualità di "mazziere" ad alcune scorribande contro gli occupanti di case del Nuovo Salario. E chiaro quindi che con le sue rivelazioni si è prestato ad un gioco tutto interno alla sezione missina di Primavalle.

 

I processi: un 'altalena di colpi di scena
Il processo di primo grado per la strage di Primavalle comincia a Roma il 24 febbraio 1975, a quasi due anni dall'orribile rogo. In stato di detenzione il solo Achille Lollo. Da tempo, infatti, Manlio Grillo e Marino Clavo si sono rifugiati all'estero.
Il processo si trascina per più di tre mesi, tra colpi di scena e violente manifestazioni della sinistra extraparlamentare che, al grido di "Lollo libero", sostiene l'innocenza dei tre di Potere Operaio.
Il 28 febbraio 1975, alla fine della quarta udienza del processo, lo studente greco Mikis Mantakas, simpatizzante del FUAN-Caravella, viene ucciso a colpi di pistola da estremisti di sinistra in via Ottaviano, sempre a Roma.
E’ un’altra giornata maledetta. Fin dal primo giorno del processo, intorno al tribunale di piazzale Clodio erano avvenuti violenti scontri tra attivisti missini ed estremisti di sinistra. Questi ultimi vedevano per la prima volta “conteso” un territorio che nella topografia romana erano abituati a pensare come di propria “pertinenza”. La reazione è dunque durissima. Già dalle prime ore di quel 28 febbraio si odono colpi di pistola esplosi nei parcheggi limitrofi al tribunale. La presenza massiccia degli autonomi taglia in due il gruppo dei missini. Una parte di loro riesce a rifugiarsi dentro il tribunale, ancora chiuso al pubblico, grazie ad un agente di polizia che, rendendosi conto della gravità della situazione, apre loro una porta. I militanti missini rimasti fuori decidono di ritirarsi verso piazza Risorgimento, non distante da piazzale Clodio e di concentrarsi nella sezione del MSI-DN di via Ottaviano, proprio all’angolo con piazza Risorgimento. Un gruppo di una quarantina di autonomi insegue i neofascisti e assalta la sezione, collocata nel seminterrato dello stabile. Gli occupanti, sentendosi intrappolati, tentano una sortita. Mantakas è alla testa del gruppo e come arma di difesa si sfila la cinta dei pantaloni. Sulla soglia dell’androne del palazzo viene raggiunto alla testa da un colpo di pistola. Morirà poche ore dopo, durante un disperato intervento chirurgico.

Il 5 giugno il processo per la strage di Primavalle è concluso: la terza Corte d'assise di Roma, presieduta da Giovanni Salemi, assolve per insufficienza di prove Lollo, Grillo e Clavo, nonostante il pubblico ministero, Domenico Sica, ne abbia chiesto la condanna all'ergastolo. Il netturbino Speranza viene assolto con formula piena. Lollo torna libero e scompare di scena.
Il 31 ottobre vengono depositate le motivazioni della sentenza. La Corte afferma, tra l'altro, che
"pur sussistendo a carico di tutti e tre gli imputati non pochi indizi di reità, questi, criticamente esaminati e vagliati, lasciano un apprezzabile spazio per ritenerli non sufficienti a fornire una sicura certezza".

Nel 1981, a sei anni dalla sentenza di primo grado, e ad otto dai fatti di Primavalle, il processo giunge in appello: la Corte, accogliendo la richiesta della parte civile, annulla la sentenza assolutoria, ritenendo che uno dei giudici popolari non fosse idoneo a svolgere le sue funzioni, in quanto affetto da "sindrome neuroastenica di tipo depressivo". Per questo motivo, contro i tre ex militanti di Potere Operaio si dovrebbe spiccare un nuovo ordine di cattura e celebrare un nuovo processo di primo grado. Ma alla decisione della Corte si oppongono sia la difesa che il Procuratore generale, i quali ricorrono in Cassazione. Il processo cosi si blocca nuovamente fino al 29 maggio 1984, giorno in cui la Suprema Corte, accogliendo i ricorsi, conferma la validità del primo processo.
Esattamente dopo altri due anni, il 29 maggio 1986, ha inizio il giudizio di secondo grado dinanzi alla seconda corte d'assise d'appello del Tribunale di Roma, presieduta da Giulio Montesanti. È un processo senza imputati, se si eccettua il netturbino Speranza. Ma i giudici sono costretti a rinviare il dibattimento per un difetto di notifica nelle citazioni. La stessa irregolarità si ripete nella successiva udienza del 30 giugno.

 
Il primo dicembre 1986 il processo d’Appello inizia regolarmente. Sono trascorsi 11 anni dal rogo di Primavalle.
Il 16 dicembre la corte, dopo cinque ore di camera di consiglio, condanna a 18 anni di reclusione Lollo, Grillo e Clavo, riconoscendoli colpevoli non del reato di strage, ma di duplice omicidio colposo e di incendio doloso. Accusa e parte civile avevano chiesto, invece, per i tre militanti di Potere Operaio l'ergastolo proprio per strage.
Il procuratore generale, Antonio Liistro, decide di ricorrere contro la sentenza d'appello, chiedendo alla Cassazione
"l'annullamento ed il rinvio ad altro giudice perché accerti la sussistenza del dolo e della prova relativa al delitto di strage come contestato".
Di parere opposto la difesa, la quale - nel ricorso in Cassazione - torna sulla tesi della faida interna alla sezione missina di via Svampa, ma con una fondamentale novità: l'incendio può essere cominciato sul pianerottolo (in questo caso, però, vengono smentiti clamorosamente i periti di parte che si erano affannati a dimostrare l'incendio "a porte chiuse"). Ma chi ha appiccato il fuoco? Questa volta la difesa non si sbilancia.

Dopo quattordici anni, il 13 ottobre 1987, cala il sipario sul rogo di Primavalle. La prima sezione della Corte di Cassazione scrive infatti la parola fine alla lunga e travagliata vicenda giudiziaria, confermando la sentenza d'appello che condanna Lollo, Grillo e Clavo a diciotto anni di reclusione ciascuno (di cui tre condonati) per i reati di incendio doloso e duplice omicidio colposo aggravato.
Nel corso dell'udienza, il sostituto procuratore generale della Cassazione, in accoglimento del ricorso del procuratore generale d'appello, aveva chiesto l'annullamento della sentenza di secondo grado e la contestazione per i tre militanti di Potere Operaio del più pesante reato di strage con un nuovo processo. Ma la prima sezione penale respinge i ricorsi sia della Procura generale, sia della parte civile, sia dei difensori degli imputati, sancendo la definitiva condanna dei tre ex militanti di Potere Operaio, ormai liberi all'estero da lungo tempo.
Massimo Martinelli, all'indomani della sentenza, così conclude sul Messaggero il suo servizio:

"
La decisione della Corte di Cassazione è arrivata in tarda serata, davanti ad un pubblico di soli carabinieri, gli unici rimasti a vigilare sulle aule imponenti del vecchio Palazzaccio. Non c'erano i compagni di Potere operaio e non c'erano i genitori di Virgilio e Stefano: consapevoli che non sarebbe stata la Corte suprema ad alleviare il loro strazio...".

 

12 aprile 1973

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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